Consiglio di Rumo e San Gregorio. — Pizzo di Gino. — Valle
di Lesio. — Gravedona e la sua storia. — La chiesa di San
Vincenzo. — S. Maria del Tiglio. — La Madonna sfolgorante. —
Peglio. — Liro e i tre laghetti. — Il Sasso acuto. — Domaso. —
Gera. — Sórico.
Quanto torto si ha a non comprendere fra la parte di lago, che si
suol meglio ricercare da’ forestieri e villeggianti, questo territorio
delle _Tre Pievi_, già dissi. Esso divide infatti, col resto che già
percorremmo, i bellissimi prospetti e la ricca vegetazione, e forse
forse, perchè protetta a settentrione dall’alta schiena de’ monti che
la difendono dai soffii gelati, ha mitezza di clima maggiore degli
altri inferiori bacini, sicchè i giardini vi abbiano agrumi e fiori, e
la camelia perfino vi alligni e prosperi, l’inverno senz’uopo di stufe.
Noi, spiccandoci da Dongo, dove siamo restati nella nostra ultima
escursione, e via trascorrendo Consiglio di Rumo e San Gregorio,
giù scendendo, potremmo ammirare buoni dipinti del cavaliere Isidoro
Bianchi, e salendo più in su, ove comincia il Pizzo di Gino, troveremmo
la chiesuola di San Gottardo. Poi ci vediamo davanti la Valle di Lesio,
oltrepassata la quale si sparpaglia sul pendio del monte la grossa
borgata di Gravedona.
Non fu solo il Rebuschini che ricordò nella sua _Storia delle Tre
Pievi_ gli avvenimenti di Gravedona: altro storico l’aveva preceduto,
Anton Maria Stampa, che fu autore d’una _Storia dell’insigne borgo
di Gravedona, altre volte repubblica_, da lui scritta a bandir la
noja della prigione, perchè, sospettato di torbidi popolari, venne
chiuso nel forte di Fuentes, che sta a capo del lago sulla via di
Chiavenna e intorno al quale si potrebbero spendere molte parole,
se dal mio soggetto non temessi di scostarmi soverchio. Non lasciò
questo scrittore di rimontare a remotissimi tempi del suo insigne
borgo, per isnocciolarne di grosse, e non so da qual codice infatti
imparasse egli come prima Gravedona si appellasse Laricola; ma che poi,
ivi stanziando, un Garbatone, figliuol d’un re Garibaldo anteriore a
Brenno, vi imponesse il proprio nome e fosse il principio d’una serie
di re e di eroi. Di tutto ciò si dispensa d’indicare le fonti: la
tradizione è la sua autorità; ma invano anche questa voi domandereste a
que’ della borgata.
Il Rebuschini attinge invece a più verosimili tradizioni, e ricorda che
Gravedona sostenesse onorevole parte nelle guerre repubblicane; che nel
tempo del Barbarossa,
Di cui dolente ancor Milan ragiona,
come diceva a’ suoi giorni l’Alighieri, nel soggettarsi Lombardia,
preponesse al governo delle _Tre Pievi_ un Amizzone, uomo sanguinario e
rapace, il quale, a togliere ogni motivo ad insurrezione, smantellava
il castello di Gravedona e la Torre di Melia, e così inoltre operasse
da tiranno, che stancati quegli alpigiani ne scuotessero il giogo
ed egli fosse costretto a rifugiarsi in Valtellina. Rammenta pure
come lo stesso Barbarossa, dopo la tregua di Venezia, tornando pel
lago in Germania, venisse da que’ di Gravedona audacemente assalito,
depredandolo delle bandiere e del corredo, e la corona stessa
imperiale, tutta d’oro, caduta pur nelle mani loro, deponessero poi
nella chiesa del Battistero, onde nella pace di Costanza volesse
Federico esclusa dal parteciparne a’ beneficî Gravedona.
Già toccai della parte dalle _Tre Pievi_ avuta nella guerra
decenne; poi Gravedona divenne feudo del cardinale Tolomeo Gallio,
facoltosissimo ed influente, e che nutrendo pensiero di farne la
capitale della Valtellina, al cui conquisto agognava, vi fabbricò, su
buon disegno del Pellegrini, un grandioso e turrito palazzo, il cui
loggiato si vede da chi viaggia per il lago. È in esso che fu detto che
si volesse trasferire il Concilio ecumenico di Trento; ma non se n’ha
nella storia alcun documento che tale intento comprovi; onde siffatta
pretesa de’ Gravedonesi è suffragata unicamente dalla circostanza che
nel detto palazzo si conservino solenni seggioloni con iscritto su
ciascuno il nome de’ cardinali.
