CAPITOLO SECONDO.

La brigata per la quale era allestita la cena, giunse a casa di Veleno

verso le due ore di notte, ed empiè in un momento lo stanzone terreno

ov'era apparecchiato. L'oste per farsi onore s'era ingegnato d'imbandir

con tovaglie di bucato la tavola, sulla quale oltre i piattelli e

le posate di stagno e d'ottone che spiccavano meglio del solito per

essere state strofinate con maggior diligenza, v'erano qua e là

foglie di vite sparse ad uso di piattini per porvi su i boccali ed i

bicchieri, sui quali scintillavano al chiarore di molti lumi, infinite

goccie d'acqua, rendendo testimonianza ch'eran stati risciacquati di

fresco. Diego Garcia di Paredes entrò il primo e dietro lui i baroni

francesi prigioni. Jacques de Guignes, Giraut de Forses, e La Motta. Lo

Spagnuolo, l'uomo più audace e di maggiori forze di tutto l'esercito, e

forse di tutta Europa, pareva formato apposta dalla natura pel mestiere

dell'arme, pel quale tanto meglio si poteva riuscire quanto maggiore

era la robustezza e la forza muscolare. La sua statura superava di

non poco quella de' suoi compagni, e l'affaticarsi di continuo in un

temperamento qual'era il suo, togliendo alle membra la pinguedine,

avea dato tal grossezza ad ogni muscolo, che appariva nel petto, nelle

spalle, e nell'altre parti somigliante ai colossi dell'antica scultura,

di forme atletiche e bellissime nell'istesso tempo. Il collo grosso

come quello del toro reggeva una testa piccoletta, ricciuta, coi

capelli piantati alti nella collottola, ed un volto virile e sicuro,

senz'ombra però d'arroganza. L'aspetto di Don Garcia non mancava d'una

certa grazia; e gli si leggeva in viso l'animo semplice, leale e pieno

d'onore. Avea già deposta l'armatura, ed era rimasto in giustacore

e brache di pelle strette alla carne, in guisa che ad ogni suo moto

si vedevano i muscoli sorgere e guizzare come fossero scoperti: un

mantello corto alla foggia spagnuola gettato su una spalla compiva tale

schietto vestire.

--Signori baroni--disse mettendo dentro con cavalleresca cortesia i

prigionieri--noi Spagnuoli diciamo:--_Duelos con pan son menos_[4]. La

fortuna oggi v'ha trattati male; domani forse toccherà a noi: in tanto

qui siamo amici: ceniamo, che por _Dios Santo_, credo in questo saremo

tutti d'accordo: più d'una lancia è andata in pezzi, e per oggi basta:

non ci potranno rimproverar certamente di lasciar rodere le armature

dalla ruggine. State di buon animo, e domani si ragionerà della

taglia, e vedrete che D. Garcia sa come si trattano cavalieri pari

vostri.--

Il contegno di La Motta a queste parole era quello di chi avendo la

stizza non la vuol mostrare. Valoroso, buon soldato e molto fiero

coll'arme in mano, nè d'aspetto inferiore all'esser suo, era però

superbissimo quant'uomo del mondo, e non poteva patire d'aver a ricever

cortesia da chi l'avea fatto prigione. Tuttavolta conoscendo quanta

villania sarebbe stata il mostrarsi acerbo, rispose più lietamente che

potè:

--Se la vostra mano è leggiera nel porre una taglia come nel calare

un fendente, il re cristianissimo pagherà della sua borsa se ci vuol

riavere, o vi terrò compagnia il resto de' miei giorni.

--Inigo--disse Paredes volgendosi ad un bel giovine di venticinque

anni che, aspettando la cena, avea già posto mano al pane--se vogliamo

parlare di colpi di spada, domanderemo al tuo cavallo, che sapore hanno

le stoccate di questo barone.--

Poi dirigendo il discorso a La Motta:

--M'accorgo un po' tardi che siete disarmato: eccovi la mia spada (e

scingendola, la pose al fianco del suo prigione) sarebbe gran torto

se un braccio come il vostro non trovasse un'elsa dove appoggiarsi.

