Orrido di Molina. — Lemna e la Colonia greca. — Una sventura
nel 1863. — La villa Buttafava. — Pognana e Palanzo. —
Premenù. — Ancora a Moltrasio. — Ville Salterio, Invernizzi,
Tarchini-Bonfanti, De Plaisance. — Pensiero. — Rosiera. —
Villa Pavia. — La Partenope. — Igea. — Villa Savoja. — La
Minerva, ora villa Elena. — Villa Ostinelli-Turati. — Urio.
— Ville Melzi, Jenny, Calcagnini, Taroni. — Sofia Fuoco. —
G. B. Lampugnani. — Sonetto a Katinka Evers. — Ville Rocca,
Tarantola, Ottolini, Battaglia, Viglezzi. — Villa Sangiuliani.
— Ville Lavizzari, Porro e Longoni. — Cantiere dei fratelli
Taroni. — Laglio. — Monumento a Giuseppe Franck. — Villa
Galbiati. — Torrigia. — Villa Cetti. — La punta.
Perchè ci tratterremmo ancora in questo seno della Pliniana così severo
e malinconico? Solo ne’ giorni più ardenti del luglio potrebbe fornirci
un freschissimo recesso: or che siamo in pieno autunno, della frescura
non abbiam troppo bisogno.
E poi, le dolorose memorie che di questa parte conservo, mi fanno dire
coll’Epico latino: _Eheu fuge... fuge litus avarum._
È vero che a pochi tratti avvi l’Orrido di Molina, che non è tempo
certo sprecato il visitare e che è dato argomentare non esistesse
in addietro, se nessuno degli scrittori del lago ne fa menzione. È
veramente orrido, come invece quello di Moltrasio, che non lo è, ho
preferito, per maggior verità, appellare Cascata. L’acqua si precipita
per un burrone dall’altezza d’una cinquantina di metri e mette i
brividi addosso a chi vi guarda.
Presso a Lemna — paese, il cui nome greco, come altri che troveremo
lungo il lago, rivela la presenza un giorno di una colonia greca,
quella forse che vi si dice dedotta da Giulio Cesare — e giù al piede
ove era un gruppo di case e una villa, una notte dell’ottobre 1863,
ospite io a Urio in casa della signora Ostinelli-Turati, sulla sponda
opposta era un furiare di pioggia e di vento, e gli echi dei monti
avevan dopo, in mezzo al silenzio succeduto, ripercosso dall’una
all’altra sponda un forte e cupo rumore. Ognun che l’intese si
domandò che avesse potuto essere. L’indomani mattina il sole riapparso
illuminava a Lemna uno spaventoso disastro. Le acque infiltrandosi tra
la roccia e la terra sovrapposta ve l’avevano staccata interamente;
sicchè nel colmo della notte tutta quanta scivolando improvvisamente in
basso e producendo un borro, o lavina, aveva abbattuto e invaso tutti
i sottoposti casolari, seppellendovi sotto ben quarantacinque persone.
Anche la villa Buttafava fu nella massima parte riempita di fango, e
tale ne fu l’orrore della scena, che i proprietarî se ne debbono essere
disgustati e fu detto infatti che non vi volessero più ritornare.
Io visitai quel tristissimo e toccante spettacolo l’indomani e vidi
più di un cadavere sterrarsi, più d’un orfano desolarsi, più d’un
superstite reso quasi stupido dal dolore.
Tutto il terreno franato e melmoso giaceva là; la roccia era nuda e da
essa scendeva un rivolo d’acqua.
Più avanti sull’alto vi sono i villaggi di Pognana e di Palanzo (nome
pur greco quest’ultimo), ma deserti assai, perchè la più parte de’ loro
abitanti emigrano mercanti girovaghi. Nulla poi offrono che chiamino
a visitarli, se pur non interessi Premenù, che è uno dei soliti
bacini o pozzi che su quest’Alpi si incontrano, ma non ha speciali
particolarità.
Ritraversiamo pertanto il lago e ritorniamo al sorriso della opposta
sponda.
Da Moltrasio a Torrigia non è che una serie di leggiadri palazzini.
