IL MONTE BARO.

Bartesate, Villavergano, Figina. — La casa degli Umiliati. —

Ello. — Ville Prinetti, Annoni, De’ Vecchi. — La villa Paolina.

— La Bellavista del signor Cereda. — Galbiate. — Palazzi

Brioschi e Ballabio. — La villa Sanchioli e l’eco polisillabo.

— Case Curti e Riva. — La chiesa di S. Michele. — La lapide

di piazza. — Il Monte Baro. — Fiabe archeologiche. — L’effigie

immobile. — La Rôcca di Re Desiderio. — La fanciulla nel pozzo.

— Il Monte delle Crocette.

Essere in questi dintorni, sentirsi di buona gamba e volontà di veder

cose nuove e provar grate emozioni, e non ascendere a Monte Baro, è

pressochè impossibile. Pellegriniamovi noi pure, amico lettore, più

fortunati se avremo con noi, e meglio ancora se ci saranno compagne

le signore, perchè allora più lieta, svariata e simpatica ci parrà la

gita.

Eleggiamo la via di Galbiate, che tornerà men faticosa. E tuttavia

questo bel paese è sul ciglio del monte; ma appunto per questo sarà più

divertente l’escursione nostra.

Mano mano che si ascende, l’orizzonte si allarga. Il ridentissimo

bacino dell’antico Éupili si distende innanzi a noi. È dall’alto

che terrem conto di tutto; intanto le terre che su questo monte,

o piuttosto collina si veggono, sono Bartesate e Villavergano; più

sopra Figina, ove si vede una casa che apparteneva agli Umiliati, e

quindi Ello, che conta diverse villeggiature amenissime de’ Prinetti,

dell’Annoni, del signor Pasquale de’ Vecchi, la villa Paolina,

fabbricata dal general Pino, e quella dei Riva, che ha un giardino

da cui si vede da una parte l’Adda e dall’altra il Pian d’Erba,

e sovratutto quella che già fu del signor Bonomi ed ora è passata

all’ingegnere Cereda, che per me ha la più simpatica postura della

Brianza, come quella che sorga sulla parte più alta e libera del paese

e domini tutto un meraviglioso orizzonte di monti e di colli, di laghi,

di paesi. L’han detta _La Bellavista_; ma siccome è un nome affibbiato

troppo comunemente tra noi a qualunque luogo che appena abbia una

spanna di prospetto o di sfondo, così non rende tutto l’incanto che

realmente possiede. Ben architettato e comodo ne è il palazzo, e

stupendamente da natura mosso e accidentato il giardino, anzi parco che

le sta intorno, ricco di boschetti e rarità botaniche; insomma un vero

Eden.

Giunti a Galbiate, ci accorgiamo come questo colle separi la valle

dell’Adda da quella dell’Éupili; perocchè dall’opposto versante veggasi

appunto quel fiume, che uscito tale di sotto del ponte di Lecco,

rasenta Olginate e va giù a Brivio. Il duplice orizzonte è pertanto un

pregio di poche località; godiamolo nel mentre raccogliamo il vigore

per compiere la gita montana che abbiamo intrapresa. Guardando giù

per la parte donde siamo venuti, vediamo tutta una serie di laghetti:

quel d’Oggionno e quel d’Annone, che ne è appena diviso da una lingua

di terra che chiaman Isella; quindi quel di Pusiano, poscia a mano

manca quel più piccolo di Alserio. Senza molto dubitare si può essere

indotti a credere che un dì fossero tutti uniti in un sol lago, che

Plinio denomina l’Éupili, e dal quale esce il Lambro, ch’egli chiama il

_Flumen frigidum_, fiume freddo, che ha le proprie scaturigini tra le

montagne della Vallassina.

In Galbiate poi, passando innanzi a bellissime case e palazzi, si è

tratti a chiedere a chi appartengano: e si sa che sono proprietarî

i Brioschi d’un palazzo, che sta sulla piazza della chiesa, con

magnifiche sale ed ampie cantine, e che già fu del barone Pietro

Custodi, il continuatore della _Storia di Milano_ di P. Verri e il

dotto economista; d’altro i Ballabio, con magnifico giardino verso

Oggionno, e dove si incominciarono scene dolorose di domestico dramma,

nel quale era catastrofe l’affogamento d’un bambino e scena ultima

la Corte delle Assise di Milano per lo snaturato suo padre; quindi la

villa Sanchioli, dove esiste un eco polisillabo, che ripete persino un

intero endecasillabo, e le case de’ Curti e dei Riva.

Se accadrà al lettore di tornare altra volta in Galbiate, perchè oggi

siam diretti a Monte Baro, girando intorno al colle verso la parte

della valle dell’Adda, non lasci di visitare la chiesa di San Michele

che sta sul pendio verso Lecco. La sua fondazione è attribuita a

Desiderio, l’ultimo re longobardo, e vi godrà di altro nuovo orizzonte,

perchè si vedrà in faccia tutto il territorio di Lecco e il corso

serpeggiante dell’Adda.

