Brienno. — Archigene fonda Argegno. — La Vall’Intelvi. — Sua
parte nella guerra decenne. — Diventa feudo. — La rivolta
del 1806. — Cospirazione del 1833. — Insurrezione nel 1848. —
Andrea Brenta. — I cospiratori del 1854. — L’insurrezione e i
volontarî del 1859.
Vale davvero consacrare una buona giornata a percorrere questa
alpestre, ma bella e simpatica parte del territorio comasco.
Noi proseguendo il cammino nostro da Torrigia, lungo la sinistra
sponda del lago, per certo tratto di riva non rinveniamo più nè ville,
nè case; le prime che rompono la monotonia di quelle roccie, non più
così fiorenti e verdeggianti, come quelle che abbiamo lasciate, sono
i casolari del montuoso Brienno. Quivi furono trovate iscrizioni
romane, di cui una rammenta un Archigene, dal quale si vuol derivata
la denominazione del non discosto paese di Argegno e ne lo si dà per
fondatore. Null’altro offre che valga ricordare.
È da Argegno che si entra in Vall’Intelvi per due vie; l’una sulla
sinistra del torrente Telo che va a Sant’Anna e Schignano; l’altra
sulla destra, per la quale ponno ascendere carri, e riesce a San
Sisino, a Castiglione e a San Fedele, e da cui si può andare a Lugano:
ambe poi belle di alpestri bellezze.
È dall’ultima via che si accede al Calvagione, o monte Gionaro, che è
quello che conosciamo già col nome di Generoso.
Tutta la Vall’Intelvi è bella di prospetti, di naturali bellezze,
di vegetazione; essa è anche interessante per gli episodî delle sue
sommosse, che attestano i suoi abitatori animosi e teneri di libertà.
Vollero alcuni derivato il suo nome dall’intelligenza de’ suoi figli,
quasi Val d’Intelletto; ma chi nelle carte dell’ottavo secolo la trovò
indicata col nome di _Intellavi_, la volle parola corrotta da _Inter
lacus_, sorgendo essa difatti fra il Lario ed il Ceresio.
Nella guerra decenne, incominciata col 1118 ed ultimata il 1127
fra Milano e Como, e nella quale le terre del Lario si scissero
parteggiando per quella o per questa città, questi alpigiani furono
utilissimi difensori di Como, e poscia, al tempo della dominazione
spagnuola, divennero le loro terre feudo dei Marliani.
Bartolomeo Passerini, curato di Ramponio, terra della Vall’Intelvi, nel
1806, indegnato che Napoleone tradisse la libertà facendosi imperatore,
alzò il vessillo della ribellione: lo seguirono gli altri curati di
Dizasco e Cerano e seco loro trassero altri generosi; ma privi di
armi e d’ogni altro mezzo, pochi gendarmi bastarono a disperderne il
manipolo: e carcerati tutti, decapitati i capi, gli altri, dopo breve
carcere, rimisero in libertà.
Di sè non diè a parlare la Vall’Intelvi se non nel 1833, quando essa
ruminando una sollevazione ad ajutar la Giovine Italia, il governo
Austriaco vi mandò il commissario Piccinini ad arrestare un Piazzoli,
che si dava per l’anima della cospirazione in quella parte; ma una
fucilata stese morto il commissario, il Piazzoli riparò in Isvizzera e
ogni cosa fu ultimata.
A maggiori avvenimenti fu teatro invece negli anni 1848 e 1859, quando
la causa dell’italiana indipendenza fu intrapresa seriamente; ma a
narrarli mi valgo di quanto ne scrisse Gaetano Ferrabini e stampò a
beneficio della famiglia di Andrea Brenta, perocchè per essere il
Ferrabini mio cognato, non m’è tolto dal ricordarlo come fervente
patriota, egli essendo stato animoso volontario nelle fazioni patrie
allo Stelvio, dopo d’aver avuto nelle cinque giornate di Milano
mutilato più d’un dito della destra mano dalle sciabole poliziesche.
Come in quel di congiunto, metto franca la mano e senza scrupoli nel
suo sacco[22].
Argegno e la sua vallata singolarmente sono assai memorabili, come
dissi, per la loro insurrezione dell’autunno 1848, quando volevasi,
rivoluzionando tutta la parte montuosa della Lombardia, ritentare il
nostro riscatto.
