Pontenuovo. — Merone, Mojana, Rogeno, Casletto e Garbagnate
Rota. — Nobero. — Le sue pesche. — Il Cavolto. — Le fornaci.
— Monguzzo. — Il suo castello e la sua storia. — I marchesi
Rosales. — Villeggiatura Mondolfo.
Tanto da questa parte ove ci troviamo, quanto dall’altra parte del
lago d’Alserio, per la via che dalla Vallassina si va ad Inverigo,
si può ascendere sulla vetta del colle su cui signoreggia Monguzzo:
noi attendendo di continuare per la via di Parravicino nella ventura
escursione, scegliamo adesso la seconda.
Esciti da Vill’Incino, che già vedemmo, ci troviamo, dopo avere
attraversato una strada che si chiude fra i campi, alla via provinciale
della Malpensata, e, volgendo a ritroso di essa, cioè a destra, in poco
tratto di cammino ci troviamo a Pontenuovo, da dove una via riesce
a Merone, quindi a Moiana, Rogeno, Casletto e Garbagnate Rota, paesi
tutti rallegrati da signorili villeggiature, che di poco discosti da
Bosisio chiudono da una parte, all’intorno al lago di Pusiano, quel
territorio che abbiam percorso del Pian d’Erba. Proseguendo poi per
quella onde siam venuti, ci vediamo a Nobero, o Nobile, come altri
chiama questo quadrato di caseggiati aperto da un lato, che, tinto
per la più parte in roseo, ti accenna com’esso appartenga ad un solo
proprietario, al signor dottor Domenico Porro, che personalmente
attendendo alla sapiente direzione dei suoi fondi, ne ottiene i più
fecondi risultamenti. Particolarità di questo villaggio sono le più
eccellenti pesche, sulle quali conta il colono fra i prodotti a sè
dovuti: diritto cotesto limitato a questi terrieri, onde moltiplicate
se ne veggano le piante.
Prima però d’entrare in Nobero, non sarà inopportuno dare uno sguardo
al _Cavolto_, specie di serbatoio del Lambro, da cui si deduce l’acqua
che va ad irrigare il real parco di Monza, dopo avere percorso una
quindicina di miglia.
Alle fornaci presso Nobile si fanno mattoni marmorati, valendosi di
un’argilla che si cava dal pendío orientale d’un poggio, che ha un
color plumbeo, e mescendola con altra ordinaria gialla.
Per una strada praticata nel colle, si monta a Monguzzo.
Il paese è in felicissima postura, perchè a mattino vede il Pian
d’Erba, a mezzogiorno domina il bacino dell’Éupili, a ponente la
Brianza, e a sera la villa del Soldo, Fabbrica e infiniti altri
paeselli, tutto recinto poi l’orizzonte da una corona azzurra di
montagne, colle onde del lago d’Alserio che gli baciano le pendici del
colle su cui posa.
In antico fu paese nella podestà dell’arciprete di Monza, che vi
esercitava giurisdizione feudale, come su molte altre terre; quindi
parve luogo a fortilizî, e vi fu fabbricato un acconcio castello, e
Francesco II Sforza lo concedeva in feudo ad Alessando Bentivoglio,
spodestato signore di Bologna e governatore del Milanese, della cui
famiglia è la cappella che in Milano si vede nella chiesa di San
Maurizio del Monastero Maggiore sul corso di porta Magenta.
Ma quel famigerato prepotente del Gian Giacomo De’ Medici, detto il
Medeghino, del quale già narrai in una passata escursione le ribalde
gesta, lo lasciò per poco godere degli ozî di Monguzzo; perocchè,
parendogliene la rôcca assai propria a’ suoi disegni, un dì, nel
1533, assalitola alla sprovvista, ne cacciò quelli che la presidiavano
pel Bentivoglio, e se ne installò padrone, spargendo d’ogni intorno
per le terre della Brianza, e massime per la Valsorda, il terrore.
E taglieggiava da qui non i massai soltanto, ma anche i signori, che
cercava di imprigionare e non rilasciare che contro enormi riscatti
e teneva in allarme la fortezza di Brivio e massime di Trezzo di più
grande importanza.
