Non erano più i giorni gloriosi della celebre danzatrice, di Maria
Taglioni... Il tempo, questo terribile devastatore della bellezza e
del valore, aveva già da un pezzo chiuso i battenti de’ più cospicui
teatri a quella grande artista che aveva stancato i plausi dei pubblici
più difficili d’Europa, ed eletto soggiorno in Parigi, lasciava deserta
la sua vaghissima villa di Blevio, la quale si specchia nell’onda del
Lario.
Non erano dunque più gli ammiratori e gli amici di quella illustre
alunna di Tersicore che animavano di loro presenza nell’agosto 1868 i
freschi recessi della suntuosa villeggiatura; ma sì i vispi figliuoli
di mia sorella, a cui era stata locata, ed io che, dopo un’arringa
al Tribunale di Como, ero venuto ad abbracciarli, io di fianco alla
mia buona Emilia, sorridevo alla bravura di Giulio e di Gigi suoi che
maneggiavano il remo, come se fossero nati e cresciuti sempre su quelle
sponde e facevano volare il canotto, leggiero come un alcione, sulla
quieta faccia del lago.
Avevamo già lasciato addietro quelle ville che al piede di Blevio
abbiam passato in rassegna; già sussurrato mentalmente un vale alla
memoria del povero figlio dell’Inghilterra[12], che assueto al mare,
credette far troppo a sicurtà colle onde del Lario, le quali ogni anno
reclamano il tributo di vittime umane; passata innanzi alla villa
Taverna ed a Torno; già svolto i giardini dei signori Ruspini che
fiancheggiano vagamente Torno; rasentata la villa Matilde dei signori
Juva, piccola ma elegante, da cui uscivano note dolcissime di canto,
come le sa rendere quella esimia dilettante, che a valore potrebbesi
dire artista, che è la signara Matilde Branca, la quale ne è la
proprietaria; e quindi la villa dell’ingegnere Canzi architettata sul
far de’ palagi di Venezia, con finestre e loggie di terra cotta, come
ne è la balaustrata: quattro colpi di remo, ed ecco ci trovammo nel
pieno ed austero seno della Pliniana.
— La Pliniana! esclamò Emilia.
Infatti ci riconoscemmo in grado di vederne il fabbricato intero.
Un grandioso loggiato d’ordine dorico prospetta il lago e serve di
vestibolo al palazzo che si addossa al monte con giardino a varii
piani, i quali s’innalzano fino ad una specie di romitaggio, in cui la
solitudine profonda e l’isolamento assoluto della villa ispirano gravi,
melanconiche o appassionate meditazioni. Un torrente che le sta a lato,
dall’altezza di novanta metri balza con bell’effetto dalle roccie e
rumoreggia transitando per l’atrio, per confondersi da ultimo colle
acque del lago.
— Fu Plinio forse qui ad abitare ed a lasciarvi il suo nome? — mi
domandò Antonietta, la mia eccellente e affettuosa nipote.
— No — rispos’io. — Plinio il Giovane lasciò nelle opere sue la
descrizione della fontana intermittente, che avrai veduta nella villa
e di cui anzi fa cenno la lapide latina che vi avrai scorta, ma non
capita, e che qui chiama la curiosità del forastiero; ma la villa non
appartenne mai a quell’illustre.
— Ah sì, la fontana che ha il flusso e riflusso come il mare e che è
inesauribile.
— Essa ha infatti un’intermittenza; or cresce a ricolmare un bacino,
ed ora, ad occhio veggente, scema; ma questo flusso e riflusso non è
regolare come quello del mare, nè poi è tutta vera la credenza ch’essa
sia inesauribile. Vuolsi inoltre ch’essa abbia relazione col _Buco del
piombo_, che si vede all’opposto versante della montagna che sogguarda
il Piano d’Erba, ma non sono che supposizioni codeste.
Ora udite quale spiegazione ne dia il detto Plinio, non già per dirvi
che l’abbia azzeccata giusta; ma per darvi un saggio della scienza
fisica d’allora: la traduzione dal latino è del Paravia:
“C. Plinio a Licinio.