Quell’ardimentoso rivolgimento, che si potrebbe appellare l’ultimo
disperato sforzo della Lombardia per vendicarsi a libertà, perchè già
chiusa colla peggio la male augurata campagna combattuta dall’armi
sarde contro gli Austriaci colla capitolazione di Milano, fu iniziato
in Argegno da _Andrea Brenta_, nativo di Varenna, ostiere e fornajo
di San Fedele d’Intelvi, ove si stabilì fin dal 1833; uomo, che
comunque di volgar condizione, era nondimeno distinto per l’ardore di
patriottici sentimenti e degno al certo di più vasto ed importante
arringo. Disceso costui, poco dopo la metà dell’ottobre, ad Argegno
con soli quattro determinati compagni (fra cui piacemi segnalare il
prete don Francesco Cavalli, in allora parroco del luogo di Pigra),
vi disarmò subito la imperiale gendarmeria, e cacciandosi poi nella
vallata, la faceva insorgere tutta quanta.
Que’ gendarmi disarmati si portavano di cheto a Como, ove riferivano
l’accaduto al comandante militare di questa città, generale Wimpfen. Il
27 di quel mese, ordinati da costui, giungevano ad Argegno, trasportati
dai battelli a vapore, più di 700 Austriaci affin di reprimere quel
movimento. — Avviaronsi essi per la strada a destra della valle;
ma giunti appena al luogo detto Cavrano, o Crotto del Piazza, poco
oltre la chiesa di S. Sisino, dovettero far sosta, perchè salutati
da ben nudrita moschetteria dei nostri quivi destramente imboscati,
quantunque non fossero questi che in numero di sette. Erano costoro il
Brenta medesimo, i quattro suoi compagni, e Bernarda Niceforo e Grandi
Andrea detto _Botris_ di Argegno, i quali eransi ad essi aggiunti. —
Si impegnò allora uno scambio non interrotto di fucilate, che lasciò
credere a quelli di parte avversa che assai più numerosi fossero i
sollevati coi quali avevano a fare, e non s’ebbe in quel primo scontro
a lamentare dai nostri alcun danno, nè a perdere, ciò che meglio
importava, la posizione.
Il mattino del dì susseguente (28), gli Austriaci ripresero primi il
fuoco, senza osare, per altro, avanzarsi oltre il summentovato luogo,
certo sospettando che l’avvisaglia del giorno innanzi accennasse
ad una più estesa partecipazione di tutti i valligiani. — Con molto
accorgimento erano i nostri gagliardi qua e là distribuiti, e dietro le
macchie degli alberi o gli accidenti del terreno montuoso mascherati;
sorprendente era la lestezza che usavano nel ricaricare le bocche
da fuoco; ed a tanto pervenne da ultimo il loro ardimento, che il
summentovato Andrea Grandi, balzato solo fuor d’una macchia, stringendo
sempre il proprio moschetto, simulando che altri molti il seguitassero,
li andava ad alta voce chiamando ed eccitando a buttarsi su’ nemici; a
tal che questi ne furono sgomentati in guisa che gli fuggirono davanti.
E così finalmente procedettero le cose in quel giorno, che verso le
due pomeridiane gli Austriaci, i quali già contavano perdite e feriti
in buon dato, si trovarono costretti a volger le spalle e discendere
precipitosi e nella massima confusione, raccogliendosi a mala pena
in Argegno. — Avevano però prima gli infami, seguendo il barbaro loro
costume, appiccato il fuoco a ventotto cascinali e a due crotti, di cui
uno del Piazza, le rovine del quale veggonsi ancora oggidì.
In Argegno, a rifarsi della vergognosa ritirata, usarono con quei
terrieri, senza riguardo a sesso ed età, ogni modo di violenze, mali
trattamenti e minaccie; e tolti con loro sette uomini del paese quali
ostaggi, nelle persone di Antonio Cresseri, Francesco Peroni, Adriano
Balzaretti, Santo Scotti, Giovanni Rigatti, Giovanni Santi ed altro di
cui non si ha il nome, s’imbarcarono e si ricondussero a Como.
