La villa Sommariva. — Suo primo proprietario. — Opere d’arte. —
Giardino. — Carlotta di Prussia e il principe di Sax-Meiningen.
— La Cadenabbia. — Albergo di Belvedere. — Ville Brentano,
Noseda, Piatti, duca di Sangro e Seufferheld. — La Majolica. —
L’albergo Righini. — Villa Ricordi. — Maxime Lari. — Questione
filologica.
Dicono i Francesi: _à tout seigneur, tout honneur_; e però a questa
villa denominata ancor Sommariva, che per universal sentimento si
estima la più grandiosa e splendida di quante abbellano le ridenti
sponde del Lario, vuolsi, come da quanti visitano questi luoghi,
dedicare una speciale escursione.
Sorge essa fra Tremezzo e la vicina Cadenabbia, isolata come una
regina a cui le altre dame stieno per reverenza a certa distanza. È
ingiustizia della sorte che non le sia stato conservato il nome del
suo primo proprietario che la fe’ costrurre, del marchese Giorgio
Clerici, cioè, che fu presidente a Milano del Senato e del quale pure
era il magnifico palazzo nella contrada appunto detta de’ Clerici,
convertito ora in sede della Corte d’Appello, dove pitture e dorature
in profusione attestano ancora della immensa ricchezza di sua famiglia;
perocchè il primo merito andrebbe dovuto a questo nome.
Incominciata essa da quel patrizio, veniva ultimata da Anton Giorgio
suo nipote, che, a dir di Gianbattista Giovio, l’amico di Foscolo, vi
esercitò lo splendore e la magnificenza cinto d’ospiti numerosi e in
banchetti luculei.
Ma piacque tanto, e per la casa e per i ben disposti giardini, e per
le acque che vi zampillavano, al lodigiano avvocato Sommariva, che
fu tra i direttori della repubblica cisalpina e che vi si arricchì, a
prova che in ogni maniera di governo la fame dell’oro prende sempre i
maggiorenti, che se la fece sua, acquistandola.
Nè è a dire quanto alla sua volta l’abbellisse ed arricchisse;
dipinti e sculture vi recò de’ più eminenti artisti antichi e moderni.
Parecchi quadri vi si veggono di scuola fiamminga; una bella testa,
di Leonardo; e de’ moderni, l’ira di Achille, del Bossi, e le ceneri
di Temistocle rese alla patria, dell’Appiani; un Marte disarmato dalle
Grazie, del Landi; il bacio di Giulietta e Romeo, di Hayez; e la morte
d’Atala, del Lordon. E di scultura, di antico, un’Andromeda che si
fa passare per opera di greco scalpello; di moderno, il Palamede,
il gruppo Amore e Psiche; e la Maddalena e la Tersicore di Canova,
e diversi suoi modelli; e la fascia in basso rilievo rappresentante
il trionfo d’Alessandro, di Thorwaldsen, allogato al grandissimo
artista da Napoleone il Grande per il Quirinale di Roma e valutato
ben settecentomila lire; un gruppo dell’Acquisti, raffigurante Marte e
Venere; poi nell’attigua chiesuola due monumenti ai Sommariva, padre e
figlio; l’uno eseguito da Pompeo Marchesi, l’altro da Pietro Tenerani
con quattro statue di Luigi Manfredini, e una Deposizione dalla Croce,
di Benedetto Cacciatori.
A tanta ricchezza d’arte corrisponde la vaghezza del giardino e la
peregrinità delle piante e de’ fiori.
Vi si ponno spendere insomma nell’ammirazione più ore e partirne
contenti.
La villa fu anche detta Carlotta, perchè dopo acquistata da una
principessa di Prussia di questo nome, che naturalmente l’aprì ad
ospitarvi spesso regnanti e principi stranieri, e dalla quale, morta
il 30 marzo 1855, passò al marito di lei, il principe Giorgio, duca di
Sax-Meiningen.
Confina colla bellissima villa l’albergo della Bellavista (Hôtel de
Bellevue) della Cadenabbia, — paese che originò forse da _cà de’ nauli_
— e il forestiero anche più schifiltoso vi trova tutto e le lautezze e
i comodi degli alberghi svizzeri.
Dopo l’albergo e le poche case della Cadenabbia, si trovano le ville
Brentano e Noseda, quelle dell’artista Piatti, e accanto, colla
medesima architettura, quella dei duca di Sangro, che rivela che a
quelle due ville presiedette il pensiero d’una fraterna amicizia.
Seguita poi la villa de’ signori Seufferheld, e dopo, il paese
mutandosi in quello della Majolica, segue l’albergo Righini, cui tien
dietro la villa del principe de’ nostri musicali editori, Tito di
Giovanni Ricordi, al quale Euterpe e Melpomene hanno preparato il più
gradito e riposato nido. Vuolsi che il solo spartito del _Trovatore_ di
Verdi abbia, ne’ guadagni fruttati, fornito la spesa di così splendida
villeggiatura.
Oggi è breve la nostra escursione: ma in ricambio tante bellezze
di natura e d’arte ammirabili ci occupano siffattamente, che è bene
arrestarci e riandarle poi tutte nella memoria: _meminisse juvabit_.
Immenso è il dominio dell’arte e immenso è il campo a meditare in esso,
come ampio si presenta il bacino allo svolger del lido, appena tocca
la villa Ricordi; e noi quivi fermadoci, pare che il vasto pelago
armonizzi colla vastità del pensiero che accoglie e medita tutte le
meraviglie vedute.
Da qui si comprende come si potesse credere finora dai più, che
_massimo_ venisse chiamato il Lario, nella Georgica seconda di
Virgilio, leggendone così i versi:
_An mare, quod supra, memorem, quodque alluit infra?_
_Anne lacus tantos? te_ LARI MAXIME; _teque_
_Fluctibus et fremitu assurgens, Benace, marino?_[24]
Ma forse il poeta volle dire invece: _te, Lari, Maxime; teque_ etc.,
e così ricordare e il Lario e il Verbano, che tuttavia chiamiamo
Maggiore, e il Benaco, che così meglio risponderebbe al concetto
espresso da Virgilio nel _tantos lacus_, perchè due soli laghi,
il Lario e il Benaco non sarebbero, a vero dire, _tanti laghi_. A
coloro poi, i quali a questa lezione oppor volessero che in antico
si chiamasse _Verbanus_ e non _Maximus_ quel lago, potrei rispondere
che, se accademicamente quello fosse il suo nome, potrebbe anche
essere stato che volgarmente venisse detto anche _Maximus_, se poi
italianamente fu da poi appellato Maggiore.
Congeneri esempî si potrebbero all’uopo recare; ma rammentandomi che il
mio dire non deve essere irto di discettazioni filologiche, abbandono
cui piaccia la nuova questione; chiedendo anche questa volta scusa, se
immemore d’essere un semplice cicerone da campagna, ho dato mano per un
istante alla ferula del pedagogo.