II.

--Sfiorire ed intristire....--Le due melanconiche parole

ossessionarono Vilia per parecchi giorni. Ogni volta che si guardava

nello specchio diceva a sè stessa:--Tu sfiorisci ed intristisci.--Poi

i doveri della vita quotidiana la chiamavano, la distraevano; doveva

ordinare il pranzo per Gino, riordinare la casa per Gino, mettere

ordine nelle carte di Gino; doveva sorvegliare i compiti di Luciana,

condurre a passeggio Luciana; ed ecco che quando andava a passeggio si

accorgeva di non essere nè sfiorita, nè intristita. Tutti la

guardavano; gli occhi degli uomini si fermavano su di lei insolenti ed

insistenti, e le donne la fissavano, la studiavano, la analizzavano

colla disapprovazione più lusinghiera.

La cura di Jodarsol consigliatale dal suo dottore--la cura derisa da

Claudia--fece miracoli; Vilia non soffriva più nè di palpitazioni, nè

di aritmie, nè di vertigini. E la vita le parve buona a viversi.

Claudia era andata in Sicilia con suo marito, e Vilia fu contenta di

non vederla più.

Un giorno, in Villa Borghese, incontrò Renzo Galimberti; lo vide

appoggiato alla ringhiera del galoppatoio intento a guardare delle

amazzoni che passavano al piccolo trotto. Vilia sentì una improvvisa

voglia di ridere al pensiero che Claudia l'aveva chiamato un «Institut

de Beauté».

Il giovane Galimberti la scorse e la salutò; poi, vedendola così rosea

e ridente, si avvicinò premuroso e offerse di accompagnarla.

Si parlò di cavalli, di società, di danze moderne; egli disse che

sarebbe andato l'indomani a un concerto al Grand Hôtel. Poi si parlò

di Claudia; e Vilia rise, e Galimberti sorrise.

Luciana camminava davanti a loro, composta e snella, a braccetto di

una sua piccola amica. Galimberti osservò che la bimba aveva dei

meravigliosi capelli--erano infatti lunghi, rossi e ricciuti--e

soggiunse rivolto a Vilia:

--Ecco una personcina che tra pochi anni le darà assai da pensare!....

Vilia si sentì seccata da quell'osservazione senza sapere perchè. E

dopo un istante lo congedò. Egli, alto e ritto, a capo scoperto nel

sole, tenne un momento stretta la sua mano.

--Verrebbe con me al _lunch_ domani all'Excelsior?

Vilia scosse il capo.

--Ad ogni modo.... io ci sarò,--disse l'Institut de Beauté, con uno

sguardo significativo.

Vilia chiamò a sè Luciana, salutò e tornò a casa.

Guardandosi nello specchio, mentre toglieva il cappello, si trovò

bella. E per tutto il resto del pomeriggio si fece del massaggio alla

faccia e si aggiustò le mani e le unghie. Alle sette fece una toilette

ricercata, indossando una veste gialla e nera che non metteva quasi

mai. (--Sembri un _affiche_ di qualche marca di Champagne,--le aveva

detto suo marito la prima volta che gliel'aveva veduta, soggiungendo

in francese perchè Luciana non capisse:--_Tu es très troublante et

émoustillante!_).

Ma Gino quella sera non tornò a casa. Telefonò dallo studio che doveva

andare in casa Ricci ad incontrare un deputato che forse si sarebbe

interessato al Credito Fondiario, e ch'ella non lo aspettasse a

pranzo.

Vilia, vestita di giallo e nero, pranzò sola con Luciana, la quale

fece molti capricci e pianse e dovette essere mandata a letto prima

delle frutta.

Vilia girellò un poco per sala e salotto, suonò un poco il pianoforte,

lesse un poco il _Giornale d'Italia_, poi fece i conti colla cuoca, si

tolse la veste gialla e nera e si coricò. Disse a sè stessa che la

vita era una vacua e noiosa istituzione; e nella notte ebbe nuovamente

dei ronzii nelle orecchie e delle palpitazioni di cuore.

Da parte sua Gino si seccò molto col suo deputato che non s'interessò

affatto al Credito Fondiario; la cucina di casa Ricci essendo

detestabile--il vecchio Ricci era stato in Inghilterra e voleva sempre

le salse al _curry_ indiano--Gino mangiò poco, digerì meno, e tornò a

casa di cupo umore. Andò da Vilia per farsi consolare e la trovò

sveglia, ma fredda e sarcastica; e per di più assolutamente scettica

riguardo alla storia del deputato.

--Ma fammi il piacere.... ma che deputato! non parlarmi di deputati.

--E di che cosa devo parlarti?--brontolò Gino, togliendosi la

cravatta.--Del curry indiano?

Vilia voltò le spalle e si sprofondò nei cuscini.

--Io conosco la signora Ricci; è un'isterica che ti vuole nella sua

collezione. E tu te ne compiaci, la incoraggi, la lusinghi....

Il curry indiano è cattivo consigliere. Gino uscì dalla camera

sbattendo l'uscio e andò a dormire nella stanza degli ospiti accanto

alla sala da bagno. Lasciò aperte le imposte e si coricò.

Dalla finestra circondata d'edera entrò lungo la notte un avventuroso

insetto, che porta il nome imponente di «formica punzaiola». Questo

girò nel buio lungo la parete, soffermandosi, voltando la testa in qua

e in là, aprendo e chiudendo le piccole forbici maligne; girò nello

spiraglio della porta socchiusa che metteva alla sala da bagno, e,

continuando la sua peregrinazione, avvertì che la parete di mattonelle

di maiolica offriva ai suoi passi una sgradevole superficie lucida e

bianca; affrettò il passo, tastando colle pinze frementi le mattonelle

fredde, e scese correndo verso un rifugio più grato. Lo trovò in una

spugna, piacevolmente soffice, un poco umida, piena di ombrosi

corridoi; e penetrandovi frettolosamente, inconscia arbitra di due

destini, vi si annidò.

