LA VALLE DELL’ORO.

Corni di Canzo. — Civate. — Il monastero benedettino. — Il re

Desiderio e Adelchi. — La tradizione del miracolo. — La Valle

dell’Oro. — Barzaguta. — La cascata.

Come già notai in una precedente escursione, anche dai bastioni

orientali della nostra Milano, fra quella lunga fila di montagne di

cerulea lontananza che contermina l’orizzonte, si distingue quel monte

che elevandosi in due acute punte, vien detto dei _Corni di Canzo_,

dal bel paese che loro dà il nome, e che divide la Brianza dalla

Vallassina. Era ad essi che Giovanni Torti, il poeta della _Torre di

Capua_ e dei versi che Manzoni additava come _pochi ma valenti_, faceva

cenno in questi:

O selvose montagne, o gioghi erbosi,

O di lontan sovreminenti al verde

Cornuti massi, o dolce aere vitale...

Come appendice di questo monte, si protende un bel declivio che vien

morendo in riva al lago di Annone. Su questo allegro pendío si posa il

villaggio di Civate, o Clivate, come appellavasi in addietro, derivando

la propria denominazione dalla sua stessa postura.

Fu già Civate una grossa terra, che v’ha chi pretende perfino essere

stata una piccola città, argomentando da alcune vicinanze, come

_Borneu_, che vorrebbe dire Borgo nuovo, Castello o Castelnovo e la

Selva di Diana. Certo in tempi meno rimoti fu signoria degli Abbati

Commendatori del monastero benedettino de’ SS. Pietro e Calocero, il

quale sorge a mezzo del monte che sovraggiudica il paese stesso, e la

storia e la tradizione hanno lasciato e all’eremo ed alla chiesa tutto

ancora quell’interesse che pur l’avevano allorquando l’abbazia era nel

pieno suo fiore.

Per chi amasse conoscere per filo e per segno della origine del

cenobio e della chiesa, degli scrittori che ne han parlato, fra’ quali

Tristano Calco ed il Fiamma, Bernardino Corio e Ripamonti, per non

dire dei tanti altri, farà bene a consultare le _Memorie storiche_ che

pubblicava l’abate Longoni[29].

Tutti i cronisti, scrive codesto autore, citando il Corio, concordano

quindi nell’affermare che Desiderio, l’ultimo re longobardo, innalzasse

la chiesa di S. Pietro per compiere il voto per la guarigione del

figlio Adalgisio od Adelchi, come lo chiama il Manzoni. Desiderio amava

oltremodo questo suo figlio, che viene dipinto da Paolo il Diacono, da

Varnefrido e da Manzoni stesso come duce valoroso; e lo avea in tanta

considerazione, da chiamarlo a parte del regno, dividendo con esso lui

gli onori ed il peso della corona.

Il Corio narra come Desiderio, dopo la sconfitta avuta da Adriano a

Spoleto, oppure, come meglio si vuole, dopo la fuga e la rotta de’

Longobardi dispersi dall’esercito franco, si ritirasse colle sue

genti ne’ monti della Brianza ad un luogo detto Montebaro, dove si

fortificasse in modo che di un monte solitario fosse divenuta una vera

città opulenta. È quindi probabilissimo, inferisce il Longoni, che

trovandosi in que’ luoghi andasse a caccia per quei circonvicini monti,

che a quell’epoca erano per le folte selve abbondanti di selvaggina,

e che abbattutosi Algiso in qualche fiera, che viene chiamata nelle

cronache porco selvatico (cinghiale), o fosse assalito da essa, o

nell’ucciderla restasse offeso dalle armi proprie o da quelle di

altro cacciatore di lui seguace. Forse i monaci Benedettini, che si

erano già sparsi nell’Italia e stabiliti negli eremi i più solitari,

soccorsero il giovane Algiso o Adelchi nella sua sventura e lo

curarono con affetto; per cui re Desiderio, mosso dalla premura da essi

addimostrata, fece loro erigere una chiesa più vasta di quella di San

Benedetto, che forse già esisteva, e la dotò di beni.

Ma il Corio stesso riferiva supposizione diversa, quella cioè che il

Fiamma aveva diggià udito.

“Questo tempio fece edificare Desiderio a similitudine della Chiesa

Pontificale in Roma. Et la cagione intervenne che, andando un dì

Algisio, suo figliuolo, con assai comitiva et gran numero di carri alla

caccia di porci (cignali) su quel monte dove è edificato il tempio, a

caso ferendo un porco, di subito, per divina volontà, divenne cieco.

