«L'Apollinea Fiera»
(RICORDI DI CARDUCCI)
Carducci mi disse:
--Vuoi parlare colla Regina?
--Sì, caro Orco,--diss'io, molto contenta.
--Allora, aspetta qui. Vado a dirglielo.
E Carducci si avviò per la salita ripida e verde sopra a Gressoney la
Trinité, verso un gruppo di ufficiali, brillanti nel sole in cima
all'altura.
In mezzo a loro un fluttuante velo cerulo, un bagliore di chiome
dorate: era Margherita che passava in rivista le sue truppe alpine.
Vestiva il pittoresco costume Gressonese: breve gonna scarlatta e
corsetto di velluto nero; intorno al capo un gran velo celeste.
--Un momento! un momento!--Corsi dietro a Carducci che si fermò.--E
alla Regina che cosa dovrò dire?
--Non tocca a te dire; sarà lei che ti parlerà. E tu, bada di
rispondere assennata e di non farmi sfigurare.
Carducci riprese la via; ma fatti pochi passi si fermò di nuovo e si
volse a me.--Spero che frattanto non andrai a vagabondare pei boschi
secondo il tuo solito,--ammonì severo.--Hai capito? Stai lì, fin che
ti chiamo.
--Starò qui,--diss'io. E rimasi ferma, col cuore un poco agitato;
mentre vedevo allontanarsi la breve, poderosa figura col suo bastone
ferrato e il gran cappello di feltro grigio alla Buffalo Bill.
Subitamente un pànico mi colse. Più lo vedevo avvicinarsi al
risplendente gruppo in cima al colle e più cresceva la mia
trepidazione. Pareva che la salita la facessi io; mi mancava il
respiro e mi batteva rapidissimo il cuore. Laggiù a sinistra la
foresta d'abeti oscura e silenziosa m'invitava alla fuga.
Allora ricordai la poesia inglese «Casabianca», che narra del mozzo
sul bastimento incendiato a cui il padre dice: «Rimani qui finch'io
torno».
«The boy stood on the burning deck
Whence all but he had fled....»
Invano i marinai dalla scialuppa gli gridano: «Vieni! Salvati!» Al
fanciullo fu detto: «Rimani»; ed egli non si muove.--Il padre non
torna perchè le fiamme l'hanno divorato. Ed egli non si muove e le
fiamme divorano anche lui.
Avevo sempre di queste immaginazioni epico-romantiche nella mente; mi
figuravo di essere l'eroina di grandiose ineffabili avventure anche
nelle circostanze più semplici e negli avvenimenti più comuni della
vita.
Questo certo non era un avvenimento comune. Parlare con una regina!
Parlare con _quella_ regina, che pareva uscita fuori--per un istante
solo, in punta de' piedi!--da un meraviglioso racconto delle fate, nel
fluttuante velo celeste, sullo sfondo abbagliante delle Alpi nevose e
del cielo....
Vidi il gruppo dividersi per lasciare il passo al poeta. Poi si
richiuse ondeggiando intorno alle due figure centrali.
Quasi subito il gruppo nuovamente si aperse; una figura si staccò
dalle altre e scese verso di me. Non era Carducci. Era un
ufficiale--un colonnello di artiglieria--risplendente e magnifico. E a
me, cui sempre danzavano nella testa i versi, balzò subito in mente la
canzone puerile e deliziosa di Giovanni Rizzi che avevo imparato non
molto tempo prima, a scuola.
«C'era una volta un cavalier cortese
Colto, leale e pieno di valor,
Combattuto egli avea pel suo paese
Ed era detto il Colonnello d'or!
Chè d'or gli sproni avea, d'oro il caschetto
E, sopra tutto, il cor.»
Il Colonnello d'or si fermò davanti a me, presentandosi in un fiero e
cavalleresco saluto.
--Allason,--disse.
Io risposi inclinando il capo.
--Sua Maestà m'incarica di condurla presso di lei.
--Grazie,--mormorai tremante; e al suo fianco ascesi il verde e ripido
pendìo.
. . . . . . .
O Colonnello d'or!... Ti ho riveduto poco tempo fa per la prima volta
dopo quel giorno; non eri più Colonnello; in grige chiome portavi la
divisa di Tenente Generale.
Accanto a te le tue due figlie sorridevano.
Col fiero e cavalleresco saluto militare, ti ripresentasti a
me:--Allason.--E subito mi riparlasti di quel lontano giorno
radioso....--Gressoney.... la Regina.... si ricorda?...
Sì, sì; ricordavo.
Ed ecco che ieri ti ho riveduto ancora. Ieri! Eri steso, fermo e
immoto, sul tuo letto. E non salutavi più nessuno. Se anche la tua
Regina, che tanto amavi, fosse entrata nella tua camera, tu non ti
saresti alzato, non ti saresti mosso per renderle omaggio o per
offrirle uno solo di tutti quei fiori che ti circondavano in fasci
profumati.
Accanto a te le tue due figlie piangevano.
Ma! oh miracolo! tu, uscendo dal tempo, ne avevi trionfato. I grigi
pesanti anni tra quel lontano giorno luminoso ed oggi erano svaniti,
erano caduti da te come un logoro mantello da trincea, e tu uscivi
fuori nella morte, bello e baldo nella superba divisa, colle medaglie
sul petto e la sciabola vicina alla mano.... Guardandoti, mi balzarono
ancora nella mente i vecchi versi da tanti anni scordati:
«C'era una volta un cavalier cortese
Colto, leale e pieno di valor....»
. . . . . . .
«Nell'adamàntina luce del serto» la Regina mi aspettava. Accanto a lei
ritto e immobile stava Carducci; mi pareva di scorgere nel suo sguardo
rivolto a me una certa trepidanza e preoccupazione. Anche gli
ufficiali in cerchio guardavano tacendo.
