Gennaro guardò un poco, vide Fieramosca, e disse:--È quello.--

E Don Michele da un di que' soldati seppe finalmente che avea trovato

chi cercava.

Cinque minuti dopo era col podestà all'osteria, a quell'ora deserta,

e seduti uno in faccia all'altro ai due lati d'una tavola sulla quale

stavano due bicchieri ed un boccale di greco.

Cominciò Don Michele con una fisonomia tutta modesta:

--La scoperta è fatta. Ma prima d'entrar in altro v'ho da dir due

parole. Don Litterio, io ho girato il mondo, e fo professione di

conoscer gli uomini dabbene a prima vista. Dal poco che abbiamo

discorso insieme ritraggo che non è al mondo il miglior ingegno del

vostro.--

Il podestà annunziava col viso una risposta al complimento.

--No, no, non serve.... dico quel che penso. Voi non mi conoscete.

Se pensassi il contrario, vi direi tondo, signor podestà, abbiate

pazienza, ma siete un cervellino. Dunque s'io fossi un ciurmatore

cercherei d'un altro. Ma siccome mi vanto d'esser uomo dabbene quanto

chicchessia, e venga chi vuole, così non temo aver che fare con chi

tien gli occhi aperti. Ora vi voglio dir tutto, e neppure avrete

a prestar fede alle sole parole; vedrete fatti, ed allora potrete

conoscere d'esservi impacciato con un galantuomo.--

Qui cavò fuori una sua filastrocca: che egli era stato gran peccatore,

e per avere il perdono era andato al Santo Sepolcro; che un eremita del

Libano l'aveva finalmente assolto, dandogli per penitenza che dovesse

per sette anni girare il mondo, ed ove trovasse da far opere buone, e

fossero di qualunque sorta, avesse ad adoperarvisi, a costo eziandio

della vita, contentandosi di viver umile e povero; ch'egli così facendo

poneva in beneficio degli uomini le forze e 'l sapere acquistato ne'

suoi lunghi viaggi in Persia, in Siria ed in Egitto.

--Ora--proseguiva--intenderete perchè con tanta premura m'accinga

a liberar questo vostro amico dal suo amore e da quei pericoli che

potrebbero partorire l'eterna dannazione dell'anima sua. La donna

dunque è senza dubbio quella madonna Ginevra di Santa Orsola. A voi

sta farmi trovar con lei. Potreste temere non fossi un tristo: nè vi

fidereste porre chi non conoscete in quella santa casa, ed avete mille

ragioni.--

Don Litterio si scontorceva.

--No--vi replico--avete mille ragioni; nessuno porta scritto in fronte

ch'egli è uom dabbene. E son pur tanti i tristi! Ma quando vi mostrassi

che, coll'ajuto di Dio, mi basta la vista di estrarre i tesori dalle

viscere della terra, frenar la furia d'una palla d'archibugio, ed

eseguir altre cose difficilissime, le quali vedrete farsi da me, e che

vostro sarà tutto l'utile senza che io ne tocchi grano, contentandomi

di quel poco che basta a sostentar la mia povera vita, dovrete dire:

Costui potrebbe farsi ricco e viver negli agi; invece è povero, e vive

in travaglio: dunque ciò ch'egli narra è vero, nè può meritamente esser

tenuto un tristo. Due parole e finisco: A molti è giovato l'essermi

capitati innanzi; potrebbe giovar anche a voi. Pensateci, e risolvete

presto. La penitenza che debbo compiere m'obbliga a scorrere il mondo

senza fermarmi in nessun luogo più di una settimana.--

Quest'aringa, che il podestà ascoltò a bocca aperta senza fiatare, fece

sì che fra sè si vergognasse d'aver potuto pensar male. Tuttavia, per

darsi dell'uomo accorto, rispose che, ove avesse veduta qualcuna di

quelle prove, gli avrebbe nel resto prestato il suo ajuto volentieri.

Così rimasti d'accordo, si lasciarono, intesi che al più presto Don

Michele si sarebbe fatto rivedere, ed intanto avrebbe adoperato i

suoi argomenti onde conoscere se in quei contorni giacesse sepolto un

qualche tesoro.

