IL PERTUGIO DELLA VOLPE.

Gite montane. — Il trovante dell’Alpe di S. Primo. — Il Sarizzo.

— Grotte e caverne. — Grumello. — Villa Celesia. — La Zuccotta

e I Tre Simili. — Il signor G. B. Brambilla. — Villa Caprera

del signor Loria. — La Tavernola e l’Albergo. — Villa Gonzales.

— Il capitano De Cristoforis. — La Villa Bignami. — La Villa

Blasis. — A Carlo Blasis. Versi. — Il Bisbino. — Il Pertugio

della Volpe. — Marmi e pietre.

Alla campagna, non è sempre a paesi, a mercati, a ville che si ami, a

ragion di piacevole passeggiata, andare; ma assai spesso ben anco a

cert’altri luoghi, dove o la natura li rese interessanti, o la loro

postura concede che si godano panorami od estesi orizzonti. Nè sono

cotali escursioni le meno piacevoli, anzi il più spesso sono quelle che

divertono meglio. Il lago di Como e il Pian d’Erba, che noi dobbiamo

percorrere allegramente insieme, ti presentano, amico lettore, molti e

amenissimi punti di tal fatta, che saran certo anche per te deliziose

mete a gite, a refezioni allegre, come lo sono per tanti.

D’ordinario infatti vi si va recando il necessario per la colazione:

è così buono anche il più semplice companatico quando è ammanito

dall’appetito, reso più acuto dal lungo cammino fatto a piedi o sul

dosso di qualche mulo o asinello, e dalla fresca brezza che spira

sempre dalle frondose selvette, onde si vestono le nostre colline, i

nostri monti. E quelle chiare, dolci e fresche linfe che scaturiscono

improvvise dai massi, e, formantisi in rivoletti, scendono così

seducenti di balza in balza, che t’invitano a gustarle o nel palmo

della mano, o alla foggia dei biblici soldati di Gedeone, o nella

barchettina di cuojo.

Qui lungo il lago di Como avviene che nelle corse montane che si

fanno si trovino altre curiosità, che, anche senza essere geologi e

naturalisti, richiamano l’attenzione; quali, a mo’ d’esempio, enormi

massi o trovanti di granito, staccati dal monte e per nulla aventi

a fare colla natura della roccia di esso. Celebre è quello, a cagion

d’esempio, che scorgesi a sinistra del lago sull’alpe di S. Primo e che

molti traggono a vedere, e quelli che vedremo sul monte che sovrasta

a Blevio. La presenza di tali trovanti ci attesta de’ cataclismi

avvenuti, come i fossili e le conchiglie, che su per le vette di queste

Prealpi si trovano, ne lascian credere che veramente un giorno fosse

questa nostra Lombardia tutta quanta un mare.

Ma di secoli da quel tempo devono essere trascorsi a centinaja.

Diffatti massi erratici si sfruttano dall’industria per fabbriche, e in

commercio si conoscono sotto il nome di sarizzo; tanto l’uomo sa trar

profitto di tutto!

Richiamano altresì l’attenzione e de’ geologi e dei profani certe

grotte e pozzi e caverne che si trovano, come il Pertugio detto della

volpe, al quale è diretta la nostra peregrinazione odierna; il Buco di

Blevio e quello appellato del Nasone che gli stanno rimpetto; quello

dell’Orso su Torrigia, a cui pure ne ho destinata un’altra; e la Grotta

della Masera sopra Careno e Premenù sopra Pognana, e il Buco della

Nicolina e quello di Vallombria sovra il piano del Tivano, dove pure

condurrò più avanti il lettore, e la Tana Selvatica sopra Grandola in

Val Menaggio e Biancamonda sopra Villeso, per non dir di tutte.

E siccome mi piace serbare un po’ d’ordine in queste nostre escursioni,

e far in modo che nulla sfugga alla nostra osservazione (s’intende

nulla del meglio), così, rammentandomi che siam rimasti alla villa del

marchese Raimondi, denominata l’Olmo, passiamo in rassegna le graziose

e ricche ville che si vengono succedendo: ci parrà più corta la via,

per giungere al Pertugio.

Se vi pare di variare, qui potete farne senza della barca; perocchè

è una buona via abbastanza larga per trascorrervi la carrozza e farvi

pure lo scambio con quell’altra che le venisse incontro per ricondurvi

al sentiero che si sale alla montagna. Io per altro ho promesso di

accennarvi a tutte queste leggiadre casine che si specchiano come vaghe

odalische nel lago, e tiro dritto in barca.