Il mio spavento crebbe. (Oh silenziosa selva di abeti!).
Ma la sovrana mi tendeva sorridendo la mano e davanti a quel sorriso
la mia timidezza svanì. Mi parlò. Subito mi parve d'essere sola al
mondo con lei. Virtù veramente regale, ella dava, parlando,
l'impressione che tutto di me le fosse noto e che nulla all'infuori di
me la interessasse.
.... Quel meriggio alla table-d'hôte del Miravalle (io sedevo tra
Carducci e Piero Giacosa) si parlò molto della regale udienza. Cioè io
parlai poco e Carducci non parlò affatto. (Già, egli era «d'indole
orsina» e amava di tacere quando non aveva nulla d'importante a dire).
Ma Piero Giacosa raccontava molte cose; e, passando dagli eventi del
mattino ad apprezzamenti generali sull'augusta dama, osservò:
--Sì; Margherita è veramente regale. Ma è anche.... veramente donna.
--Perchè? Come mai?--chiesero le molte signore presenti.
Il professor Piero si volse a me.
--Quando per la prima volta le parlai di voi e delle vostre poesie,
Sua Maestà m'interruppe subito colla domanda tutta femminile: «Ma....
è bella?»
In coro io colle altre signore chiedemmo:
--E che cosa rispondeste?
Confesso che attesi non senza trepidanza la risposta.
--Risposi,--e Giacosa si volse a me con un affabile sorriso:--«Bella?
È.... peggio, Maestà».
--Peggio? Perchè?--chiesero le signore.
--Peggio? Che cosa vuol dire?--chiesi io, non poco mortificata.
Giacosa mi guardò di nuovo con quel sorriso.
--Non ve ne lagnate. Era una risposta lusinghiera,--disse.
E sorrisi anch'io assai riconfortata.
--Era una risposta scorretta,--tuonò Carducci d'improvviso.--Ella non
aveva alcun diritto di fare simili apprezzamenti.
Tacemmo tutti, mortificati e compunti. Io non sapevo cosa fare del mio
sorriso. Fortuna volle che i camerieri entrassero nella sala portando
maestosamente, nel nostro silenzio, dei polli arrosto, supini in
un'insalata smeraldina.
Contemplando il piatto che il cameriere mi porgeva con benigno
sussiego, sentenziai con voce alta e melliflua:
«Del pollo il vol, e del tacchino il passo.»
E presi un'ala di pollo.
Carducci si volse di scatto con fosco cipiglio.
--Eh? Cosa? Cos'hai detto?
Io ripetei la sagace sentenza.
--È una poesia,--spiegai,--e significa che bisogna prendere l'ala del
pollo e la gamba del....
Carducci m'interruppe sdegnato:--Ma che poesia!--esclamò, crollando le
spalle con ira ed impazienza.
Qualcuno rise (probabilmente ero io!) e il temporale si dileguò.
Non fu quella l'unica volta che Carducci si adirò con Piero Giacosa, a
cui tuttavia era legato da viva amicizia. Giacosa era spiritoso e
brillante e amava gli scherzi. A Carducci gli scherzi non piacevano. O
allora dovevano essere degli scherzi assolutamente puerili e semplici.
Le parole ambigue e le frasi a doppio senso gli erano odiose e lo
incollerivano subito.
Già, egli sorrideva poco. E non rideva mai.
In quello stesso pomeriggio venne nel giardino del Miravalle il
conducente Ciocca da Pianazzo; teneva per le redini un cavallo da
sella per una delle tre signore Serra-Zanetti che abitavano l'albergo.
Ma poichè il tempo si guastava, la signora non volle uscire e il buon
Ciocca se ne tornava via col suo cavallo allorchè, uscendo
dall'albergo con Carducci per andare a pranzo alla «Cascata», io lo
vidi.
--Lascia stare quel cavallo,--mi disse subito Carducci scorgendolo da
lontano; poichè io avevo l'abitudine di accarezzare il muso ad ogni
cavallo che vedevo. Anche in città, egli s'irritava molto a vedermi
andare con mano tesa verso tutti i cavalli di «brum»; e sempre,
avvistando qualche malinconico ronzino fermo accanto al marciapiede
colla testa bassa e un ginocchio ripiegato, Carducci esclamava da
lontano:--Lascia stare quel cavallo.
Ma era impossibile lasciar stare il cavallo di Ciocca, fermo nel
giardino a portata di mano, che aveva un naso marrone, lungo e
aristocratico, un ciuffo tagliato a frangetta e una stella bianca in
mezzo alla fronte.
Poichè si andava verso Pianazzo, Ciocca mi offerse di montare ed io
con entusiasmo accettai.
Ma nè lui, nè Carducci sapevano farmi montare in sella; e stavo per
l'appunto ignominiosamente tentando di arrampicarmici coll'aiuto di
una sedia portata da un cameriere, allorchè apparve Giacosa, che
accorse e con pronta destrezza mi issò in arcione.
--Che strana sella,--osservai, quand'ebbi il piede nella staffa e le
redini incrociate all'inglese sulle dita.--Mi pare che vi sia un corno
di troppo.
Giacosa rise.--Paese che vai.... corna che trovi,--disse. E si volse a
Carducci con un sorriso.
Ma «l'Orco» aveva subito assunto la sua fisonomia dei momenti foschi.
Con occhi lampeggianti e feroci squadrava il professore.
--Come sarebbe a dire?--domandò con voce fremente.
--Sarebbe a dire niente,--rispose l'affabile Piero.
Quella serenità parve incollerire ancor più Carducci. Lo vidi
stringere le mascelle e chiudere i pugni.
--Misericordia!...--pensai,--bisogna intervenire!--E dall'alto del mio
cavallo (ricordando il successo della mattinata) sentenziai:--«Del
pollo il vol....»
