Fata luminosa

La Fata Luminosa sono io.

Questa dichiarazione può sembrare mancante di modestia. Infatti,

scrivendolo, arrossisco.

Tuttavia, trattandosi di narrare una storia che ha la sua brava

morale, la racconto tale e qual'è.

E forse a Lola farà piacere.

Incontrai Lola in montagna. L'estate era stata torrida, ma io,

occupata a scrivere degli articoli illustranti la barbarie della

perfida Albion, non me ne ero accorta. Un giorno alzando gli occhi per

caso al calendario m'avvidi che l'estate era già lontana. Ed io non

ero stata in campagna! Non ero stata, come ogni anno, a 1000 o 2000

metri d'altitudine!

--Dov'è la più vicina montagna?--chiesi a chi mi stava accanto,

mettendomi in fretta il cappello.

--Macugnaga,--mi fu risposto.

--Avanti. Vado a Macugnaga. Addio a tutti.

Invano si protestò che Macugnaga in ottobre sarebbe vuota, che a

Macugnaga sarei gelata....

Partii.

Il sole d'ottobre--il più bel sole dell'anno--raggiava in un cielo di

lapislazzuli quando arrivai lassù, e i ghiacciai del Monte Rosa

fumigavano abbaglianti e le valanghe balzavano e rotolavano tonando,

come per un foot-ball di giganti.

E Macugnaga era vuota.

Meglio così. Tutta questa gloria di sole e di neve era per me, per me

sola.

Ma facevo i conti senza l'oste: l'oste di Macugnaga chiudeva i suoi

alberghi, e se non volevo dormire nelle pinete o sul ghiacciaio,

dovevo scendere con lui al piano.

Scesi; ma il meno possibile. Mi fermai a mezza montagna, a

Ceppo--ridente villaggetto che si posa come una driade montana, con un

piede sul pendìo e l'altro nel torrente--e presi alloggio nel piccolo

Hôtel des Alpes, presso la signora Maria. (Signora Maria! se voi

leggerete questo racconto, sentitevi nel cuore il mio saluto).

E a Ceppo conobbi Lola. Passando un meriggio accanto alla scuola, la

vidi, circondata dai suoi venti o trenta bambini, che tutti le

strillavano qualche cosa. Lei non rispondeva. Teneva fissi su me gli

occhi, occhi immensi, neri, ardenti.

Le dissi qualcosa; ella si fece rossa e poi pallida e mormorò il mio

nome. Mi parve lusinghiera, sebbene esagerata, la sua commozione.

Nel pomeriggio venne a trovarmi. Mi portò molti fiori. Era magra,

esaltata, febbrile.

E nel villaggio mi dissero:--Ah, la maestrina? Poveretta! va consunta.

Anche lei me lo disse un giorno, ansando un poco:--Vado consunta.--E

nella sua voce vi era insieme una grande paura e un certo romantico

compiacimento.--L'hanno detto tutti; anche i dottori di Milano; e il

dottore di qui, che mi fa delle iniezioni. È tutto inutile! Vado

consunta.

Io ne ebbi grande dolore e pietà. Quando salivo correndo per la

montagna, al sole e al vento, pensavo a lei, e mi dicevo:--Povera

Lola, che non può!...--Perdendomi nei boschi d'abeti, arrampicandomi

per l'arida morena, traversando il torrente e scivolando sui sassi

levigati e bagnandomi fino alle ginocchia nella gelida acqua,

arrivando infine alla croce sul ghiacciaio e guardandomi intorno, col

mondo ai miei piedi e soltanto il cielo sopra di me, pensavo:--Povera

Lola!... povera Lola che non deve muoversi, che non deve stancarsi....

E ad ogni cappelletta, ad ogni crocifisso sull'orlo delle vie alpestri

mi fermavo a dire una piccola preghiera perchè Lola guarisse; ad ogni

Madonnina ammantata d'azzurro, impallidita dal sole e dalle pioggie,

sussurravo piano:--Oh Madonnina, fate guarire Lola.

Ma in fondo al cuore sapevo che Lola non poteva guarire.

Lola si aggrappò a me con un affetto febbrile e appassionato. Ad ogni

passo la incontravo, ferma a guardarmi con quegli occhi troppo

lucenti. Le bambine della scuola avevano tutti i momenti ricreazione

perchè la maestra doveva uscire; lieve e lenta passava davanti alla

bianca porta e sotto alle verdi finestre dell'Hôtel des Alpes.

Allora, un giorno, l'invitai ad entrare.

Poi l'invitai a rimanere; ed ella passò i suoi pomeriggi sdraiata sul

divano a guardarmi scrivere; talvolta, in pieno sole, uscivamo

entrambe sul terrazzo. Non permettevo che mi parlasse. Era l'ora in

cui le veniva la febbre; aveva le guance infocate, le mani brucianti:

e i brevi capelli neri le si arricciavano sulla fronte sudata.

Sempre, quando arrivava e quando partiva, io la baciavo. Ed ogni volta

che la baciavo, lei mi diceva:

--Grazie!

