La mattina di questa giornata, che dagl'Italiani era stata spesa
nel preparar la battaglia, non fu perduta per gli ospiti, che dalla
sera innanzi occupavano le camere superiori alla cucina nell'osteria
del Sole. Il loro nome che è un segreto per tutti, salvo che pel
caposquadra Buscherino, non lo sarà neppure pei nostri lettori. Eran
costoro Cesare Borgia duca Valentino, e Don Michele da Corrella, uno
dei suoi condottieri.
Paragonare tali ribaldi agli animali più malefici e più nemici d'ogni
essere vivente, è debole immagine. Questi operano per istinto, e
l'istinto ha limiti certi. Ma qual limite avranno al mal fare cuori
perversi, guidati da ingegni di sottigliezza diabolica, forniti di
potenza, di valore (chè pur troppo non tutti gli scellerati son
codardi) e di ricchezze immense?
Il figlio d'Alessandro VI, terrore dell'Italia, e di quanti in essa
possedevano oro, signoria, o donna avvenente, si trovava quasi solo in
una povera casa, in mezzo a molti che avrebber comprato colla vita il
piacere di far le loro vendette sopra di lui.
Quelli ai quali non è noto quanta sicurezza possa trovare in sè stessa
un'anima di tempra forte, unita ad un giudizio freddo e calcolatore,
daranno a questa fiducia il nome di temerità. Ma il duca conosceva
abbastanza sè stesso; e messo in bilancia il pericolo col guadagno che
poteva sperare dal suo venire in Barletta, trovava tutte le probabilità
in suo favore.
Due cagioni lo spinsero a questo viaggio. L'una di ritrovar Ginevra
che da molti indizj teneva per certo fosse con Fieramosca: e se non si
dee supporre che un tal uomo stimasse più costei di qualunque altra
donna, si può almeno asserire che molto gli cocesse di esserne rimasto
beffato. L'altra nasceva dalla ragion di Stato; e per darne un'idea
chiara ai nostri lettori, è necessario richiamare per poco la loro
attenzione sugli aggiramenti tenebrosi della politica d'allora.
La potenza di casa Borgia, nata dall'inalzamento del cardinale Rodrigo
Lenzuoli al trono pontificio, erasi in modo accresciuta colle armi
spirituali e temporali, colle frodi, coi parentadi, e cogli ajuti di
Francia, che ogni principe, ogni repubblica italiana ne viveva in
sospetto. Cesare dapprima cardinale, mal pago della porpora, stabilì
voler egli solo ingoiare l'eredità del padre, e coglier il frutto de'
comuni delitti. Il duca di Candia suo fratello, gonfaloniere di Santa
Chiesa, al quale il papa aveva fermo di dare stato in Italia, era il
solo ostacolo che trovasse la sua ambizione. Un pugnale pagato dal
cardinale, o, secondo alcuni, vibrato dalla sua stessa mano, tolse
una notte quest'ostacolo. Da un pover'uomo che vegliava a guardia
delle barche di carbone a Ripetta furon visti giungere tre uomini in
riva al fiume. Uno a cavallo: era il cardinale: in groppa a traverso
tenuto dagli altri due pel capo e pei piedi, il cadavere del fratello;
lo gettarono in Tevere, lavarono la groppa del cavallo imbrattata di
sangue, e sparirono in un vicolo oscuro.
Un mese dopo, il Valenza, deposta la porpora, fu a cavallo alla testa
d'un esercito. Usando ora la forza, ora i tradimenti, ebbe presto
occupata Faenza, Cesena, Forlì, la Romagna, parte della Marca, Camerino
ed Urbino. Ma i modi dell'acquistare, e l'arti per mantenere la mal
ottenuta signoria, le ingiurie fatte a tanti, accesero contra il duca
l'odio universale, che per iscoppiare non aspettava se non l'occasione.
Questa poteva nascere in due modi; o morendo il padre, o mancandogli
l'ajuto di Francia. L'età del papa, la fortuna dell'anni francesi in
Italia, sempre fluttuante, l'ammonivano a provvedersi d'altri appoggi,
ove questi gli fossero mancati.
