Fieramosca seguitò il suo racconto con queste parole:
Perduta Ginevra, il mondo fu finito per me. Uscii di casa cogli occhi
stupiditi che non davano una lagrima; e dove andassi, o che cosa fosse
di me in quei primi momenti, appena lo potrei dire se non me l'avesser
fatto conoscere le cose che accaddero dipoi. Andavo come una cosa
balorda, o come succede talvolta, ben sai, quando una mazza ferrata
ti percuote sull'elmetto a due mani, che per un poco ti zufolan gli
orecchi, e pare che ogni cosa dia volta innanzi agli occhi. Così non
sapendo quasi che cosa mi fosse accaduto, passai ponte (la casa della
Ginevra era presso Torre di Nona) e su per borgo me ne venni in piazza
di San Pietro.
Quel mio amorevolissimo Franciotto, saputa in parte la mia sventura,
mi venne cercando, e mi trovò buttato in terra appiè d'una colonna: in
qual modo mi vi trovassi, non lo saprei dire. Sentii due braccia che
entrandomi di dietro sotto le ascelle, mi sollevarono e mi posero a
sedere. Allora mi riscossi e me lo vidi accanto. Cominciò a confortarmi
con amorose parole, e così a poco a poco ritornavo in me. M'ajutò
alzarmi, e con gran fatica mi ricondusse a casa; mi spogliò, e fattomi
entrar in letto, si pose seduto al capezzale, e se ne stava senza
darmi noja di parole o di conforti che troppo sarebbero stati fuor di
tempo.
Passammo così quella notte senza aprir bocca. Mi s'era messa una febbre
gagliarda che a momenti mi levava di cervello, e la fantasia alterata
mi faceva parere tratto tratto d'avere un'enorme figura tutta carica
d'armature, accovacciata sul petto, e mi sentivo affogare.
Finalmente l'afflitta natura fu soccorsa dal pianto. Sonavano dieci ore
in castello, e la prim'alba entrava pel fesso della finestra. Avevo
sul capo appiccata al muro la spada e l'altre arme: alzando gli occhi
mi venne veduta la tracolla azzurra, che molt'anni prima m'avea dato
Ginevra. Quella vista, a guisa di una balestra che scocca, m'aperse la
strada alle lagrime, che cominciarono ad uscirmi a torrenti; e questo,
sollevandomi il petto, fu cagione ch'io rimanessi in vita. Dopo ch'io
ebbi pianto un'ora buona senza mai fermarmi, mi parve d'esser rinato,
e potei ascoltare e parlare; e col soccorso del buon Franciotto, venni
passando quella giornata, e verso sera mi volli alzare.
A mano a mano che ritornavo in me, consideravo qual partito dovessi
pigliare in tanta calamità: e d'un pensiero in un altro, disperatomi
affatto di poter rimanere in vita, e considerando, se mi lasciavo
consumar dal dolore oncia a oncia, quanto fosse per riuscirmi
insopportabile una tal qualità di morte, risolsi di morire allora
per volar dietro a quell'anima benedetta. E così deliberato con me
medesimo, mi parve aver fatto un grandissimo guadagno, e mi sentii
mezzo racquetato.
Franciotto, che era stato meco dalla sera innanzi, uscì per veder un
momento la bottega, e mi promise di tornar tosto. Io, posto mano alla
daga (che è questa appunto ch'io ho accanto) volli far quell'effetto
allora allora. Poi ripensato meglio che in quella sera si dovea far la
sepoltura alla Ginevra, volli rivederla ancora una volta, e morirle
vicino. Vestito così a bardosso, cintomi la spada, e preso l'ultimo mio
bene, quella tracolla azzurra, uscii.
Passato ponte, m'abbattei nel mortorio. Venivano i frati della Regola
a due a due, e più compagnie di fratelli cantando il Miserere,
prendevano per via Julia e Ponte Sisto, colla bara coperta d'un gran
drappo di velluto nero.
