Le cascate di Camoggia. — Colono. — Sala. — Villa Beccaria.
— Zocca dell’Olio. — Isola Comacina. — La sua storia. — La
processione e la Scorobiessa. — Isola. — La torre del Soccorso.
— Campo. — La villa Delmati. — Dosso di Lavedo. — Balbianello
e la villa Arconati. — Il torrente Perlana. — La Madonna del
Soccorso.
Riconducendoci ad Argegno, e da qui movendo all’insù del lago, seguendo
la medesima sponda, dobbiamo questa volta proporre a meta della
nostra peregrinazione questa Isola Comacina, un dì più famosa certo di
quello non lo sia oggidì. Vi troveremo importanti memorie di storici
avvenimenti, che non sarà, per chi ha cuore e amor di studî, discaro di
ricordare.
Intanto lungheggiando questa sponda, la sua severità, che ebbe, a
vero dire, il suo principio dalla punta di Torrigia, è divertita dalle
bellissime cascate di Camoggia, le cui acque con molto fragore balzan
dalle alture e spumeggianti si gettano nel lago. Una semplice casetta
da contadino sta al piede del monte e testimonia che vi ha chi sfrutta
e que’ pascoli e que’ boschi.
Dopo un certo tratto silenzioso e disabitato, si presenta Colono,
paesello, come Blevio, Careno, forse Corinto in antico, Palanzo, Lemna
e Nesso che già visitammo, il qual rivela nel suo nome, che ricorda
altresì l’_Edipo a Colono_ di Sofocle, la presenza di una immigrazione
greca; la quale, come già altre volte notai, pur si manifesta nel
nome di altre terre, come Campo, che troverem tra breve, Lenno, Dorio
e Dervio, forse anticamente Delfo; avvalorandosi così la credenza
di coloro che pretesero aver qui, come pur già dissi, Giulio Cesare
dedotta una colonia ellenica di cinquecento uomini di prestanti
famiglie. E pare che gli abitatori di questi paesi serbassero le
costumanze antiche, computando gli anni dai consoli, e rammentando
l’autorità dell’imperatore greco sedente in Costantinopoli, quantunque
non ne avesse su di essi giurisdizione, negli anni di Cristo 571 e 572,
a’ quali accennano due lapidi latine che si distinguono tuttavia in
Lenno, e che riferirò a suo luogo.
Tuttavia a Colono si hanno traccie sufficienti di colonia romana nei
ricordi di un arco antico, che evidentemente lo attestano di romana
architettura.
Succede a Colono, Sala, paesello che vive di pescagione e sul confine
del quale ha il suo letto il torrente Premonte, e sulla punta sporgente
nel lago sorge la villa Beccaria, che appartenne a Cesare, l’immortale
autore _Dei Delitti e delle Pene_ e dove vi morì il suo degno figlio
marchese Giulio; e la quale chi la visitò afferma somigliare ad un buon
libro che attiene più che non prometta.
Tutta questa parte, che forma un certo grazioso bacino, la si può dire
una primavera anche nel verno: la neve, se cala, vi sparisce subito: il
verde vi è costante e però agrumi e ulivi vi allignano, per la mitezza
del clima, all’aperto, nè i fiori han d’uopo di serre: lo stesso che
sul lago Maggiore avviene ne’ dintorni di Cannero, che si trovano
nell’eguale condizione di postura. La calma che anche regna nelle onde
di questo seno, a cui l’isola forma quasi baluardo contro l’ira dei
venti e dei flutti, ha fatto dare a questo tratto dagli abitanti del
paese la denominazione di Zocca dell’Olio. Perocchè davanti a questa
villa Beccaria si schierino a fianco Sala e davanti l’Isola Comacina, a
cui eravamo diretti, e che è anche la sola isola del lago.
Essa conta tutta una storia; nè è a credersi che la sua estensione
fosse quella che presenta oggidì, dovendo certamente essere stata
maggiore, rôsa quindi all’intorno dalle innondazioni che via ne
trascinarono poco a poco molto terreno.