Il Missaglia, amico di questo fiero capitano di ventura e storico di
sue gesta, lo scagiona dall’aver tolto al Bentivoglio il castello,
narrando come all’occupazione di esso fosse stato dallo Sforza medesimo
ordinato, e fornendone le ragioni. “Possedeva, scrive egli, in quel
tempo il castello di Monguzzo come suo proprio Alessandro Bentivoglio,
figliuolo di Giovanni, già signore di Bologna, parente del duca e di
molta autorità appresso lui, uomo di gran sincerità, ma poco inclinato
all’armi. Il castellano, visto con che poca cura e guardia era tenuto
quel luogo dal Bentivoglio, per sue lettere e col mezzo d’amici suoi,
fece intendere al duca con quanta facilità e con quanto suo danno
quel luogo, mal guardato, poteva capitare in mano degli imperiali
(gli Spagnuoli di Carlo V comandati da Antonio De Leyva), offrendosi
quando fosse rimesso alla sua custodia non solo di ben guardarlo, ma
eziandio con la comodità di quello, danneggiare molto i nemici, ed
assicurare quella parte del ducato dalle invasioni degli Spagnuoli;
il che sarebbe stato come un freno a Lecco, tenuto da essi. Il duca,
che, reso il castello di Milano, si trovava in Lodi, tolto dalle mani
degli imperiali e dato alla lega da Lodovico Vistarino, benchè dopo la
prigionia del Morone gli mostrasse poca inclinazione e poco fidasse
di lui, pur conoscendo vere le sue ragioni e dubitando di peggio,
e anco come quel ch’era posto in gran necessità di denari, sentiva
volentieri che quel castello si avesse a guardare senza suo costo.
Scrisse al Bentivoglio che rimettesse il castello alla guardia del
Medici, e le lettere furono inviate a lui stesso, perchè le presentasse
al Bentivoglio. Il Medici accortissimo, conoscendo quanto fosse per
spiacere questo al Bentivoglio, e quanto egli potesse appresso il duca,
dubitò, e ragionevolmente, che se gli mandava le lettere fosse per
riuscire vano il suo disegno; onde con l’aiuto di molti principali del
paese suoi amici fatta una buona raccolta di gente, accostastosi una
notte a Monguzzo, e scalatolo, si appresentò alla rocchetta ove era il
Bentivoglio con la sua famiglia e con le lettere ducali, e con la forza
strinselo ad uscire dal castello[41].„
Quando il De Leyva ebbe contezza della caduta di Monguzzo nelle mani
del Medeghino, così se ne dolse, perchè da lui si attendesse maggior
travaglio che non dal Bentivoglio, vi spacciò il conte Lodovico
Belgioioso con buon nerbo di forze onde ritorglielo; ma questi, dopo
varî assalti e perdita d’un centinaio d’uomini, disperando venire a
capo del suo proposito, si levò di là.
Certo Martino da Mondonico, animoso, ma avido di ricchezza, aveva
saputo entrar nelle grazie del Medici ed ottenuto aveva da lui il
commissariato di alcune tasse e contribuzioni che con durezza esigeva.
Parve al De Leyva di poter guadagnar coll’oro il Mondonico, onde
agevolarsi il conquisto di Monguzzo che gli intercettava la strada da
Lecco a Milano, ed infatti se l’ebbe facilmente a’ suoi interessi.
Ma l’ingordo traditore volle dapprima di compiere il tradimento
arricchirsi, ed abusando del nome del Medici, si impadroniva un bel
dì del castel di Perego. Poichè vi fu penetrato, buttata la maschera,
vi prosciolse i prigionieri e si chiarì al servizio del De Leyva. Il
Medici mandò subito il capitano Pellicione a riprendere il castello, e
l’ebbe coi traditori, i quali condotti a Monguzzo vi vennero appiccati
per la gola, e il Mondonico, posto prima a’ tormenti, fu poi vivo,
siccome si meritava, inruotato.
Poneva allora il Medeghino in suo luogo castellano di Monguzzo il
fratello Battista; ma poi, quando gli parve trasferirlo a comandare
la più importante fortezza di Lecco della quale s’era insignorito, vi
sostituì il suddetto capitano Pellicione.
Non mi so che il castello di Monguzzo fosse teatro a ulteriori fatti di
guerra; perocchè buttata, a questo cerbero dalle tre gole, intendo dire
del Medeghino, l’offa da Carlo V, col crearlo marchese di Marignano
e coll’inviarlo altrove a portar guerra, spulezzò il Medeghino pur da
questi luoghi.
Più tardi il castello apparve tramutato in amenissima villeggiatura,
mercè le cure dei marchesi Rosales alle cui mani pervenne; ma
l’ultimo di essi, che molto di sua fortuna adoperò a pro dell’italiana
indipendenza, nel 1853 la vendette al conte e banchiere Sebastiano
Mondolfo, delle cui sapienti liberalità m’avvenne già di intrattenere,
quando m’ebbi ad occupare dell’altra sua villa in Borgo Vico a Como.
E liberalità sapienti operò anche qui in questa sua villeggiatura di
Monguzzo, perocchè aprisse a sue spese una scuola, e nel cascinale che
fe’ erigere introducesse molte comodità, per le quali mostrò come pur
i poveri coloni chiamar si debbano, per migliorarli, a partecipare alle
inevitabili esigenze del vivere sociale moderno.
È una consolazione quando si vede alcuno de’ privilegiati dalla
fortuna, in mezzo agli agî, rammentarsi che v’ha chi soffre e penuria e
gli stende misericorde la mano. Sebastiano Mondolfo ha provato in tante
occasioni d’essere uno di costoro.