Io, se t'avessi a dire, a questa vista non mi smarrii punto; ma
pensando che, se non in vita, in morte almeno saremmo uniti, che
eravamo avviati all'istesso viaggio, e che una stessa stanza era per
accoglierci ambedue, seguii pieno di funesta gioja e già tutto nel
mondo di là, lasciandomi condurre senza badare ove s'andasse. Passato
Ponte Sisto per Trastevere, entrammo in Santa Cecilia.
Deposta la bara in quella sagrestia ov'è l'avello del figlio di Santa
Francesca romana, io mi tenni da canto appoggiato al muro, mentre dai
frati si cantavano l'ultime esequie. Alla fine sonò sotto la volta il
_Requiescat in pace_.
Tutti uscirono in silenzio ed io rimasi solo quasi allo scuro; non
v'era altro lume che la lampada della Madonna. Udii alla lontana il
bisbiglio ed i passi del popolo che usciva. In quella scoccò l'ora di
notte, e camminava per la chiesa il sagrestano scuotendo il mazzo delle
chiavi, e disponendosi a chiudere.
Nel passarmi, vicino, si accorse di me e mi disse--si chiude.--Io gli
risposi--ed io rimango.--
Egli guardatomi, e facendo l'atto di chi riconosce taluno, disse:
--Sei l'uomo del duca? Troppo fosti sollecito.... La porta rimarrà
socchiusa; e poichè sei qui tu, io me ne vo pe' fatti miei.--E senza
udir altro se n'andò.
Io poco li davo retta; pure quelle parole mi fecero risentire, e non
sapevo se egli od io sognavamo. Che duca? che porta socchiusa? Che vuol
dire questo sciagurato? pensavo fra me.
Pure lontano le mille miglia dal vero, nè essendo capace di molto
ragionare in quei momenti, tornai presto nella prima risoluzione, e
dopo breve spazio (tutto intorno era cheto) me ne venni col brivido
della morte alla bara.
Tolto il drappo che la copriva, e, tratta la daga che era forte ed
acuta, mi posi a sconficcar la cassa, e durai gran fatica con quel solo
ajuto ad alzar le capocchie de' chiodi; ma tanto feci che n'ebbi levato
il coperchio.
Il bel corpo stava avvolto in un lenzuolo vestito di panni
bianchissimi. Io prima di morire volevo veder quell'angelo in viso
ancora una volta. Mi posi ginocchioni, e andavo svolgendo i veli che
mi toglievano quell'ultimo conforto. Alzai l'ultimo lembo, e apparve
il volto di Ginevra: pareva una statua di cera. Tutto tremante calai
la mia fronte sulla sua, ed alla sfuggita, che mi sembrò delitto, non
potei fare di non baciarle le labbra. Le labbra diedero un piccolo
tremito. Ebbi a cader morto. Può far tanto, dissi, Dio onnipotente,
la tua misericordia! E le tenevo le mani ai polsi. Il batticuore mi
toglieva il respiro. I polsi davano segno. Ginevra era viva!
Ma pensa com'io mi smarrii trovandomi solo a quel modo. S'ella si
risente, dicevo, e si trova in questo luogo, lo spavento basta a darle
la morte. Non sapevo che mi fare, e smaniavo. Mi volsi colle braccia
stese a quella Madonna, e la pregavo: O vera Madre di Dio! fa ch'io
possa salvarla, e giuro pel tuo divin Figliuolo, che sono volti solo
al bene i miei pensieri. Ed in cuore feci voto solenne di non cercar
mai da lei cosa che fosse contro l'onestà, s'io riuscivo a tornarla
in vita, e cancellare in tutto e sempre ogni pensiero di dar morte
al marito; la qual cosa sin allora avevo avuta fissa nell'animo, e
deliberato prima o poi di porla ad esecuzione.
A questa preghiera fatta tanto di vero cuore non mancò il pietoso ajuto
divino.