Chi conobbe l’itinerario d’Antonino, vuole che dell’Isola Comacina vi
sia fatta menzione: certo all’epoca dell’invasione longobarda cominciò
ad essere teatro di lotte animose e fiere. Un Francione, generale di
Maurizio imperatore d’Oriente, vi si rifuggì e mantenne indipendente,
l’isola appellando Cristopoli, quasi posta sotto la protezione
speciale di Cristo. Ma Autari, re longobardo, la strinse e l’assalì
vigorosamente con numerosa flottiglia, e dopo una gagliarda resistenza
di sei mesi, l’ebbe per onorevole capitolazione di quel prode, che
ottenne di ritirarsi colla moglie a Ravenna. Ricchissimo fu il bottino
che vi fe’, occupandola, il longobardo.
Successivamente fu l’isola ricovero a Gaidulfo duca di Bergamo,
allorchè si ribellò a re Agilulfo; poi al re Cuniberto, quando dovette
cedere alla prevalenza del duca Alachi di Brescia; quindi alla famiglia
di Ausprando, dove per altro essa fu immolata dal suo nemico Ariberto,
che a maggiore vendetta smantellò anche l’isola che l’aveva ricoverata.
Quivi pure rifugiavasi la famiglia di Berengario nel 962 dall’irruenza
delle armi del suo più felice competitore Ottone di Germania, e
gli abitanti di queste rive che, parteggiando per quest’ultimo, lo
forzarono alla resa e ne disarmarono il castello, ebbero in premio la
conferma dei diritti di comune all’isola nel seguente documento, che
val la pena di conoscere:
“In nome della santa ed indivisibile Trinità, Ottone, per voler di
Dio, imperatore augusto.
„Se assentiamo alla domanda degli altri nostri fedeli, molto più
giustamente inclinar dobbiamo le orecchie alle preci della diletta
consorte nostra. Sappiano dunque tutti i fedeli nostri e della
santa Chiesa di Dio presenti e futuri, che Adelaide imperatrice
augusta, moglie nostra, invocò la nostra clemenza, affinchè per
amor suo gli abitanti dell’isola Comasca e del luogo che dicesi
Menaggio ricevessimo sotto la nostra tutela e confermassimo
coll’autorità nostra i privilegi che ebbero dagli antecessori
nostri e da noi stessi aventi l’unzione imperiale, cioè di non far
oste, non aver l’albergario, non dar la curatura, il terratico,
il ripatico, e la decima del nostro regno, nè andar, se non tre
volte l’anno, al placito generale in Milano. Tanto concediamo ecc.
Dato all’ottavo avanti le calende di settembre (25 agosto), anno
dell’incarnazione 962, I dell’impero del piissimo Ottone, indizione
V, in Como.„
La giurisdizione politica dell’isola doveva estendersi a que’ giorni,
oltre l’isola propriamente detta, a tutto il tratto da Argegno sino a
Villa di Lenno, dall’una e dall’altra sponda.
Gli isolani nella guerra dei dieci anni, dal 1118 al 1127, mossa dai
Comaschi a’ Milanesi stati prima amici coi primi, poscia congiuntamente
a Menaggio, Gravedona e a tutte quelle terre del lago ch’erano a queste
vicine, lor si chiarirono avversi; onde i Comaschi ne tiraron vendetta,
desolando molti loro paesi e l’isola, che da allora cessò d’essere
popolata e dal dare a parlare di sè.
Oggi, a chi la vede, par non credibile che possa essere stata
importante luogo: eppure fu scritto che sul ripiano più elevato
sorgesse il castello, che i pochi abitanti odierni additano ancora ove
fosse; che ben nove chiese vi esistessero e che il vescovo Litigerio vi
avesse collocato perfino una Collegiata di canonici.
Ruderi ad ogni modo di fortilizî veggonsi tuttavia, che si vanno però
sempre struggendo, per sostituirvi piante e seminagioni, e in una
festa annuale, nel 24 giugno, per antichissima tradizione, si riproduce
intorno ad essa una delle tante assurde e superstiziose scene, onde non
è libero ancora il cristianesimo del contado.
In quella giornata, sacra a San Giovanni Battista, il clero in
processione vi gira in una gran barca detta la _Scorobiessa_, e negli
anni addietro essa veniva altresì accompagnata dalla rappresentazione
scenica della decollazione del Precursore.