L'occhio suo, scopritore d'ogni pratica, indagatore d'ogni senno e
d'ogni cuore più chiuso, gli mostrò qual fosse realmente allora la
condizione d'Italia. Conosceva il valore impetuoso de' Francesi, più
atto a vincer una giornata che a sostenere i fastidj di una guerra
magra e lunga.
Presentiva quanto valesse il solo Consalvo ad abbattere la loro
potenza. Lo vedeva per valore, prudenza, perseveranza terribile,
presso a fiaccare la fortuna de' gigli. Gli parve dunque d'attaccar
qualche filo con lui onde aver aperta una porta, se gli venissero meno
gli antichi amici. Una pratica tanto gelosa, e della quale se fosse
trapelato nulla alla parte francese, al certo si trovava disfatto,
non poteva esser commessa alla fede d'alcuno. Per questi rispetti era
partito occultamente da Sinigaglia, e s'era condotto a Barletta.
Mancava un'ora all'alba, ed il Valentino che aveva di quei temperamenti
ferrei ai quali non è quasi necessario il riposo, si alzò, chiamò Don
Michele che già stava in orecchi per non esser tardo, e consegnandogli
una lettera gli disse.
--Questa a Consalvo. Daratti un salvocondotto. Se ti domanda di me,
io non sono in Barletta, ma son presso. Jer sera da quei soldati, che
facean gozzoviglia qui sotto, seppi il fatto di Ginevra al tutto. Ora
son certo che quel Fieramosca l'ha seco, o non lontana: e suppongo
in parte ove si va per mare. Prima di vespro vo' saper dov'è. Trova
Fieramosca, e fa che non mi fuggano.--
Don Michele ricevette la lettera e gli ordini del suo signore senza
profferir parola. Tornò in camera, si vestì, e quando fu giorno chiaro,
tiratosi in capo il cappuccio s'incamminò alla rocca.
Mentre Don Michele usciva, il duca s'era fatto alla finestra, e lo
seguitava guardandolo di malissimo occhio, e facendo un viso che ad
altri avea presagito sventure. Eppure fra quanti ribaldi avesse al suo
servizio, e n'aveva di segnalati, nessuno potea dirsi tanto l'anima
d'ogni sua impresa quanto costui; e se può albergar fede, in un suo
pari, certo e' ne aveva data prova al suo signore in occasioni di somma
importanza. Ma appunto per avergli obblighi grandi, e per non potere,
senza tagliarsi un braccio, spegnerlo a sua posta, Cesare Borgia
l'odiava. L'origine sua era poco nota. I più lo dicevan Navarrese; e
sul fatto, che l'avea condotto a' servigi del duca, si raccontava uno
strano caso d'una vendetta che egli avea adempiuta contra un fratel
carnale nel modo che passiamo a narrare.
Aveva Don Michele una moglie giovane e bella, ed un suo fratello
scapolo e minor d'anni viveva in casa sua. La bellezza della cognata
potè tanto sul cuore del giovane, che, gettato ogni rispetto dietro
le spalle, s'adoperò in modo da ridurla ad ogni sua volontà. Ma non
seppero tanto ben nascondere questa tresca che non se ne avvedesse
una fanticella: ne fece la spia al marito. Questi postosi in agguato,
li sorprese: e, cavato un pugnale per dare ad ambedue ad un tempo,
venne loro fatto di fuggirgli dalle mani senza altro danno che una
leggiera ferita. Fu tanta la passione del torto ricevuto, che, messosi
in traccia del fratello il quale colla cognata fuggiva per porsi in
sicuro, lo voleva ammazzare ad ogni modo. Ma questi, udito che gli avea
giurata la morte addosso, seppe tanto schermirsi che per molti anni gli
ebbe mandato vuoto ogni suo disegno: il che fu cagione che l'offeso,
disperatosi affatto di poter fare le sue vendette, era da tal furiosa
passione condotto al sepolcro.