Prima di lasciare Galbiate, decifriamo la lapide che si vede sulla

piazza della chiesa.

Essa suona così:

Libertas

Quæ toto non bene venditur auro

Labore lite prætio parta

Galbiatensi viciniæ ac finitimis oppidis

Regia concessione firmata tandem arrisit

Felix dies XVII junii anni MDCLXXI.

Que infeudationis ac omnis inferioris judicii

excusso onere

Populus hic sub potentiss. regis Hispaniarum

Vicaria potestate nempe mediolanensis Senatus

Se immediate redegit.

Tantæ exemptionis memoriæ

Quam Francisci Georgii Ottolini

Regiæ ducalis Cameræ notarii

Autentica scripta privatim asservant

Hujus lapidis retentivæ custodiæ

Publice resignantur

Die XVIII septembris anno MDCLXXI[28].

Così impariamo che Galbiate, ch’era una volta dipendenza del feudatario

della Pieve d’Oggionno, ebbe a comperare a’ 17 giugno 1671 la propria

emancipazione.

Ora ripigliamo la strada pel monte Baro. Essa è montuosa, ma non aspra,

e presto vi si arriva.

Figuratevi quanto s’esercitasse l’erudizione intorno a questo monte!

S’è detto prima che su questa sua vetta, dove noi ci troviamo adesso,

vi fosse nientemeno che una città e che questa si denominasse Bara,

i cui abitanti andassero poi a fondare Bergamo. Gli è tutto un sogno

codesto, chè nulla rimase che dia presa soltanto ad argomentare che

qualche fondamento avesse di verità, dove s’eccettui il nome del monte.

Ma pure i barbassori che misero innanzi tal fiaba, sono nientemeno

che Plinio il Vecchio, il quale per altro ciò afferma sulla fede di un

vecchio autore, che dice essere Catone. E a Bara e da’ suoi abitatori

si vuole discesa tutta la famiglia briantea.

Non so poi davvero di qual ragione possa valere a rafforzare questa

pretesa la tradizione di quella vecchia e rozza effigie che si venerava

quassù, e che essendosi tentata da’ divoti di rimovere, onde porla

in luogo più dicevole ed accessibile, non solo non vi riuscirono, ma

rimasero colpiti da cecità. Ciò riferirebbesi ad êra cristiana. Quella

effigie fu rivolta a culto cristiano, e quei di Galbiate vi eressero

anzi una chiesa, nel 1480, che poi ebbero i Francescani, i quali vi

studiarono la riforma del loro ordine, e vi stettero finchè Giuseppe

II, nel 1810, volle sbarazzarsi di frati e di conventi.

Qui sul monte vuolsi ancora che re Desiderio vi avesse una rôcca; e

qui davanti alla chiesa, non fan più di quattr’anni, che in quel pozzo

che vi si vede, precipitasse un’inconscia fanciulla, credendo riparare

entro il recinto di muro dalla furia d’una buféra. Dicono vi rimanesse

inavvertita ben sette giorni, a capo de’ quali, venuti per cagion d’una

festa gli apparatori e udendo ascendere da quella profondità un gemito,

calati dentro vi rinvenissero viva ancora, sebbene intirizzita, la

poveretta che sopravisse con meraviglia di tutti.

La vista da questa altura è maravigliosa, più che per la sua estensione

— perchè da oriente è arrestata dalle vette de’ monti che le stanno in

faccia, — per la sua vaghezza. Le digradanti colline che le stan sotto,

i laghi che sembrano gli bacino i piedi, quel di Lecco e l’Adda da una

parte, e quei di Oggionno e d’Annone dall’altra; gli altri leggiadri

bacini, la miriade di paeselli e di casali disseminati per la valle

dell’Adda e dell’Éupili, prestano allo sguardo uno di que’ panorami che

a parole mal si sanno descrivere.

Una bella selva di faggi sussiste ancora, entro cui i buoni Francescani

s’erano aperta un’incantevole via, che se serviva di delizioso

passeggio a que’ frati, or vale a riposo di chi pellegrina a questa

vetta.

Più su si sale al cocuzzolo del monte, dove furono infisse nel suolo

tre crocette, che si veggono stando al basso della valle e che a

quel più alto vertice fan dare il nome di Monte delle Crocette. Ivi

naturalmente si allarga ancor più l’orizzonte e spazia vieppiù la

vista.

Ma l’ora si è fatta alta, e la salita, l’aria sottile del monte ci

hanno reso acuto l’appetito; mano alle provvigioni. Non dimentichi il

lettore la purissima linfa del monte, e con Properzio gridi a chi lo

serve:

_Et puris manibus sumite fontis aquam._

Il Lago di Como e il Pian d'Erba: Escursioni autunnali · 第 93 / 177 题