Per l’escursione attuale mi risparmio la fatica d’intrattenervi del
Buco dell’Orso con nuovo scritto: parmi ne dirà meglio quello che ne
dettai nell’anno 1864, quando, come già feci sapere, essendo ospite ad
Urio, consegnai nel seguente articolo le impressioni in me prodotte
e le analoghe osservazioni. Doveano essere allora sì pochi i giorni
che m’eran dati ai riposi autunnali, che neppure avevo fatto conto di
procacciarmi questi nuovi e studiosi ricreamenti, a’ quali or chiamo a
parte il lettore.
Dopo le fatiche autunnali, qui venuto a ragion solo di riposo, a me
sarebbe bastato il solo aspetto di questo tranquillo lago, sospinto
nelle ore mattutine verso Como dall’immanchevole soffio del _Tivano_
e nelle ore pomeridiane di colà respinto dalla _Breva_, quasi a
giovamento delle cento vele che riconducono a’ paeselli delle riviere
chi è corso per la mercanzia alla città; sarebbe bastata la voluttà di
scivolarne la piana superficie sul burchio o sul canotto, mollemente
adagiato in traccia della curiosa emozione che vi dà l’onda agitata,
come la lasciano i piroscafi percorrenti la lunghezza del lago;
sarebbe bastato in una parola il _dolce far niente_ che ha sì recondite
dolcezze per chi tutto l’anno si trova nel _mare magnum_ della città,
perchè potessi dire ottimamente impiegati i pochi giorni concessi;
ma pure distrazione novella, impreveduta mi attendeva. Lascerò ora i
simpatici ritrovi di parecchie ville che mi si dischiusero amicamente e
che valsero tanto a ingannare deliziosamente le ore della sera, lunghe,
interminabili alla campagna; lascerò le danze e le musiche da cui eran
bandite le ricercate toalette, e piuttosto vi dirò di quella spedizione
che feci in allegra compagnia al _Buco dell’Orso_, spedizione che
interessa tanto il profano, quanto chi si piace di geologiche novità.