Terrete Barletta per prigione sino a cambio o riscatto. La vostra

parola, Cavaliere?--

La Motta stese la destra a Paredes, che la prese e soggiunse:

--Pei vostri compagni sia lo stesso patto. Non è vero?--E ciò disse

volto a Correa e ad Azevedo, due uomini d'arme che avean fatti prigioni

i compagni di La Motta. Risposero che eran contenti, ed ambedue colla

medesima cortesia toltesi d'accanto le spade le cinsero ai baroni

francesi.

--In tavola signori--gridò in quella Veleno, ponendo in mezzo al

desco un grave catino, ove giaceva la metà dell'agnello attorniato da

cipolle e legumi, e due gran piatti alle estremità pieni d'insalata; e

l'apparire della vivanda non fu meno possente della voce dell'oste a

chiamare a sè l'affamata adunanza. Tutti con gran premura, spostando

e rimettendo le panche, in un momento furono seduti, e all'opera; e

per alcuni minuti non s'udì parola, ma solo uno strepito di piattelli,

bicchieri e posate percosse.

Solo, in capo tavola, sedeva Diego Garcia, e da' suoi lati avea fatto

porre La Motta e de Guignes. Scalcando con una gran daga, in un lampo

ebbe fatto in pezzi quell'animale, e divisolo fra i convitati. Il suo

stomaco di ferro, servito ottimamente da due file di denti bianchissimi

e forti da non temer paragone, si trovò dopo alcuni minuti racquetato

se non satollo. Non gli rimase un sol osso sul piattello, poichè nessun

mastino potea dirla seco per stritolarli e ridurli in polvere. Finita

la pietanza, empiè i bicchieri de' suoi vicini ed il suo. Com'ebbe

bevuto, e passata un poco quella prima furia di fame, s'avviarono

a poco a poco i discorsi, mescolandosi le domande, le risposte ed

i frizzi, che si raggiravano per lo più sui casi della guerra, sui

cavalli, sui colpi dati o toccati, e sui varj accidenti del giorno.

Nella parte inferiore del desco ove s'eran seduti i venti o ventitrè

Spagnuoli, lasciando per cortesia al loro capo ed ai prigioni francesi

ciò che essi chiamano la _cabecera_, ossia il sommo della tavola, si

scorgeva negli atti e nelle parole quell'amorevole fratellanza che

suol produrre il trovarsi avvolti insieme ogni giorno in grandissimi

pericoli, ove si conosce quanto pregio abbia l'esser pronti ad ajutarsi

l'un l'altro nell'occasione.

Le facce ruvide e cotte dal sole di questi uomini d'arme, che il moto,

la recente fatica ed il calor del cibo rendevano rosse ed infocate,

producevano, al chiaror dei lumi che le percoteva dall'alto, un effetto

di chiaro-scuro degno del pennello di Gherardo delle Notti.

Avvicinandosi il termine della cena, il conversare, secondo il solito,

era divenuto più generale, e le risa e il romore cresciuti in gente che

avea riportato onore e profitto dalle guerresche fatiche del giorno. La

fronte d'Inigo era la sola che più durava fatica a rasserenarsi. Stava

egli col gomito appoggiato alla tavola, e si guardava d'intorno, poco o

nulla rispondendo alle ciarle de' suoi compagni.

-Inigo--gli disse, stendendo verso di lui la mano Azevedo, che

aveva forse votato un bicchiere più del solito, ed essendo uomo

sollazzevole, mal soffriva di veder uno della brigata star sopra di

se malinconico--Inigo, si direbbe che sei innamorato, se le donne di

Barletta meritassero le occhiate di un bel giovane par tuo. Ma qui,

viva Dio, siamo al sicuro. Non vorrei che avessi lasciato il cuore in

Ispagna, o a Napoli.

--Non penso a donne, Azevedo--rispose il giovane--ma penso al buon

cavallo che quel barone m'ha quasi ammazzato seguitando a menar le mani

da pazzo, quando già vedeva di non poterci fuggire. Povero Castagno!

la sua spalla è perduta; ho paura, e non penso d'averne mai più sotto

un altro che lo valga. Ti ricordi a Taranto che cosa seppe fare questo

demonio? e quando si guazzò quel fiume... non mi ricordo il nome...

là dove fu ammazzato Quignones... che l'acqua era più alta che non si

pensava; chi arrivò il primo alla riva? E dopo tante prove e tanti

pericoli doveva finire alle mani di questo nemico di Dio!