Ma non essendovi alcun pollo la frase mancò totalmente il suo effetto
e la collera di Carducci non si placò.
Giacosa ebbe il cortese pensiero di allontanarsi rapidamente, ed io
cercai con furtivi calci di far impennare il cavallo di Ciocca onde
creare una diversione.
Ma il cavallo non era di quelli che s'impennano. Era un cavallo
pensieroso e circospetto che ogni momento si fermava a scacciare con
un calcio languido qualche mosca che lo disturbava.
--Aspettate, Ciocca,--dissi,--questo cavallo vuol sedersi a guardare
la vista. Preferisco scendere.
--No, no!--esclamò Ciocca, afferrando la redine e trascinando il
letargico quadrupede per la via maestra.--Stia pur su. Non abbia
paura!
Paura, io, che montavo come un fantino!...
Così, scortata da un lato da Carducci e dall'altro da Ciocca che mi
teneva le redini, proseguimmo nel sole del tramonto; e in cuor mio
pregai che nessuno c'incontrasse. Ma per fatalità tutti i villeggianti
di Gressoney, di Saint-Jean e della Trinité parevano essersi dati
convegno in quell'ora su quella strada. C'era il dottor Ry, c'era il
professor Vivante, c'era il giovane Dezza, c'erano tutte le signore e
le signorine della vallata. La mia vergogna era grande.--Se mi vede
anche la Regina, muoio,--pensai.
Ma la Regina non uscì dalla luminosa Villa Peccoz e, come il cavallo
volle, si arrivò all'Albergo della Cascata.
Umiliatissima mi lasciai scivolare dalla sella e misi piede a terra.
--Tu monti molto bene,--disse Carducci, che aveva scordato le sue
ire.--Guardandoti, pensavo alle Valchirie.
Allora, per fargli piacere quasi ogni giorno Ciocca portò all'albergo
uno dei suoi alti ed asimmetrici bucefali ed io salivo in sella e
uscivo per sentieri e praterie, mentre Carducci camminava accanto
senza parlarmi e senza guardarmi, mormorando tra sè e sè, gesticolando
un poco, pensando o componendo.
«Bionde Valchirie, a voi diletta sferzar de' cavalli,
Sovra i nembi natando, l'erte criniere al cielo....»
. . . . . . .
Sull'altipiano della Trinité una sera si fermò a guardare le
cascatelle che tutt'intorno dall'alto delle rocce scaturivano
scintillanti, incendiate dallo splendore del tramonto.
--Guarda l'oro sull'acqua,--mi disse.
Obbedii.--Non è acqua,--osservai (a Carducci dicevo tutte le
fanciullaggini che mi venivano in mente).--Lassù in alto stanno
sdraiate supine le fate, e lasciano pendere lungo le rocce i loro
capelli sciolti.
--Sarà così,--disse Carducci contemplando le cascate increspate e
rutilanti e facendosi schermo agli occhi colla mano.--Sarà
precisamente così. Lo dirò anch'io.
E difatti lo disse più tardi in una lettera a me. Quella lettera è
ristampata nelle sue Opere col titolo «Elegìa del Monte Spluga».
L'estate finì; e Carducci doveva ritornare a Bologna. Ma io volli
rimanere a vagabondare pei monti, nel freddo e nelle bufere.
Lo vedo ancora alla partenza, seduto in carrozza--e Ciocca già a
cassetta--guardarmi con quegli occhi vividi e sempre un poco
corrucciati sotto l'ombra del grande feltro.
--Addio,--mi dice, alzando il cappello e scoprendo le grige chiome.
--Addio, caro Orco.--E soggiungo:--Vi ringrazio di essere stato così
paziente e buono con me.
--Va, bene,--dice lui. E ripete--Addio.--Poi volge lo sguardo in giro
sulla spianata dove tutto è gelido e scintillante, sugli abeti già
incappucciati di bianco e sull'immensa cerchia di cime algide nel
cielo freddo. Certo, io gli appaio solinga e sperduta in tutto quel
grandioso biancheggiare, poichè d'improvviso, rivolto ai monti e al
cielo, e stendendo la mano come se volesse additarmi a loro, grida:
--Ecco la piccola Annie che se ne va tutta sola, per il mondo pieno di
neve!
Ciocca fa turbinare la frusta in un gran gesto che a Carducci piace, e
i cavalli partono al galoppo verso la valle.
Io resto sola nel mondo pieno di neve. Ma mi sembra che Carducci mi
abbia raccomandata alla cura dei giganti montani, e mi par di sentire
che essi si chiudano amici e protettori intorno a me.
Quando sotto alle nevi le capanne spariscono, piegano i pini, si
spezzano i fili telegrafici e sui «Pass» non si passa più, io, in una
slitta aperta--ritta, rigida e gelata accanto a due guide e un
pecoraio--scendo alla valle.
A Pont-Saint-Martin il proprietario dell'«Albergo Posta» mi accoglie
stupefatto, e corre a prepararmi un thè di tiglio fumante col kirsch.
Sua moglie mi sveste degli abiti irrigiditi e gelidi, e appena sono a
letto riappare con una boccia d'acqua calda in una mano e una grande
fetta di lardo nell'altra.
--Questo per i piedi e questo per lo stomaco,--dichiara risoluta.
Inorridisco.
--Ma è impossibile ch'io mangi quella roba!--dico coi denti stretti,
contemplando la fetta di grasso che le penzola bianco e lucido dalla
mano.
--Ma che mangiare!--esclama lei, ridendo; e, maternamente, me lo
applica sul petto.--Non vorrà mica morire di polmonite!
Il tiglio, il kirsch, la boccia e il lardo esplicano i loro benefici
effetti e al mattino mi sveglio gaia e affamata.