Disseminate per il paese vi sono case civili di villeggiatura; rasente
il lago vi sono quelle dei signori Salterio, poi degli Invernizzi, a
cui fa seguito la villa del barone Tarchini-Bonfanti, distintissimo
medico milanese.
Usciti appena dal primo paese, ci si offrono i due corpi di casa
costituenti la villa della Duchessa di Piacenza, illustre dama francese
che s’innamorò dell’Italia, o, a meglio dire, della nostra Lombardia,
e da tanti anni divide il suo soggiorno fra Milano e il lago di Como.
Della villa Pensiero dei conti Belgiojoso, che le vien dopo, già parlai
nella escursione alla Cascata di Moltrasio; così passiamo a quella
che succede, e che si denomina Rosiera: essa appartiene a Giovanni
Casati, uno de’ migliori coreografi de’ nostri tempi, e il nome che le
fu imposto ricorda appunto una delle più applaudite sue composizioni
coreografiche date nel massimo teatro milanese.
Un grazioso _chalet_ svizzero, ch’era prima del nobile Vitali, fu
ceduto ai signori Pavia e continua la lunga e graziosa sequela delle
ville. Dopo di esso sorge la Partenope, che colla vicina Minerva
venne fabbricata dal signor Ambrogio Robiati, per condurvi il suo
collegio d’educazione maschile che aveva in Milano, e dove largheggiò
cospicue somme a beneficio... di chi le comperò di poi a prezzi
d’assai inferiori. La Partenope è divenuta ora proprietà del conte
Gamberini di Imola, che v’ampliò il giardino, abbellì la casa, tutto
informando alle proprie comodità. La Minerva ha mutato ora nome, quello
assumendo di villa Elena, essendo al presente posseduta dalla russa
contessa Elena Goloubtzoff nata Pahlen, sorella di quella generosissima
contessa Samoyloff, che per tanti anni erogò in Milano gran parte del
suo patrimonio in beneficenze. Essa pure sta annettendovi locali e
migliorie e vi fa erigere scuderie che mancavano, poichè da qualche
anno la via che corre dietro alla villa fu resa carrozzabile infino a
Torrigia.
Tra la Partenope e la Minerva, l’editore e libraio Gaetano Brigola di
Milano si fabbricò la sua graziosa Igea, e può dire che il commercio
librario, da lui con tanta intelligenza esercitato, _hæc otia fecit_. —
Anche l’ing. cav. Savoja vi eresse a fianco un elegante casino.
Fa séguito alla Minerva la villa della signora Ostinelli-Turati,
due nomi che ricordano due notorie case librarie, la prima di Como,
la seconda di Milano, nella quale, come già dissi al lettore, ebbi
ospitalità cordialissima e più d’una volta, perchè ad amici della
tempra de’ Turati rifiutare è offesa. Vuolsene ammirare la bella e
buona architettura del cav. Dupuy.
Vien presso il paesello di Urio, a fianco del quale scorre il torrente
Strona e una grandiosa villa che già apparteneva ai Melzi e poscia di
padrone in padrone capitò alle mani dell’avvocato Peduzzi, che la va
affittando, finchè capiti qualche gran signore che se ne invaghisca e
la ristauri e perfezioni, di che ha veramente bisogno per essere detta
fra le più interessanti del lago. Evvi anche molto terreno addetto,
attissimo a convertirsi in bel giardino, ed ha al piede una bella
darsena, che all’uopo basterebbe a tramutarsi essa sola in villa.
Quella detta _Jenny_, che seguita, è dei signori Uboldi; quindi la
villa Calcagnini, e dopo altre due spettanti ai signori Taroni, una
cioè al di là della strada, l’altra di qua e respiciente il lago.
Sofia Fuoco, or fa qualch’anno rinomata danzatrice, uscita dagli
insegnamenti del Blasis, si raccolse qui a Carate in una comoda
villetta a riposarsi sui conquistati lauri teatrali. — Quivi si
tramutò pure da una villeggiatura suburbana di Monza, ch’ebbe cara
finchè fu rallegrata dal sorriso dell’unica figliuoletta Giuditta,
leggiadra, spiritosa e di sè assai promettente, il mio amico dottor G.