La qual cosa intendendo il padre il votò a S. Pietro ad honore di

cui, al figliuolo essendo ritornato il vedere, nel monte predetto

fece edificare il memorato tempio e quello dotò di honoranti redditi,

siccome nei suoi privilegi si contiene e per li quali si vede ancora la

indulgenza che Adriano pontefice gli concesse.„

La quale opinione dello storico milanese riceve il suo valore dalla

popolare tradizione che ancora sussiste: perocchè i molti devoti che

traggono a quella chiesa sogliano lavare gli occhi in una fonte di

acqua viva che scaturisce presso alla stessa, e che pretendono sia pur

quella che rese la vista all’infelice Adelchi.

Ma che c’entrano, chiederà il lettore, tutte queste leggende colla

Valle dell’Oro, di cui vi siete proposto di dire?

— C’entrano sì, o discreto lettore.

Perocchè, se visitando il Pian d’Erba, piace a te per avventura fra le

cose meglio interessanti salire a que’ venerabili avanzi dell’antico,

dove tanta storia di nostra casa si può imparare, e sarà certo fra’

tuoi migliori partiti che ti allegrino il delizioso soggiorno, una

delle due vie che vi conduce, transita appunto per la piccola Valle

che si denomina dell’Oro; ed io, ponendoti al giorno della pietosa

tradizione che ancor ripetesi dalla buona gente della montagna, ho

pensato meglio invaghirti a salire per l’erta scabrosa, prendendo

quel sentiero che parte da Civate, anzi che dal più agiato viottolo

che dalla Croce così detta di Pieve mette fra dirupi e cespugli alla

medesima meta.

[Illustrazione: Valle dell’Oro.]

L’orrido pittoresco della Valle dell’Oro è del più bello artistico

che immaginare si possa. Perchè chiamata dell’Oro, non è presto

detto, variando al proposito le sentenze. V’ha chi attribuisce questo

nome alle molte piante d’alloro di cui tutta quanta era un tempo

disseminata; v’ha chi pensa esistesse un giorno qualche aurifera

miniera, ma di traccie non se ne riscontrano; v’ha chi poi lo vorrebbe

derivare — e potrebbe essere probabile — dal cognome di alcuna famiglia

che là ebbe un giorno a possedere. Ma di siffatte investigazioni non

credo possa venirne utile a chichessia e però passo oltre.

Presso al poggio, designato da quei del paese col nome di _Barzaguta_

(balza acuta), si discende verso un torrente, le cui acque nella caduta

mettono in movimento mulini e filatoi. Poco dopo ne si para dinanzi una

magnifica cascata, quella appunto di che or ti si offre il disegno.

Il fondo di questa incantevole scena è costituito da due altissime e

smisurate roccie, e le acque, precipitando spumeggianti e rumorose,

formano nel letto del torrente un bel bacino. Al piede di esso l’occhio

si perde in una gola oscura, attonito dapprima per le dirupate frane

e pei pensili massi che sembrano ad ogni istante rovinare, e se mai

ti piglia il talento di ascendere al sommo della cascata, una rozza

gradinata praticata nella roccia ti agevola la salita.

Oh sì, fra tanto frastuono delle acque cadenti, e fatto maggiore dagli

echi che si ripercuotono, l’anima nostra è compresa da un insolito

sentimento fra la meraviglia e l’orrore; gli svariati effetti di luce,

le tinte ora cariche, ora sfumanti della intera scena, e quelle ombre,

che i pittori chiamerebbero _portate_, e il cupo verde de’ cespugli,

e il gruppo degli alberi, e l’enormità de’ macigni, ne ingigantiscono

così quelle sensazioni che ognun si sente quasi incatenato al luogo e

mal si sa togliersi di colà.

Il geologo poi in quest’orrido della Valle dell’Oro studia uno dei

fatti più curiosi della sua scienza; cioè il gran banco madreporico,

anzi muraglia di corallo che si stende per tutta la Lombardia, dove

mal distinto dalla dolomia bianca e grigia che può dirsi azoica, dove

conservando le forme di polipaio.

Valle dell’Oro è pur chiamato quel povero gruppo di capanne, al quale

scorge il sentiero che percorre la costa della rupe, e se il cammino

scabroso ti ha fatto stanco, una polla di limpida e fresc’acqua

colà ritrovi che ti ristora dall’arsura e ti fa cuore a terminare

l’aggradevole pellegrinaggio.

Il Lago di Como e il Pian d'Erba: Escursioni autunnali · 第 95 / 177 题