Apparecchiato in tal modo il podestà, e vedendo che il suo inganno si

metteva tanto bene, si dispose allora allora di caricar la trappola;

cercò di Boscherino, e gli disse come in servigio del duca gli

bisognava l'opera sua. Quegli, che al solo nome del Valentino tremava

a verga, rispose, senza neppur sapere di che cosa si trattasse: Son

pronto. Don Michele, senza aprirsegli per allora, gli disse soltanto:

Aspettami fuor della porta che mette sul lido e conduce al ponte di

Santa Orsola (la tregua fra i due eserciti accettata dal capitano

francese permetteva agli assediati di scorrer al di fuori per la

campagna). Boscherino fu esatto all'appuntamento, non meno della sua

guida, che lo raggiunse portando sotto braccio un involto.

Chi volesse seguitar costoro, li vedrebbe andar lungo la spiaggia sino

ad un miglio oltre il ponte che congiunge l'isola alla terra ferma,

quivi voltando a sinistra, ficcarsi fra i macchioni d'una valletta

deserta, ed entrare in una chiesetta antica, abbandonata, che molti

anni avea servito di cimitero; ma questo viaggio, per non ripeterlo,

aspetteremo a farlo a notte chiusa; e di questa economia speriamo che

il lettore ce ne sappia buon grado.

Diremo soltanto che sulle ventidue ore comparì in piazza Don Michele

solo, s'accostò al podestà che era in sulla bottega del barbiere, e gli

disse all'orecchio:

--Il luogo è trovato. Stasera al tocco delle tre ore sarò all'uscio

vostro. Non vi fate aspettare.--

Di fatto alle tre ore Don Michele era al posto. Il podestà uscì;

richiuse con diligenza senza far romore; e zitti e cheti, per istrade e

per chiassi oscuri (chè allora non v'eran lampioni), furon presto fuor

di città.

Cammina, cammina; sentono le quattr'ore batter in castello, ma d'un

suono cupo e portato come affiocato dal vento, chè già si trovavano

aver passato Santa Orsola, e s'avanzavano spiaggia spiaggia verso la

chiesetta diroccata. Era una landa deserta, sterile, sparsa di macchie

nane, che sempre più si facevan salvatiche. Il sentiero che seguivano

presto si perdette in un sabbione ove s'affondava sino a mezza gamba;

di tratto in tratto trovavan letti di torrenti asciutti, pieni di

ghiaja e di macigni rotolati dalle acque; ma i due viandanti superando

queste difficoltà erano in disposizioni d'animo assai diverse.

Don Michele, avvezzo a camminar più la notte che il giorno, precedeva

con passo sicuro. L'altro, che in vita sua non s'era forse trovato

due volte fuor di città dopo l'avemaria, gli s'andava ingrossando il

respiro, si guardava attorno, ed in cuore malediceva il momento in cui

s'era partito di casa: e per verità fu la mala uscita per lui. D'una

in un'altra immaginazione si veniva empiendo di mille paure, e non era

minore dell'altre quella di trovarsi solo, lontano dall'abitato, di

notte, con un uomo che alla fine non sapeva chi fosse.

Pure ogni tanto volea rinfrancarsi, e sotto voce canterellava tre o

quattro sillabe (per la quinta non si trovava fiato); poi gli pareva

aver udito strepito fra quei macchioni, ove al poco chiarore della

luna annuvolata credeva veder da lungi ora appiattato un uomo, ed

avvicinandosi era un tronco od un sasso; ora qualche strana forma

o visione di trapassati, e piano piano diceva un _requiem_ o un

_deprofundis_; ed in queste buone disposizioni si trovarono in uno

slargo del bosco nel mezzo del quale sorgeva la chiesetta.

