LE FERRIERE DI DONGO.

Rezzonico e il suo Castello. — Il Castello di Musso. — Il

Medeghino. — Le Tre Pievi. — Villa Manzi. — Dongo. — Casa

Polti. — Villa del vescovo di Como. — Chiese di S. Stefano e

S. Maria. — Valle dell’Albano. — Le miniere di ferro. — I forni

fusori. — Garzeno. — Brenzio. — Le _Frate_.

La manía de’ forastieri e villeggianti s’arresta per ordinario alla

Tremezzina, nè più si cura delle altre bellezze del lago superiore. È

ben vero che non c’è più quel sorriso continuo di ville che nella parte

da noi già percorsa abbiam vedute; ma è vero altresì che v’hanno molte

e molte ragioni a non dimenticare anche quest’altra parte del lago, che

forse per l’artista riesce più interessante. Io ne dirò con sollecite

parole de’ principali luoghi, acciò il libro non manchi al suo titolo.

Secondando sempre la sinistra sponda del lago, passato avanti il

_Sasso rancio_ e San Siro, vedesi su d’un promontorio il paese e

il castello dei Rezzonico, famiglia d’onde uscirono quel Clemente

XIII, al quale il Canova lasciò famoso monumento in Roma, e i conti

Gastone e Antongioseffo, buoni letterati. Il luogo ora è reso ameno

per bellissimo parco fattovi all’intorno, per coltura e per magnifici

limoni che vi fioriscono.

Proseguendo, scorgesi un altro promontorio che si spinge nel lago e che

un dì portava un castello ed era quello famoso di Musso, che ricorda

le gesta di quel formidabile filibustiere, che fu Gian Giacomo Medici,

detto il Medeghino di Milano. L’ebbero prima i Visconti, quindi il

maresciallo Gian Giacomo Trivulzio, e in fine, per inganno, il Medici

suddetto, che, fatta incetta della peggior ribaldaglia, vi si stabilì

come in nido sicuro di rapaci avoltoi. A renderla più inespugnabile,

la circondò d’opere militari d’ogni maniera, al compimento delle

quali coll’esempio incoraggiavano perfino le sorelle di lui, Clarina

e Margherita, la qual’ultima, sposa, al conte Giberto Borromeo, fu

poi madre di quel Carlo che divenne arcivescovo di Milano, cardinale

di Santa Chiesa e canonizzato da ultimo come santo. Era da questa

rôcca che il Medeghino, approfittando della debolezza del governo di

Lombardia, che ora stava nelle mani de’ Francesi, or passava a quelle

degli Spagnuoli, ed a tratti ben anco funestato dalle orde alemanne,

colla flottiglia che s’era formata di sette navi grosse a tre vele

e quarant’otto remi, ed aveva armata cadauna perfin di cento uomini,

tutta schiuma di scellerati, spandeva il terrore pel lago e rendevasi

tanto formidabile e potente, da tenere a segno i Grigioni, ai quali

anzi toglieva Chiavenna; da oppor resistenza agli Sforza dapprima,

quindi ben anco all’esercito cesareo, capitanato dal duca di Leyva,

che soleva dire dargli maggior fastidio il Medeghino che non tutto

l’esercito dello Sforza; da trattar da pari co’ principi, battere

moneta, e dopo d’avere assalito il territorio di Lecco, quello della

Valtellina e la Valsolda, intitolavasi conte di Musso e di Lecco,

governatore del lago e della Valsássina. Se Carlo V volle togliersi

questa spina, gli fu giuocoforza venire a patti con lui, concedendogli

forti somme di denaro, il feudo di Marignano col titolo di marchese e

il comando di quell’esercito che gli affidava per abbattere a Siena

l’ultimo avanzo di guelfa libertà. Ciò avveniva nel marzo 1532; e

quando, in seguito a tali atti, egli abbandonava il suo castello

di Musso, i Grigioni, che ne spiavano la partenza, inerpicavansi

su per que’ greppi, impazienti di demolirlo; scortili il Medeghino,

retrocedette, scese a terra e intimò rispettasser il castello finchè

egli fosse in condizione di vederlo; e tanto imposero la sua presenza e

la minaccia, che alla demolizione non si mise la mano che sol quando la

sua nave non fu più veduta per il lago.

Ora il picco sopra cui il castello si elevava, costituendosi d’un marmo

saccaroide dolomitico, somministra marmi alla fabbrica del duomo di

Como; le molte mine che ne aprirono le viscere, dischiusero un varco

che lascia veder tutta la vallata che riesce a Dongo, e i signori

Manzi, a cui spetta, accomodaronlo come a parco.