Il mio Franciotto che era uscito di casa, come ti dissi, nel tornare
m'avea veduto andar verso ponte, e parte immaginandosi il vero, e
temendo sempre, come mi disse dipoi, ch'io non prendessi partito
disperato, m'era venuto dietro. Ma, come discreto, si studiava di
parlarmi o darmi disturbo meno che poteva in quei momenti, ben
conoscendo che il caso mio non era da consigli, ma solo da ajuti
quando venisse il bisogno. Entrò cogli altri in chiesa, e vi rimase
nascosto in un angolo oscuro: e mi ha detto più volte in appresso che
vistomi por mano all'arme, fu per saltarmi in sulle braccia, e stava
sull'ale, per non arrivar tardi: vedendo poi che m'affannavo soltanto
ad aprir la cassa, stette saldo, e solo a questo punto, conosciuta
la necessità, mi si scoperse. Sentii le sue pedate, quando appena
finivo la preghiera; mi volsi e me lo trovai vicino. Così da terra
gli abbracciai le ginocchia come colui che mi dava due vite ad un
punto, e come un angelo che mi scendesse dal cielo: rizzatomi poi
consideravo come senza disagio e pianamente si potesse levar di quivi
la donna. Alla fine prendemmo la coltre di velluto che copriva la bara,
e volta al rovescio, onde se si risentiva non s'avesse ad accorgere
su qual lugubre panno si ritrovasse, ed accomodate le lenzuola che
ravvolgevano, in modo di farle il miglior letto possibile, con gran
diligenza la sollevammo dalla cassa, e piano piano la posammo su
quest'involti.
La povera Ginevra non avea aperti gli occhi, ma le usciva dal petto
qualche tronco sospiro. Franciotto cercando per gli armadj, trovò per
buona sorte le ampolle delle messe, e ci venne fatto, mettendole quel
becco sottile fra le labbra farle scendere qualche stilla nello stomaco
a riconfortarla: poco tuttavia e solo per dare un leggiero ajuto agli
spiriti; che non avremmo voluto fosse tornata in sè in cotesto luogo.
Dipoi con gran cura, io da capo e Franciotto da piedi, presi i lembi
della coltre, l'alzammo, e senza accidente come volle la Vergine
Santissima la portammo fuori di chiesa, e per San Michele venimmo a
Ripa, dove sono le barche. Fra queste ve n'era una di Franciotto. Non
sapevamo così su due piedi trovar luogo nè migliore nè più sicuro. Vi
portammo la Ginevra; ed accomodatole un poco di letto sotto coverta,
ajutati da due o tre uomini che guardavano la barca, me le posi
accanto, e Franciotto corse per un barbiere amico suo, uomo di fede e
dabbene, onde venisse ad ajutarla, e trarle sangue se bisognava.
Dovea ripassare per Santa Cecilia. Giuntovi s'avvide d'una compagnia
d'uomini armati che era ferma davanti la porta, e sulle prime credette
fosse la corte. S'andò accostando pianamente muro muro, finchè giunto
ad appiattarsi vicino a loro s'accorse che non era la corte altrimenti.
Erano da trenta pezzi d'arme tra picche e spadoni a due mani. In
disparte una lettiga vuota portata da due uomini. E quello che pareva
lor guida stava guardando verso la chiesa, serrato nel mantello, e si
mutava or s'un piede or s'un altro in atto d'impazienza. Poco stante
uscirono due come famigli, ed accostandosegli dissero: Eccellenza, la
cassa è sconfitta e vuota!....
Fu tanta la potenza di queste parole, che scioltosi colui dal mantello
percosse con una lanterna, che tenera sotto, sul capo del servo, e se
lo fe' cadere ai piedi; e l'altro, a non essersi cacciato a correre,
avrebbe avuto di peggio, che già colui aveva posto mano alla spada.
Dopo molto tempestare gli convenne partirsi scornato.
Franciotto avea notato fra quegli armati uno in cappa e mantello alla
curiale, ed al lume di certi torchi che avean con loro, riconosciutolo
per quel ribaldaccio di maestro Jacopo da Montebuono. La presenza di
costui in tal luogo, ed in tal compagnia, gli fece nascer di strani
sospetti.
Quando si furono avviati, tenne loro dietro alla lontana, e invece
d'andar pel barbiere, fece disegno sul sopradetto maestro Jacopo.