Dal Gallio passò il feudo alla ducal famiglia d’Alvito di Napoli,
che la più parte del ricco mobigliare, onde istruivasi il palazzo,
si trasportò nella sua casa di questa città e in quella di Genova;
ma a conservare gli eredati diritti vi mantenne un commissario per
amministrare la giustizia.
Merita qui esser veduta la chiesa parrocchiale di S. Vincenzo, che
si vuole del secolo V, con cripta di stile lombardo, e dove si vede
il sepolcro del dottissimo cardinale Michelangelo Ricci, e tra gli
arredi una pianeta di forma greca a bei ricami, una pace d’argento
del XIV secolo, un calice egregiamente cesellato con molti giri di
santi raffigurati in ismalto, non che una croce grande con ornati e
figurine, lavorata per _Franciscum de Sancto Gregorio da Grabedona_. Nè
si dimentichi di osservare il battistero di Santa Maria del Tiglio, che
si pretende eretto dalla pia regina longobarda Teodolinda, alla quale
per altro si attribuiscono troppe cose, perchè vi si possa credere
sulla parola. Esso battistero è quadrilungo, con tre absidi pentagone
all’esterno e con campanile ottagono di bell’effetto, e internamente
ha una galleria nella parte superiore che lo gira tutt’all’intorno,
e le pareti lasciano intravvedere come già fossero tutte rivestite di
pitture. È qui dove esiste dipinta una Vergine col Bambino, or tutta
rovinata dal tempo, che l’Aimoin nel suo libro _De Gestis Francorum_,
afferma essere stata un tempo per più giorni sfolgorante di celeste
luce. — Oggidì sappiamo quanto valore si abbiano codeste storie e
miracoli, che preti ignoranti e pinzochere accreditano fra le zotiche
popolazioni, come che loro non paja bastevole la buona e sana dottrina
del Cristo a persuaderne la santità della religione.
Agli amatori dell’arte si ponno additare altresì un buon quadro della
scuola del Guercino nella chiesa de’ Santi Gusmeo e Matteo; nella
vicina terra di Peglio vi hanno i dipinti di Gian Mauro della Rovere,
altro de’ Fiamminghini, che ho già mentovati, fra cui il proprio
ritratto nel battistero; una Madonna del far di Bernardino Luini,
una Santa Rosalia della scuola del Guercino, e minori pitture di un
Antonio Scherino del 1635, di Giovanni Valerio, del Rodriguez, del
Caracciolo di Vercana, terra di questi dintorni; oltre la _Via Crucis_
e il Trionfo della Morte nell’ossario, dipinti nel 1715 da Alessandro
Valdini; e a Liro, ne’ cui monti scopronsi a Darenco, Caprico e Ledi
tre piccoli laghi; nella chiesa abbandonata di San Giacomo vi sono
affreschi che portano la data del 1412 e il nome di Bernardo Somassi,
al quale appartengono, e che metterebbe conto che fossero esaminati da
chi avesse a ritessere la storia dell’arte italiana, massime ne’ suoi
primi tempi.
Sovra Gravedona i buoni passeggiatori non lasciano di montare al _Sasso
acuto_, picco, la cui forma è designata dal suo qualificativo, che ha
la vetta rilucente, ed ha sparso il cammino di lucide tormaline.
Ma non volendoci adesso scostar dal lago, oltre Gravedona si distende,
come in un semicerchio, Domaso, che si presenta più bello e seducente
soggiorno se riguardi al suo vago prospetto ed all’attività de’
suoi commerci; ma chi non è avvezzo ai troppo vivi scorrazzamenti
della _breva_, che sembra qui s’accolga, quasi l’antro di Eolo, per
poi sprigionarsene sul lago, s’accorge presto che non è sì grato il
dimorarvi. Da un’antica poesia di quell’Anton Maria Stampa che ho
ricordato nella passata escursione, e che il Cantù ha pubblicata,
raccogliesi che a que’ di Domaso venisse a’ suoi giorni appiccicato
vituperevole epiteto, per essere talun del paese trascorso ad alcun
atto d’empietà. Ecco i versi che vi fanno allusione:
O signori, udite come
A Domaso sia rimaso
Quell’orrendo soprannome
Di cui fe’ poc’anzi acquisto,
Del mozzar le braccia a Cristo.
Più avanti si incontra Gera, sito di pescatori, e più avanti ancora
Sórico; ma le scialbe faccie de’ suoi abitatori ne avvertono dell’aria
malsana a causa d’acque che vi stagnano; onde sarà bene che noi
retrocediamo, perocchè di malinconie il mio lettore non ha di certo
bisogno, e d’altronde da qui i canneti che vediamo ci annunciano presso
la fine del lago.