--Non alzar tanto la voce--disse Correa--quel che è stato è stato a

buona guerra: e non si deve dar carico ai prigionieri, nè conviene che

odano questi discorsi.

--Ed io ti giuro--rispose Inigo--che vorrei essere in terra con una

buona ferita, e veder sano il mio povero Castagno: e perdonerei al

Francese se avesse rotto la spada sul capo a me, invece di pigliarla

col cavallo. All'uomo si tira: almeno chi sa tener la spada in mano

fa così; e non di qua, di là, all'impazzata. Maledetto! pareva che si

cacciasse le mosche.

--Hai ragione, perdio--gridò Segredo, vecchio soldato con baffi e

barba che mostravano aver veduto più d'una zuffa.--Quand'ero giovane

pensavo come te: vedi la mia fronte (e battendo sovr'essa leggermente

con una mano incallita dal guanto di ferro, indicava una cicatrice che

orizzontalmente gli tagliava il sopracciglio) questa me l'ha fatta

_el Rey Chico_ per amor d'un cavallo, il più bel bajo che vi fosse in

campo. Quello si chiamava cavallo! Quando fra uomini d'arme si veniva

alle spade, bastava scuotergli così un poco la briglia, e un'ombra di

sperone; che volevate vedere! S'alzava sulle zampe, e poi volate e

sparate avanti, chè a non volere uscir per gli orecchi, vi dico io,

mi toccava a stringer le cosce: quando ricadeva venivo giù insieme

col mio colpo di spada, che pareva la saetta di Dio, e in questa

maniera più d'un Moro è andato a cena con Satanas. E la _siesta_!

Dormivo fra le sue gambe all'ombra, povero _zamoreno de mi alma_, che

nemmeno ardiva cacciarsi le mosche, per non disturbarmi. All'assedio

di Cartagena dove pochi di voi si son potuti trovare, e dove cominciò

a farsi conoscere il gran Capitano,... e vi dice Segredo che era un

bel far la guerra allora: un po'meglio d'adesso: sotto gli occhi del

re Don Fernando e della regina Isabella, che era una bellezza, e di

tutta la corte, ben pagati e mantenuti noi e i cavalli, come in casa

d'un principe... ma per dir del mio cavallo, in una sortita dove _el

Rey Chico_ alla testa de' suoi combatteva come un leone (ed era un

uomo che m'arrivava al petto, ma aveva un braccio che dove toccava

lasciava il segno) quel povero animale ebbe passato il collo fuor

fuori da una zagaglia moresca, e la prima volta in vita sua cadde

sulle ginocchia. Mi gettai a terra e vidi che non c'era rimedio. Pure

speravo di ricondurlo al campo a mano, chè per tutto il mondo non avrei

voluto abbandonarlo: mi seguitava che appena poteva reggersi, e non ho

vergogna a dirlo, le lagrime calde calde mi scendevano per la gorgiera

dell'elmo, e mi bagnavano il collo: io che non sapevo che cos'era

piangere! In quella tornò addietro una furia di Mori stretta da molti

uomini di arme, e quel re era obbligato a fuggire, e veniva mugghiando

come un toro. Io preso in mezzo da questi, solo, a piedi mi vidi

morto. Tenni lontano più d'uno girando la spada; ma mi cadde sul capo

quella del re che m'aperse l'elmo e rimasi per morto un pezzo. Quando

mi riscossi e mi potetti alzar da terra, mi trovai il povero Zamoreno

steso morto accanto.--

I casi del cavallo di Segredo erano stati uditi con affetto da tutta la

tavola, ed il vecchio soldato al fine del suo racconto non avea potuto

a meno di non mostrare sul viso solcato dall'età e dai travagli, che la

memoria dell'antico compagno gli durava molto viva nel cuore. Qui ebbe

vergogna di farlo troppo scorgere, e si versò da bere per distrarre gli

sguardi che ancora lo fissavano.

Jacques de Guignes che, non meno degli altri prigioni, era andato

riprendendo animo a misura che s'era pieno lo stomaco, udita la storia

di Zamoreno cominciò:

--_Chez-nous_, messer cavaliere, questo non vi sarebbe accaduto tanto

facilmente (quantunque è pur troppo vero che _les bonnes coutumes de

chevalerie_ si vanno perdendo ogni giorno). Pure un uomo d'arme si

crederebbe disonorato se ad armi e a numero pari la sua spada cadesse

sul cavallo del nemico. Ma dai Mori, come tutti sanno, non si può

aspettare questa cortesia.