Detto delle sorti di questo castellotto che meritamente servì a

novellieri e romanzieri di largo e fantastico tema, avanzando, s’entra

nel territorio delle Tre Pievi, che comprendeva nella sua giurisdizione

Dongo, Gravedona e Sórico, e che ne’ tempi medievali costituiva di per

sè una piccola repubblica, è vero, ma tale da sapersi far rispettare.

E la piccola repubblica ebbe pure l’istoriografo suo nel vivace

Rebuschini.

Seguendo il parco dei signori Manzi che abbiam veduto a’ piedi delle

rovine del castel di Musso, perveniamo in mezzo al seno dove sorge

il palazzo di questi medesimi signori e dove siede il paese di Dongo.

Altre case signorili qui vi sono, fra cui quella dei Polti: il vescovo

di Como vi ha pure la sua villeggiatura, acquistata avendo il vescovo

Romanò la villa che già fu di Antonio Cossoni, discendente di quel fra

Daniele Cossoni che fu ministro di Filippo IV di Spagna.

Qui villeggiava il notajo Sormani di Milano, che si ebbe a’ nostri

giorni la maggior riputazione e clientela, ed al quale i figliuoli

eressero nella parrocchiale di Santo Stefano un monumento. In questa

chiesa vi sono anche mediocri statue del Salterio; affreschi di Giovan

Mauro, Gian Battista e Marco della Rovere, detti i Fiamminghini, vi

sono nell’altra chiesa di Santa Maria.

Nella vicina valle dell’Albano vi sono ricche miniere di ferro e le

si dan scoperte da un Giacomo di Desio nel 1460, che un’altra pure

discoperse di rame presso Barbignano.

Nell’archivio de’ Trivulzio di Milano leggesi un documento in cui

è scritto che lo stesso Giacomo di Desio rinvenisse in questa valle

massi di smeraldo e di rubino, forse schisto di color verde e qualche

pirite di rame, certo non di quella grossezza nè tale da farne tavole e

colonne; onde in benemerenza il duca gli assegnasse dieci scudi il mese

di pensione, purchè quelle pietre ad altri non offerisse prima che a

lui, per un prezzo da misurarsi a norma di loro volume; diritto poi da

esso duca ceduto al maresciallo Gian Giacomo Trivulzio.

Colle miniere era facile immaginare che presto vi si sarebbero

stabiliti forni fusorî, e infatti furono attivati nel 1465 e furono per

lungo tempo posseduti dai conti Giuliani di Milano.

I Rubini per altro li acquistarono nel 1790 e vi portarono tali

miglioramenti e incremento all’industria, da poter modellare la

ghisa. Ma più ancora questa industria s’avantaggiò, quando nel 1839

venne costituita la società Rubini, Scalini e C. che le diè più

ampio svolgimento; per modo che se ne’ primi quarant’anni del secolo

producevano le cave per circa cinquantamila pesi, ora può dirsi che

siasi il ricavo portato a diecimila quintali, di cui un terzo di ghisa,

occupandovisi ben quattrocento operai.

Visitare queste ferriere deve essere un amenissimo scopo di escursione

a chiunque, sia per chi di questa industria sia intelligente, sia per

qualsiasi profano che pur si interessi all’attivo lavoro ed al curioso

processo, onde la roccia si tritura, il metallo si fonde, si schiumano

le scorie, e poi l’incandescente e liquido ferro trabocca e si distende

come un igneo torrente per le diverse forme che gli si vogliano far

assumere e che raffreddandosi ritiene.

Quelle terre che si mostrano sopra Dongo non sono indegne d’essere

visitate per chi ama l’arte. Perocchè a Garzeno v’abbian pitture di

Giovanni della Rovere suddetto, altro de’ Fiamminghini; ed a Brenzio

ve n’abbian molte di Isidoro Bianchi da Campione, celebre pittore,

allievo di Pier Francesco Mazzucchelli detto il Morazzone, e parecchie

pure de’ Fiamminghini.

D’una particolarità ancora di questo monte, alle cui pendici è

Dongo, intratterò, e poi per questa escursione imporrò freno allo

scilinguagnolo; ed è che le sue donne, per un voto fatto nella

peste del secolo XVI, vestono da cappuccine, quantunque abbelliscano

il grossolano costume di ricche cinture e finissime trine. Queste

contigie non vietano che attraggano la curiosità di chi visita la

montagna, e che loro si dia il nome di _frate_, appunto per il fratesco

abbigliamento.

Il Lago di Como e il Pian d'Erba: Escursioni autunnali · 第 82 / 177 题