Raffiguravasi il re Erode, che, in mezzo al suo corteo, comandava
decapitarsi il santo, il qual doveva essere un fantoccio, perchè
realmente si vedeva, al calar del fendente, balzare la testa e il
sangue sprizzare da un otre che vi era predisposto dentro, con immensa
edificazione e gaudio della devota popolazione.
In seguito della suddetta guerra decenne, gli abitanti, parte
ripararono a Varenna; gli altri si fabbricarono sul lido le loro
case, e il paese che ne uscì appellarono dal luogo che avevan dovuto
abbandonare, Isola, dove risiedette anche la Collegiata che ho testè
ricordata.
Lasciando Isola, in su spingendo l’occhio, vedesi su d’un greppo un
avanzo di torre, che denominano del Soccorso, di solida costruzione,
quadrata, e che doveva servire o di vedetta o di momentaneo rifugio.
Subito dopo Isola, è Campo, ove la villa che prima era dei Giovio,
venduta poscia a Tolomeo Gallio, che di ville sul lago n’ebbe più
d’una, ebbe a ritornare di poi ai Giovio; nel 1787 venne da essi ceduta
al cardinale Angelo Durini, che l’ampliò ed arricchì di molto; e forse
è questa la villa del prelato, che, colla scorta dell’Amoretti, io
cercavo a Moltrasio invanamente.
La superstizione, svegliata dal giuoco dei venti che vi producevano
rumori, tenne lungo tempo disabitata la villa; ma essa ora appartiene
ai signori Delmati, che l’abitano senza tema che diavoli e fantasime vi
facciano ridda e tregenda.
Proseguendo il cammino, giungesi al Dosso di Lavedo, ov’era prima un
convento di Francescani, che, acquistato dallo splendido cardinale
sunnominato, vi fabbricò un portico sull’eminenza, e ne costituì la
villa che vi si vede, che si noma Balbianello, e spetta adesso al
marchese Arconati. Da questa villa si domina il maraviglioso bacino
della Tremezzina, cui ci tarda di giungere, e più giù il tratto
di lago che abbiam trascorso in questa nostra escursione, la quale
chiuderemo additando all’insù di Spurano ed Ossuccio il Santuario della
Madonna del Soccorso, al quale conduce un’ampia strada fiancheggiata
da quindici cappelle sul far di quelle della Madonna del Monte di
Varese, con entro raffigurati, taluni in plastica, taluni in pittura,
i religiosi misteri. L’opera di queste cappelle è dovuta alla pia
costanza di Timoteo Snider, che fu eremita di questi monti, il quale
e col mendicare e collo insistere presso le famiglie più facoltose,
potè recare ad effetto il suo divisamento. Degli artisti che vi
lavorarono, si addita un Francesco Torriani da Mendrisio per la
cappella dell’Orazione di Gesù nell’Orto, dipinta; e un Agostino Silva,
per le figure non senza merito scolpite in quella che rappresenta la
disputa dei dottori, che è anche la più ricca cappella. Forse è pur
egli l’autore di sculture di altre cappelle. Il Santuario è un bel
tempio cui traggono continuamente, massime alla Madonna di settembre,
i devoti. A mezzo la via, si passa sul torrente Perlana, traversandolo
su di un ponte di legno, e le tumultuose sue acque, che mettono in
movimento de’ mulini, precipitandosi al basso, formano una cascata di
effetto assai pittoresco.
L’origine del Santuario vogliono che derivi da una effigie mutilata
di sasso rinvenuta colà, Dio sa come, da’ montanari, alla quale,
appiccicata una testa e una figura di bambino, la salutarono Madonna,
la venerarono in una chiesuola; poi, per grazia ricevuta, questa, a
spesa de’ terrieri del lago, fu tramutata nel grandioso Santuario,
conosciuto sotto il nome della Madonna del Soccorso, stato consacrato
nel 1837 dal vescovo di Como, allora monsignor Bonesana.
Un’altra statua si conserva ed è dipinta e porta infatti questa
iscrizione: _Questa figura è quella che fu depinta quando questa gexia
comenzò ad essere frequentata per li molti miracoli e grazie._
Legati e doni arricchirono la chiesa per parte di chi si professò
riconoscente per qualche grazia colà supplicata ed ottenuta.