Intanto venne bandito un Giubileo nell'anno MCCCCLXXXV, e nella terra
ove dimorava Don Michele si fecero processioni, penitenze, prediche per
le piazze, onde molti odii di parte si spensero, furono fatte paci,
ed anch'esso parve si risolvesse a deporre ogni rancore per voltarsi
in tutto alle cose di Dio. Ma il fratello, per quante proteste gli
venisser fatte da parte sua non si volle mai piegare a capitargli
d'innanzi. Al fine dell'anno santo, consumato da Don Michele in
continue pratiche di penitenza, si risolse di lasciar il mondo affatto,
e condottosi ad un convento di Scalzi, entrò in noviziato, compiuto
il quale pronunciò i voti solenni. Mandato da' superiori in varie
parti di Spagna, e persine a Roma allo studio della teologia, divenne
grandissimo dottore, e tornando in patria con voce d'uomo di santa
vita, parve ai religiosi di conferirgli il sacerdozio. Disse la prima
messa con quella pompa e frequenza di popolo, d'amici e di congiunti
che si usa; finita che l'ebbe, e, tornato in sagrestia, si pose (tale
il costume) colla pianeta ancora indosso, ritto sulla predella, ove gli
amici ed i parenti venivano l'un dopo l'altro a baciargli la mano ed
abbracciarlo.
Da tutti, replicate volte, era stato udito deplorare l'odio nutrito
tant'anni contra il fratello, e dire spesso, che non aveva al mondo
altro desiderio se non d'ottenere intero obblio del passato, anche,
qual servo di Dio, umiliandosegli il primo. In questa solenne
occasione, mosso dalle preghiere di tutti i parenti, si risolse alla
fine il fratello venire anch'esso cogli altri, e quando gli fu innanzi
con parole molto modeste cominciava a parlare, nell'atto che cingendo
colle braccia il sacerdote, se lo stringeva al petto, ma poi invece di
rialzar il capo, furon viste mancargli le ginocchia, cadde rovescio
in terra, dando un gran sospiro, ed il prete brandendo in aria un
pugnaletto sottile che in quell'abbracciamento gli avea cacciato nel
cuore, ne baciò la lama stillante, e spinto col piede il cadavere
disse: Ci sei capitato! e sparì via. Fu tanto lo sbalordimento degli
astanti, che non fecero verso di lui dimostrazione veruna.
Per questo fatto ebbe il bando della testa; fuggì di paese in paese,
finchè si ricoverò a Roma, e dal Valentino ebbe salva la vita. Questi
penò poco a conoscere le sue virtù, presto l'adoperò in cose di somma
importanza, ed il ribaldo frate diventò in breve l'anima di tutte le
sue imprese.
Quando giunse alla porta del castello, interrogato dalla guardia di
chi cercasse, mostrava un cofanetto che tenea sotto braccio, dicendo
esser allora giunto di Levante, e cercar di Consalvo per offerirgli
più qualità di cose rarissime, rimedii segreti contra le malìe, e
cento pappolate. Un di costoro, dopo averlo squadrato, gli accennò lo
seguisse.
Entrarono in un gran cortile, chiuso da fabbriche alte d'architettura
antica. Le camere d'ogni piano avean l'uscita su logge aperte verso
l'interno, rette da colonne di sasso bigio, sulle quali posavano archi
ora tondi ora a sesto acuto, secondo le diverse epoche della loro
costruzione. Molte torri rotonde, coronate di merli a coda di rondine,
e del color rossiccio de' mattoni vecchi, sorgevano a disuguali
distanze, e s'alzavano molto al di sopra dei tetti. Sulla cima della
maggiore, detta la torre dell'oriuolo, sventolava un grande stendardo
giallo e vermiglio, la bandiera di Spagna.
Salirono al primo piano per una scala esterna a largo parapetto, sul
quale erano posti in fila molti leoni di pietra, rozzamente scolpiti,
ed entrarono in una sala ove Don Michele venne lasciato dalla sua guida
che gli disse:
--Quando il gran Capitano uscirà, gli potrete parlare.
--E di grazia, quando uscirà?
--Quando ne avrà voglia--rispose ruvidamente il soldato, e se n'andò
pe' fatti suoi.