--Eppure--disse Inigo, rispondendo ad una proposta che non gli era

diretta--si potrebbe provare che non è usanza solamente de' Mori

l'ammazzar cavalli. Lo sanno le pianure sotto Benevento, e lo seppe il

povero Manfredi. E Carlo d'Angiò, che ne diede l'ordine, non era più

Moro di voi e di me.--

La stoccata era diritta, ed il Francese si scontorse sulla sedia.

--Questo si dice; forse sarà vero: ma _Charles d'Anjou_ combatteva per

un reame, e poi aveva a fare con uno scomunicato nemico della Chiesa.

--Ed egli non lo era della roba altrui?--interruppe Inigo con un

sorriso amaro.

--Credo che saprete--prese la parola La Motta--che il reame di Napoli

è feudo della S. Sede, e che _Charles_ n'ebbe l'investitura: e poi il

diritto d'una buona spada vale qualche cosa.

--E poi, e poi... Diciamo la cosa com'è--riprese Inigo--le barbute

tedesche di Manfredi, ed i mille cavalieri italiani che guidati dal

conte Giordano combattevan contra i Francesi s'erano mostrati tali

dal principio della battaglia, che Carlo d'Angiò non istimò inutile,

volendosi far re di Napoli, di ricorrere a questo espediente a malgrado

_les bonnes coutumes de chevalerie_, in vigore a quei tempi.

--Vi concederò se volete--rispose La Motta--che i Tedeschi valgano

qualche cosa sotto la corazza, ed avranno forse potuto far testa

qualche momento alla gendarmeria francese, nella giornata di Benevento;

ma quanto ai vostri mille Italiani, veramente! Se erano dugento anni

fa, quel che sono al dì d'oggi, non faceva bisogno che per metterli

in rotta i Francesi perdessero il tempo a storpiare i loro poveri

cavalli. Da cinque anni che scorro l'Italia, ho imparato a conoscerli,

ho seguitato il re Carlo nella compagnia del prode _Louis d'Ars_, e

v'assicuro che le frodi degl'Italiani ci hanno dato a fare più delle

loro spade. La sola guerra che essi conoscano è la sola che ignori la

lealtà francese.--

Queste gonfie parole poco piacquero a tutti, e niente affatto ad Inigo,

che aveva coltura ed ingegno più che mediocre: era amico di molti

Italiani militanti sotto le bandiere di Spagna, e conosceva com'erano

andate le cose nella calata di Carlo in Italia. Sapeva, per dirne

una, che, a malgrado la lealtà francese, ai Fiorentini non era stato

tenuto l'accordo, ed erasi loro fatta ribellar Pisa; nè le fortezze

che l'imprudenza di Pietro de' Medici avea poste in mano loro, erano,

secondo la fede data, state restituite al tempo stabilito. Tutto ciò

corse al pensiero d'Inigo, e le parole di La Motta gli movevan la

stizza, mal sofferendo che i poveri Italiani, traditi e malmenati dai

Francesi, fossero da questi medesimi trattati da traditori e coperti di

vituperj. Stava perciò in procinto di dirgli il fatto suo; ma quegli

accorgendosi che le sue parole non erano favorevolmente accolte,

aggiunse:

--Voi venite di Spagna da poco tempo, signori, e non sapete ancora che

razza di canaglia sieno gl'Italiani; voi non avete avuto a far nè col

duca Lodovico, nè col papa, nè col Valentino, che prima ci ricevevano

a braccia aperte, e poi cercavano di piantarci il pugnale nelle reni.

Ma a Fornovo si sono accorti che cosa può fare un pugno di brava gente

contra un nuvolo di traditori: ed il Moro il primo è stato preso nelle

sue reti. Scellerato! se non avesse altro delitto che quello della

morte di suo nipote, non basterebbe forse questo solo a farlo il più

infame degli assassini?

--Ma--disse Correa--suo nipote era infermiccio e di poco senno, e si

vuole sia morto naturalmente.