Solo dubitava non si facesse accompagnare sino all'uscio da alquanti
di costoro. Ma, come a Dio piacque, abitando al principio della
Longara, quando fu a Ponte Sisto, per esser così breve tragitto, lasciò
andar gli altri che passarono il ponte; ed egli s'avviò a casa sua.
Franciotto lo raggiunse sotto l'arco, e dettogli non temesse di nulla,
lo pregò venisse insino a Ripa grande per una giovane che stava col mal
di morte; e tante gliene seppe dire che lo condusse da noi.
Come fu entrato sotto coverta, tosto riconobbe me e la Ginevra, e
s'accorse ch'egli aveva dato in un trabocchetto. Franciotto, trattomi
da parte, mi narrò ciò che aveva veduto avanti a Santa Cecilia e le
parole udite, tantochè principiai a riflettere: mi si squarciò il
velo, e capii come doveva essere andata la cosa. E stringendo maestro
Jacopo, e minacciandolo, chè era il più pauroso uomo del mondo, lo feci
cantare, e mi disse che per ordine del Valentino avea dato alla donna
la sera della cena un vino medicato, per virtù del quale era rimasta
assopita, ed ajutando esso l'inganno, l'avea dichiarata morta, onde,
portata in chiesa, il duca avesse agio a venirsela a prender la notte.
Era un vero miracolo che una trama tanto bene ordita fosse andata a
vuoto: e pensa quanto ne ringraziai Iddio.
Allora volto a maestro Jacopo, gli dissi: Ascoltatemi, maestro Jacopo.
Io potrei farvi cascar morto con questa daga, ma vi voglio conceder la
vita col patto che sia salva quella di costei: onde adoperate i vostri
argomenti se volete tornar sano alle vostre brigate. Se poi direte ad
anima viva come sia finito questo fatto, io v'ammazzerò come un cane ad
ogni modo.
Il maestro spaventato mi promise tutto ciò che volli, e con gran
premura si mise attorno alla donna; onde io consigliatomi con
Franciotto feci scioglier la barca, e tutti insieme pel fiume ne
venimmo alla Magliana, che di poco eran suonate le cinque ore.
Il buon maestro non disse mai nulla di questo.
Ginevra frattanto s'era risentita, ed avendo aperti gli occhi, li
girava intorno attonita. Io, fatto oramai sicuro d'averla viva, e
parendomi d'aver operato un miracolo, attendevo di tutto cuore a
ringraziar Dio, posto ginocchioni al capezzale di lei, che avevamo
allogata in una cameretta del vignajuolo.
Dopo un poco d'ora, tenendole io una mano, sulla quale appoggiavo la
fronte e talvolta le labbra, la ritrasse e m'alzava i capelli che mi
cadevan sugli occhi, guardandomi fisso. Alla fine mi diceva: Oh non sei
tu Ettore mio?.... Ma come qui?.... Dove siamo?.... Non mi par la mia
camera.... sono in altro letto.... Oh Dio, che cos'è stato?
In questa, Franciotto, che s'affacciava ogni tanto per vedere come
andasse la cosa, comparve sull'uscio. Ginevra diede un grido, e
gettandomisi addosso tutta tremante diceva:--Ajutami, Ettore; eccolo,
eccolo! Vergine Santissima, ajutatemi!--Io mi sforzavo rassicurarla il
meglio che potevo, ma tutto era niente, e mostrava aver tanto spavento
del buon Franciotto che pareva gli occhi le volessero schizzar fuori
dalla fronte. M'avvidi dello scambio e le dicevo: Ginevra, sta di buona
voglia; non è il duca costui, ma un mio carissimo amico, e ti vuole
quanto bene egli ha.
L'avresti veduta a queste parole deporre ogni timore, e volgersi
piacevolmente a Franciotto quasi in atto di chieder perdono. Pensa
come in cuor mio maledivo quello scellerato!
Ginevra allora cominciò a domandarmi che le spiegassi in qual modo si
trovasse quivi, ed io la pregavo fosse contenta per allora aver fede in
me, ed attendere solo alla salute, che voleva riposo; e tanto le dissi,
che mi riuscì di quietarla; e, verso la mattina, fattole prender un
cordiale, s'addormentò.