Don Michele sapeva benissimo che la pazienza è la dea delle anticamere,
perciò tacque; ed accortosi che una brigata di gentiluomini radunata
in fondo presso di gran finestroni che davan sul mare, lo andava
squadrando, si pose, per atteggiarsi in qualche modo, a passeggiare
osservando le antiche pitture, ond'erano piene le mura. Così a poco a
poco si venne loro accostando naturalmente: chi sa, pensava, che non
trovi da far bene anche qui! Alla fine colse destramente l'occasione
d'incastrar qualche parola fra i loro discorsi, e, dopo pochi minuti
era divenuto anch'esso uno della brigata.
Quella fortuna che i galantuomini invocano quasi sempre inutilmente, lo
servì meglio che non s'aspettava. Osservando con sottile sguardo quei
signori, notò fra gli altri un uomo sui cinquant'anni, alto, smilzo,
con una spalla che usciva leggermente fuori di simmetria, il quale
teneva cinto uno spadone che gli alzava dietro il gabbano, e dava per
gli stinchi a chi gli era accosto, mentre s'andava centinando per
istrisciar inchini, e far l'uomo necessario ed intrinseco di ciascuno,
e principalmente di coloro che erano di maggior riguardo. Le ciglia
che s'alzavano in arco sino a mezza la fronte, e due occhi bigi, tondi
ed ammirativi, davano al suo viso magro l'espressione della curiosità
unita alla dabbenaggine; e questa qualità appariva poi più spiccata in
un sorriso perenne di compiacenza col quale accompagnava tutti i suoi
discorsi. Quest'uom dabbene era Don Litterio Defastidiis, podestà di
Barletta, l'uomo più curioso, più vano, più stucchevole del mondo.
Don Michele che s'intendeva di fisonomie, conobbe tosto che avea
trovato il fatto suo. Gli s'accostò; e con modi cortesi e schietti,
che, quando voleva, sapeva usare ottimamente, appiccò seco
ragionamento. Il podestà non finiva mai un discorso senza la lepidezza
obbligata (di quelle tali che il nostro lettore conosce sicuramente,
se è stato in qualche paesetto del Regno, seduto una mezz'ora del dopo
pranzo sulla panca dello speziale): e di più voleva che si ridesse.
Don Michele crepava dalle risa, e gli diceva: Io non conobbi mai il
più piacevole uomo! oh bella questa! oh curiosa quest'altra; e così
diventarono amiconi in meno di mezz'ora.
In quel tempo Prospero Colonna che usciva da Consalvo col salvocondotto
per la sfida, traversò la sala, e tutti gli fecero riverenza. Don
Michele domandò chi fosse quel barone, e a Don Litterio non parve vero
di far il saccente, e venne a parlar della sfida, di ciò che s'era
detto alla cena, di Fieramosca, de' suoi amori; e Don Michele n'ebbe
miglior mercato che non sperava, e disse, mostrando premura:
--Questo giovane.... come lo chiamate?
--Fieramosca.
--Questo Fieramosca è egli vostro amico, che vi preme tanto?
--Oh! mio amicissimo. E preme molto al signor Prospero, e poi
universalmente a tutti.... È tanto un bravo giovane! Ci vediamo ogni
sera o in casa Colonna, o in piazza. Peccato, che ha un brutto vizio!
Non ride mai, mai! vedete. Sempre con una faccia di scomunicato, che
ti senti accorare. Eh! io è un pezzo che me n'ero accorto, e non mi
volevano credere. Son curiosi questi bravacci di soldati. Pare che sia
vergogna per loro d'esser innamorati! Insomma, jer sera il prigione
francese che l'ha conosciuto a Roma ha cantato: ed ora poi non c'è più
dubbio. Dice bene il proverbio «Amore, tosse e scabbia, non la mostra
chi non l'abbia.»--
La lepidezza del podestà fu accolta al solito da Don Michele con una
risata, che dovette replicare due o tre volte, poichè piacque a Don
Litterio di replicare altrettante il suo proverbio. Tornati poi sul
serio, il primo riprese:
--Da codesto amore a me basterebbe la vista guarirlo, che nemmeno se ne
ricorderebbe. Ma....--
E qui una pausa per farsi pregare.
--Guarirlo?--disse il podestà--come vorreste guarirlo? Per questa
febbre ci vuoi altro che medici e speziali.
