LA VALL’INTELVI.

Brienno. — Archigene fonda Argegno. — La Vall’Intelvi. — Sua

parte nella guerra decenne. — Diventa feudo. — La rivolta

del 1806. — Cospirazione del 1833. — Insurrezione nel 1848. —

Andrea Brenta. — I cospiratori del 1854. — L’insurrezione e i

volontarî del 1859.

Vale davvero consacrare una buona giornata a percorrere questa

alpestre, ma bella e simpatica parte del territorio comasco.

Noi proseguendo il cammino nostro da Torrigia, lungo la sinistra

sponda del lago, per certo tratto di riva non rinveniamo più nè ville,

nè case; le prime che rompono la monotonia di quelle roccie, non più

così fiorenti e verdeggianti, come quelle che abbiamo lasciate, sono

i casolari del montuoso Brienno. Quivi furono trovate iscrizioni

romane, di cui una rammenta un Archigene, dal quale si vuol derivata

la denominazione del non discosto paese di Argegno e ne lo si dà per

fondatore. Null’altro offre che valga ricordare.

È da Argegno che si entra in Vall’Intelvi per due vie; l’una sulla

sinistra del torrente Telo che va a Sant’Anna e Schignano; l’altra

sulla destra, per la quale ponno ascendere carri, e riesce a San

Sisino, a Castiglione e a San Fedele, e da cui si può andare a Lugano:

ambe poi belle di alpestri bellezze.

È dall’ultima via che si accede al Calvagione, o monte Gionaro, che è

quello che conosciamo già col nome di Generoso.

Tutta la Vall’Intelvi è bella di prospetti, di naturali bellezze,

di vegetazione; essa è anche interessante per gli episodî delle sue

sommosse, che attestano i suoi abitatori animosi e teneri di libertà.

Vollero alcuni derivato il suo nome dall’intelligenza de’ suoi figli,

quasi Val d’Intelletto; ma chi nelle carte dell’ottavo secolo la trovò

indicata col nome di _Intellavi_, la volle parola corrotta da _Inter

lacus_, sorgendo essa difatti fra il Lario ed il Ceresio.

Nella guerra decenne, incominciata col 1118 ed ultimata il 1127

fra Milano e Como, e nella quale le terre del Lario si scissero

parteggiando per quella o per questa città, questi alpigiani furono

utilissimi difensori di Como, e poscia, al tempo della dominazione

spagnuola, divennero le loro terre feudo dei Marliani.

Bartolomeo Passerini, curato di Ramponio, terra della Vall’Intelvi, nel

1806, indegnato che Napoleone tradisse la libertà facendosi imperatore,

alzò il vessillo della ribellione: lo seguirono gli altri curati di

Dizasco e Cerano e seco loro trassero altri generosi; ma privi di

armi e d’ogni altro mezzo, pochi gendarmi bastarono a disperderne il

manipolo: e carcerati tutti, decapitati i capi, gli altri, dopo breve

carcere, rimisero in libertà.

Di sè non diè a parlare la Vall’Intelvi se non nel 1833, quando essa

ruminando una sollevazione ad ajutar la Giovine Italia, il governo

Austriaco vi mandò il commissario Piccinini ad arrestare un Piazzoli,

che si dava per l’anima della cospirazione in quella parte; ma una

fucilata stese morto il commissario, il Piazzoli riparò in Isvizzera e

ogni cosa fu ultimata.

A maggiori avvenimenti fu teatro invece negli anni 1848 e 1859, quando

la causa dell’italiana indipendenza fu intrapresa seriamente; ma a

narrarli mi valgo di quanto ne scrisse Gaetano Ferrabini e stampò a

beneficio della famiglia di Andrea Brenta, perocchè per essere il

Ferrabini mio cognato, non m’è tolto dal ricordarlo come fervente

patriota, egli essendo stato animoso volontario nelle fazioni patrie

allo Stelvio, dopo d’aver avuto nelle cinque giornate di Milano

mutilato più d’un dito della destra mano dalle sciabole poliziesche.

Come in quel di congiunto, metto franca la mano e senza scrupoli nel

suo sacco[22].

Argegno e la sua vallata singolarmente sono assai memorabili, come

dissi, per la loro insurrezione dell’autunno 1848, quando volevasi,

rivoluzionando tutta la parte montuosa della Lombardia, ritentare il

nostro riscatto.