L'indomani mattina Vilia si svegliò presto, ma non aprì subito gli

occhi. Collo spirito ancora sommerso nel dormiveglia, tentava di

ritardare l'ora del ritorno alla cruda vita mattutina, riluttante a

lasciare le vaghe luminosità dei sogni per rientrare nell'aspra e

materiale realtà giornaliera. Con senso fastidioso udiva battere un

tappeto nel cortile, udiva nell'appartamento sopra al suo

l'andirivieni di passi e lo smuovere di mobiglio. Indefinitamente,

nebulosamente sentiva che era meglio dormire che svegliarsi; nello

sfondo del suo pensiero ancora assopito vi era come un senso

premonitore di cose disaggradevoli che l'attendevano sulla porta del

giorno.

Il battito del tappeto continuò, irritante, insistente; e,

nell'appartamento vicino la figlia dell'ingegnere fece i due soliti

accordi al pianoforte, preludianti alle solite scale.

Vilia sospirò e aprì gli occhi. Era sveglia.

Che c'era di sgradevole a ricordarsi? Ah sì! Gino. Gino non era

tornato a pranzo iersera. E, tornato, era stato antipatico e scortese.

La Ricci.... già, la Ricci. E lei, Vilia, aveva passato il pomeriggio

stupidamente a lucidarsi le unghie, ad aggiustarsi la faccia e ad

arricciarsi i capelli, e poi aveva passato la serata stupidamente

sola. Dunque, dalle quattro del pomeriggio alla mezzanotte quando

s'era addormentata, otto ore gettate via; buttate nel vuoto,

sprofondate nell'abisso. Otto ore non vissute e che non tornerebbero

mai più. Che spreco, che sciupìo! Alla sua età non doveva permettersi

di questi lussi. Alla sua età ogni ora della vita dovrebbe contare;

non si poteva gettar via così il terzo d'una giornata....

_Alla sua età!_ Odiose parole. Le pareva di non avere ancora

incominciato a vivere, e già doveva dire di sè--perchè, tanto, gli

altri lo avrebbero detto--«alla mia età non si fa questo.... non si fa

quello».

Col subitaneo istinto di chi annega e stende la mano a un'asse di

salvezza, il suo pensiero corse a Gino. Gino era buono; Gino l'amava;

Gino l'avrebbe sempre amata. La Ricci non lo interessava affatto; la

Ricci non serviva che di pretesto a Vilia per qualche rara

rappresaglia, quando, ogni tanto, sentiva il bisogno di tempestare un

pochino, di fare qualche piccolo litigio.

Vilia si alzò rapida e si vestì.

Gino che aveva dormito male nel letto non suo, e a cui bruciava ancora

il ricordo del deputato, del curry e dell'ingiustizia di Vilia, si

alzò anche più tardi ed entrò frettoloso e rabbioso nella sala da

bagno. Trovò il bagno preparato, la stufa a gas accesa, la bottiglia

dell'acqua di Colonia a portata di mano, e subito il suo rancore cadde

e si spense. Vilia si era pentita, aveva fatto onorevole ammenda;

Vilia era un angelo, la Ricci era una bestia, la Ricci che gli serviva

un curry indiano e un deputato ancora più indiano--puh!

Gino con un colpo del piede gettò lontane le pantofole come se fossero

state la signora Ricci, scagliò via il pygiama come se fosse il

deputato, e risolvette che dopo il bagno sarebbe andato a baciare le

mani a Vilia e dirle che l'adorava.

Come al solito, prima di entrare nel bagno afferrò la spugna, la tuffò

nell'acqua e se l'applicò sulla faccia. Subito sentì correre sulla

guancia una cosa, e si sbattè la mano sul viso; la cosa gli corse nei

baffi e sull'altra guancia. Che cos'era? Gino si guardò nello

specchio. Era una «forbice», era una formica punzaiola uscita dalla

spugna!

--Porcheria!--urlò Gino, gettando da sè la spugna e sbattendosi dal

collo la bestia che gli correva verso l'orecchio. Gino sentì la sua

pelle nuda incapponirsi. Non solo schifo aveva, aveva anche paura! Una

vecchia domestica gli aveva detto, anni fa, che quelle bestie

entravano nelle orecchie e facevano impazzire la gente. Egli non aveva

mai dimenticato quella disgustosa storia.

L'immondo insetto dov'era? Era sparito! Ma dov'era? Gino si cacciò le

dita nelle orecchie, e pestò i piedi nudi profferendo molte bestemmie.

Suonò per la cameriera e le gridò traverso la porta chiusa:

--Questa casa è una porcheria. Le spugne piene d'insetti!... È una

vergogna.

Non fece il bagno, non baciò le mani a Vilia, non entrò neanche nella

sala da pranzo dov'ella con Luciana l'attendevano per prendere il

caffè. Uscì sbattendo l'uscio di casa e prese un esecrabile caffè in

un bar.

A mezzogiorno tornò a casa, ammansito e compunto. Vilia non c'era.

Non c'era che Luciana, lagrimosa e spettinata. La mamma era uscita

alle undici dicendo che non sarebbe tornata fino a sera.

La formica pinzatola, avendo compito la sua missione, passò una

giornata febbrile sotto al bagno, e la notte tornò fuori nell'edera;

dove, quando fu giunta la sua ora, un passerotto la mangiò.

Gioia! · 第 32 / 39 题