--Ed io vi dico che vorrei soltanto trovar un suo amico che m'ajutasse,
e poi vada il capo se resto bugiardo.--
Don Litterio lo guardò un poco per veder se diceva davvero o da burla;
e non è da dire se l'altro sapesse far sì che quest'investigazione gli
riuscisse favorevole. Quando si fu mezzo persuaso, gli disse:
--Se non volete altro, questo non vi mancherà.--
E ravvolgeva fra sè d'aver egli il merito di questa portentosa
guarigione, come si vantava d'aver avuto quello di scoprire il male.
E certamente chi avesse operato il miracolo di render Fieramosca
compagnone, amico del chiasso e dell'allegria, sarebbe stato portato al
cielo dai suoi amici e da quanti lo conoscevano.
E così punzecchiava Don Michele per udire qual modo avesse ad ottenere
una cosa tanto difficile, e questi stava sulla sua, facendosi pregare
assai, quasi non si fidasse ben di lui. Pure alfine mostrando di
lasciarsi vincere, gli diceva, come in terra di Turchi avesse veduto
usare ed imparato un segreto maraviglioso a spegnere qualsivoglia più
furioso amore, e non durò gran fatica a rendersi interamente padrone
del cervello di grillo del povero podestà, che stimò gran ventura
l'aver trovato costui.
--Il tutto sta--disse alla fine Don Michele--ch'io possa trovarmi per
cinque minuti colla sua innamorata: del resto lasciate il pensiero a me.
--Questo, veramente, così su due piedi non ve lo potrei promettere.
Perchè a dirvela, non la conosco. Ma se è in Barletta, o dieci miglia
qui intorno, lasciatevi servire: non andranno ventiquattr'ore che vi
saprò dire qualche cosa. Ora trovo Giuliano... è il fante del Comune...
un diavolo per saper tutto.
--E dove ci vediamo--domandò Don Michele.
--Dove vi pare.
--Se credete, ci troveremo all'osteria del Sole, così sulle ventidue.
--Siamo intesi--rispose Don Litterio; e lasciato Don Michele
maravigliato della propria ventura, s'avviò al palazzo del Comune per
rintracciar Giuliano. Se non dispiace al nostro lettore faremo a meno
d'accompagnarlo, per non lasciar che Don Michele s'annoi troppo in
quest'anticamera.
Aspettò un pezzo inutilmente che Consalvo comparisse; alla fine ottenne
dall'usciere di essere introdotto.
Stava il Capitano di Spagna ritto accanto alla finestra, avvolto in
un robbone di raso vermiglio foderato di vajo, e l'augusta presenza,
l'alta fronte, l'occhio scrutatore, la fama in fine d'un tant'uomo
risvegliarono nel petto del condottiere del Valentino quel senso di
timore, e direi quasi d'avvilimento, che sempre coglie l'iniquo in
faccia all'uomo virtuoso. Fece un saluto umile e profondo, e disse:
--Glorioso signore! l'importanza del messo ch'io reco alla vostra
magnificenza m'ha costretto presentarmi a quella sotto un nome che non
è il mio. Se in ciò v'offesi, umilmente vi chieggo perdono; ma, come
potrete conoscere da voi stesso, il segreto era troppo necessario, nè
quegli che a voi mi manda poteva commettersi ad altri che alla vostra
gloriosa fede.--
A queste parole rispose brevemente Consalvo, che non mancherebbe a chi
si fidava di lui, e che esponesse. Don Michele consegnò la lettera del
duca: ebbe il salvocondotto, e tornando al suo signore con quello, lo
fece sicuro che il segreto della sua venuta in Barletta sarebbe stato
custodito da Consalvo.
Aggiunse poi quanto si riprometteva dalle ricerche del suo nuovo amico
il podestà; onde il Valentino, contento dell'avviamento che prendevano
le cose sue, si tirò il cappuccio su gli occhi; e, chiuso nel mantello,
uscì dall'osteria. Si fece condurre da un battello alla parte di dietro
della rocca, ove Consalvo, rimastone così d'accordo con Don Michele,
avea mandato un uomo ad aspettarlo. Gli fu aperta una porticella; e su
per una scaletta segreta, e per certi bugigattoli giunse alla camera
del Capitano spagnuolo.