--Naturalmente, come tutti coloro ai quali vien dato un veleno. De

Forses e De Guignes lo sanno, che erano anch'essi alloggiati come me

nel castello di Pavia. Il re andò a visitare la povera famiglia di

Galeazzo (e tutto questo lo tengo dalla bocca di Filippo de Comines

al quale fu raccontato dal re stesso). Il Moro lo condusse per certi

passaggi oscuri, in due camere basse ed umide che guardavano le fosse

del castello; trovò il duca di Milano colla moglie Isabella ed i figli.

Questa si gettò ai piedi del re pregandolo per suo padre, ed avrebbe

voluto pregarlo anche per sè e pel marito, ma quel traditore del Moro

era presente: il povero Galeazzo pallido ed estenuato poco disse, e

pareva sbalordito dall'enormità della sua disgrazia: già aveva nelle

vene il veleno che lo ammazzò... E Cesare Borgia, per dirne un altro:

dove trovate una coppia come questa? Abbiamo viste di lui cose che se

si raccontano non son credute. Poi, già molte delle sue imprese sono

conosciute quanto basta. Tutto il mondo sa che ha ammazzato il fratello

per averne gli onori e la roba; tutto il mondo sa come ha fatto per

diventar padrone della Romagna; tutto il mondo sa che ha ucciso il

cognato, avvelenato cardinali, vescovi e tanti altri che gli davano

ombra.--

Volgendosi poi ai suoi compagni francesi col viso di chi ricorda un

fatto noto e degno di compassione:--E la povera Ginevra di Monreale?

La più bella, la più virtuosa, la più amabile donna ch'io m'abbia mai

conosciuta! Questi miei amici se ne ricordano: fu da noi veduta al

nostro passaggio in Roma del 92. Ma la sua mala sorte la fece anche

conoscere al duca Valentino allora cardinale: era costei divenuta

moglie di un nostro soldato ch'ella aveva sposato più per ubbidienza

a suo padre che per altro. Fu presa da un male che nessuno seppe

conoscere; si provarono tutti i rimedii; tutto fu inutile: dovette

morire. Ma un accidente singolare mi fece scoprire un segreto

d'inferno, che pochi hanno saputo. La sua malattia non era stata altro

che un veleno datole dal Valentino per punirla della sua onestà. Povera

infelice! Non son cose queste da chiamare i fulmini dal cielo?--

Qui il Francese si fermò pensando, e pareva cercasse ricordarsi qualche

circostanza che il tempo gli avesse annebbiata nella memoria.

--Ma sì, non m'inganno: oggi fra i vostri uomini d'arme, nel venire

a Barletta, ne ho veduto uno del quale per verità non mi sovviene il

nome, ma che mi ricordo benissimo d'avere incontrato più volte per Roma

in quel tempo; ed ha una statura ed un viso che non si dimenticano

facilmente: si diceva da tutti fosse l'amante nascosto della Ginevra,

e dopo la morte di lei sparì, nè mai più si seppe nulla de' fatti suoi

(_Mais oui, je suis sûr que c'est le même_, disse volto ai compagni).

Ad un miglio della città quando ci siamo fermati alla fontana per

aspettare i fanti, quel giovane pallido, coi capelli castagni, e non

penso d'aver mai veduto un viso d'uomo più bello nè più malinconico del

suo... sì, sì, è lui sicuramente; ma il nome non me lo domandate.--

Gli Spagnuoli si guardavano in viso studiando di chi volesse parlare.

--Era Italiano?--domandò uno.

--Sì; Italiano. È vero che non ha aperto bocca; ma un compagno che era

sceso da cavallo, e gli porgeva da bere, gli parlò italiano.

--E le sue armi?

--Mi pare avesse una corazza liscia con una cotta di maglia; e, se non

isbaglio, una penna ed una sciarpa azzurra.--

Inigo il primo gridò:--Ettore Fieramosca.

--Fieramosca appunto--rispose La Motta--ora mi ricordo, Fieramosca.