Sulla porta v'erano certi scheletri dipinti, ritti ritti, con mitre,

triregni e corone in capo, e tenevano in mano cartelloni svolazzanti,

sui quali erano scritti versetti latini, come _Beati mortui qui in

Domino moriuntur_; _Miseremini mei_, etc.; e quantunque a lume di luna

con fatica si potessero leggere, le figure de' morti visibilissime

producevano da sè un bastante effetto. Don Michele scoperse una

lanterna e si dispose a varcar la porta. Il podestà s'era fermato

alcuni passi indietro, e, conosciuto il disegno del compagno, gli uscì

di bocca un _qui_? lamentevole, e pieno di tanto spavento, che fece

apparire un sorriso sulle labbra livide e sottili di Don Michele.

--Vi conviene ora esser di forte animo, signor podestà, chè in tali

luoghi colla paura si fa poco frutto, e ponno talvolta accader

disgrazie. Chi è con voi opera in nome di Dio, e per mostrarvi che

in quello solo costringe le anime de' trapassati, cominciamo dalla

preghiera.--

Inginocchiossi, e principiò ad infilzar _miserere_ e _dies illa_, ai

quali Don Litterio rispondeva il meglio che sapeva, facendo voto, se

ne usciva vivo, d'accender una candela ogni sabato a Santa Fosca e

digiunar la vigilia de' morti. Finita la preghiera si mossero. Una

porta mezzo fradicia che appena si reggeva sulle bandelle rugginose,

cedette, e quasi venne a terra ad un calcio di Don Michele. Entrarono

stracciandosi le calze ai rovi ond'era ingombra l'entrata.

Il pavimento era sparso d'ossa di morti. In un canto un cataletto, che

cadeva in polvere pe' tarli, alcune pale che avean, Dio sa quando,

servito a sotterrare, erano il solo mobile del luogo. Alcune centinaja

di pipistrelli, all'entrare che fecero i due colla lanterna, volarono

in iscompiglio, col loro stridulo guaire, battendo l'ale per le pareti,

e cercando rifugio su per un campanile gotico che avea la base accanto

all'altar maggiore.

Il luogo, la solitudine, l'ora tarda erano tali se non da metter

timore, almeno da dispor l'animo di chicchessia ad immagini funebri;

ed il povero Don Litterio che, quando il sole era alto sull'orizzonte,

avea pensato a quel momento senza turbarsi, trovandosi ora all'atto,

conosceva quanta differenza vi sia tra il dire e il fare.

Stava guardando quell'ossa che avea sotto i piedi, quelle mura verdi

per l'umido, ed in varj luoghi ancora coperte di antiche pitture; e

ritto nel mezzo, con una mano nell'altra, aspettava il fine di questa

diavoleria.

Don Michele depose in terra un fardelletto che aveva portato. Ne trasse

il libro degli scongiuri, si pose una stola nera impressa di segni

cabalistici, e cominciò colla verga a disegnare un circolo con mille

cerimonie: vi fece la porta, e disse al podestà che entrasse per quella

col piede manco innanzi, e, datogli in mano il pentaculo, cominciò

a mormorare parole latine, greche, ebraiche, ora chiamando a nome

centinaja di demonj in virtù di Dio eterno, ora alzando, ora abbassando

la voce, e facendo pause, durante le quali il rimbombo si prolungava

sotto quella volta; qualche pipistrello passava sventolando presso il

viso del podestà che rannicchiato e tremante pareva il freddo istesso:

temeva ogni momento veder uscir da quelle sepolture gli originali degli

scheletri dipinti sulla facciata, e badava a pregar Dio, e supplicarlo

che per sua misericordia volesse render vani gli scongiuri del suo

terribile compagno.

Mentre in ginocchio si raccomandava a questo modo, sentì battersi in

sulla spalla; alzò gli occhi, e vide l'angolo sotto il campanile pieno

d'una luce livida, ed una forma umana, coperta del lungo lenzuolo, che

suol involgere i cadaveri, sorgere lenta lenta da una buca.

Lo spettro rimase immobile, e non diremo come rimanesse il podestà. Don

Michele gli si chinò all'orecchio, e gli disse:

--Su, coraggio, ora è tempo mostrarvi di saldo animo: presto, via,

domandate ciò che volete.--Tutto era inutile; il podestà non poteva nè

muoversi, nè rispondere, nè rifiatare.

