LA VALLASSINA.

Il lago Segrino. — Canzo. — Il Vespetrò. — I Corni. — La fontana

del Gajumo. — La cascata della Vallategna. — Il torcitojo

Verza. — Scarenna. — La Casa dell’eremita. — Asso. — Lapide

antica. — Arte. — La via al Pian del Tivano. — Pagnano, Fraino,

Caglio, Gemù. — Il Ponte Oscuro. — Lasnigo. — Le donne della

valle. — Le serve. — Onno. — San Carlo e la sua mula.

Lasciato addietro Longone, e mettendoci per la bella e spaziosa via,

che da pochi anni fu compiuta, che scorge alla Vallassina, vediamo

subito il Segrino e lo rasentiamo in tutta la sua lunghezza, che

non è molta. Questi eterni chiaccheroni, che sono gli etimologisti,

vorrebbero che il nome venisse a questo lago dal francese _chagrin_,

affanno, quasi che il bacino sia tristo e malinconico. Piacemi

rispondere ad essi anzi tutto che non potei mai comprendere per qual

ragione si ostinino a dir tristo questo lago. Se non è tutt’all’intorno

popolato di villaggi e palazzi, solo a capo del medesimo vedendovisi

abitato, non significa per ciò solo che lo si debba condannare. Se in

luogo del dosso verde e boscoso, che sta dalla riva opposta a quella

che noi percorriamo, sorgessero picchi nudi e ferruginosi, potrebbesi

aver ragione; ma quando invece questo bacino è tutt’all’intorno lieto

di verzura, quantunque solitario, non può dirsi tale da meritarsi

titolo di affannoso. Oltre di ciò, qual bisogno vi sarebbe stato di

tôrre a prestanza al linguaggio francese un vocabolo per battezzarlo?

Segrino finalmente si legge scritto in documenti antichi assai più

della venuta de’ Francesi in Lombardia ai tempi di Carlo VIII, e quindi

Segrino sarà un nome come qualunque altro, e se si sottrae diversamente

all’interpretazione, segue la sorte della maggior parte degli altri

nomi di laghi e di paesi.

Oltre questo lago ci troviamo a capo del bivio in cui si scinde la

strada della Vallassina; perocchè vediamo l’altra via che mette

a Pontelambro, e che faremo noi pure al ritorno della presente

escursione.

Dopo due corte miglia da Longone, ci si affaccia Canzo. È borgata

abbastanza grossa, che ha molte case di villeggiatura, sì che in questo

tempo di autunno vi si vegga una vera colonia milanese; tanto così che

venne eretto un teatro, dove si canta l’opera o si recita la commedia

con affluenza di pubblico, e vi si fanno liete feste di ballo. Così

popolato è sempre a sera il caffè, come di giorno frequenti sono gli

equipaggi che da’ paesi circonvicini traggono a scopo di visita o di

passeggiata. Famoso è poi il _vespetrò_ che vi si fabbrica, liquore che

arieggia la _chartreuse_ di Grenoble, la quale ci giunge di Francia e

che è sì ricerca e gustata.

Succedono, al fianco destro di Canzo, i _Corni_, acuti picchi

altissimi, a metri 1385 sul livello del mare, che a Milano, come già

notai, si veggono; ma colla loro nudità non aggiungono tristezza,

e solo formano contrasto col resto, che è tutto lussureggiante di

vegetazione.

Erano un dì rinomate le saje di Canzo che vi si fabbricavano; poi

prevalse la seta, e vi ebbero e vi hanno filande e filatoj i Verza ed i

Gavazzi.

Traggono quei del paese, a titolo di divozione, a San Miro, che fu

nativo di questo borgo, nella prima domenica di agosto, alla sagra che

in onore di questo santo si celebra nel luogo solitario e alpestre che

vien detto la _Fontana del Gajumo_. Come accade in simili circostanze,

si merenda colà allegramente e la divozione si muta in un vero

divertimento.