Prendo il treno per Milano, dove fa molto più freddo che a duemila
metri d'altitudine, e dove--non più difesa dai miei giganti amici--il
Naviglio mi getta al collo il suo abbraccio di grigia umidità.
Mi ammalo; ho la febbre, la tosse. Invoco il tiglio e il lardo;
invano! Il dottore mi prescrive altri rimedi.
Al mio capezzale siede una dolce amica mia e di mia madre: Emilia
Luzzatto. Sono stata a scuola coll'unica sua figlia, Evelina--rapita
dalla tisi nello sbocciare dell'adolescenza--ed ella mi adora.
--Signora Emilia.... vieni qui!... (l'abitudine mi fa rispettosa, la
malattia mi permette la familiarità). Senti.... se devo morire....
M'accorgo con un piccolo tremito che ella nè protesta nè ride, come
avrei sperato. Dice:--Ebbene?--e le lagrime le scendono dagli occhi.
--Se devo morire.... avverti....
--Chi?
Chi? Me lo domando anch'io. Papa è a Yokohama con la sposa nuova che
ancora non ho potuto imparare a chiamare mamma. I miei fratelli?
Arnaldo è a Tokio, Ferruccio a Nuova York; Anselmo a Buenos Ayres;
Louise a Kew; Eva a Petermaritzburg. La più vicina è la mia mamma....
che dorme nel piccolo cimitero protestante di Milano.
Allora dico:
--Avverti Carducci.
Ed ella lo avverte.
Carducci arriva, più fosco e accigliato che mai. Mi guarda un pezzo,
senza parlare, poi dice:
--Guarisci; e ti farò un regalo.
--Che regalo?--mormoro io.
--Vedremo,--risponde. E se ne va. Sparisce. Sparisce anche la signora
Luzzatto.... Sparisce tutto.
Non perchè io muoia; ma perchè dormo. Dormo per quattordici ore e mi
sveglio senza febbre.
--Che regalo?--dico appena apro gli occhi, a Carducci che è riapparso;
e accanto a lui sta la signora Emilia tutta ridente.
Carducci ripete:--Vedremo. Adesso pensa a guarire.
Pensai a guarire. Carducci tornò via tranquillizzato e ritornò a
trovarmi qualche mese più tardi.
Andai alla Stazione Centrale ad incontrarlo. Molta gente lo conosceva
e lo salutava. Come ero solita, gli diedi due grandi baci, uno di qua
uno di là sulle guancie, ed egli li subì col suo abituale cipiglio; io
mi appesi al suo braccio e uscimmo dalla stazione a cercare una
carrozzella.
Ma prima di salirvi Carducci a un tratto si volse a me con
severità:--Mi farai il piacere,--disse,--di non baciarmi sempre nelle
stazioni:
Io rimasi sorpresa e mortificata.
--Ma altrove non vi bacio!... Non vi bacio che quando partite e quando
arrivate,--esclamai.
Carducci crollò il capo.--Appunto. Non è necessario,--disse
seccamente.
--Ma sì che è necessario! Vi bacio quando arrivate per la gioia di
vedervi, e alla partenza per il dolore di lasciarvi.
Carducci scosse di nuovo rabbiosamente il capo, e fece il suo gesto
abituale d'impazienza battendosi un dito sul labbro per farmi tacere.
Se non era che il vetturino ci guardava credo che avrei pianto.
Salimmo in carrozza per andare al suo albergo; io ero molto
mortificata e non parlai.
--Sei guarita?--diss'egli dopo un poco.
--Sì,--mormorai.
--Ti ho promesso un regalo.
--Ma allora ero ammalata.
--Io non prometto per promettere,--disse Carducci iroso.--Ti ho
promesso un regalo e lo avrai.
--Che regalo?--feci flebilmente.
--Ho pensato che ti darei un cavallo.
Un cavallo! Io subito ebbi l'impulso di gettargli le braccia al collo,
ma memore dei suoi divieti me ne astenni. Gli afferrai la mano.
--Quando?
--Subito,--disse lui.
Subito!... Mi sentii mancare.
--E dove si compera un cavallo?
--Non lo so,--disse Carducci.--Domanderemo al cameriere del Savini.
Tanto, bisogna far colazione.
Fermò la carrozza all'Albergo Àncora dove sempre alloggiava e vi
lasciò le valigie; indi proseguimmo fino alla Galleria.
Al Savini il cameriere, il maître d'Hôtel e il direttore ci dissero
che i cavalli si comperavano al Tattersall. Anzi, mandarono subito ad
avvisare il proprietario, cavalier Rossi, che ci saremmo andati.
A tavola mi colse un dubbio.
--Ma siete abbastanza ricco, caro Orco, per comprar cavalli. Avete
denari che bastino?
--Sì. Ne ho molti,--disse Carducci.--Ho venduto ieri un libro a
Zanichelli.
--Che libro?
--Non importa. Tanto tu non lo leggi. È una nuova edizione d'antiche
cose; e lo Zanichelli me lo ha pagato moltissimo.--Carducci pose la
mano sulla tasca della giacca.--Me lo ha pagato tremila lire.
--Tremila lire!--Io rimasi sbalordita davanti ad una simile
cifra.--Tremila lire!...
Passata la prima meraviglia, osservai:--Dunque, in fondo.... conviene
anche molto, di essere poeti.
Carducci sorrise.--Sì, sì. Conviene. E adesso taci un po'.
Ma io non potevo tacere, e dopo un istante ricominciai.
--Forse non vi dispiacerebbe se parlassimo un poco.... del colore e
della forma....
--«_Del Colore e della Forma?_»--fece Carducci aggrottando le
ciglia.--Non conosco. Di chi è? Sarà qualche pedanteria.
--Di chi è?... che cosa?