Non crediamo necessario di dar minuto ragguaglio di questa conferenza.
Espose in sostanza il Valentino con una mirabil chiarezza la somma
delle cose d'Italia, le forze, le speranze, i timori de' varj Stati.
Fece intendere che avrebbe avuto caro accostarsi a Spagna, mostrando
d'esservi tratto dal desiderio del bene che poteva venirne ai suoi
popoli, ed a cessar le sciagure che incontrerebbero, ove gli Spagnuoli
rimanessero vincitori. Riuscì con ischiettezza, che sapea finger
benissimo, a dar di sè opinione migliore della sua fama. Offerse di
far con Ispagna una lega ove entrasse il papa, e si lasciasse luogo a'
Viniziani, ove vi si volessero accostare, colla quale s'impegnassero
ad ajutarsi ne' loro interessi scambievoli, e s'avesse a render palese
soltanto quando gli Spagnuoli fosser divenuti padroni di due terzi
del Regno. Propose di far colle proprie forze l'impresa di Toscana
mostrando che in Italia i primi amici di Francia erano i Fiorentini,
e molto gioverebbe l'abbattere un così potente alleato. Aggiunse che
avrebbe stimato di gran profitto a questa lega il chiamarvi i Pisani,
aiutandoli ristorarsi dei danni fatti loro soffrire dalla Repubblica
di Firenze, della quale, ove fosser resi più forti, sarebber divenuti
guardiani vigilantissimi.
Consalvo non aveva obbiezioni essenziali da fare a queste proposte,
ed il sottile ingegno di Cesare Borgia sapeva esporre con evidenza
grandissima cose che in gran parte eran pur vere. Ma lo Spagnuolo lo
conosceva, e durava fatica a fidarsi di lui.
Prese partito di non dar per allora una risposta precisa, e disse
voler conferire coi suoi più intimi prima di prendere una risoluzione.
Non lasciò mancare al Valentino nè buone parole, nè uffici cortesi;
lo condusse in certe camere terrene, che davan sul mare, facendonelo
padrone pel tempo che gli sarebbe piaciuto passare in Barletta; e da
alcuni suoi servitori più fidati lo fece servire con quell'onore che si
doveva al figlio d'un papa.
Verso sera Fieramosca e Brancaleone giunsero alla porta della città.
Appena messi dentro, cominciò a formarsi intorno a loro una folla
d'officiali, d'uomini d'arme, di soldati, che s'ingrossava di quanti
incontravano per istrada, e tutti volevano esser i primi a sapere
la risposta de' Francesi.--Com'è andata? che cosa hanno risposto?
chi combatterà? quando? dove?...--Ma i due amici dicevan, ridendo a
questa furia: venite alla rocca e lo saprete. Giunsero alla rocca, ed
introdotti a Consalvo, Fieramosca gli consegnò la lettera del duca di
Nemours, che quegli lesse ad alta voce, e diceva accettarsi la sfida,
ma negarsi d'accordar campo franco. Questo rifiuto parve strano a
tutti, ed il gran Capitano disse:
--Non mi sarei aspettato che i Francesi cercassero sutterfugi per
ischivar la battaglia. Ma il campo franco l'avrete: io ve l'assicuro.--
Poi chiamato un suo scrivano gli disse: scriverai al duca di Nemours,
stia di buona voglia che l'ostacolo è tolto; che gli offerisco una
tregua sin dopo il combattimento; ed in fine, che fra due giorni
aspetto mia figlia donna Elvira, alla quale intendo far un po' di
festa; s'egli vuole, mentre si posan l'armi, venire a goderla con noi,
sarà cagione di renderla più lieta.
Fra lo scrivere, lo spedir la lettera e ricever la risposta, passarono
appena due ore. Il duca di Nemours accettò l'invito, e la tregua, che
fu bandita per la città a suon di tromba quella sera stessa, insieme
co' nomi de' combattenti italiani, ai quali per compiere il numero
voluto dai Francesi, si aggiunsero altri tre, e furono:
Ludovico Aminale da Terni.
Mariano da Sarni.
Giovanni Capoccio Romano.