Dopo Canzo, seguendo il corso della via che conduce ad Asso, il tuo

cuore si esilara subito in questa nuova e vaghissima valle, dove si

presenta al manco lato Asso, il non men bello paese da cui prende

il nome tutto quell’importante territorio che si appella appunto

Vallassina, e che si vede, come scena teatrale, posar sul fianco del

burrone entro cui rumoreggia il Lambro, che non vi ha molto lontana la

sua scaturigine.

La cascata della Vallategna, balzante a picco da erta rupe, sulla cui

vetta fa leggiadramente capolino il grande torcitojo dei signori Verza,

spruzza nella sua caduta, colle sue spume minutissime come atomi di

polve, a molti passi i viandanti. Altre cascatelle scendono giù dai

monti selvosi, che quantunque restringano l’orizzonte, pure non tolgono

bellezza alla graziosa valle, i cui facili e verdi declivî si avvivano

di grotte e di abituri, di ville e casali, ed è dimezzata dal Lambro

che vi scorre. Dall’opposta sponda è Scarenna, sopra la quale vi viene

additata la Casa dell’eremita, ove è fama che sul finir del duodecimo

secolo vivesse appunto un sant’uomo che s’era dato ad istruire la

puerizia e contasse fra i suoi alunni anche quel Miro, che fu poi santo

egli pure e che ho mentovato più sopra.

Pochi passi e siamo ad Asso, il cui nome si suol dedurre dal celtico

_as_, significante sorgente. Ebbe, ne’ tempi efferati, castello di

cui non esiste che la torre in rovina. Un’altra torre, arnese di

guerra, era quella che fu poi convertita in campanile della chiesa

prepositurale.

Era Asso una delle Pievi che componevano la Martesana; a’ tempi

pagani ebbe culto per Asclepio, nome greco di Esculapio, e forse da

Asclepio derivò il nome suo, avendosene dagli antiquarî ad argomento

l’iscrizione romana trovata in Vallassina fra Onno e Vassena, e che fu

letta così dal dotto archeologo Giovanni Labus

Genio Asclepii

Lucius Plinius

Burrus et F. Plinius

Ternus votum solvunt.

Nel medio evo fu Asso, come tutta la Vallassina, della mensa

arcivescovile di Milano. Allo spirare della signoria de’ Visconti

ne appare infeudato Facino Cane, celebre capitano di ventura e primo

marito della sventuratissima Beatrice di Tenda, poi l’altro capitano

Luigi del Verme e via via altri. Ebbe però governo proprio e statuto

indipendente sino all’editto 16 maggio 1765, in cui la Vallassina venne

incorporata al ducato di Milano.

[Illustrazione: Ponte Oscuro.]

Visitando Asso, veggasi la prepositurale, dove son dipinti egregiamente

i Misteri del rosario, ed è di Giulio Cesare Campi una pala

rappresentante l’Annunciazione. Qui pure sonvi signorili famiglie, tra

cui i Romagnoli, i Magnocavallo, i Merzario, i Mazza, per non dire di

tutti, ecc.

Gli è da Asso per Sormanno e per Rezzago che le allegre comitive, messe

insieme dai paesi circonvicini, precedute da fanfare e ribechini,

ascendevano, più frequenti in passato, per il piano del Tivano, e

correvano a vedere quell’imbuto conosciuto sotto il nome del Buco della

Nicolina, dove, provenienti dalle ville del lago di Como, pur salivano

per l’opposto versante altre liete brigatelle a convegno concertato

alla città, e da cui entrambe non si toglievano che a notte fra lo

splendore delle faci resinose, come ho già fatto noto nell’apposita

escursione.

Fuori appena di Asso, il pittorico è ancor maggiore; perocchè, oltre

le diverse intonazioni risultanti da’ caseggiati civili a’ rustici

commisti, oltre le torri ed i villaggi sovrastanti di Pagnano e di

Fraino ed i verdi altipiani di Caglio e di Gemù, ti si para subito

davanti una scena di bell’effetto nella vista del Ponte Oscuro, che

a certa altezza si gitta da un masso all’altro della roccia, su cui

corre la via che scorge a Valbrona e sotto cui, tra grossi ciottoli e

pietre staccate dalle pareti o rotolate dalle acque, scorre il Lambro,

dinanzi al quale sembra la roccia si sia aperta e divisa per aprirgli

il passaggio.