Perchè Don Michele parlò all'apparizione alcune parole in lingua

ignota, alle quali per sola risposta quella alzò lentamente un braccio

indicando una sepoltura che avea la pietra già smossa.

--Avete inteso? dice che cavando costì troveremo tanti fiorini che

saremo contenti.--

Ma l'altro parea che non sentisse. Vedendo che non v'era da sperare di

farlo movere, Don Michele si condusse alla sepoltura, e facilmente vi

si calò. Poco stante, riuscì fuori con un vaso di ferro mezzo coperto

di terra, e venuto dove il podestà era rimasto senza poter muovere un

dito, versò innanzi a lui una buona quantità di monete d'oro, o almeno

parean tali, che caddero in terra senza potere colla loro vista esser

da tanto di rimetter il fiato in corpo a quello che s'era posto in

tanto travaglio per ottenerle.

L'ultima moneta non era appena caduta sul mucchio dell'altre, quando,

spalancarsi con fracasso la porta, saltar in chiesa quindici o venti

ceffi di ribaldi armati di picche e partigiane, essere addosso ai due

appuntando loro l'arme al petto ed alla gola fu tutt'una cosa.

Don Michele ebbe appena tempo di gettar la mano sull'elsa, ma sentendo

quattro o cinque punte che gli scucivano la cappa e qualcuna un poco lo

pungeva, gli convenne star fermo senza far un sol atto, chè altrimenti

era morto.

Nel podestà era già prima tanto spavento, che questo nuovo accidente

non poteva produrre in lui nessun effetto visibile. Rimase come

si trovava con gli occhi stravolti, il capo ficcato nelle spalle,

congiunte le mani con moto involontario stringendo insieme certe sue

dita secche e scarne, con tanta forza, che le unghie gli entravano

nella pelle, e disse con voce soffocata:--Non m'ammazzate, sono in

peccato mortale!--[7]

La lanterna in quel trambusto s'era rovesciata, ed illuminava a

sott'insù quella strana brigata, che, rimasta così un momento immobile

per accertarsi che i due presi non si sarebber nè voluti nè potuti

difendere, appariva composta della mala razza che in quei tempi erano

detti venturieri. Ora li chiamiamo assassini, ed anche allora lo erano,

ma si distinguevano con questo nome specialmente le bande composte la

maggior parte di soldati che avean abbandonate le bandiere per unirsi

sotto un capo, e rubar i paesi facendo quanti mali potevano.

Alcuni, armati d'un petto o corsaletto, chi con una cervelliera di

ferro, quali colle spade, chi con pugnali, chi con coltello, molti con

cappelli a punta, su quali svolazzavano penne e nastri, e quasi tutti o

sul petto o sul capo aveano l'immagine di qualche Madonna. Molti invece

di scarpe portavano sandali di pelle di capra, coi quali potevano

meglio reggersi ed arrampicarsi per le montagne.

Dei visi non è da dire. Veduti al lume di quella lanterna colle barbe

ed i baffi lunghissimi, incolti ed arruffati, parean demoni scatenati.

Un di costoro, gettata in terra la partigiana che teneva alla gola del

podestà, strappò ad esso ed al suo compagno l'arme d'accanto, e scosse

loro i panni per vedere se ne avessero altre nascoste.

Nel tempo di questa baruffa, lo spettro sbrigatosi dal lenzuolo, era

diventato uomo di questo mondo, e, conoscendo che non era tempo da

perdere, s'era arrampicato su pel campanile, e, seduto su una trave

attenendosi alle pietre che sporgevano dal muro, stava aspettando il

destro di scampare, e dallo scuro, non essendo veduto, poteva benissimo

osservare ciò che accadeva in chiesa.