Ebbene, questo Fieramosca era innamorato di Ginevra (almeno così si

diceva), e molti non vedendolo più comparir dopo la morte di lei

credevano si fosse ucciso.--

A queste parole sorridendo gli Spagnuoli dicevan fra loro non esser

oramai da stupirsi se sempre era malinconico, e se menava una vita

tanto da sè, e diversa da quella de' giovani pari suoi. Tutti però

d'accordo lodavano la sua buona natura, il suo valore, la sua cortesia;

dal che si poteva conoscere quanto fosse amato e tenuto in pregio

da tutto l'esercito. Inigo poi, sopra tutti, che gli era amico, e

come ogni animo non volgare ammirando senza gelosia le belle doti

del guerriero italiano, quanto lo conosceva da più di sè, tanto

maggiormente lo amava, prese la parola in sua lode, con tutto il caldo

che può aver l'amicizia in un cuore spagnuolo.

--A voi piace il suo viso, ed a chi non piacerebbe? ma cos'è per un

uomo la bellezza? Se conosceste l'anima di quel giovane! la nobiltà, la

grandezza di quel cuore! ciò che egli ha osato coll'armi in mano con

quell'arrischiato valore che nei più va unito ad una certa ebbrezza, ma

in lui all'opposto fra i maggiori pericoli è sempre congiunto a freddo

consiglio!... In vita mia ne ho conosciuti dei bravi giovani, e alla

corte di Spagna e in Francia; ma vi dico da uomo d'onore, un insieme

come quell'Italiano, che, perdio, riunisce tutto, non l'ho trovato, e

non penso di trovarlo più.--

Il favore che il Fieramosca godeva nell'esercito fece sì che ognuno

volle dir la sua, mostrando premura per questi suoi casi, nè il vecchio

Segredo si mostrò duro più degli altri, e disse:

--Quantunque non abbia avuto mai tempo da perder con donne, e non abbia

mai capito come un petto coperto di maglia possa tormentarsi per loro,

non ostante quel bravo giovane, a vederlo sempre tristo, con quel

viso sbattuto, mi muove un certo sentimento, che nemmeno io posso ben

capire, e _por Dios santo_, darei il migliore de' miei cavalli (purchè

non fosse il Pardo) per vederlo una volta far un pajo di risate di

cuore.

--Lo dicevo io che era mal d'amore!--disse Azevedo.--Quando si vede

un giovane pallido, di poche parole, che cerca la solitudine, non si

sbaglia, è affare di gonnella. È vero però (disse sorridendo) che alle

volte un pajo di partite alla zecchinetta che vadano a rovescio, vi

metton l'amaro in bocca e vi fanno diventar pallido e malinconico per

dieci gonnelle;... ma non importa: è un'altra cosa, e poi dura meno. E

quanto a Fieramosca non c'è questo pericolo; non l'ho mai veduto con

le carte in mano... Ora capisco il motivo de' suoi viaggi notturni.

Sapete che le mie finestre guardano il molo. Più d'una volta l'ho visto

sul tardi entrare in un battello solo, allontanarsi e girare dietro

il castello. Buon viaggio, dicevo io mettendomi a letto, ognuno ha i

suoi gusti: e pensavo che cercasse fortune d'amore; ma non mi sarei mai

sognato si cacciasse in mare per piangere chi sta all'altro mondo. Pare

impossibile; un soldato par suo lasciarsi vincere da questa pazzia!

--Ciò mostra--rispose Inigo con calore--che un cuore buono ed amorevole

può star nel petto d'un uomo ardito in faccia al nemico; e, viva Dio!

che in questo s'ha a render giustizia a Fieramosca, come a tutti

gl'Italiani che i fratelli Colonna hanno sotto la loro bandiera:

nessuno di quanti portano una spada accanto ed una lancia in pugno, può

vantarsi di portarla più degnamente o d'esser da più di loro.--

A questa lode espressa col fuoco d'un animo schietto ed amante del

vero, gli Spagnuoli diedero coi cenni e colle parole un'approvazione

che non potevano negare essendo giornalmente testimoni del valore

degli uomini d'arme Italiani. Ma i tre prigionieri caldi dalle parole

e dal vino, e La Motta più degli altri, avendola con Inigo, che sempre

durante la cena lo era andato pungendo, non potè mancare alla sua

superba natura di stimar tutti nulla in paragone suo e de' suoi; onde

alle parole dello Spagnuolo rispose con un riso studiato ed un guardo

di compassione che fece montar la stizza fino ai capelli al giovine, e

gli s'accrebbe la metà quando La Motta seguì dicendo:

--Quanto a questo, messer cavaliere, nè io nè i miei compagni non siamo

del vostro avviso. Da molt'anni facciamo la guerra in Italia; e, come

già v'ho detto, abbiamo molto più veduto adoprar pugnali e veleni che

lance e spade, e vi prego di crederlo; un gendarme francese (e fece un

viso grosso) si vergognerebbe d'aver per ragazzi di stalla uomini che

non valessero meglio di questi poltroni d'Italiani: giudicate se si può

immaginare di paragonarli con noi.