La prima che s’incontra è il Grumello, villa ora del genovese banchiere

Celesia, ma che prima fu dei Gallio e poi de’ Giovi. Ha vicino la sua

darsena, come, quale in un modo, quale in un altro, l’hanno tutte;

perocchè aver la villa lungo il lago e non possedere la sua lancia, o

la gondola, o il canotto, o il piccino ed agile sandolino che sfiora

appena l’acqua, è quanto non averla. La più parte delle passeggiate è

sul lago, e sovr’esso si trascorre sempre al mattino, meno al meriggio,

indispensabilmente prima o dopo il desinare. Con taluna di queste

snelle imbarcazioni si va al mercato di Como, si passa alla posta del

paese a dare e ritirar le lettere, si rasenta la sponda o si traversa

per le visite, si va incontro a’ piroscafi per vedervi i passeggieri, o

per la sola voluttà di farsi cullare dalle grosse onde che nel moversi

ne fan le ruote; si fanno infine le escursioni di piacere; insomma

si san sempre trovare le occasioni d’essere in barca; così che possa

dirsi, senza dare nell’iperbole, che gran parte della giornata la si

passi sovra il lago.

Eccovi questa villa che è al di là della strada: è la Zuccotta e

appartiene al signor Giovan Battista Brambilla, banchiere di Milano.

Innanzi ad essa sarei tratto a farvi un po’ di maldicenza, non a danno

del suo ultimo possessore, ma a beneficio del suo antecessore, sempre

nell’interesse della storia; ma preferisco rimandarvi a quel libretto

divertentissimo che dettò quello svegliato ingegno di Defendente

Sacchi, molti e molti anni fa, allorchè la Zuccotta era venuta alle

mani di quel furbissimo abate che fu il professore Pietro Configliachi.

Il libretto ha per titolo _I tre Simili_, e ci dice come qualmente

la villa la Zuccotta, acquistata co’ danari d’una signora, rimanesse

invece con mirabile artificio proprietà dello abate. L’è tutta una

rappresentazione di prestidigitazione da disgradare Cagliostro. A’

tempi in cui usciva questa storia per le stampe, gli Austriaci erano

qui nell’apogeo della loro dominazione; epperò dovette stamparsi alla

macchia e passarsi dall’uno all’altro, quasi un numero rivoluzionario

della _Giovine Italia_.

Questa villa era stata edificata dai signori Volpi; il Configliachi,

da uomo di sottile ingegno, ne l’aveva di molto abbellita; ma chi la

ridusse alla vaghezza d’oggidì fu l’odierno proprietario di essa signor

Brambilla, che elevandola fino al sommo della collina e occupando parte

del Cereseto, che il Cantù dice _lodato per fichi squisiti_, la fece

tra le migliori onde il lago si pompeggia. Quivi accolse oggetti di

pittura e di scultura, e deve essere per lui di non poca soddisfazione

nel vederli innanzi a sè, ripensare che ognun di essi rappresenta una

commissione da lui data a questo o a quell’artista, e da lui data in

tempo, quando cioè può valere altresì a beneficenza. Queste cose sono

omai così poco e da’ pochi comprese, che rilevarle, per lo scrittore è

un dovere.

Più avanti il medesimo signor Brambilla, traendo partito da qualche

spazio concessogli dal capriccioso lago, fabbricò un bellissimo

palazzino, che, in omaggio al Titano d’Italia, intolò Caprera, e non è

a dirsi come lo fornisse d’elegante suppellettile. L’una sola di queste

ville oh come appagherebbe le aspirazioni di molti! Ora essa divenne

proprietà del ricchissimo signor Loria, che la grande fortuna ammassata

ne’ commerci in Egitto sfrutta degnamente fra noi. Il suo palazzo di

Milano è tra le migliori e suntuose opere architettoniche del nostro

tempo.

Dalla Caprera alla Tavernola, già degli Stagnoli, ora di proprietario

tedesco, non corrono che pochi passi. Quivi è facile trovare chi vi

affitti, se bramate gustarvi gli ozî lacuali, molto più poi che ora vi

si è stabilito un albergo. Il luogo è bello, comoda la casa, proprie

le suppellettili, splendide le vicinanze. Non sarà certo inopportuna

questa mia designazione. Essa venne architettata da quel valoroso che è

il Tatti.

