MOMPIATTO.

Perlasca. — Tradizione. — Villa Tanzi ora Taverna. — Torno.

— Storia. — Gli Sposi annegati. — Ville Croff, Righini,

Antonelli. — La chiesa di S. Giovanni e pia leggenda. —

Mompiatto. — Le sue monache. — La Pietra pendula e la Nariola.

La giornata è serena: lasciamo la sponda di Moltrasio e volgiamo la

lancia alla opposta di Torno.

Il piroscafo ha già toccato la punta di Geno, su cui siede la villa

Cornaggia e già dirizza la prora verso Cernobbio, per venire a deporre

passeggieri nel burchio della _Regina d’Inghilterra_, dell’albergo,

s’intende, del quale ci siamo già intrattenuti.

La riga di bianco fumo che lascia addietro di sè il vapore ci avverte

che va sollecito; affrettiamo, che lo vedremo passare dinnanzi a noi e

giungeremo in tempo di farci cullare dalle grosse onde che solleva col

volgere delle ampie sue ruote, e passeremo in rivista i passeggieri che

muovono ai diversi punti del lago.

Intanto eccoci in faccia la villa Taverna sulla sponda destra:

dirizziamo la punta della lancia alla volta di essa, se vogliamo

trovarci al sito in cui il piroscafo rallenta; la campanella della

fermata suona e noi possiamo goderci dello spettacolo che ci siamo

ripromessi.

Il paesello vicino è Perlasca, terricciuola già fiorente per

l’industria della lana che vi si esercitava, ammencita ora di molto

nelle guerre _astute e ladre_, direbbe il Torti, de’ passati tempi. Vi

è ancora una casetta in cui la tradizione pretende siavi nato Benedetto

Odescalchi, quegli che fu pontefice sotto il nome di Innocenzo XI,

da soldato ch’era dapprima. Quivi ad ogni modo era la villeggiatura

degli Odescalchi e quivi egli veniva al divertimento della caccia, come

lasciò ricordato in un suo scritto.

Fu nel secolo scorso che venne edificata la villa Tanzi, ora denominata

dall’attuale suo possessore conte Lodovico Taverna, patrizio milanese,

che l’eredò da un conte Tanzi, senz’altra ragione, dicesi, che

quella della simpatia, con un bel gruzzolo insieme di denaro per la

relativa manutenzione. Fu l’incarnazione di uno di quei bei sogni

di una notte d’estate che facciamo noi popolani, e la cui realtà non

avrà già recato tutta quanta la sorpresa al già ricco patrizio, che

avrebbe fatta a noi. Era in addietro la più bella villa del lago: ora

si conserva sempre fra quelle che attraggono meglio l’attenzione,

senza pretendere al primitivo vanto. Delle due ale sporgenti del

fabbricato, una non è internamente ultimata ancora. Accrescono pregio

i giardini disposti maestrevolmente, con serre chiudenti peregrinità

botaniche e fiori d’ogni specie, su tutti ottenendovi culto speciale

la rosa in infinite sue varietà, e ve ne aggiungono eziandio belle ed

esotiche piante. Nè ciò faccia maraviglia, da che il conte Taverna si

piacque di orticoltura e giardinaggio, e Lombardia gli va debitrice

dell’introduzione di più d’una delle piante ornamentali, venute poscia

in voga tra noi, e tra le quali quella bellissima tussilaginea, detta

il _Farsugium grande_.

Ma ecco il vapore ci è alle spalle; sostiamo.

Gustata la voluttà di questi sobbalzi dell’onda, progrediamo verso la

meta della nostra odierna peregrinazione.

Questo paese è Torno col suo bel promontorio. Ebbe un dì stabilimento

degli Umiliati che vi fabbricavano panni. Narra il Cantù, che mentre

Francesi e Svizzeri combatteano contro i Tedeschi, i Tornaschi

favorirono i primi, e quando rimasero sconfitti alla Bicocca (1522),

resistettero ancora, come Brescia nel 1849, e ne corser la sorte.

Perocchè il governatore di Como assalse e mandò a ruba e fuoco Torno,

neppur la chiesa risparmiando; e restò memoria d’una fanciulla che

il fior verginale salvò dirupandosi da una finestra e perendo colla

patria. Lo stesso Cantù verseggiò un’altra pietosa romanza o storia di

sposi annegati, sotto il titolo: _I morti di Torno_. Io mi fo lecito

ridurla a prosa.