„Io ti ho recato dalla mia patria il regaluccio di una quistione,
la quale è degnissima della profondità del tuo ingegno. Scaturisce
da un monte una sorgente, scorre fra sassi, si raccoglie in un
loghicciuolo fabbricato per cenarvi; quivi dimorata un tantino, va
a perdersi nel lago di Como (_in Larium lacum decidit_). Mirabile
è la sua natura; tre volte al giorno con invariabili aumenti e
diminuzioni si alza ed abbassa. Ciò si vede apertamente, nè può
vedersi senza un grande diletto. Colà presso tu siedi e mangi,
e bevi anche a quella medesima fonte, da che è freschissima; ed
essa intanto a certi e misurati intervalli o cala o cresce. Poni
all’asciutto un anello o chechessia, l’acqua a poco a poco lo
bagna, e tutto finalmente il ricopre, e si scopre di nuovo e bel
bello rimane all’asciutto. Se ti fermi ad osservar questo giuoco,
il vedrai rinnovarsi e due e tre volte. È forse un qualche occulto
vento, che la bocca e le fauci della sorgente or apre, or chiude,
secondo che entra cacciando l’acqua, o esce cacciato da questa? Il
che noi veggiamo avvenir nei fiaschi e in tutti i vasi di questo
genere, i quali non hanno una libera e súbita uscita. Poichè ancor
questi, benchè capovolti e inchinati, rattenuti da non so qual
vento contrario, ritardano il liquore, il qual non esce in certa
guisa che a frequenti singhiozzi! Forse le leggi dell’oceano son
le medesime che quelle del fonte? E per la stessa cagione che
quello ora s’innalza, or s’abbassa, eziandio questa fonticella con
alterna vicenda ora sporge, or s’arresta? O forse come i fiumi,
che scaricandosi in mare, sono dagli avversi venti e dall’impeto
dell’onda risospinti, evvi qualcosa che ritarda per qualche istante
il corso di questo fonte? O hanno gli interni canali un’assegnata
misura, per cui, mentre si rimettono le perdute acque, il rivo
si fa più scarso e lento, e rimesse che siano, corre più spedito
e copioso? Od evvi, non so quale, interno ed occulto recipiente,
che quando è vuoto desta e sospinge la fonte, quando è pieno la
ritarda e la soffoca? Or tu che il puoi, fa d’investigar le cagioni
che producono questo fenomeno. Per me è anche troppo, se ti ho a
sufficienza dimostrato com’esso avvenga. Addio[13].„
L’Amoretti invece, nel suo _Viaggio da Milano ai tre laghi_, dopo aver
notato come i movimenti dell’acqua abbiano un’esatta relazione con
lo spirare del vento, sì che incominciando su que’ monti a spirare
il ponente verso la nona ora del mattino, che quei del lago chiamano
la _Breva_, a quell’ora eziandio incomincia a crescer l’acqua nella
fonte; dice questo crescimento potersi generalmente calcolare di tre
in quattro ore. Infatti ad un’ora, al _Tivano_ del mattino succede
il vento che procede da Como e si denomina la _Breva_[14]. Simile
interviene alla sera. Più cresce il vento, più si alza la fonte;
l’aria è affatto placida, e la fonte punto non s’altera. Or come fa
egli il vento a produrvi sì fatte cose? L’Amoretti, premesso che in
vetta a’ monti soprastanti alla fonte Pliniana v’ha delle caverne o
pozzi naturali, che penetrano nel seno del monte e vi mantengono degli
interni serbatoi d’acqua, spiega il fenomeno in questo modo: “Siavi in
seno del monte uno o più recipienti d’acqua, corrispondenti alle bocche
superiori, i quali all’orlo abbiano delle uscite che portano alla
Pliniana. Soffiando il vento perpendicolarmente, comprime l’acqua e la
spinge all’orlo in maggior copia, e quindi più copiosi sono i canaletti
pei quali portasi alla fonte. Quando il vento cessa, l’acqua si rimette
a livello, e l’interno laghetto, a cui il monte ne somministra cogli
incessanti stillicidi, torna a ricolmarsi d’acqua, che il seguente
vento torna a respinger fuori. Ma quando un forte vento ha soffiato
lungamente, più d’un giorno sta la fonte senz’alterazione, perchè
l’interno recipiente di tropp’acqua è stato privato, e il consueto
spazio di tempo non basta a riempirlo nuovamente. Se questa spiegazione
non soddisfa pienamente, quella mi sembra almeno che soffra minori
difficoltà[15].„
— Ma allora chi fabbricò la Pliniana, se il luogo non fu di Plinio? —
chiesero in coro i miei nipoti.
— La è tutta una storia — risposi io.
— Contala, zio; contala.
Giulio e Gigi macchinalmente appena muovevano il loro remo; noi
lentamente intanto approssimandoci ognor più al silenzioso palazzo e
di pochi tratti discosti dallo scalo della Riviera, sospeso ogni altro
movimento, il canotto sostò, ed io m’accinsi a dire la storia che mi
veniva domandata.