B. Lampugnani; ma rapitagli questa da inesorabil morte, più non volle
rivederla, ricercando i conforti di tanta jattura a queste amenissime
rive. Alla consorte sua, quell’esimia artista cantante che fu Katinka
Evers, la quale ne divideva inconsolabile il dolore, io in quel suo
domestico lutto rivolsi questo sonetto.
Alle lagrime il fren, povera afflitta,
Lascia libero pur, che n’hai ben d’onde:
No, non basta il saper che a più gioconde
Regïoni volò la tua Giuditta.
Solo t’è in cor la verità confitta
Che tu la chiami ed ella non risponde,
Che col tuo bacio il suo più non confonde.
Ch’ella per sempre t’ha quaggiù relitta.
Era sì bella, sì gentil, modesta
E del suo spirto le virtù supreme
Così colpian ogni persona onesta;
Che nell’acerbo duol che il cor ti preme,
Altra parola non so dir che questa:
Povera madre, lagrimiamo insieme.
Qui pure in Carate hanno ville il signor Rocca, che ristaurò la propria
recentemente; il conte Alfonso Visconti, che dall’angustia dello
spazio seppe trarre il miglior partito, e però chiamolla Ripiego ed
ha assai leggiadra architettura; il Battaglia, il cav. dott. fisico
Francesco Viglezzi, il Tarantola e la Ottolini, tutti accorrenti dalla
ricca Milano; e qui la contessa Sangiuliani, presso la quale a sera
convengono i villeggianti a conversari e danze. Al suo giardino la
piena del lago ritolse, or fa qualch’anno, un chiosco ch’era in riva e
che con tutto il mobiglio una bella notte scomparve, a nuova prova che
il Lario non patisce gli si rubi terreno. Quindi si schierano in bella
mostra le ville Lavizzari, Porro e Antongini, or passata quest’ultima
in proprietà del nostro bravo generale Longoni, che ne abbelliva casa
e giardino col miglior gusto, e che dopo le cure ed esercitazioni
militari quivi
_Scende_ del campo a tergere
Il nobile sudor[16].
È nello stesso paese di Carate che i fratelli Taroni hanno operoso
cantiere per la costruzione di ogni sorta d’imbarcazione del lago:
navi, battelli, canotti, gondole, lancie, quattrassi e sandolini, tutto
vi si fa e con bella eleganza.
E così eccoci giunti a Laglio, altro paesello montano, senza alcuna
particolarità, come tutti gli altri che discorriamo, costituiti dalla
chiesa e suo campanile, da casupole di pescatori e tutt’al più da una
osteriuccia, dove si eccettui il dottor Casella, del quale avverrà
nella prossima escursione che più intrattenga il lettore.
È fuori di Laglio che fu collocato il monumento piramidale ad un
medico, Giuseppe Franck, che, transitando sul piroscafo, ognuno crede
possa essere di Pietro, l’illustre, il quale lasciò molte opere della
sua scienza, ma che non è; essendo invece eretto a Giuseppe, figlio,
autore per altro egli pure, ma di meno riputate opere di medicina: nè
si comprende perchè abbiasi voluto funestar con quel segno funebre il
sorriso di questa sponda.
Affrettiamoci invece a esaminare la villa che succede ed è de’
Galbiati, che ci avvicina a Torrigia, dove alla punta sporgente
nel lago sorge la villa dei signori Cetti, alla famiglia de’ quali
appartenne il gesuita Francesco Cetti, che a mezzo il secolo scorso
insegnò e dettò opere lodatissime di storia naturale.
Qui, in antico, forse perchè il lago restringesi, era una torre che
diede per avventura nome al paese, _turris regia_, che aveva un faro,
buono a dirigere a notte le imbarcazioni. Ora a notte questo tratto
pescoso di lago è occupato dalle reti, che calate vi avvertono di loro
presenza coll’agitarsi continuo de’ campanelli, scossi dall’onde o
dal vento, i cui suoni scorrendo monotoni sulla superficie del lago,
producono un singolare effetto per chi ignora che stanno a segnale de’
pescatori.
E qui fermandosi la via carrozzabile, arrestiamoci anche noi;
rimanendoci una interessante escursione a compiere da qui, prima di
allontanarci.
[Illustrazione: Buco dell’Orso.]