Intanto il capo de' malandrini, giovane che poteva aver circa

diciassette anni, ma di terribile aspetto, robusto, con una cicatrice

che gli fendeva la fronte quant'era larga, e gli faceva il sopracciglio

più alto d'un dito, menò un calcio sotto le reni al podestà per

risolverlo ad alzarsi, mandando quel muglio di chi non ha gli organi

della parola. Non vi poteva esser un rimedio più pronto per guarirlo

dallo sbalordimento; s'alzò senza aspettare la seconda dose, e tratto

in un angolo con Don Michele, furon legati e guardati da alcuni di

costoro, mentre gli altri prendevano e contavan l'oro al lume della

lanterna. Ciò fatto, lo posero in una borsa di pelle che il capo aveva

alla cintola, ed usciron tutti, messisi in mezzo i prigioni, ai quali,

con quei cortesi modi che usa simil gente, dissero di camminare spediti

se non volevano assaggiar le punte delle loro daghe.

Dopo aver fatto mezzo miglio su per l'erta, in luoghi ove non era

traccia di sentiero, si fermarono, e bendaron gli occhi ad ambedue.

La paura avea fatto trovar la voce al podestà, che si raccomandava

piangendo come un bambino; e gli assassini se ne divertivano e lo

lasciavano fare.

Ma Don Michele, che a quella pausa pensò al peggio, disse fra denti:

Perdio ci siamo! Volle provare d'entrar in trattative per uscir loro

dalle mani; ma alla prima parola gli fu chiusa la bocca con un pugno

che gli cacciò due denti in gola. Non potendo nè vedere, nè parlare,

stava ad orecchie tese. Sentì i ladri che trattavan fra loro di

dividere il denaro ed i prigioni: gli udì parlar di taglia, e speculare

qual de' due paresse poterne pagare una maggiore. Fra varie voci che

parlavano diversi dialetti, tutti però italiani, ne avvertì una che

avea pronunzia forestiera e piuttosto tedesca; ma nel meglio delle sue

osservazioni si sentì prendere da molte braccia, e caricar sulle spalle

di due uomini che s'allontanarono dalla comitiva, senza che potesse

indovinare che direzione prendevano.

Il viaggio durò più d'un'ora, frammezzato da pause, duranti le quali

il portato era non molto gentilmente deposto in terra, ed i portatori

si riposavano. A Don Michele intanto fra il terrore, naturale anche

ad un uomo valoroso, di morire scannato come un cane da que' ribaldi,

i legami che lo stringevano, e l'angoscia di star sulle spalle altrui

posato sugli acuti canti d'un'armatura, cominciava ad increscer

fieramente questo giuoco.

Alla fine pur si fermarono. S'udì lo strepito d'una grossa porta che

s'apriva. Entrarono, la porta chiudendosi di nuovo risuonò alle spalle.

Qui Don Michele fu sciolto, e, condotto pochi passi più avanti, ebbe

sbendati gli occhi e si trovò in una camera ove per uno spiraglio

entrava un po' di chiarore di luna. In una parete era una porta bassa

e nana, tutta ferrata di chiavistelli; fu aperta, ed una voce disse a

Don Michele «Va dentro.» S'abbassò egli per entrare, e mentre con un

piede innanzi tentava se vi fossero scalini, una spinta nelle reni data

col calcio d'una picca lo fe giungere più presto che non avrebbe voluto

al fondo di una scaletta, ed in modo che gli sarebbe stato impossibile

di trovar il conto degli scalini discesi. Un chiavistello che andò al

suo luogo cigolando, avvertì Don Michele che per la porta non v'era

speranza d'uscire.

Il luogo era oscurissimo. Cominciò col tastarsi la bocca che gli doleva

forte pel pugno ricevuto; ne ritrasse le mani bagnate (capì che dovea

esser sangue) e scoperse che d'allora in poi non dovea calcolar più su

trentadue denti, ma soltanto su trenta.

--Se il diavolo t'avesse strozzato te e tuo padre, com'era obbligo suo,

questi non sarebbero stati seminati alla macchia--disse rivolgendosi

colla mente a chi l'avea messo a quest'impresa.

Pure fece ogni opera per farsi animo, ed aperte le braccia tentò di

scoprire ove fosse. S'accorse che da una buca su in alto usciva un

debol lume, e gli parve sentir al di fuori frangersi contra il muro

l'onda marina. Tastando co' piedi trovò in un angolo il morbido d'un

po' di paglia; vi si sdrajò, e stette aspettando ciò che la fortuna gli

prometteva.

Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta · 第 22 / 46 题