Quell’ardimentoso rivolgimento, che si potrebbe appellare l’ultimo

disperato sforzo della Lombardia per vendicarsi a libertà, perchè già

chiusa colla peggio la male augurata campagna combattuta dall’armi

sarde contro gli Austriaci colla capitolazione di Milano, fu iniziato

in Argegno da _Andrea Brenta_, nativo di Varenna, ostiere e fornajo

di San Fedele d’Intelvi, ove si stabilì fin dal 1833; uomo, che

comunque di volgar condizione, era nondimeno distinto per l’ardore di

patriottici sentimenti e degno al certo di più vasto ed importante

arringo. Disceso costui, poco dopo la metà dell’ottobre, ad Argegno

con soli quattro determinati compagni (fra cui piacemi segnalare il

prete don Francesco Cavalli, in allora parroco del luogo di Pigra),

vi disarmò subito la imperiale gendarmeria, e cacciandosi poi nella

vallata, la faceva insorgere tutta quanta.

Que’ gendarmi disarmati si portavano di cheto a Como, ove riferivano

l’accaduto al comandante militare di questa città, generale Wimpfen. Il

27 di quel mese, ordinati da costui, giungevano ad Argegno, trasportati

dai battelli a vapore, più di 700 Austriaci affin di reprimere quel

movimento. — Avviaronsi essi per la strada a destra della valle;

ma giunti appena al luogo detto Cavrano, o Crotto del Piazza, poco

oltre la chiesa di S. Sisino, dovettero far sosta, perchè salutati

da ben nudrita moschetteria dei nostri quivi destramente imboscati,

quantunque non fossero questi che in numero di sette. Erano costoro il

Brenta medesimo, i quattro suoi compagni, e Bernarda Niceforo e Grandi

Andrea detto _Botris_ di Argegno, i quali eransi ad essi aggiunti. —

Si impegnò allora uno scambio non interrotto di fucilate, che lasciò

credere a quelli di parte avversa che assai più numerosi fossero i

sollevati coi quali avevano a fare, e non s’ebbe in quel primo scontro

a lamentare dai nostri alcun danno, nè a perdere, ciò che meglio

importava, la posizione.

Il mattino del dì susseguente (28), gli Austriaci ripresero primi il

fuoco, senza osare, per altro, avanzarsi oltre il summentovato luogo,

certo sospettando che l’avvisaglia del giorno innanzi accennasse

ad una più estesa partecipazione di tutti i valligiani. — Con molto

accorgimento erano i nostri gagliardi qua e là distribuiti, e dietro le

macchie degli alberi o gli accidenti del terreno montuoso mascherati;

sorprendente era la lestezza che usavano nel ricaricare le bocche

da fuoco; ed a tanto pervenne da ultimo il loro ardimento, che il

summentovato Andrea Grandi, balzato solo fuor d’una macchia, stringendo

sempre il proprio moschetto, simulando che altri molti il seguitassero,

li andava ad alta voce chiamando ed eccitando a buttarsi su’ nemici; a

tal che questi ne furono sgomentati in guisa che gli fuggirono davanti.

E così finalmente procedettero le cose in quel giorno, che verso le

due pomeridiane gli Austriaci, i quali già contavano perdite e feriti

in buon dato, si trovarono costretti a volger le spalle e discendere

precipitosi e nella massima confusione, raccogliendosi a mala pena

in Argegno. — Avevano però prima gli infami, seguendo il barbaro loro

costume, appiccato il fuoco a ventotto cascinali e a due crotti, di cui

uno del Piazza, le rovine del quale veggonsi ancora oggidì.

In Argegno, a rifarsi della vergognosa ritirata, usarono con quei

terrieri, senza riguardo a sesso ed età, ogni modo di violenze, mali

trattamenti e minaccie; e tolti con loro sette uomini del paese quali

ostaggi, nelle persone di Antonio Cresseri, Francesco Peroni, Adriano

Balzaretti, Santo Scotti, Giovanni Rigatti, Giovanni Santi ed altro di

cui non si ha il nome, s’imbarcarono e si ricondussero a Como.