Linda, la bella fanciulla di Torno, era fidanzata a Fernando, quando

questi aveva dovuto partir soldato per la guerra. Si scambiarono i

due giovani i giuramenti d’amore, e, mentre Fernando era alla guerra,

ella attendea e pregava la Vergine e i santi pel suo ritorno. Un dì

finalmente, reduce Fernando dalla Spagna, spediva lettera a Linda che

le annunziava la sua venuta al paese fra sette dì. Ognuno immagina

la gioia della poveretta a tal novella, ognuno le ansie di sì lunga

settimana: alla fine spuntò l’alba dell’ultimo giorno. Spia tutte le

navi, i battelli che solcano il lago; ma egli non viene: finalmente,

alla militare assisa che è in un burchio, più col cuore che coll’occhio

lo divina, lo riconosce... è lui. Ma intanto sul lago si è ingrossato

un fiero temporale, il tuono scoppia, l’acqua diluvia, è un tempo

d’inferno. L’amato burchio avanza lentamente lottando colle onde, e

Linda, a seguir meglio il progresso di esso, a meglio vedere il suo

bene, vola su d’un’eminenza che sta lungo il lago; ma giunta a mezzo

dell’erta, per l’erba molle e bagnata, il piè le scivola, e giù dalla

china precipita nell’onde. La vide Fernando e la conobbe, nè curando

il furiare dei flutti, si slancia in mezzo ad essi, drizzando il

nuoto verso la sua fidanzata. Invano facevano forza di remi i battelli

spiccatisi dal lido e il burchio dove era Fernando, per accostarsi agli

infelici sposi che non si videro più ricomparire. Solo la dimane se ne

ritrovarono i corpi: erano abbracciati insieme nell’amplesso castissimo

di morte. Là venne posta una croce a memoria del pietosissimo caso e il

barcaiuolo che vi transita prega loro la requie eterna.

Poichè siam presso al porto, ecco vedete là su è la villa Croff:

vi stan presso le ville Righini e l’Antonelli a destra, due operosi

negozianti milanesi che raggranellarono gran fortuna e procacciaronsi

questi agî signorili; a sinistra sono la casa e i giardini a cedriere

sporgenti sul lago appartenenti ai signori Ruspini e da’ quali si

gode di bellissimo panorama. Nella casa di questi signori di Como,

fra qualche altro oggetto d’arte è un marmo egregiamente scolpito dal

Tantardini di Milano, del quale abbiamo già ammirato in Como altre

opere commendevoli.

Scesi a terra, ci si para avanti la chiesa del paese e più su l’altra

dedicata a San Giovanni Battista, intorno alla quale è pure una

leggenda. Narrasi da que’ pescatori che al tempo delle crociate un

arcivescovo tedesco tornando da Palestina ne riportasse un santo

chiodo e la gamba d’uno degli Innocenti. Fermatosi a Torno, ebbe sì

continuamente contrario il vento, che gli parve riconoscere in ciò la

volontà del cielo ch’ivi lasciasse quelle sante reliquie, e le depose

infatti nella chiesa suddetta di San Giovanni.

Per questo calle montiamo, montiamo, onde raggiungere l’altipiano a

cui siamo diretti, a Mompiatto. Nè lunga, nè aspra la salita: rivoletti

d’acqua limpida scendono lungo il cammino, che presto ci scorge avanti

la chiesa che sta in cima e dov’era già un chiostro di vergini. Quivi

però le monachelle, più che a _mattinar lo sposo_ divino, come direbbe

l’Alighieri, ed attendere a vita contemplativa, s’abbandonavano

ad amori e baldorie poco canoniche e meno caste; tal che S. Carlo

Borromeo, che alle monache ed a’ frati solea spesso riveder le bucce,

ne lo chiuse, e le suore trasferì al Sacro Monte di Varese a più severa

disciplina. L’episodio ricorda la novella prima della terza giornata

del Decamerone del Boccaccio, fondata sulla vecchia tradizione del

contado toscano che presso a Lamporecchio fosse un convento di monache,

che pel vezzo di divertirsi come quelle di Mompiatto, ebbero il

convento demolito ed esse furono trasferite altrove.

Sull’ameno altipiano del Mompiatto vengono sovente le brigatelle

villeggianti ad asciolvere allegramente; ma più matte e curiose sono

quelle che vi chiama quella sagra che al due luglio vi si celebra e

dove è tutta la giornata il più lieto via vai, su e giù per l’erte

viuzze, d’uomini e donne e di fanciulli; ed in cima si merenda sotto

gruppi di annose piante; si gozzoviglia e canta finchè calano da’ più

alti monti le ombre, e alla chiesa di San Giovanni spirano i tocchi

dell’avemmaria vespertina.

Su questo monte, che s’eleva sovra tutte queste ville che si schierano

da Blevio infino a Torno, attira poi la curiosità la _Pietra pendula_,

di forma conica, sulla cui punta sta in bilico un trovante o masso

granitico di due metri d’altezza e di cinque di diametro, che

pretendesi formi sistema col _Poncione di Blevio_, che gli abitanti

chiamano _Nariola_, altro masso più enorme che sporge sul pendio che

tocca appena d’una estremità la terra, solo sorretto dalla punta d’una

roccia calcare, sicchè guardato di fianco, sembra prossimo a rovinare.

[Illustrazione: La Pliniana.]

Il Lago di Como e il Pian d'Erba: Escursioni autunnali · 第 47 / 177 题