Di quei sette statichi, i quali non è a dirsi a quali e quanti insulti
e tormenti avessero, contro il diritto delle genti, a patire per
opera di quei sicarî piuttosto che soldati, basterà rammentare come
venissero tenuti per ben due intere giornate colle mani legate al tergo
e senza cibo, e non ne fossero poi rimessi liberi che sei; l’altro,
il Cresseri, uomo di avanzata età, ammogliato e con figli, essendo
barbaramente fucilato in Como a’ 17 novembre di quell’anno, perchè lo
si volle ritenere proprietario di una pistola sguernita di acciarino,
rinvenuta dietro un muricciolo in Argegno presso cui s’era trovato nel
momento del di lui arresto. — In quella stessa occasione che l’infelice
Cresseri veniva messo a morte, questi avevasi a compagno di pena un
tal De Maestri di Orzinovi, incolpato d’aver donate dodici lire a due
giovani di una famiglia ungherese.
Il Comitato della Emigrazione Italiana residente in Lugano, al quale
avevano fatto ricapito dal precedente agosto gran parte di coloro
che avevano anteposto l’esiglio al ritornare sotto gli artigli
dell’Austria, venuto a cognizione di quella sollevazione, nella
speranza avesse essa a prendere più vaste proporzioni, decretò
sostenerla; e mandò a tale uopo danaro, armi e munizioni, e più di
400 militi, de’ quali il maggior numero disertori dalle bandiere
dell’Austria, capitanati una parte dal generale D’Apice, l’altra dal
comandante Arcioni.
Nella Chiesa di S. Sisino, posta a breve distanza sopra Argegno, venne
istituito un governo insurrezionale per la provincia di Como, il quale
assumesse la direzione del movimento e delle operazioni militari; e
allora fu che molti altri paesi del lago insorsero del pari, e corsero
ad ajutare la insurrezione.
Così provocati in più audace e considerevole modo gli Austriaci,
ritornati in grosso corpo, tentarono essi più volte di penetrare
nella Valle, non per le vie di Argegno soltanto, sibbene da varie
altre direzioni; ma furono sempre e gagliardamente dovunque respinti
con gravissimi loro danni, finchè nel giorno 3 novembre, dopo aver
sostenuto con quelli del lago un breve fuoco, riuscirono, scortati
da due guide di Finanza — Pensa e Melloni — che a loro vergogna van
ricordati, a salire per il Bisbino, e avanzandosi a rapida marcia,
pervennero poi ad impadronirsi delle vette dei monti che fiancheggiano
a sinistra la parte della Vall’Intelvi, la qual si chiama di Schignano,
dal paese di tal nome — ciò che non sarebbe stato loro possibile
certamente, se il generale D’Apice, che fin dal giorno avanti
occupava co’ suoi 200 bravi soldati quelle cime, veduti da lontano
gli Austriaci, non avesse fatto retrocedere la sua truppa infino a
Schignano. —
È la gente di questo paese assai rimarchevole per islancio, per
coraggio e per costanza in tutto che riguarda alla patria libertà: e
dove il D’Apice avesse fatto debito assegnamento su di essa, avrebbe
indubbiamente trovato nella medesima un validissimo appoggio. Ma egli,
riuniti e fatti schierare sulla piazza comunale tutti gli uomini suoi,
che sommavano, come si è detto, a meglio di 400, ordinò loro la marcia
di ritirata per le gole che transitano al territorio della Svizzera.
Perchè mai questo generale aveva egli lasciato scoperto il passo alla
Valle dalla parte del Bisbino?.... Perchè non ha poi riparato a tale
mancanza approfittando delle magnifiche posizioni che avrebbe potuto
agevolmente tenere con duecento militi valenti come quelli che erano
sotto i proprî comandi, ed ardentissimi inoltre di battersi per la
libertà d’Italia, e da dove si sarebbe potuto di leggieri, non che
impedire al nemico d’inoltrarsi, respingerlo e sbaragliarlo quantunque
assai superiore di forze; ed ordinava invece, all’appressarsi degli
Austriaci, l’abbandono vigliacco di quel campo senza colpo ferire,
lasciando così ai medesimi libera la via a discendere nella insorta
vallata, che metteva poi tutta in loro balía ed in preda alle loro
vendette?
Operò così il D’Apice per codardia, ovvero per tradimento?.... Non si
potè da alcuno asserire se per l’una o per l’altro; soltanto corse voce
allora che forti dissidî fossero nati tra lui e il comandante Arcioni:
certo è che egli bruttò la sua fama con quel fatto, che ridusse quella
nobile insurrezione alle proporzioni d’una inutile fazione, che valse a
nuovo pretesto alla bestiale ferocia dei nostri oppressori.