Di quei sette statichi, i quali non è a dirsi a quali e quanti insulti

e tormenti avessero, contro il diritto delle genti, a patire per

opera di quei sicarî piuttosto che soldati, basterà rammentare come

venissero tenuti per ben due intere giornate colle mani legate al tergo

e senza cibo, e non ne fossero poi rimessi liberi che sei; l’altro,

il Cresseri, uomo di avanzata età, ammogliato e con figli, essendo

barbaramente fucilato in Como a’ 17 novembre di quell’anno, perchè lo

si volle ritenere proprietario di una pistola sguernita di acciarino,

rinvenuta dietro un muricciolo in Argegno presso cui s’era trovato nel

momento del di lui arresto. — In quella stessa occasione che l’infelice

Cresseri veniva messo a morte, questi avevasi a compagno di pena un

tal De Maestri di Orzinovi, incolpato d’aver donate dodici lire a due

giovani di una famiglia ungherese.

Il Comitato della Emigrazione Italiana residente in Lugano, al quale

avevano fatto ricapito dal precedente agosto gran parte di coloro

che avevano anteposto l’esiglio al ritornare sotto gli artigli

dell’Austria, venuto a cognizione di quella sollevazione, nella

speranza avesse essa a prendere più vaste proporzioni, decretò

sostenerla; e mandò a tale uopo danaro, armi e munizioni, e più di

400 militi, de’ quali il maggior numero disertori dalle bandiere

dell’Austria, capitanati una parte dal generale D’Apice, l’altra dal

comandante Arcioni.

Nella Chiesa di S. Sisino, posta a breve distanza sopra Argegno, venne

istituito un governo insurrezionale per la provincia di Como, il quale

assumesse la direzione del movimento e delle operazioni militari; e

allora fu che molti altri paesi del lago insorsero del pari, e corsero

ad ajutare la insurrezione.

Così provocati in più audace e considerevole modo gli Austriaci,

ritornati in grosso corpo, tentarono essi più volte di penetrare

nella Valle, non per le vie di Argegno soltanto, sibbene da varie

altre direzioni; ma furono sempre e gagliardamente dovunque respinti

con gravissimi loro danni, finchè nel giorno 3 novembre, dopo aver

sostenuto con quelli del lago un breve fuoco, riuscirono, scortati

da due guide di Finanza — Pensa e Melloni — che a loro vergogna van

ricordati, a salire per il Bisbino, e avanzandosi a rapida marcia,

pervennero poi ad impadronirsi delle vette dei monti che fiancheggiano

a sinistra la parte della Vall’Intelvi, la qual si chiama di Schignano,

dal paese di tal nome — ciò che non sarebbe stato loro possibile

certamente, se il generale D’Apice, che fin dal giorno avanti

occupava co’ suoi 200 bravi soldati quelle cime, veduti da lontano

gli Austriaci, non avesse fatto retrocedere la sua truppa infino a

Schignano. —

È la gente di questo paese assai rimarchevole per islancio, per

coraggio e per costanza in tutto che riguarda alla patria libertà: e

dove il D’Apice avesse fatto debito assegnamento su di essa, avrebbe

indubbiamente trovato nella medesima un validissimo appoggio. Ma egli,

riuniti e fatti schierare sulla piazza comunale tutti gli uomini suoi,

che sommavano, come si è detto, a meglio di 400, ordinò loro la marcia

di ritirata per le gole che transitano al territorio della Svizzera.

Perchè mai questo generale aveva egli lasciato scoperto il passo alla

Valle dalla parte del Bisbino?.... Perchè non ha poi riparato a tale

mancanza approfittando delle magnifiche posizioni che avrebbe potuto

agevolmente tenere con duecento militi valenti come quelli che erano

sotto i proprî comandi, ed ardentissimi inoltre di battersi per la

libertà d’Italia, e da dove si sarebbe potuto di leggieri, non che

impedire al nemico d’inoltrarsi, respingerlo e sbaragliarlo quantunque

assai superiore di forze; ed ordinava invece, all’appressarsi degli

Austriaci, l’abbandono vigliacco di quel campo senza colpo ferire,

lasciando così ai medesimi libera la via a discendere nella insorta

vallata, che metteva poi tutta in loro balía ed in preda alle loro

vendette?

Operò così il D’Apice per codardia, ovvero per tradimento?.... Non si

potè da alcuno asserire se per l’una o per l’altro; soltanto corse voce

allora che forti dissidî fossero nati tra lui e il comandante Arcioni:

certo è che egli bruttò la sua fama con quel fatto, che ridusse quella

nobile insurrezione alle proporzioni d’una inutile fazione, che valse a

nuovo pretesto alla bestiale ferocia dei nostri oppressori.