--Sentite, cavaliere, ed aprite bene gli orecchi--rispose Inigo che

non potè più reggere alla passione di sentir costui dir tanta villania

de' suoi amici, e non gli parve vero di sfogarsi contra chi gli avea

storpiato il suo cavallo--se qualcuno de' nostri Italiani fosse qui, e

Fieramosca il primo, e voi foste libero, come siete prigione di Diego

Garcia, potreste imparare, prima d'andar a letto, che un uomo d'arme

francese può aver a fare a due mani per difender la sua pelle contra un

Italiano; ma poichè voi siete prigione, e qui non sono che Spagnuoli,

io che sono amico di Fieramosca e degl'Italiani, dico in loro nome, che

voi e chiunque dirà aver essi timore coll'armi in mano di chicchessia,

ed esser, come dite, poltroni e traditori, mente per la gola, e son

pronti a starne al paragone con tutto il mondo, a piedi, a cavallo,

con tutte l'armi o con la sola spada, dove, e quando, e sempre che vi

piacerà.--

La Motta ed i compagni, i quali al cominciar di quelle parole s'erano

rivolti con atto superbo verso chi le diceva, mutandosi gradatamente in

volto, fra l'adirato e l'attonito, ne stavano attendendo la fine. Come

accade in una brigata, allorchè in mezzo allo schiamazzo e alle risa,

si sente sorger una voce e dir parole di ferro e di sangue, che ognuno

tace e si volge sospeso a chiarire il fatto, cessato il bisbiglio, ogni

Spagnuolo stette ad orecchie tese, aspettando che cosa potesse nascere

da questa prima rottura.

--Siamo prigioni--rispose La Motta con orgogliosa modestia--e non

potremmo accettare disfide; però, coll'approvazione degli uomini d'arme

che hanno avute le nostre spade, e che, ben inteso, avranno da noi un

giusto riscatto, a nome mio, de' miei compagni e di tutta la gente

d'arme francese, rispondo e ripeto quello che ho già detto una volta, e

che dirò sempre, gl'Italiani valer solo ad ordir tradimenti e non alla

guerra, ed esser la più trista gente d'arme che abbia mai tenuto piede

in istaffa e vestita corazza. E chi dice che io abbia mentito, mente, e

glielo manterrò coll'armi in mano.--

Poi cercatosi in petto ne trasse una croce d'oro, e dopo averla

baciata la depose sulla tavola.--E possa io non avere speranza in

questo segno della nostra salute quando sarà la mia ultim'ora, esser

tenuto cavalier disleale, ed indegno di calzar speroni d'oro, se non

rispondo io ed i miei compagni alla disfida che gl'Italiani mi mandano

per bocca vostra, e colla grazia di Dio, di nostra Signora e di san

Dionigi, che ajuteranno la nostra ragione, mostreremo a tutto il mondo

qual differenza vi sia fra la gente d'arme francese e questa canaglia

italiana che voi proteggete.

--E sia col nome di Dio--rispose Inigo: quindi esso pure apertosi

davanti il giubbone si trasse dal collo un'immagine della Madonna di

Monserrato, colla quale si fece il segno di croce e la depose vicino

alla croce d'oro di La Motta: e quantunque provasse un leggier senso

d'umiliazione di non potere per la sua povertà offrire un pegno di

battaglia di valore eguale a quello di La Motta, pure scossa quella

vergogna, disse francamente:

--Ecco il mio pegno. Diego Garcia li prenda ambedue in nome di

Consalvo, che non ricuserà campo franco ai nostri nobili amici, nè ai

cavalieri francesi che verranno a combatterli.

--Non per certo--rispose Garcia, prendendo i pegni della

sfida--Consalvo non impedirà mai questa brava gente di misurarsi le

spade e fare il dovere di buoni cavalieri. Ma voi, messer barone

(parlando a La Motta) avrete sotto i denti un osso da rodere più duro

che non pensate.