Perdurando nella lotta con tanto vigore ed entusiasmo fino allora
sostenuta, ed alla quale avevan già presa parte energica molti altri
paesi del lago, è a credersi che, caldi com’erano tuttavia in quei
giorni gli animi lombardi, si sarebbe tradotta in fatto la idea
preconcetta di redimere nuovamente colla rivoluzione la Lombardia.
Perocchè, alimentata la sollevazione e mantenuto inviolabile quel
centro d’opposizione per alcuni mesi ancora, avrebbe di non poco
contribuito alla campagna che si aprì nel marzo del successivo
anno; e divergendo parte delle forze nemiche e costituendo un nucleo
importante, sarebbe stato un freno ai tradimenti che disonestarono in
quell’epoca il nome italiano e la nostra causa, ed un eccitamento a non
vederla finita nella giornata infelice di Novara.
I pochi dei nostri, quelli cioè di Argegno e della vallata cui s’erano
collegati alcuni Ungheresi disertori dell’Austria, trovatisi soli nel
vasto campo, distesisi in catena pel monte S. Bernardo, sperarono un
momento, dandosi a molestare il nemico che loro stava di fronte, di
potersi ancora sostenere. Ma dopo poche ore di accanito combattimento,
scarsi troppo di numero, privi di chi sapesse con valentia dirigerli,
difettosi affatto di viveri e disperando soccorsi, cessarono, ma
onoratamente, dal loro gagliardo e generoso proposito.
Gli Austriaci, cui erano toccate nei diversi fatti di quella
rivoluzione considerevoli perdite, baldanzosi di trovarsi finalmente
— senza alcun loro merito — padroni di quei luoghi, si diedero a fare
stragi e mal governo.
Il Casino, detto dei Signori, posto sulla cresta della montagna alla
destra di Schignano e che dà alla Svizzera, fu da loro saccheggiato:
la povera osteria del Brenta, noto ad essi per il promotore di quella
sollevazione, soqquadrarono tutta quanta e poi diedero alle fiamme, sì
che fu tolta alla diserta famiglia di lui, che s’era di là involata e
ramingava altrove, la speranza perfino del ritorno: fucilarono un tal
Domenico Ceresa detto _Tardett_ di Schignano, che tentava sottrarre
alla loro rapacità i proprî armenti, ed un Ungherese che, diretto alla
Svizzera, si era per quelle vie smarrito.
La insurrezione per tal guisa soffocata, ebbero la Valle Intelvi
ed Argegno a deplorare in seguito, oltre ad enormi contribuzioni,
la carcerazione e la morte di parecchi individui che furono dei più
risoluti, il cui arresto avvenne nella festa di Pasqua del 1849 in
una osteria di Casasco, chiamata del Foino, dove i medesimi trovavansi
tuttora armati; e ciò in seguito a delazione fatta dalla Gendarmeria di
Castiglione di Intelvi all’I. R. Comando Militare di Como. — Costoro
erano: _Andrea Brenta, Giuseppe Manzoni, detto_ Rossin, _un disertore
ungherese, Giovanni Pizzala, Niceforo e Luigi Bernarda, uno svizzero ed
un varesotto_.
Meno i primi tre, che furono fucilati nel sesto giorno dopo la suddetta
Pasqua, cioè a mezzo l’aprile (14), gli altri ottennero poi la libertà,
perchè s’avesse anche il dovere di proclamare l’austriaca clemenza.
Taluni di questi ultimi per altro, onde assicurarsi della vita,
dovettero tosto emigrare, conscî che l’Austria non perdona e non oblía.
Brenta, il caldo patriota, l’iniziatore di quell’insurrezione, andò
incontro alla morte da coraggioso ed intrepido, siccome aveva vissuto.