Perdurando nella lotta con tanto vigore ed entusiasmo fino allora

sostenuta, ed alla quale avevan già presa parte energica molti altri

paesi del lago, è a credersi che, caldi com’erano tuttavia in quei

giorni gli animi lombardi, si sarebbe tradotta in fatto la idea

preconcetta di redimere nuovamente colla rivoluzione la Lombardia.

Perocchè, alimentata la sollevazione e mantenuto inviolabile quel

centro d’opposizione per alcuni mesi ancora, avrebbe di non poco

contribuito alla campagna che si aprì nel marzo del successivo

anno; e divergendo parte delle forze nemiche e costituendo un nucleo

importante, sarebbe stato un freno ai tradimenti che disonestarono in

quell’epoca il nome italiano e la nostra causa, ed un eccitamento a non

vederla finita nella giornata infelice di Novara.

I pochi dei nostri, quelli cioè di Argegno e della vallata cui s’erano

collegati alcuni Ungheresi disertori dell’Austria, trovatisi soli nel

vasto campo, distesisi in catena pel monte S. Bernardo, sperarono un

momento, dandosi a molestare il nemico che loro stava di fronte, di

potersi ancora sostenere. Ma dopo poche ore di accanito combattimento,

scarsi troppo di numero, privi di chi sapesse con valentia dirigerli,

difettosi affatto di viveri e disperando soccorsi, cessarono, ma

onoratamente, dal loro gagliardo e generoso proposito.

Gli Austriaci, cui erano toccate nei diversi fatti di quella

rivoluzione considerevoli perdite, baldanzosi di trovarsi finalmente

— senza alcun loro merito — padroni di quei luoghi, si diedero a fare

stragi e mal governo.

Il Casino, detto dei Signori, posto sulla cresta della montagna alla

destra di Schignano e che dà alla Svizzera, fu da loro saccheggiato:

la povera osteria del Brenta, noto ad essi per il promotore di quella

sollevazione, soqquadrarono tutta quanta e poi diedero alle fiamme, sì

che fu tolta alla diserta famiglia di lui, che s’era di là involata e

ramingava altrove, la speranza perfino del ritorno: fucilarono un tal

Domenico Ceresa detto _Tardett_ di Schignano, che tentava sottrarre

alla loro rapacità i proprî armenti, ed un Ungherese che, diretto alla

Svizzera, si era per quelle vie smarrito.

La insurrezione per tal guisa soffocata, ebbero la Valle Intelvi

ed Argegno a deplorare in seguito, oltre ad enormi contribuzioni,

la carcerazione e la morte di parecchi individui che furono dei più

risoluti, il cui arresto avvenne nella festa di Pasqua del 1849 in

una osteria di Casasco, chiamata del Foino, dove i medesimi trovavansi

tuttora armati; e ciò in seguito a delazione fatta dalla Gendarmeria di

Castiglione di Intelvi all’I. R. Comando Militare di Como. — Costoro

erano: _Andrea Brenta, Giuseppe Manzoni, detto_ Rossin, _un disertore

ungherese, Giovanni Pizzala, Niceforo e Luigi Bernarda, uno svizzero ed

un varesotto_.

Meno i primi tre, che furono fucilati nel sesto giorno dopo la suddetta

Pasqua, cioè a mezzo l’aprile (14), gli altri ottennero poi la libertà,

perchè s’avesse anche il dovere di proclamare l’austriaca clemenza.

Taluni di questi ultimi per altro, onde assicurarsi della vita,

dovettero tosto emigrare, conscî che l’Austria non perdona e non oblía.

Brenta, il caldo patriota, l’iniziatore di quell’insurrezione, andò

incontro alla morte da coraggioso ed intrepido, siccome aveva vissuto.