--Questo libro che tu dici.
--Ma no! ma no! Del colore e della forma del cavallo!
--Già,--brontolò Carducci, crollando le spalle,--mi pareva
impossibile.... Basta. Adesso lasciami mangiare in pace.
Sulla forma convenne con me: il cavallo doveva essere grande. Grande e
grosso, dicevo io; grande e magro, diceva lui. Ma sugli altri
particolari non fummo d'accordo. Io lo volevo bianco colla coda mozza.
Carducci lo voleva nero colla coda lunga.
--Ma, caro Orco....
--Basta;--fece Carducci,--ti ho detto di lasciarmi mangiare in pace.
Ma Carducci non doveva mangiare in pace. Un professore di filosofia,
che faceva colazione a un'altra tavola, lo scorse e venne a parlargli.
Dopo che ebbero discusso varie cose io riparlai del cavallo; e il
professore si offrì di venire con noi al Tattersall.
A me parve provvidenziale. Un professore! Ci aiuterebbe nella scelta.
Tanto più che se ne intendeva, avendo un fratello capitano di
cavalleria.
Al Tattersall il direttore ci accolse con agitata e premurosa
affabilità. Era circondato da molti uomini--maestri d'equitazione,
palafrenieri, garzoni di stalla, che in cerchio ci contemplavano.
Allora davanti a noi passarono i cavalli: passarono cavalli grigi e
morelli, cavalli bai, cavalli sauri, cavalli pomellati; passarono al
passo, al trotto, al galoppo destro, al galoppo sinistro, in appoggio
e caracollo.
Carducci ed io li fissavamo incerti. Ad ogni nuovo cavallo che
appariva io dicevo:--Voglio questo!
Specialmente mi colpì un magnifico baio con due belle calze bianche
sulle gambe posteriori.
Ma il professore di filosofia con cipiglio da conoscitore sentenziò:
--«Balzano da due vale quanto un bue».
E questo mi raffreddò.
Indi ne apparve uno tutto bianco, colla coda lunga e la criniera
increspata come se gli avessero fatto _l'ondulation Marcel_.
--Questo!--esclamammo in coro tutti e tre; ma il cavalier Rossi si
affrettò a spiegarci che il puledro--un arabo puro sangue--apparteneva
alla cavallerizza di un Circo Equestre Americano; e lo fece ricondurre
via.
Ma ecco comparire un altro stallone, un morello altissimo, quasi
gigantesco: breve coda irrequieta, orecchie mobili, nervose; occhi
lampeggianti in cui balena nell'angolo il bianco iniettato di caffè.
Entrò con passo danzante, alzando i piedi come se la terra gli facesse
schifo. Era tutto nero, eccetto due calzerotti bianchi alle gambe
posteriori e uno alla gamba anteriore.
--È magnifico!--esclamai.
Il professore al mio fianco citò:--«Balzano da tre, cavallo da re!».
--È questo, è questo ch'io voglio,--dissi con fervore a Carducci; e
anche lui guardava assai ammirato la formidabile bestia.
--Pare il cavallo dell'Apocalisse,--disse il professore.
Il cavalier Rossi vedendo il mio entusiasmo mi chiese se volevo
provarlo.
Mi prestarono una amazzone, e hop! eccomi in sella, così in alto che
mi sembrava d'essere in cima a una torre.
Feci dapprima a passo il giro del maneggio: veramente non era a passo,
ma sempre a quel trottigno saltellante e caracollante; mi pareva che
facessimo, il cavallo ed io, come nella _Mignon_, la «danza delle
uova». Poi partimmo al trotto, un trotto molto alto, un po' duro, che
a scosse e sbalzi mi fece cadere il cappello e spuntare la treccia;
indi dal piccolo galoppo ci lanciammo al galoppo allungato; e lì
veramente sentii il cavallo perfetto sotto di me. Pareva alato!
Facemmo alt; e mentre io, ancora in sella, mi riappuntavo le treccie,
Carducci si avvicinò ad accarezzare il collo lucente del morello.
Anche il Professore si avvicinò, ma guardingo.
--Vedono che mantello?--diceva il direttore,--vedono questa rete
magnifica di vene?...
Difatti sul collo e sulla spalla del morello fremente si disegnava
tutto un intrico di delicate venature pulsanti. Il professore le
esaminò con diffidenza.
--Che non sia un principio d'arteriosclerosi!--mormorò.
Scesi di sella, e dietro richiesta del direttore, provai vari altri
cavalli. Ma tutti mi parvero meno interessanti della grande bestia
nera. Allora mentre quattro o cinque dei cavalli venivano condotti a
passo in giro alla pista, Carducci in mezzo al silenzio domandò:
--Quale di quei cavalli non costa più di tremila lire?
Per un momento tutti tacquero. Poi il direttore si passò due o tre
volte la mano sui baffi prima di rispondere. Fu per me un momento di
grande ansia. Finalmente con gesto regale stese la mano.
--Quello lì.
Era il cavallo dell'Apocalisse--era il balzano da tre!
--Glielo lascerò per duemila settecento lire,--disse il magnanimo
cavaliere.
Carducci mise subito la mano al portafogli; ma il direttore con un
gesto lo fermò e lo invitò ad entrare nel suo ufficio. Insieme si
allontanarono.
Io mi volsi tutta agitata a uno stalliere che stava vicino.--Come si
chiama?--domandai.
--Francesco Impallomèni,--rispose quello.
--.... Ah sì?
Per non offenderlo attesi qualche minuto prima di spiegarmi
meglio.--E.... il cavallo che nome ha?
--Il morello? Si chiama Rebecca.
--Rebecca! Che orrore! Perchè Rebecca?
Lo stalliere cacciò in fuori il mento e abbassò gli angoli della bocca
fino a parere una rana.