Egli contava soli 37 anni. Sul luogo del supplizio, che fu il piano
della Camerlata, stringendo la croce, simbolo del comune riscatto,
rivolse al popolo efficaci parole di fede sulla redenzione della patria
nostra, e moriva, come muoiono gli eroi, ricusando aver bendati gli
occhi, poichè il morir per la patria non l’atterriva, e gridando: _Viva
Italia!_ Lo stesso ufficiale austriaco, che dovette comandare di far
fuoco sopra di lui, fu talmente commosso da cotanto patriottismo ed
intrepidezza, ch’ebbe a dire, che se gli fosse stato possibile, avrebbe
voluto ad ogni costo salvar la vita di quel magnanimo. — Mentre veniva
tradotto al luogo della esecuzione, al Giuseppe Manzoni che doveva
subir l’egual pena e che si lamentava di dover per quel modo morire,
così francamente parlava il Brenta: _Taci, e tienti contento, chè anche
tu hai fatta la tua parte!_
Queste prove d’eroismo si rinnovarono fortunatamente spesso tra noi
in questi ultimi anni di lotta; e si vorrebbe che a perpetua memoria
si scolpissero i nomi e i fasti gloriosi in marmorei monumenti, e
che il paese non fosse così trascurato, siccome si mostra, della
povera condizione delle famiglie de’ suoi martiri. Chi finora ha
pensato a quella, per esempio, numerosa del Brenta? — Egli lasciava
nella desolazione e nella miseria la moglie e nove teneri figli, che
ancora attendono che la patria paghi inverso di essi il debito della
riconoscenza.
Ridotta la Valle Intelvi ed Argegno al silenzio, gittati nella
costernazione per la morte di tanti suoi valorosi, non si diedero
i loro abitatori a vigliacco avvilimento; ma chiusi nelle più
generose aspirazioni, tenendo l’occhio alla capitale d’onde muovevano
quotidianamente esempî di ostinata opposizione contra l’austriaco
governo, stettero aspettando che suonasse nuovamente l’ora della
riscossa. Impazienti per altro taluni de’ sunnominati, fra cui l’Andrea
Grandi e un de’ Bernarda, nell’atto che dalla Svizzera, nell’anno
1854, stavano riportando alle loro case le armi che avean ricevuto dal
partito d’azione in Lugano, venivano arrestati e tradotti nelle segrete
di Mantova, da dove, dopo la tortura inquisitoria di quei famigerati
che furono Sanchez e Pichler, uscirono condannati agli ergastoli
di Padova, da cui vennero liberati dall’amnistia del 1857, prima
conseguenza del congresso di Plombières.
Dieci anni durò la dolorosa prova e l’aspettazione degli animi: spuntò
finalmente il 1859.
Voci di guerra, mosse primamente dalle sponde della Senna, corsero
presto anche le rive del Lario: il tempo della rivincita si appressava,
quello dell’espiazione per l’Austria era imminente.
Non tardò essa a scoppiare: noi tutti salutammo felici e benedicemmo
la terribile distruggitrice dell’uman genere, la grande sventura dei
popoli, la guerra: era essa l’unico mezzo onde porre fine alla sventura
ancora più grande e deplorabile, la oppressione straniera.
Sul principiar della guerra di quell’anno, Argegno, fra i più
ardenti paesi di Lombardia, fremeva attendendo il momento propizio di
infrangere alla sua volta, e per sempre, il giogo della schiavitù.
Son note le ragioni che servirono a rompere le ostilità fra Piemonte
ed Austria, ad allearsi Sardegna e Francia; son noti i gloriosi
combattimenti dell’armi alleate: io non mi arresterò a tener conto di
essi, onde venir difilato all’argomento mio.
Giunse il 26 maggio: in quel mattino un battello a vapore percorreva
il lago annunciando ai varî paesi d’ambe le sponde, allo scopo di
farli insorgere, la vittoria riportata dal corpo del prode Garibaldi
a Malnate, terra fra Varese e Como. Ognuno sa come il fatato
Nizzardo, spiccatosi coi Cacciatori delle Alpi da lui comandati dal
nucleo dell’esercito alleato, si fosse condotto pei paesi del Lago
Maggiore a Varese, e di là avesse incominciato una serie di gloriosi
combattimenti, di fatti d’armi arditi e fortunati: e però la notizia
che si diffondeva era di non dubbia importanza.
Don Battista Rosati, vicario della parrocchiale d’Argegno, uomo
svisceratissimo della sua patria, italiano in cui fu sempre calda
la fede della redenzione di essa, e che molto si adoperò nei tempi
difficili a propagarla in quei dintorni, onde vi fosse prontezza
d’ajuti nel giorno del cimento, messosi in un burchio, andò incontro a
quel piroscafo per aver nuove da Como, e vi raccolse infatti la fausta
novella.