Ma non dormivo io. Ben conoscevo ch'era pazzia lo sperare volesse
indursi a rimanere meco; e che a mio e forse a suo malgrado, pure
avrebbe voluto tornarsene col marito, appena le sue forze gliel'avesser
concesso. Onde spedii velocemente a Roma Franciotto ad informarsi in
che termini si stesse colà, e come vi fosse intesa la cosa.
Tornò verso sera, recando la nuova che il Valentino s'era levato colle
sue genti, ed avviato verso Romagna, ed avea menato con sè Grajano e la
compagnia. Non si sapeva quale impresa fosse per fare dapprima.
Ne feci motto alla Ginevra, la quale, udito da me alla fine quanto
le fosse occorso, ondeggiava in varj pensieri senza sapere a che
risolversi. Con molte parole le mostrai che in modo nessuno le
conveniva tornarsene a Roma, ove il Valentino avrebbe con facilità
potuto trovarla, ed emendare il primo colpo fallito: che suo
marito, avvolto nelle faccende della guerra, e tutto cosa del duca,
difficilmente avrebbe potuto, anche volendo, servirle di difensore:
e poi come, dove rintracciarlo? La pregavo, con affetto grandissimo,
non volesse andar contro ad una quasi divina disposizione, che per
istrade tanto fuor delle ordinarie ci aveva riuniti, togliendola da una
condizione piena d'insidie e di pericoli: pensasse che levandoci di
qui, potevamo per la supposta morte condurci senza sospetti in parte
ove libera e tranquilla potrebbe almeno aspettare e vedere dove andasse
a parare la sua fortuna e quella di suo marito; ed alzando la fede, le
dissi queste formate parole:
--Ginevra! io giuro alla Vergine Santissima che sarai meco, non
altrimenti che se fossi con tua madre.--Franciotto ancor esso ajutava;
tantochè la buona Ginevra alla fine con molti sospiri, nè potendo
affatto vincere un cotal rimorso che la rodeva mi disse:--Ettore, tu
sarai mia guida, a te sta il mostrare che il Cielo, e non altri mi t'ha
mandato.
Entrato in questa risoluzione feci al maestro un'altra orazioncina
colla mano sulla daga, poi lo rimandai a Roma in compagnia di
Franciotto, dal quale mi divisi con grandissimo dolore. Montati in
barca colle nostre poche robe ci levammo di quivi e giù per fiume
giunti ad Ostia ci drizzammo terra terra verso Gaeta. Il reame era
tuttora in mano de' Francesi; ed essendo loro amico il Valentino, non
mi pareva esserne sicuro finchè non mi trovavo mille miglia lontano
da loro. Per la qual cosa, più che potevo, senza troppo affaticar la
Ginevra, col continuo viaggiare sollecitavo ad allontanarmi da quelle
coste; e come a Dio piacque ci trovammo una sera a salvamento in
Messina; e ringraziai di tutto cuore Iddio di averci tratti da tanti
pericoli.
Giunto Fieramosca a questo punto, vide che dal campo si movevano molti
uomini a cavallo i quali venivan per loro, e soggiunse:
Troppe cose mi resterebbero a narrarti; costoro vengono, e mi manca il
tempo. Ma per conchiudere: passammo circa due anni in codesta città.
Ginevra si ritirò in un monastero, ed io, che m'ero dato per suo
fratello, la visitavo più sovente che potevo.
Passato questo tempo s'era accesa la guerra fra Spagnuoli e Francesi.
La vita ch'io menavo mi parve alla fine troppo indegna di un soldato e
d'un Italiano.
Legato com'ero dal voto fatto in Santa Cecilia non potevo sperare al
nostro amore virtuoso fine.
Tutt'Italia era in arme: i Francesi parevano i più forti; ed oltre
l'amor di patria che mi spingeva a combattere il nimico più pericoloso,
avevo una vecchia ruggine co' Francesi e colle loro insolenze. Scorgevo
ancora, ti dico il vero, più sicurezza per la Ginevra all'ombra delle
bandiere di Spagna, ove non poteva giungerla il Valentino.