Venne il novembre, e il sole si ritirò da Ceppo; si ritirò con garbo,

un poco ogni giorno, allontanandosi gradatamente dal villaggio come un

amante infedele che medita un tradimento.

--Ora per tutto l'inverno il sole in paese non verrà più,--disse la

signora Maria.--Tornerà in aprile. E spero che allora,--soggiunse,

china ad aiutarmi a chiudere la valigia,--tornerà anche Lei!

--Anch'io lo spero,--dissi con un sospiro, pensando come di rado mi

sono concessi i ritorni.

Tutto il villaggio si radunò davanti alla Posta per salutarmi alla

partenza; soltanto Lola non c'era.

Io avevo prescelto di fare a piedi i dieci o dodici chilometri di via

maestra che scendono allegramente a valle tra rocce e abeti; e alcuni

dei miei nuovi amici mi accompagnarono per un tratto di strada. Ma già

tutti se n'erano tornati indietro al villaggio allorchè, a uno svolto,

vidi Lola seduta su un tronco d'albero ad aspettarmi. Aveva le braccia

piene di fiori e gli occhi pieni di lagrime. (Non mi piacciono nè le

lagrime quando sono per me, nè i fiori quando sono colti).

--Non dovevate venire così lontano,--la sgridai.--Come farete ora a

tornar su?

Tremava tutta.--Addio, addio! Non La scorderò mai,--disse.--Ella è

stata per me.... una fata luminosa!

--Che esagerata!--risi, baciandola.

E lei subito mormorò il suo solito--Grazie!

--Addio, Lola. Andate a casa. Badate di far giudizio. E mangiate molte

uova.

--Addio, Fata Luminosa,--singhiozzò lei.

E la lasciai così--sola, in mezzo alla strada maestra; piccola e scura

sullo sfondo del Monte Rosa, col suo male e la sua malinconia. Ricordo

che dopo qualche chilometro--e i fiori ciondolavano le teste di qua e

di là, stanchi d'essere portati come io di portarli--passai davanti a

una piccola cappella. Mi fermai a guardare. Dentro, una Madonnina

sorrideva in atteggiamento assai mite, quasi le rincrescesse d'aver

messo per errore il piede sulla testa del serpente. Sette stelle le

incoronavano il capo.

Le posi sul davanzale i fiori.--O Madonnina dalle Sette

Stelle!--pregai.--Fate guarire Lola.

E ripresi la via.

. . . . . . .

Il destino mi trasse lontano, e Lola era già da un pezzo scordata,

quando mi giunse a Parigi (rispeditomi dal mio indirizzo «stabile» di

Milano, dove non mi trovo mai) una cartolina. Era scritta in una

grande calligrafia chiara e infantile; e diceva:

«_Fata Luminosa!!... Noi siamo ventinove bambine che le vogliamo bene.

La nostra maestra ci parla sempre di lei. Andremo questa primavera a

cercare le viole nei boschi per lei_»!

Sorrisi. Come era sentimentale e romantica Lola!... Con una cartolina

ringraziai collettivamente le ventinove bambine; che a loro volta mi

risposero con un'altra cartolina. Nella stessa calligrafia grande e

tonda cominciava anche quella, al solito:

«_Fata Luminosa!_».

(Mi sembrò che il portiere dell'albergo presentandomela avesse un

piccolo sorriso).

E in primavera mi giunsero le viole. Ogni otto giorni arrivavano delle

scatolette di cartone schiacciate, piene di muschio--talvolta ancor

umido--su cui posavano pallide ed avvizzite delle violette boschive.

Mi seguivano da Milano a Roma, da Roma a Genova, da Genova a

Montecarlo, da Montecarlo a Parigi.... Un giorno di nebbia nera a

Londra, al mio ritorno da un tragico viaggio in Irlanda, ecco sul mio

tavolo il solito pacchettino sgangherato, con dentro i cadaverini di

viole mammole. Tutta una piccola primavera morta!

Le gettai via con impazienza.

Ma nel cuore me ne rimase, lene e lieve, il profumo.

Alfine la mia felice ventura mi ricondusse in Italia. Ed ecco che un

giorno mi venne annunciata una visita. Sospirai, ed entrai nel

salotto.

In un angolo sedeva una figuretta, una figuretta esile sotto un grande

cappello di feltro. Si alzò e mosse con passo trepido verso di me.

--Fata Luminosa! Non mi riconosce?

Era Lola. Una Lola rosata, abbronzata, ingrassata.

--Ma Lola! Come state? Ma state meglio, molto meglio!

--Sono guarita,--disse Lola.--Peso quarantanove chili.--Per Lola è

l'obesità, poichè a Ceppo ne pesava trentasette.--E lo devo alla Fata

Luminosa.

--Silenzio! Non siate sempre così esagerata,--dissi severamente. E

l'abbracciai.

Notai che stavolta non mi disse grazie.

--Sono guarita,--disse;--e lo devo a Lei che mi ha incuorata e

consolata; a Lei che non aveva paura di baciarmi; a Lei che....

--Lo dovete alle uova. E alle iniezioni del dottore.--E in cuor mio

soggiunsi:--E alla Madonnina delle Sette Stelle.

