Il Monte degli Stampi e l’Arca di Noè. — Ville di Menaggio.
— Loveno. — Ville Pensa, Garovaglio, Alberti, Azeglio,
Mylius-Vigoni. — Cardano. — Villa Galbiati. — La Val Cavargna.
— Porlezza. — Fabbrica di vetro. — Il Castello di Menaggio. —
La Sanagra. — Lapide romana. — Nobiallo. — Ligomana, Plesio e
Naggio. — Il Sasso Rancio. — I cosacchi al Sasso Rancio.
Visitata la Bellagina, riconduciamoci all’opposto lido, dove nuove
dolcezze ne attendono. Veramente il bacino della Tremezzina non
s’arresta alla villa Ricordi: non è lungi Menaggio, che vi è compreso,
e merita che vi ci andiamo e vi vediamo le cose interessanti de’
dintorni. E poichè siam ritornati da questa parte, non lasciamo di
rivolgere l’attenzione al Monte che sta sopra la Tremezzina e si
appella degli Stampi, non per altro, che per la stranissima tradizione
che corre nel paese, che lassù vi sostasse, al cessar del diluvio
universale, l’arca di Noè. D’onde mai traesse origine la fiaba, è
presto detto. Su quel monte, nel masso, si ravvisarono impronte di
zampe d’animali della grandezza perfino di trenta centimetri, come si
trovarono crostacei di tempi antidiluviani: ciò basta perchè il volgo,
amante sempre del maraviglioso, sognasse che non sull’Ararat, ma su
questo culmine posasse l’arca di quel patriarca.
Oltre le ville che ho rammentate nella escursione della Tremezzina,
la Majolica non offre che meriti vedere e neppur nominare. La
continuazione della via carrozzabile da Majolica a Menaggio è sempre
ne’ pii desideri; ma noi pigliamo il canotto: — è così bello lo
scivolare su d’esso quando è calmo il lago.
Nondimeno abbiatevi un avvertimento. Se anche un nuvoletto solo turba
il sereno del cielo, non avventuratevi a traversare il lago da Bellagio
alla Tremezzina; a più d’uno quel nuvoletto, non anco giunto a mezzo
del lago, che, come dissi, qui è larghissimo, si dilatò, coprì tutto il
cielo e apportò tempesta, naufragio e morte. Propriamente per dividersi
il lago e formare i due rami, oltre che dalla valle di Menaggio, i
venti vi soffiano e menano furibonda ridda e in nessuna parte del Lario
come qui sono avvenuti tanti disastri.
Ma poichè ho ricordata la valle di Menaggio, se vi fermate nella
Tremezzina alcun giorno, non lasciate di percorrerla e ne sarete
contenti. Vi troverete su d’un poggio assidersi Loveno, colle belle
villeggiature dei Pensa, dei Garovaglio, degli Alberti, degli Azeglio
e dei Mylius-Vigoni. I Garovaglio vi tengono una copiosa collezione di
pregevoli stampe, massimamente inglesi, e un giardino interessante pei
botanici.
Nella sua villa Massimo d’Azeglio immaginò e scrisse parte del suo
miglior romanzo _Ettore Fieramosca_, e raccolse alla sua volta buone
stampe e buoni dipinti con quel gusto che ognun conobbe all’illustre
romanziere e paesista. Nel palazzo Mylius vedreste poi preziosità
artistiche ancor maggiori. Intanto vi piacerà l’architettura sua
semplice, opera del Besia: meglio poi le ricchezze dell’interno e
la sua eccellente distribuzione. Non dirò degli arredi, nè di altre
splendidezze: solo restringendomi all’arte, e nella casa e nel giardino
si ammirano statue e gruppi di rinomatissimi scultori, come la Nemesi,
di Thorwaldsen; l’Eva, di Baruzzi; la Ruth, dell’Himos; oltre la madre
di Mosè, del Gandolfi; il David, del Manfredini; il gruppo insigne
della Igea, dell’Argenti. Circa a pitture, ve n’hanno dell’Hayez,
del Servi, del Canella, dell’Uaed; e ad incisioni, tutte le battaglie
napoleoniche del Longhi, ritratte dai famosi affreschi di Appiani. Il
giardino ha rarità di fiori e d’alberi e di prospetti.