Queste ragioni conosciute vere dall'animosa Ginevra, che non ostante
il suo amore per me non poteva patire ch'io rimanessi addietro, mentre
si combatteva per la fortuna d'Italia, ci risolvettero in tutto; e,
scritto al signor Prospero Colonna che metteva genti insieme per
Consalvo, mi posi sotto la sua bandiera.
In quel tempo si trovava colla compagnia a Manfredonia; onde noi,
lasciata Messina, per mare ci drizzammo a quella volta. In quel viaggio
ci accadde uno strano accidente.
Eravamo sorti a Taranto; e quivi riposatici, uscimmo dal porto una
mattina per andar a Manfredonia. Era una nebbia folta del mese di
maggio, e la nostra barca a due vele latine e dodici remi, volava sul
mare piano come una tavola. A mezzo giorno ci si scopersero addosso
quattro navi ad un trar d'archibugio, e ci chiamarono all'ubbidienza.
Volevo fuggirle, ed avremmo potuto, che stavamo a sopravvento; ma
considerato che coll'artiglierie potevano fare qualche mala opera,
presi partito d'andare a loro.
Erano legni viniziani che venivano di Cipri, e conducevano a Vinegia
Caterina Cornaro, regina di quell'isola. Saputo l'esser nostro, non ci
detter noja, e dietro loro seguivamo il viaggio.
Era già fatta notte: la nebbia cresceva, ed io stimavo gran ventura
aver trovato costoro che ci aiutavano a non ismarrir la strada in
quell'oscurità.
Presso la mezzanotte, Ginevra dormiva, e solo due uomini stavano in
piedi per regolar la vela e diriger la barca; ma anch'essi tratto
tratto andavano dormicchiando. Io seduto a prora vegliavo, fisso in
mille pensieri. Tutto era cheto. Mi parve udire sulla coverta della
nave della regina, che ci precedeva di mezz'arcata, i passi d'alcuni
uomini; gli udivo parlar sommesso, ma parole concitate e piene d'ira;
tesi l'orecchio; una voce di donna si mescolava all'altre, e pareva
chiedesse mercede: seguiva un pianto, e s'udiva a riprese, quasi
costoro tentassero soffocarlo. Alla fine sentii un tonfo nel mare,
come d'un corpo cadutovi. Io dubitando forte mi rizzai, e stringendo
le ciglia, mi parve vedere non so che bianco agitarsi a fior d'acqua:
mi buttai a mare ed in quattro sbracciate mi vi trovai accosto,
afferrai un lembo di veste, e presolo coi denti tornai alla barca
traendomi appresso un corpo. Gli uomini miei s'erano risentiti allo
strepito; m'ajutarono risalire, e tirar su chi era meco. Trovammo
una donzella in sola camicia, legate le mani con una villana corda,
e non dava segno di vita. A forza d'ajuti tuttavia si riebbe alla
fine. Facemmo di rimaner addietro ai Viniziani che seguirono il lor
viaggio, nè si curarono di noi. Calammo la vela ed aspettammo fermi che
aggiornasse. Uscito il sole si allargò il tempo, ed in poche ore fummo
a Manfredonia, ov'io trovai il signor Prospero, e Ginevra cogli altri
allogai all'osteria.
Tu ora vorrai sapere chi fosse codesta donzella campata dal mare, ma
non posso soddisfarti, perchè nemmen io lo so. Non è mai riuscito nè a
me nè alla Ginevra di strapparle una parola sui suoi casi, o sull'esser
suo. Ell'è nata in Levante, è Saracina certamente, e più diritta e
leale ed amorevole che donna del mondo; nel tempo stesso fiera ed
ardita che non la sbigottiscono nè il sangue, nè l'armi, ed in faccia
al pericolo è più uomo che donna. Da quel giorno in qua è rimasta
sempre con Ginevra: ed io feci in modo che la badessa di Sant'Orsola le
ricevesse entrambe nel suo monastero, ove per la vicinanza (ora che la
guerra ci tiene chiusi in Barletta) posso venirle visitando più spesso.