A che i pittori e i _toristi_ nostri, domando io, vanno cercando alla

Svizzera scene e paesaggi per i loro quadri, per le loro impressioni,

se la nostra Lombardia e i monti dell’alta nostra Brianza ponno

loro offerirne di solenni e di belle, di svariate, e di ispiratrici

egualmente?

A chi volesse deliziarsi di maravigliosi punti di vista; a chi

amasse gli erbosi altipiani alternare a’ villaggi, e a’ rugiadosi e

impervi sentieri preferisse ampio e regolare cammino, io consiglierei

volontieri di eleggere la recente strada che traversa tutta la

Vallassina per il corso di ben dieci miglia e riesce a Bellagio, uno

de’ più ameni paesi del Lario. Uscita appena dagli anfratti di Asso,

quella strada ritorna ampia e comoda per Lasnigo, ove hanno villa i

Rusconi ed altri, ed è prosecuzione di quella che dalla Malpensata

conduce, per Longone, a Canzo ed Asso.

Visitando la Vallassina, a questa vaghezza di natura inanimata, altre

ne troverà della animata il lettore; e senza dire degli uomini d’un

ingegno svegliato, industriosi ed ospitali, i quali più spesso cercando

fortuna al di fuori e colà eziandio stabilendosi, non crebbero guari

fortuna al loro luogo nativo, accennerò delle donne col giudizio che

ne reca un non sospetto autore, l’oblato prevosto Vincenzo Mazza di

Lasnigo, autore d’una storia manoscritta della Valle, veduta dal Cantù.

Esse gli parvero modelli, come di avvenenza, così di costumatezza;

sobrie, pudiche, casalinghe, matronali sì da rimovere qualsiasi licenza

d’atti e di parole, e le fanciulle sanno all’uopo difendersi cogli

zoccoli, con sassi e colle spadine che portano come un’aureola in capo.

E poichè e alla città e altrove si ha tanto difetto di buone serventi,

il buon prevosto vi fa sapere come le donne della Vallassina sieno

ricercate come fantesche, nè v’abbia esempio che una sia stata espulsa

da una casa. Non ho voluto dimenticare questa particolarità della

Vallassina, perocchè ogni dì più cresca il lamento per la mancanza

di buone serventi. Gli aumentati opificî e la corruzione cittadina e

campagnola hanno distratto moltissime di queste donne dal mestiere del

servire che un dì pareva loro sì profittevole cosa.

Se a riposarsi di tratto in tratto dal cammino avvenga di interrogare

quella buona gente alpestre, s’odono storie e tradizioni, leggende e

fiabe a illustrazione di castelli e di paesi, di genti e di famiglie;

e se non istessi io sull’avviso contro me stesso che di _tradizioni

e leggende_ parecchie son già stato narratore, potrei qui cingermi

la giornea e ripetere quello che ho appreso nella Vallassina, nè il

lettore sarebbe certo sì fortunato di finirla così presto d’esercitar

meco la sua pazienza. Non tacerò tuttavia d’accennar ciò che i

terrieri non chiamano fiaba o tradizione, ma pretta storia e miracolo.

Già toccai alla sfuggita di Onno, terricciuola della Vallassina che

siede sul versante del lago di Lecco; or bene raccontasi che quel

vigile arcivescovo che fu San Carlo Borromeo, nel visitare tutta

la sua diocesi onde conoscerla per l’appunto e recarvi i saggi suoi

povvedimenti, percorrendo questi luoghi aspri e montani, qui presso ad

Onno, cavalcando una mula, precipitasse con essa dentro un profondo

precipizio, ma che per sommo di ventura — essi dicon miracolo — ne

uscisse incolume.

Ma io debbo, cortese lettore, qui arrestarmi, nè proseguire nella

Vallassina, per non discostarmi troppo dal Pian d’Erba, nei confini del

quale deve restringersi il mio libro.

Il Lago di Como e il Pian d'Erba: Escursioni autunnali · 第 103 / 177 题