La strada. — Il Buco del Piombo. — Onde il nome? — Aneddoto. —
Esterno. — Scopo. — Interno. — Iscrizione. — Concorso di gente.
— I versi di Torti.
E noi, poichè siamo già a San Salvatore, continuiamo la via pel _Buco
del Piombo_. È lunga, è aspra, ma retrocedere per pigliar l’altra
dell’opposto ciglione del monte non ne pare conveniente.
È però cammino ameno e pittoresco, e se i piedi faticano, lo sguardo si
diverte e gode.
Sorpassiamo gli incidenti del cammino, ed eccoci di sotto al Buco del
Piombo.
Anni addietro abbisognava di certo coraggio per inerpicarsi fino al
punto, dal quale, per mezzo d’una scala a mano, si poteva penetrare
nell’antro; ma dopo che tutte queste Alpi, come le chiamano quei
del paese, vennero in proprietà del conte Turati, che su di esse vi
stabilì una razza di cavalli, la bisogna è mutata: l’accesso è reso più
praticabile e comodo.
Non creda il lettore che la caverna per la quale entriamo tenga fede al
suo nome; traccia di piombo non vi si riscontra, nè pare vi sia stato
mai; non diamo però le spese al cervello per indovinarne la ragion
del nome; vi chiaccherarono intorno e scrissero assai e assai, ed un
costrutto non se n’è per anco cavato. Narrasi anzi, a tale proposito,
un aneddoto. Nel vicino convento de’ Cappuccini di San Salvatore,
che abbiamo testè veduto, nella biblioteca del chiostro, stava un
volume legato, sul cui dosso leggevasi il titolo: _Origine del Buco
del Piombo_. La mano d’ogni visitatore correva a togliere il volume
dallo scaffale, curioso di leggervi una tale origine; ma ne rimaneva
scornato: il volume non era che un pezzo di legno foggiato a libro,
fratesco scherzo, del quale si trova il riscontro in Venezia ai Frari,
dove è consimile volume lavorato dal celebre Brustolon.
Sull’ingresso dell’antro veggonsi avanzi di muraglie e d’arpioni,
onde s’ha a credere che vi fossero applicate porte e che però vi
abitasse gente. Serviva a vedetta militare od a presidio? era rifugio
di predoni o di banditi? ricoveravan qui, com’altri presumono, i
Longobardi cacciati dall’ira de’ Franchi? Non v’è memoria o scritto
che il dica. L’atrio che sarebbe stata la parte abitabile, è spazioso:
ha la larghezza di metri 38, l’altezza di 42 e la lunghezza di 55,
ed è sempre qui che le brigate che vi montano si rifocillano colle
provvigioni di bocca mandate innanzi.
Ma la caverna si interna e sprofonda per un vano quasi continuo della
larghezza di metri nove e dell’altezza di otto, e vi si può camminare
per circa 188 metri coll’aiuto della luce del giorno; più avanti si va,
si va accendendo qualche torcia, e dopo 18 metri di cammino, si giunge
a un punto dove a destra s’apre altra caverna larga circa metri 1,30,
ed avanzando per una trentina d’altri metri, leggesi una lapide che vi
fu messa, del tenore seguente:
S. A. I. il Princ. Raineri Vicerè
Consigliere De-Capitani
Ciambellano conte Paar.
Gli 8 maggio 1819.
Altri si spinsero più in là; trovarono che lo speco ora abbassavasi,
ora rialzavasi; che acque vi correvano in ruscelli o formavano pozze;
finchè non parve andare più avanti, forse essendo anche ciò pericoloso.
Ho già detto a suo luogo come vi abbia chi opini che questa caverna
vada e s’inoltri fin presso la fonte Pliniana del lago di Como; ma non
sono che pure supposizioni, alle quali nulla porge fondamento.
Sotto dell’antro, o Buco del Piombo, corre il torrente Bova, per mezzo
a un letto franato e fra roccie, che ne fan quasi un orrido d’artistico
effetto; ma pur di questo torrente ho parlato nella passata escursione.
La curiosità chiama moltissimi visitatori al Buco del Piombo; dirò
di più: non v’ha villeggiante o forestiero che sia venuto nel Pian
d’Erba, il quale non l’abbia una volta almeno fatto scopo di una sua
pellegrinazione.
Così lo ricordava il Torti in que’ versi che dal Pian d’Erba dettava:
O selvose montagne, o gioghi erbosi,
O di lontan sovreminenti al verde
Cornuti massi, o dolce aere vitale,
O dal sol di settembre illuminate
Felici rive, umili poggi e sparsi
Casali e ville, e pascoli e vigneti
Dell’Éupili ridente; o vasto speco
Di nome senza origine, su in alto
A mezzo monte dalle curve strade
Per gran paese riveduto sempre;
O collinetta sovra l’altre amica
Ov’io sedeva a contemplar la mesta
Valle del mio Segrin; voi già mia prima
Delizia e voluttà, di tutto l’anno
Speme e pensier...
Oh! veramente son questi luoghi tali da ispirare e da accendere gli
estri del poeta; nè vi fu amico delle Muse che a queste delizie del
Pian d’Erba traendo, non se ne sia ispirato, non ne abbia poi ne’ carmi
espresse le soavi dolcezze.