Egli contava soli 37 anni. Sul luogo del supplizio, che fu il piano

della Camerlata, stringendo la croce, simbolo del comune riscatto,

rivolse al popolo efficaci parole di fede sulla redenzione della patria

nostra, e moriva, come muoiono gli eroi, ricusando aver bendati gli

occhi, poichè il morir per la patria non l’atterriva, e gridando: _Viva

Italia!_ Lo stesso ufficiale austriaco, che dovette comandare di far

fuoco sopra di lui, fu talmente commosso da cotanto patriottismo ed

intrepidezza, ch’ebbe a dire, che se gli fosse stato possibile, avrebbe

voluto ad ogni costo salvar la vita di quel magnanimo. — Mentre veniva

tradotto al luogo della esecuzione, al Giuseppe Manzoni che doveva

subir l’egual pena e che si lamentava di dover per quel modo morire,

così francamente parlava il Brenta: _Taci, e tienti contento, chè anche

tu hai fatta la tua parte!_

Queste prove d’eroismo si rinnovarono fortunatamente spesso tra noi

in questi ultimi anni di lotta; e si vorrebbe che a perpetua memoria

si scolpissero i nomi e i fasti gloriosi in marmorei monumenti, e

che il paese non fosse così trascurato, siccome si mostra, della

povera condizione delle famiglie de’ suoi martiri. Chi finora ha

pensato a quella, per esempio, numerosa del Brenta? — Egli lasciava

nella desolazione e nella miseria la moglie e nove teneri figli, che

ancora attendono che la patria paghi inverso di essi il debito della

riconoscenza.

Ridotta la Valle Intelvi ed Argegno al silenzio, gittati nella

costernazione per la morte di tanti suoi valorosi, non si diedero

i loro abitatori a vigliacco avvilimento; ma chiusi nelle più

generose aspirazioni, tenendo l’occhio alla capitale d’onde muovevano

quotidianamente esempî di ostinata opposizione contra l’austriaco

governo, stettero aspettando che suonasse nuovamente l’ora della

riscossa. Impazienti per altro taluni de’ sunnominati, fra cui l’Andrea

Grandi e un de’ Bernarda, nell’atto che dalla Svizzera, nell’anno

1854, stavano riportando alle loro case le armi che avean ricevuto dal

partito d’azione in Lugano, venivano arrestati e tradotti nelle segrete

di Mantova, da dove, dopo la tortura inquisitoria di quei famigerati

che furono Sanchez e Pichler, uscirono condannati agli ergastoli

di Padova, da cui vennero liberati dall’amnistia del 1857, prima

conseguenza del congresso di Plombières.

Dieci anni durò la dolorosa prova e l’aspettazione degli animi: spuntò

finalmente il 1859.

Voci di guerra, mosse primamente dalle sponde della Senna, corsero

presto anche le rive del Lario: il tempo della rivincita si appressava,

quello dell’espiazione per l’Austria era imminente.

Non tardò essa a scoppiare: noi tutti salutammo felici e benedicemmo

la terribile distruggitrice dell’uman genere, la grande sventura dei

popoli, la guerra: era essa l’unico mezzo onde porre fine alla sventura

ancora più grande e deplorabile, la oppressione straniera.

Sul principiar della guerra di quell’anno, Argegno, fra i più

ardenti paesi di Lombardia, fremeva attendendo il momento propizio di

infrangere alla sua volta, e per sempre, il giogo della schiavitù.

Son note le ragioni che servirono a rompere le ostilità fra Piemonte

ed Austria, ad allearsi Sardegna e Francia; son noti i gloriosi

combattimenti dell’armi alleate: io non mi arresterò a tener conto di

essi, onde venir difilato all’argomento mio.

Giunse il 26 maggio: in quel mattino un battello a vapore percorreva

il lago annunciando ai varî paesi d’ambe le sponde, allo scopo di

farli insorgere, la vittoria riportata dal corpo del prode Garibaldi

a Malnate, terra fra Varese e Como. Ognuno sa come il fatato

Nizzardo, spiccatosi coi Cacciatori delle Alpi da lui comandati dal

nucleo dell’esercito alleato, si fosse condotto pei paesi del Lago

Maggiore a Varese, e di là avesse incominciato una serie di gloriosi

combattimenti, di fatti d’armi arditi e fortunati: e però la notizia

che si diffondeva era di non dubbia importanza.

Don Battista Rosati, vicario della parrocchiale d’Argegno, uomo

svisceratissimo della sua patria, italiano in cui fu sempre calda

la fede della redenzione di essa, e che molto si adoperò nei tempi

difficili a propagarla in quei dintorni, onde vi fosse prontezza

d’ajuti nel giorno del cimento, messosi in un burchio, andò incontro a

quel piroscafo per aver nuove da Como, e vi raccolse infatti la fausta

novella.