--_C'est notre affaire_--rispose il Francese scuotendo il capo e

sorridendo.--Nè io nè i miei compagni terremo per il più pericoloso e

per il più splendido fatto della nostra vita, quello nel quale potremo

mostrare a questo bravo Spagnuolo il suo errore, facendo votar la sella

a quattro Italiani.--

Diego Garcia, che non si sentiva veramente vivo se non quando stava o

nel calor d'una mischia o parlando di menar le mani, non capiva in sè

dall'allegrezza nel sentir questi preliminari d'una sfida, che sarebbe

senza dubbio stata combattuta e contrastata con tutto l'accanimento

che può inspirare l'onor nazionale; ed alzando il capo e la voce,

e battendo insieme due mani che sarebbero state bene al braccio di

Sansone, gridò:

--Le vostre parole, cavalieri, sono degne d'uomini d'onore, e di

soldati pari vostri, e son sicuro che i fatti non saranno inferiori.

Vivano sempre i bravi di tutte le nazioni! Ed in così dire, imitato

dagli altri, alzò il bicchiere, e tutti con grande allegrezza lo

votarono più d'una volta in onore de' futuri vincitori. Calmato un

poco il romore, Inigo soggiunse:

--L'ingiuria che voi fate al valore italiano, messer cavaliere, non è

cosa che i miei amici vorranno passar così di leggieri, nè terminar

col rompere d'una lancia, come se si trattasse di aver il pregio d'una

giostra. Non parlo per ora del numero de' combattenti: questo si

fisserà d'accordo fra le due parti; ma qualunque sia per essere, offro

a voi ed ai vostri battaglia a tutte armi ed a tutto sangue, finchè

ogni uomo sia morto, o preso, o costretto ad uscir del campo. Accettate

voi questi patti?

--Gli accetto.--

Fermato così l'accordo, nè rimanendo per allora altro da aggiungere,

le fatiche del giorno e l'ora tarda consigliarono ad ognuno il

riposo. La brigata si alzò da tavola di comune consenso; ed uscita

dall'osteria, s'andò sciogliendo a mano a mano, riducendosi ciascuno

al proprio alloggiamento. I baroni francesi furono onorevolmente

trattati, ed ebbero stanza dagli uomini d'arme che gli avean fatti

prigioni. Crediamo di poter asserire, che malgrado le bravate colle

quali aveano mostrato tener gli Italiani in sì poco conto, un intimo

senso, ed in molti l'esperienza gli avvertiva, che a voler uscir ad

onore da quest'impegno, bisognavano però più fatti che parole. Inigo

anch'egli, benchè fosse più che certo del valore de' suoi amici, e

che per la gloria delle armi italiane sarebbero venuti a paragone

con tutto il mondo, riflettendo che gli avversarj erano pur gente

da guerra di grandissimo conto, e le migliori spade dell'esercito

francese, non poteva non istare in pensiero del fine che avrebbe avuta

quest'importante faccenda. Infatti La Motta ed i suoi compagni erano

uomini da star a fronte di chicchessia. Le loro prodezze nell'armi

erano conosciute da tutte le soldatesche d'allora; e nelle squadre

francesi v'erano moltissimi altri non inferiori nè in coraggio nè

in perizia, ed il famoso Bajardo, per dirne uno, bastava solo ad

aggiungere gran peso nella bilancia.

A malgrado di queste riflessioni l'altero Spagnuolo non si pentì un

momento d'averla presa per gl'Italiani, e pensò che avrebbe troppo

mancato sopportando che l'insolente prigione dicesse tanti vituperj

di coloro che non li meritando erano poi suoi amici ed assenti: e

come, disse fra sè, potrebbe esser vinto chi combatte per l'onor della

patria? Così rinfrancato l'animo, si dispose la mattina seguente a

conferire di ciò con Fieramosca, ed usare ogni cura onde la cosa

riuscisse ad onore della parte che avea tolto a proteggere; e pieno di

questi onorati pensieri, stette, senza molto dormire, aspettando l'ora

di metter mano all'impresa.

Ettore Fieramosca: ossia, La disfida di Barletta · 第 12 / 46 题