Lola chiese ed ottenne una licenza di due mesi dalla sua scuola. E

quei due mesi li passò con me.

Parlandomi, o parlando di me, essa mi chiamava invariabilmente: «Fata

Luminosa». Non ci fu verso di farla smettere. E--devo confessarlo?--da

principio questo nomignolo mi lusingava deliziosamente. Quando per la

casa mi udivo chiamare così, accorrevo lieta e sorridente. E a poco a

poco anche gli altri in casa--un po' per ridere di Lola, un po' per

prendersi gioco di me--cominciarono tutti a chiamarmi con

quell'appellativo.

.... Ebbene, se io dovessi dire quale martirio, quali sacrifici

m'impone oggi quel nome, non mi si crederebbe.

Vengono dei momenti nella vita, dei momenti nella giornata in cui non

si è, nè si vuol essere, una fata luminosa. Quando si ha molto da

fare, quando si ha fretta, quando le cose non vanno pel loro verso,

quando si è nervosi e contrariati, allora è odioso, è insopportabile

sentirsi dare della fata luminosa.

«Fata Luminosa!». Con queste due esecrabili parole Lola mi ha

amareggiata l'esistenza. Un tempo io facevo press'a poco ciò che mi

garbava. Al mattino mi alzavo quando mi pareva; mi vestivo come mi

piaceva; quando aveva voglia di ridere, ridevo; quando avevo voglia di

far bronci, li facevo. Ora non più.

Ora, all'alba, prima ancora ch'io abbia aperto gli occhi, mentre lo

spirito è voluttuosamente inabissato nelle lontane, vellutate

profondità del sonno, odo al mio capezzale un saluto alacre e festoso:

--Ben svegliata, Fata Luminosa!

Allora mi tocca aprire gli occhi e abbozzare un sorriso il più

possibile luminoso; mi tocca rispondere a tono--non con un

inarticolato brontolìo, ma giuliva come risponderebbe una fata desta

all'aurora:

--Ah! buon giorno! buon giorno!...

Alzata di malavoglia nel grigiore mattutino, infreddolita e lugubre,

penso di indossare una certa vestaglia di flanella regalatami da mia

suocera (che disprezza le apparenze) e infilare i piedi in un paio di

pantofole paleontologiche, ma che serbano i resti d'una fodera di

pelliccia. Così, appuntate le chiome _à la sans-façon_, apro la mia

porta per dire che mi si porti il caffè-latte. Lo prenderò, sola, con

un certo «confort», leggiucchiando il giornale.

Ma ecco le voci dei familiari che da lungi mi salutano:--Ti

aspettiamo, fata!--E il trillante soprano di Lola che esclama:

--Ah! ora viene la fata!... la Fata Luminosa!

Richiudo la porta. Getto uno sguardo nello specchio e mi convinco che,

lungi dal sembrare una fata, somiglio piuttosto (come direbbe la mia

toscana amica, Pia) a «Quella che diede la via ai fulmini!...»

Con ira getto lungi da me la vestaglia di flanella, scaglio una dietro

all'altra, fuori dei piedi! le pantofole colla pelliccia; mi vesto, mi

calzo, mi profumo.... e mi presento con un sorriso estatico alla

soglia della sala da pranzo.

--Ah! eccola la fata! La Fata Luminosa!

La morale? Sì, al principio di questo racconto vi ho promesso una

morale.

Eccola. Se tu, caro amico sconosciuto che mi leggi, hai la fortuna di

avere nella tua casa una donna--sia essa moglie o sorella, suocera o

cognata, zia o nipote; sia essa allegra o arcigna, indulgente o

rigida, angelo o megera--tu prenderai l'abitudine di dirle, e lo dirai

tutti i giorni, incessantemente:

--Ah, Clelia! (o Sofia, o Luisa, o come del caso), tu sei invero una

fata luminosa!

Basta questo semplice mezzo perchè la tua casa divenga un paradiso.

Quando la vedi un poco torva, un poco severa, quando la senti litigare

coi fornitori, gridare colla cameriera, dare gli otto giorni alla

cuoca, assestare qualche scappellotto ai bambini strillanti....

presto, prima che venga il tuo turno, hop-là! senza por tempo in

mezzo, apri la porta e chiama con voce soave:

--Sei tu, mia Fata Luminosa?

Ella ti dirà:--Sì. Sono io.--(Perchè non può dirti:--No, non sono

io!).

E nove volte su dieci la bufera si dileguerà.

Ma questo non è tutto. Nove volte su dieci quell'appellativo la

indurrà non soltanto a comporsi un'espressione intonata all'epiteto;

ma inclinerà anche la sua anima alla blandizia.

A poco a poco, ella prenderà la consuetudine--direi quasi il vizio--di

essere adorabile e adorata, di effondere intorno a sè luce e letizia,

di sentirsi il sorriso sempre presso alle labbra, la carezza sempre

dentro alla mano, e la bocca sempre «di perle piena e di rose e di

dolci parole».

.... Così, quasi per incanto, pronunciando queste due parole

evocatrici di raggi e di lucentezze, ecco che il mondo intorno a noi

si riempirà tutto di fate luminose.

Gioia! · 第 27 / 39 题