--Mah!... Lo sa Lei?
--Rebecca?--ripetei desolata, volgendomi al professore.
--Sarà forse Babieca,--disse l'erudito.--Babieca è il nome del celebre
cavallo del «Cid el Campeador».
--Non mi piace affatto quel nome,--diss'io; e siccome Carducci
ricompariva (a fianco del cavaliere, tutto sorrisi) io dissi subito
che volevo cambiar nome al mio cavallo.
---E che nome vuoi dargli?
--Voglio chiamarlo: «O Sauro Destrier della Canzone».
--È troppo lungo--disse Carducci.--E poi non è sauro.
Il professore suggerì molti nomi classici: Pegaso.... Chirone....
Bellerofonte.... e vidi che Carducci si stancava e s'impazientiva.
Allora tagliai corto.
--Che ne direste, caro Orco, se gli dessimo il vostro nome? Mi pare
che nello sguardo.... e forse nel carattere.... assomigli un poco a
voi. Potremmo chiamarlo «Giosuè Cavallo», per distinguerlo da «Giosuè
Poeta».
Carducci tornò di buon umore.--Sta bene,--disse.--E adesso basta. Io
devo trovarmi alle quattro col marchese Visconti Venosta a visitare il
Castello Sforzesco.
E con un breve gesto di saluto se ne andò.
Il professore mi salutò anch'esso frettolosamente, e lo seguì.
E io?... E il cavallo?... Dove l'avrei portato? Che cosa ne avrei
fatto? Ero ospite in casa della mia cara amica, signora Luzzatto, che
abitava un piccolo appartamento in via Borgo Spesso. Mi vedevo, io,
arrivare alla sua porta con quel cavallo!... Spiegai al cavalier Rossi
la situazione, ed egli fu gentilissimo; si offrì di tenerlo al
Tattersall finch'io non avessi trovato una scuderia conveniente. Avrei
semplicemente pagato la pensione. Un'inezia! Dodici lire al giorno.
Dodici lire al giorno! Una specie di formicolìo mi percorse,
fermandosi soprattutto nelle mie ginocchia.... Dodici lire al giorno!
Mio padre mi mandava un assegno di duecento lire al mese; e ogni
qualvolta passavo un mese in villeggiatura o all'albergo, per tre mesi
non avevo più nulla. Allora andavo a rinchiudermi in campagna in casa
di mio fratello dottore; oppure, come ora, mi rifugiavo dalla signora
Luzzatto e stavo un po' di tempo con lei.
Corsi subito in via Borgo Spesso. Arrivai pallida e stravolta.
--Che cos'hai?--esclamò con ansia la dolce signora.
--Ho un cavallo!--balbettai.--Un cavallo nero, grandissimo, balzano da
tre.
--Riposati un poco,--disse la signora Emilia, con dolcezza
ferma.--Mettiti subito a letto.
E vidi che andava verso l'armadietto delle medicine per cercare il
termometro clinico.
La convinsi, con qualche difficoltà, che non deliravo. La pregai anzi
di venire a vedere Giosuè Cavallo; ma ella, che aveva di tutte le
bestie e in ispecial modo dei cavalli un'invincibile paura, non ne
volle sapere.
--E che cosa ne farai? Dove lo terrai?
--Non so.... non so,--balbettai smarrita.--Non crede che....
l'onorevole Riccardo.... forse.... saprebbe dove metterlo?
--Mio marito?
--Sì. Potrebbe anche montarlo qualche volta, se volesse.
La signora Luzzatto alzò gli occhi al cielo.
--Meglio non parlargliene,--disse.
E non gliene parlai.
La mia vita fu allora tutta subordinata a Giosuè Cavallo. Volevo stare
in città? No; dovevo andare in campagna perchè Giosuè Cavallo ci stava
meglio e costava di meno. Volevo restarmene tranquilla? No; mi toccava
andare di qua e di là, per monti e valli, al trotto e al galoppo, per
passeggiare e disciplinare Giosuè Cavallo (che se stava due giorni in
scuderia diventava una belva). Volevo fare un viaggio a Londra a
vedere mia sorella? Impossibile lasciare Giosuè Cavallo; e ancora più
impossibile condurlo con me. Mi affondavo sempre più in difficoltà
finanziarie per far nutrire, albergare, governare Giosuè Cavallo.
Tutte le mie conoscenze mi consigliavano, chi una cosa chi l'altra.
--Bisogna renderlo. Bisogna venderlo. Bisogna dirlo a Carducci.
Renderlo? Venderlo? Mai!
Dirlo a Carducci? A che pro? Relativamente povero anche lui,--che cosa
avrebbe potuto fare? E poi egli era così felice di avermi fatto questo
regalo, che per niente al mondo avrei voluto dargli un simile
dispiacere. Subito, il giorno seguente alla compera, egli aveva voluto
vedermi cavalcare all'aperto. Andammo sui bastioni ed io gli passai
davanti a galoppo molte volte. Egli era raggiante.
--È bello Giosuè Cavallo,--diceva.
--Io vado a Legnano,--soggiunse,--domattina, in carrozza col prefetto.
Potrai venire anche tu; a cavallo.
Così feci. Nell'amazzone presa a prestito dal Tattersall, issata a
sommo di Giosuè Cavallo negro-splendente al sole, trottai e galoppai
ora davanti, ora dietro, ora a fianco della carrozza, a grande
soddisfazione di Carducci e divertimento del prefetto.
La strada era lunga--trenta chilometri!--ed era dura al trotto rigido
del morello; dopo un'ora circa io sentivo già ogni singola vertebra
della mia spina dorsale, e avevo il torcicollo e un crampo
indescrivibile nel braccio sinistro. Giosuè Cavallo non andava mai al
passo. Neppure per un istante cessò dal suo trotto rigido e
sobbalzante se non per mettersi a quel caracollante trottigno, quasi
un passo di danza, così bello a vedersi e così estenuante per chi è
forzato ad eseguirlo.