Ritornato costui alla sponda d’Argegno, non è a dirsi con quale accento
di giubilo e di entusiasmo gridasse a’ suoi conterranei: _Figliuoli,
viva Italia! — l’ora segnata dalla Provvidenza è giunta — vittoria di
Garibaldi a Malnate — il generale Garibaldi colle sue valorose truppe
è in vicinanza di Como. — Ringraziamo Iddio, e facciamo tosto il dover
nostro._
E la gente d’Argegno fu pronta e sollecita alla riscossa. Avendo a capo
quel medesimo prete, parecchi, de’ quali i nomi sono: Plinio Peroni,
Giacomo Bernarda, Tomaso Spinelli, Antonio, Luigi e Santino fratelli
Rosati, Costante Ambrosoli, Pasquale Grandi, Carlo Fraquelli, Antonio
Visini, Giacomo e Antonio fratelli Grandi, Ernesto Bernarda, Carlo
Patriarca, Andrea Grandi, Eugenio Zucchi, G. B. Bosisio ed Eugenio
Bernarda — ristrettisi insieme, disarmarono in quel Comune i soldati
austriaci, i finanzieri e i gendarmi; indi percorrendo la valle, dove
si unì loro, prestando energico ajuto, un giovane milanese, l’ingegnere
Tizzoni, che per lavori censuari colà si ritrovava, operarono dovunque
il disarmo delle guardie di Finanza, fecero l’arresto del commissario
di dette guardie in San Fedele d’Intelvi, signor Durini, uomo che
si rese indegno del nome italiano e della illustre famiglia alla
quale appartiene; e sarebbero pur riusciti ad arrestare anche quelle
due guide di Finanza, Pensa e Melloni, che nella rivoluzione della
Vall’Intelvi nel 1848 si erano infamati guidando gli Austriaci nella
detta valle per la via del Bisbino, se costoro, avvertendo al pericolo
che lor sovrastava, non se ne fossero in tempo sottratti. Essi vennero
catturati in appresso per cura della R. Questura di Como.
Cotali atti della gente di Argegno devono dirsi di sommo ardimento,
considerato che nel giorno 26 maggio si compivano da quel solo paese,
mentre le altre terre del lago se ne stavano ancora titubanti a cagione
che l’Urban, generale dell’Austria, aveva in Como concentrato un corpo
di oltre dodicimila uomini, e si mostrava disposto, bestiale siccome
era, a far man bassa con chichessia avesse mostrato di partecipare
al generale commovimento; talchè da tutti si dicevano impazziti gli
abitanti di Argegno.
I battelli a vapore del lago, che fin dal mattino di quel dì si
emanciparono dal servizio austriaco, ebbero in detto giorno e nel
susseguente ad unico sito di stazione la riva di Argegno: nè vi fu
modo, finchè gli Austriaci rimasero, che si riconducessero a Como,
dov’erano istantemente richiamati, perchè il capitano di uno di essi,
lo Scannagatta, che collo scampanellar del suo piroscafo e con efficace
parola avea contribuito potentemente a bandir quella sommossa, risoluto
ad ogni audace impresa, seppe persuadere il rifiuto. — E gli abitanti
di questo paese furono i primi altresì che, partendo la notte dal 27 al
28, si portarono a Como per ricevervi festosamente l’invitto Garibaldi
e la valorosa sua armata, alla quale si unirono tosto come volontarî
ventitrè di essi Argegnesi. E qui è da notarsi che la popolazione di
Argegno, sommando soltanto a 650 anime, forniva con quei 23 volontarî
un ben importante contingente alla guerra nazionale.
Onore pertanto a questa valorosa terra, onore a’ suoi animosi
abitanti!...
A coloro che, leggendo questo libro, avranno domandato a questa
Escursione la semplice descrizione di luoghi, o romanzesche leggende,
io penso che la narrazione che ho fatto invece di antichi e gloriosi
fatti e della patriottica partecipazione di questa amena e magnifica
valle all’epopea della italiana indipendenza, penso che sarà stato di
largo compenso, come sarà di più efficace eccitamento a percorrerla ed
ammirarla.
[Illustrazione: Isola Comacina, Balbianello, Bellagio.]