La villa Gonzales vi succede. Sorge a testimonio di quanto possa

l’ingegno anche sopra la nascita e l’educazione di convenzione.

Il Gonzales, datosi agli appalti e fattosi più volte milionario,

qui si aveva preparato deliziosissimi ozî e riposi dalle annuali

fatiche. Spiegò il gusto de’ gran signori dalla natività: le sue

allogazioni artistiche non sono state mai a casaccio, ma presiedute

dalla intelligenza. Il Fasanotti, principe de’ nostri paesisti, della

villa del Gonzales fece uno de’ soliti suoi capolavori. Fu l’onore

allora della pubblica mostra di belle arti di Brera; ora lo è della

superba casa del signor Gonzales. Fra gli altri molti oggetti d’arte

che vi accolse, evvi il bellissimo Ismaele dello Strazza e un bel

quadro di Sebastiano De Albertis, raffigurante la morte del capitano

De Cristoforis, avvenuta nella fazione di S. Fermo già ricordata. Ma,

tanta delizia, contro la comune aspettazione, ora da lui fu ceduta a

ricco straniero; tanto è vero che l’uomo propone e Iddio dispone.

Poi la villa Bignami, eseguita dietro disegno dell’architetto

Clerichetti, e basta per dirla di buona architettura; e quindi la Cima,

che deve la sua esistenza al generale Pino, di cui dissi già addietro

e avrò a dire nella prossima escursione ancora. Fu in questa villa che

quel famoso vi moriva nell’anno 1826.

Dietro di queste ultime ville, al di là della strada carrozzabile, che

ho già sopra ricordata, presso il torrente della Breggia, che passando

nella Vall’Intelvi, viene presto a buttarsi nel lago, una graziosa

villetta, che per me ha grandissimo valore, attrae il vostro sguardo.

Tersicore vorrebbe esser detta, perocchè essa appartenga al suo più

celebre sacerdote vivente, a Carlo Blasis vuo’ dire, che congiuntamente

a quella somma artista che fu Annunziata Ramaccini, che gli è

compagna, portò la R. scuola di perfezionamento di ballo di Milano a

quell’altezza e fama che ognun sa. Nel Blasis l’insegnamento egregio

non fu l’effetto soltanto delle tecniche nozioni apprese alla sua

volta in giovinezza, ma il frutto altresì di quella coltura onde erudì

lo spirito, e delle dottrine estetiche nelle quali è maestro e per le

quali potè donare alle lettere e all’arte sua un preziosissimo _Manuale

della danza_, un filosofico volume _Sull’uomo fisico intellettuale e

morale_, e infinità d’altri lavori di scienza e di erudizione, che

il resero l’indispensabile collaboratore di non so quanti giornali

artistici italiani ed esteri.

Mi conceda il lettore che io dedichi all’amico la versione d’un

enfatico carme latino che il direttore del _Propagateur du Var_, Dario

De Rossi, pubblicava in onore di lui. È sì raro che periodici francesi

riconoscano il merito de’ nostri, che chi legge avrà caro che le pagine

di prosa ora alterni con versi che sì onorevolmente testimoniano d’un

nostro concittadino.

Non mai, se il dolce di Calliope labbro

Mi sorridesse, o da Polinnia il dotto

Artificio non fosse a me negato

De’ carmi, o pur se d’imitar col canto

Mi fosse Orfeo da pio destin concesso;

Non mai, Blasis, potria le tue virtudi

Degnamente narrar onde risplendi,

Siccome astro fulgente in sul creato.

A la palestra le solerti membra

Ad addestrar tu insegni, e tu la danza

Guidi ed al piede la cadenza, e il modo,

E la posa ed il gesto e ogni movenza,

Memore ancor dell’arte prisca, apprendi.

Il diviso dall’orbe irto britanno,

Ammira e plaude; e quei che pria Colombo

Sotto l’ardente sol scopriva audace

Dopo acerbe fortune e l’aspra gente

Delle Esperidi e quei che del Sequano

Flutto nobil si fa, popol di Francia,

Inclito in armi e nel civil costume,

Blasis, dal genio tuo, da tanta altezza

Di tua mente commossi, al ciel la lode

Del tuo nome innalzar e della terra

Itala che ti fu larga nodrice

E della tua s’onora inclita fama.