Ma dalla carrozza Carducci mi guardava con un sorriso pacato e
soddisfatto; e chiudendo i denti sul labbro repressi le mie
sofferenze.
Nulla ricordo del breve soggiorno a Legnano; certo all'indomani
mattina stavo abbastanza bene per escogitare delle sciocchezze; così,
allorchè Carducci e il prefetto furono scesi nel vestibolo, mi feci
portare dal cameriere della legna in fascina, e rompendola a pezzetti
ne riempii la valigia di Carducci. Accadde poi che, a metà strada del
ritorno, volendo egli mostrare al prefetto certi suoi appunti, aprì la
valigia, e il «ricordo di Legnano» che io gli avevo preparato gli si
presentò agli occhi.
--Ma come? Ma questa non è la mia valigia! Che cos'è tutta questa
legna?--esclamò Carducci incollerito.
Allora al galoppo precedetti sempre di gran tratto la carrozza, e
voltandomi scorgevo Carducci feroce che, aiutato dal prefetto, buttava
via i pezzetti di legno sparsi tutt'all'intorno.
--Se tu mi fai ancora di codeste stoltezze,--gridò Carducci appena fui
a portata della sua voce,--bada bene che ti porto via il cavallo.--Ma
la sua ira non mi impressionò troppo. Visto che per lo più quelli che
lo avvicinavano--intimiditi dal suo cipiglio o dalla sua
grandezza--mantenevano intorno a lui un'atmosfera di gravità e
soggezione assai noiosa, credo che, in fondo, le mie monellerie lo
riposassero da tanta grigia solennità. Quanto alla minacciata
punizione di portarmi via Giosuè Cavallo, certo nulla lo avrebbe più
stupito, o addolorato, che se io gli avessi detto:--Sì, sì!
Portatemelo via; esso rappresenta per me sotto ogni rapporto una
_bestia nera!_
Me ne guardai bene. Ed egli ripartì per Bologna convinto di avermi
fatto il più meraviglioso dei doni; soddisfatto di sè, di me e di
Giosuè Cavallo; felice di aver speso così bene--lui, che non era nè
ricco nè prodigo--una così importante somma.
Dopo tre mesi Giosuè Cavallo mi aveva completamente rovinata. Per lui
mi arrabattavo in una continua ricerca di denaro; per lui mi guastai
coi miei parenti più cari a cui chiedevo costantemente denari in
prestito; per lui annunciai sulle quarte pagine dei giornali che davo
lezioni d'inglese, tedesco, francese, italiano, di pianoforte,
chitarra e canto. Il suo baldo passo caracollante mi conduceva,
smarrita, dai neri abissi della disperazione alle verdi vette del
monte di Pietà.
E per lui io nutrivo quel sentimento complesso fatto di passione e
d'ira, di angoscia, d'amore e d'esecrazione che si prova per chi ci
costa molto dolore, molte umiliazioni e molti denari.
Egli prosperava, superbo, prepotente, lucente, facendo i passi sempre
più alti, sempre più sdegnoso di toccare la terra. Ed io lo guardavo,
spaurita e rapita, e sognavo di balzargli in arcione un giorno e via!
a carriera, traverso monti, valli e frontiere, fino a giungere ad una
certa rupe gigantesca che sovrasta la Via Mala--da Carducci amata e
cantata--ed ivi precipitarmi con lui nella voragine....
«Dammi dunque, apollinea, fiera, l'alato dorso
Ecco, tutte le redini io ti libero al corso....
O indòmito destrier,
Voliam, sin che la folgore di Giove tra la rotta
Nube ci arda e purifichi, o che il torrente inghiotta
Cavallo e cavalier.»
Perchè non lo feci! Sarebbe stato un gesto degno di lui e di chi me
l'aveva dato. Forse non ero degna io di una fine così gloriosa.
Disertai. Come quegli amanti che dicono: «Moriamo insieme», e poi al
supremo passo l'uno vilmente si ritrae, così io lanciai solo nella
morte Giosuè Cavallo invece di balzare grandiosamente nel buio con
lui.
Volli che morisse? Non lo so; nè voglio oggi ricordare la folle
catastrofe che lo spezzò, e che portò me pure vicino alla morte. In
ciò ch'io feci ebbi coraggio e viltà.
Ma la viltà maggiore fu che non osai dirlo a Carducci.
Sapevo che gli avrei dato un vero e grande dolore. Egli mi scriveva
ora--più sovente del solito--per domandarmi notizie di Giosuè Cavallo.
«Mi piace pensare che è tua quell'apollinea fiera. Mi piace pensare
che ho potuto farti un dono così bello. In cima alla mia mente sta
l'imagine tua e sua, lanciati al galoppo, ondeggianti la nera criniera
e le tue lunghe chiome al vento.... Così, o Loreley pellegrina, sei
volata fuor della veduta mia».
Io aborro ed esecro la menzogna. Tutto mi sembra comprensibile e
perdonabile all'infuori dell'inganno. Ebbene, io allora--credo di
poter dire che questa fu l'unica volta!--ho mentito e ingannato. Alle
sue domande rispondevo brevemente, evasivamente, ma non avevo il
coraggio di dirgli la verità.
Un giorno mi annunciò prossima una sua visita.
Tremai. Scrissi che dovevo recarmi subito a Napoli. Mi pareva assai
lontano.
Ma Carducci ne fu contento.
«Via, dunque, bionda di cavalli agitatrice, a riva più cortese!».
Anch'egli sarebbe venuto tra breve per un sol giorno laggiù, onde
salutare una regale Amica, e vedermi passare, sull'azzurro sfondo del
Mediterraneo, lanciata a volo «sulla fiera gentil».