Non lunge da Loveno, mette conto di vedere la bizzarra villa di
Galbiati a Cardano, che non dovrebbe essere negletta dal suo attuale
proprietario. Costò al barone Baldassare Galbiati assaissimo il far
su quest’altura trasportare il gruppo della Clemenza di Tito, da lui
acquistato allo scultore Comolli, ma non è opera che ne francasse la
spesa. Piuttosto se visitate il sepolcreto domestico, vi ammirerete il
monumento eretto dalla pietà del figlio Carlo al padre, collo scalpello
di quell’esimio artista che è Antonio Tantardini. L’Angelo della
Risurrezione che vi raffigurò è di un fortunatissimo ardimento, come
d’una felicissima trovata. Maestra e sapiente ne è l’esecuzione.
Se amanti di natura alpestre, vi direi di percorrere la Val Cavargna
e poi di spingervi anche a Porlezza a vedervi la fabbrica di vetro de’
Campioni e a guardare il Ceresio che giunge fino al piede del borgo: ma
io non vuo’ dimenticare il Lario che mi son proposto di farvi conoscere
e però ritorniamo a Menaggio.
Sovra il paese torreggia il castello, da cui si ha superba la vista
e dove un ricco che l’acquistasse vi troverebbe motivi di magnifica
villa. In basso, viene a gittarsi nel lago la Sanagra, acqua che
dev’essere medicinale, se gli etimologi ne fan derivare il nome da
_Sanat ægros_, cioè sana i malati. Entrando poi nel grosso borgo,
importante per belle case e per commerci ed anche per alberghi, fra cui
primeggia quello del Piantanida, che da Bergamo qui trasportò i suoi
penati e vi adattò da un pajo d’anni tutti i conforti de’ più sontuosi,
ed è da contarsi tra i migliori del lago.
Sulla piazza è una delle lapidi massime dell’antichità, che così fu
letta:
_Minicius L. F. Ouf. Exoratus_,
Flam. Divi Titi Aug. Vespasiani consensu Decurion. tr. mil. IIII
vir. a. p. II. vir. i. d. præf. fabr. Cæsaris et consulis pontif.
sibi et Geminæ q. f. Priscæ uxori et Miniciæ l. f. Bisiæ V. f.[25].
Usciti di Menaggio, tenendoci sempre al lago, incontriamo Nobiallo.
Il suo suolo abbonda di gesso, d’alabastro venato e di scagliola
speculare. Levando lo sguardo al monte, scorgonsi i villaggi di
Ligomana, Plesio e Naggio, dove dicono vi sieno vaghissime montanine.
Non arrivai mai fin là, quantunque il bello facilmente mi seduca; ma
d’altronde la comitiva tirava dritto, perchè la meta del nostro cammino
di quel giorno era il _Sasso rancio_, e sarebbe stata poca creanza
lasciare la compagnia.
Mentre passando per costì ci approssimavamo a questo _Sasso_, più d’uno
mi chiese perchè _rancio_ lo si nomasse, e mi tornò facile il darne la
spiegazione: il colore che tutto copre questa parte di monte è prodotto
dall’ocra di ferro che si contiene nella roccia e che infatti vien
cavato in copia a Gaeta, lì presso. Una signora, che aveva di recente
letto il sentimentale romanzo di Davide Bertolotti, che si intitola
appunto _Il Sasso rancio_, spiegò allora la sua erudizione, ripetendone
brevemente l’intreccio con tanta gravità come fosse stata pretta
storia.
Giunti al Sasso, vi trovammo un’erta scogliera quasi a picco del lago,
e vi si gode di là una magnifica vista. Vicino vi sono parecchie grotte
che si sprofondano nelle viscere del monte.
Su pel difficile sentiero, che serba il nome di via della _Regina_,
che è la prosecuzione di quella che costeggia tutta la sponda sinistra
del lago, nel 1799, quando le nostre belle contrade erano infestate
dalle orde russe, un drapello di cavalleria cosacca di Souwarow
volle peritarsi; ma gli irrequieti cavalli, accostumati a liberamente
scorrazzare per le lande dell’Ukrania, sbizzarrendo, diruparono per
que’ greppi, seco traendo nel precipizio anche molti de’ cavalieri.
Noi invece che v’andammo a piedi non corremmo alcun pericolo;
ricordammo lo storico fatto, misurammo tutta l’altezza del precipizio
e inorridimmo, e vi trovammo invece alla fine della nostra escursione
tutto quel divertimento che desidero a’ lettori.