Te la Gloria sublima e il tuo sembiante

Ritrae nel marmo. — A che ricordo io mai

Queste povere cose? — Oh! non da meno

De’ più gagliardi ingegni, osasti primo

Tu dell’uomo indagar le meraviglie

Note appena ridir ed ogni moto

Dell’animo a che valga e i nostri petti,

L’abito di natura, onde agli offici

C’informiam della vita ed alle eccelse

Regioni ci estolle, o in giù trascina

E ci offusca le menti e il corpo solve;

Che mai possa la donna e quanto ingegno

E nelle membra sue vigore accolga;

Quali rifulgan per sapere e quali

Alla patria devoti emergan forti

Nelle battaglie eroi, o la lor vita

Abbian dell’Arti al sacro culto intesa.

Quanto fai, quanto scrivi, a te le menti

Concilia, o Carlo, e raddolcisce i petti

Ed è fama così che la prestanza

De’ tuoi modi squisiti abbia lasciati

Ricordevoli molti; al par di pianta

Che frondosa al venir di primavera

S’incorona di fiori e nell’estiva

Stagion pendon dai rami i dolci pomi.

Quivi de’ lor melodïosi canti

Empion l’aure gli augelli e qui per lungo

Cammino il vïator stanco riposa

E le forze a la fresca ombra rintegra.

O dell’Italia onor, de la severa

Sofia decoro, lungamente vivi

All’arte e a’ tuoi, felice! e quando avrai

Grande e incolume i tuoi giorni compiuti,

Te Clio, te Euterpe e la virtù non morta

De la tua patria adducano immortale

Sovra nuvola ardente in grembo al cielo!

Ma qui ne è forza balzar dalla barca e ascendere il monte che nomano il

Bisbino. Badiam però che la sua sommità sia libera e serena; perocchè

quando essa si incorona di nubi, gli è indizio che il cielo si turberà,

che non tarderà guari a piovere a dirotto:

Se il Bisbin mette il cappello,

Corri a prendere l’ombrello;

così avvertono, a mo’ di sentenza, quelli del luogo.

Sulle sue pendici seggono le grosse terre di Piazza e di Rovenna, dove

è anche una bella chiesa e dove, non ricordo in qual tempo dell’anno,

è una sagra a cui corre gran gente, ma più ancora al Santuario sulla

vetta.

Più in su è il Pertugio della Volpe.

La vista che al di fuori ci si offre è incantevole: valeva la pena di

venirvi. Ma descrivervi il panorama non mi calza, da che la descrizione

è esaurita per chi montò sul Generoso. Tuttavia a chi non garba il

maggior incomodo di salire fin lassù, questa vista del Pertugio della

Volpe lo paga certo del minor disturbo.

Entriamo adesso. È una grotta che s’addentra assai e assai: i

banchi calcarei che vi sorgono e la rendono ineguale, vi palliano

la lunghezza. Fu misurata novecento metri: sarà vero? Io non mi sto

fra coloro che si mostran troppo increduli, nè mi voglio, San Tomaso

novello, metter la mano a sindacare. Parmi migliore civiltà arrendermi

a chi me la spara grossa... e saran dunque novecento metri di

lunghezza, e voi credetevi, o lettori; e se no, pigliatevi il gomitolo

del villano di Barnabò Visconti e misuratela a vostro talento.

Vuolsi ricca questa grotta — alla quale per avventura qualche volpe

snidata ha dato il nome — di alabastri venati; ma già questi monti

che fiancheggiano il vaghissimo Lario sono sì larghi depositari di

marmi e pietre che interessano il naturalista e lo speculatore, che

se n’avrebbero a scrivere volumi. Intanto godono gran rinomanza il

marmo bianco di Olgiasca che prolungasi sulla riva opposta del lago,

ove presso Musso già esistevane una cava; quello nero di Varenna; la

pietra di Moltrasio che riducesi anche a lamine sottili per grondaie di

tetti e pavimenti; le lumachelle della Tremezzina e il sarizzo che ho

testè accennato, e il marmo bindellino che è nel letto del Varrone, e

moltissimi sassi calcari che alimentano attivissime fornaci.

E qui basti e discendiamo, perchè l’ora si fa tarda.

[Illustrazione: Villa d’Este.]

Il Lago di Como e il Pian d'Erba: Escursioni autunnali · 第 28 / 177 题