Allora, giunta a Napoli confidai la mia angoscia a un poeta--Arturo
Colautti--che era venuto a trovarmi. Lo pregai di andare incontro a
Carducci e dirgli subito la verità.
Non volle; non osò.
Un ufficiale ch'era con lui mi disse:
--Perchè dargli quel dispiacere? Troveremo un cavallo che per un'ora
personifichi il tenebroso corsiero da lui regalato.
Allora fu per tutta Napoli un febbrile cercare di cavalli neri. (Se ne
ricorderà forse ancora quell'ufficiale--Maggiotto, allora capitano dei
bersaglieri; oggi solennemente installato nel Ministero della Guerra.
E il marchese Lillo Catalano.... e il conte Bruno Torri....). Davanti
al balcone della casa in strada Caracciolo dove io avevo preso
alloggio, fu uno sfilare di foschi corridori: di morelli grandi e
grossi, di morelli lunghi e magri; di morelli ombrosi e morelli
generosi, di morelli con balza e senza balza.... Ma nessuno--ah!
nessuno--che assomigliasse a quello donatomi dal poeta.
La scelta cadde finalmente su di uno portatomi da Maggiotto.
Il cavallo si chiamava «Ras Alula»; era nero, era grande, era balzano
da tre. Ma qui la somiglianza cessava. Ras Alula era un mite, era un
remissivo, un rinunciatario, un vinto della vita. Per quanto io lo
molestassi con morso, scudiscio e tacco per animarlo, per farlo
inalberare come soleva il mio nobile corsiero, Ras Alula scoteva la
testa placidamente, partiva a un piccolo trotto, e se a furia di
strappi e strapponi, di frusta e sperone riuscivo a farlo galoppare,
si dimenava nel molle movimento d'una sedia a dondolo, con pendula
coda e testa ciondolante.
Io ero disperata.
--Non si sgomenti,--disse Maggiotto, lisciandosi la barba nera e
fissando lo sguardo, più focoso assai che non quello del suo cavallo,
sul mite e gigantesco Ras Alula.--Ci penso io.
E ci pensò. Appena annunciato l'arrivo di Carducci alla Villa, io che
aspettavo, già troneggiante sul titanico e quiescente Ras nel cortile
di via Caracciolo, vidi arrivare di corsa Maggiotto col suo
attendente. Maggiotto afferrò la redine, mentre il soldato passava
dietro la groppa del cavallo.
Sentii un improvviso fremito percorrere la bestia, che nitrì, e tirò
un violento calcio.
--Ma che cosa gli fate?--gridai.
--Niente, niente,--rise Maggiotto;--un po' di zenzero sotto la
coda!--E abbandonò la redine mentre il soldato balzava indietro.
L'effetto dello zenzero fu magico. Ras Alula si impennò, fremente,
annaspando l'aria, rizzandosi quasi volesse rovesciarsi all'indietro.
Cedetti le redini e con una scudisciata sulla testa lo richiamai;
allora, tuffando il capo, partì forsennato, battendo scintille dai
ciottoli del cortile, scivolando sul selciato, lanciandosi a carriera
per la passeggiata di Chiaia.
Così, a volo, passai davanti a Carducci, che tra un gruppo d'altre
persone, era fermo all'angolo della Villa ad aspettarmi; ebbi solo per
un attimo la visione della sua faccia alzata a guardarmi--e odiai Ras
Alula, e Maggiotto, e la vita.... e più di tutto odiai me stessa, che
recitavo questa vile, questa ignobile menzogna. Con frusta e sprone
aizzai la bestia già frenetica che come una folgore infilò la strada
lungo la marina.
Ed ecco a un tratto, ancora lontano davanti a noi, un brillìo
d'argento e di rosso vivido--era la carrozza reale, era Margherita
preceduta dai suoi staffieri, che faceva con regale dignità la sua
consueta passeggiata a mare.
Allora con quanta forza avevo tirai le redini: bisognava rallentare la
corsa, per non raggiungerla, sopratutto--imperdonabile violazione
d'etichetta!--per non oltrepassarla.
Ras Alula non obbedì, non sentì; aveva il morso tra i denti e andava
come il vento, pazzo, cieco, frenetico. Invano con strappi alternati
tirai e cedetti le redini, invano strappai a destra e poi a sinistra,
segandogli la bocca.... la bestia in furore continuò la sua corsa! Fu
miracolo se, con uno sforzo che quasi mi slogò i polsi, riuscii a
farlo deviare quanto era necessario per non andarci a fracassare
contro l'equipaggio reale.
In un fulmine passammo dinanzi alla Regina: ella deve aver visto, come
un lampo nero e villano, comparire e sparire le mie esili spalle e la
coda sbandierante dell'insano Ras Alula....
Allora più che mai sentii di aborrire tutto e tutti e avrei voluto
lanciarmi dalla sella a capofitto nel mare.
Quando fummo all'altezza della chiesa di San Ferdinando, Ras Alula
subitamente si calmò: sulla via traversa fece due o tre scivoloni,
salì sul marciapiede come se volesse entrare nella chiesa.... e si
fermò ansimante, coperto di schiuma.
. . . . . . .
Allorchè trovai finalmente il coraggio di scrivere a Carducci che
Giosuè Cavallo non era più mio.... che non era più di nessuno.... egli
non rispose. Nè so che cosa abbia pensato.
I casi della vita mi trassero lontano. Quando, dopo molti anni, rividi
Carducci nè io osai rammentarglielo nè lui me ne parlò.
. . . . . . .
Oggi nella Villa di Napoli, al posto dove in quel giorno vidi alzato
verso di me il suo viso fiero, c'è un rigido busto di marmo che porta
il suo nome.
E che non gli assomiglia.