Ritornato costui alla sponda d’Argegno, non è a dirsi con quale accento

di giubilo e di entusiasmo gridasse a’ suoi conterranei: _Figliuoli,

viva Italia! — l’ora segnata dalla Provvidenza è giunta — vittoria di

Garibaldi a Malnate — il generale Garibaldi colle sue valorose truppe

è in vicinanza di Como. — Ringraziamo Iddio, e facciamo tosto il dover

nostro._

E la gente d’Argegno fu pronta e sollecita alla riscossa. Avendo a capo

quel medesimo prete, parecchi, de’ quali i nomi sono: Plinio Peroni,

Giacomo Bernarda, Tomaso Spinelli, Antonio, Luigi e Santino fratelli

Rosati, Costante Ambrosoli, Pasquale Grandi, Carlo Fraquelli, Antonio

Visini, Giacomo e Antonio fratelli Grandi, Ernesto Bernarda, Carlo

Patriarca, Andrea Grandi, Eugenio Zucchi, G. B. Bosisio ed Eugenio

Bernarda — ristrettisi insieme, disarmarono in quel Comune i soldati

austriaci, i finanzieri e i gendarmi; indi percorrendo la valle, dove

si unì loro, prestando energico ajuto, un giovane milanese, l’ingegnere

Tizzoni, che per lavori censuari colà si ritrovava, operarono dovunque

il disarmo delle guardie di Finanza, fecero l’arresto del commissario

di dette guardie in San Fedele d’Intelvi, signor Durini, uomo che

si rese indegno del nome italiano e della illustre famiglia alla

quale appartiene; e sarebbero pur riusciti ad arrestare anche quelle

due guide di Finanza, Pensa e Melloni, che nella rivoluzione della

Vall’Intelvi nel 1848 si erano infamati guidando gli Austriaci nella

detta valle per la via del Bisbino, se costoro, avvertendo al pericolo

che lor sovrastava, non se ne fossero in tempo sottratti. Essi vennero

catturati in appresso per cura della R. Questura di Como.

Cotali atti della gente di Argegno devono dirsi di sommo ardimento,

considerato che nel giorno 26 maggio si compivano da quel solo paese,

mentre le altre terre del lago se ne stavano ancora titubanti a cagione

che l’Urban, generale dell’Austria, aveva in Como concentrato un corpo

di oltre dodicimila uomini, e si mostrava disposto, bestiale siccome

era, a far man bassa con chichessia avesse mostrato di partecipare

al generale commovimento; talchè da tutti si dicevano impazziti gli

abitanti di Argegno.

I battelli a vapore del lago, che fin dal mattino di quel dì si

emanciparono dal servizio austriaco, ebbero in detto giorno e nel

susseguente ad unico sito di stazione la riva di Argegno: nè vi fu

modo, finchè gli Austriaci rimasero, che si riconducessero a Como,

dov’erano istantemente richiamati, perchè il capitano di uno di essi,

lo Scannagatta, che collo scampanellar del suo piroscafo e con efficace

parola avea contribuito potentemente a bandir quella sommossa, risoluto

ad ogni audace impresa, seppe persuadere il rifiuto. — E gli abitanti

di questo paese furono i primi altresì che, partendo la notte dal 27 al

28, si portarono a Como per ricevervi festosamente l’invitto Garibaldi

e la valorosa sua armata, alla quale si unirono tosto come volontarî

ventitrè di essi Argegnesi. E qui è da notarsi che la popolazione di

Argegno, sommando soltanto a 650 anime, forniva con quei 23 volontarî

un ben importante contingente alla guerra nazionale.

Onore pertanto a questa valorosa terra, onore a’ suoi animosi

abitanti!...

A coloro che, leggendo questo libro, avranno domandato a questa

Escursione la semplice descrizione di luoghi, o romanzesche leggende,

io penso che la narrazione che ho fatto invece di antichi e gloriosi

fatti e della patriottica partecipazione di questa amena e magnifica

valle all’epopea della italiana indipendenza, penso che sarà stato di

largo compenso, come sarà di più efficace eccitamento a percorrerla ed

ammirarla.

[Illustrazione: Isola Comacina, Balbianello, Bellagio.]

Il Lago di Como e il Pian d'Erba: Escursioni autunnali · 第 70 / 177 题