San Fermo e i volontarî di Garibaldi. — Borgo Vico. — Villa
Barbò. — Il Museo di monsignor Giovio e la villa Gallia. —
Villa Saporiti, già Villani. — Bonaparte e i deputati di Como.
— Palazzo Resta. — Ville Salazar, Bellotti, Mancini, Brivio,
Belgiojoso, D’Adda e Pisa. — Villa Mondolfo. — L’Olmo del
marchese Raimondi. — Caninio Rufo e Plinio il Giovane.
La meta di questa escursione è pel contrario un cotal po’
aristocratica. Non prometto ai lettori di condurli alla scoperta d’un
_Crotto_, o di qualche elegante albergo: la nostra passeggiata non va
che di pochi passi fuor del sobborgo Vico, che si distende sulla destra
sponda del lago, il qual può dirsi in questo suo primo bacino una serie
non interrotta di ville, che si riflettono con femminile civetteria
nelle onde.
Ci basti all’uopo noleggiare un burchiello, e così, toccando appena
dei remi, farlo avanzare lentamente. Nè vi darò l’incomodo di scendere
ad ogni tratto, chè mi sento d’informarvi d’ogni cosa interessante
rimanendo in barca seduti.
Quel filare di piante è il pubblico passeggio della città; più dietro
e per la via che vi fu praticata forse trent’anni fa, si ascende a
S. Fermo dove ne’ primi di giugno 1859 audacemente i volontarî di
Garibaldi attaccarono gli austriaci di Urban e li ruppero con prodigi
infiniti di valore.
Dopo la chiesa di S. Giorgio, che precede al pubblico passeggio,
incomincia il Borgo Vico e con esso la villa dei marchesi Barbò da
Soresina, dove un giorno sorse la celebre villa denominata il Museo del
già ricordato Paolo Giovio, vescovo di Nocera, che, a’ suoi giorni,
aveva il poco invidiabile coraggio di altamente proclamare aver egli
a propria disposizione due penne, l’una d’oro per chi ben lo pagava,
di ferro l’altra per chi ciò non faceva: su per giù del resto il
mal vezzo di certi giornalisti d’oggidì di mia conoscenza, che senza
quel coraggio di dirlo, han tuttavia quell’altro di farlo. Or bene
il Giovio, lo _storicone altissimo_ dell’Aretino, in quella sua villa
accumulato aveva quante preziosità potè racimolare, sia per doni avuti
spontaneamente, sia per premi imposti e ricatti. Nella prefazione alle
sue opere _Ritratti d’uomini illustri_ ne fece una lunga descrizione,
che, comunque interessante, risparmio al lettore, del quale debbo
già di troppo esercitar la pazienza col narrargli delle ville che
sussistono realmente adesso. L’abate Gallio demolì nel 1616 il Museo,
e la villa che ne sorse sulle rovine si chiamò la Gallia, che ultimò il
marchese Fossani, ed ha buone pitture del Morazzone e del Bianchi.
Segue la villa Saporiti, che un dì apparteneva ai marchesi Villani
e figurò allora nel processo intentatosi a Londra contro Carlotta di
Brunswick, regina d’Inghilterra, del quale dirò parte a parte nella
ventura escursione, e narra Cesare Cantù che vi alloggiasse nel 1797 il
generale Bonaparte, prescelta per l’eleganza del suo ammobigliamento,
e che ai deputati di Como che gli si erano presentati, porgesse franche
assicurazioni che non sarebbero ni francesi, ni tedeschi, ma italiani.
Dopo i Villani ebbero la villa i Battaglia.
Sul terreno della Badia di Vico fu eretto il palazzo dei conti Resta;
più indietro è la villetta elegante dei conti Salazar; ancora lungo
il lago sorge quella de’ Bellotti; poi quella de’ nobili Mancini,
dei conti Belgiojoso, dei marchesi Brivio, de’ marchesi D’Adda,
del banchiere Pisa, e finalmente del conte Sebastiano Mondolfo, che
coll’orgoglio legittimo consentito dal merito, giusta il concetto
d’Orazio, _sume superbiam quæsitam meritis_, può come il romano
Oratore vantarsi incominciare da sè la nobiltà. Colle ingenti somme
da lui consacrate a scopi di beneficenza, coll’ajutare nazionali
imprese, egli, triestino, s’è conquistato la cittadinanza milanese e la
benemerenza nostra.
In questa sua villa, che siede sulle rive ridenti del Lario, trovò
nell’acquisto un prezioso e grandioso dipinto del pittor Bossi,
rappresentante l’ingresso del general Pino in Milano da Porta Romana
alla testa dell’armata italiana reduce dalle campagne napoleoniche del
nord. Interessantissimo riesce principalmente un tal quadro per tutte
le foggie di vestir popolare che vi si riscontrano nelle molteplici
figure che lo popolano, e più ancora per i ritratti dei principali
personaggi che vi sono rappresentati. Vi si ammirano altresì quattro
pregevolissimi acquerelli del Migliara, resi ancora più interessanti,
perchè istoriati da quattro diversi episodî di quel tristissimo tumulto
che finì coll’eccidio dell’infelice ministro Prina, onde si bruttò la
storia della mia città.
E così eccoci giunti ora alla meta della nostra odierna escursione:
all’Olmo.
Possiamo lasciare la barca.
Codesta villeggiatura, veramente principesca, oscura tutte le altre in
grandiosità e ricchezza. Anche la villa che su questa dell’Olmo o ben
presso sorgeva, a’ tempi di Plinio, ed era di Caninio Rufo, non era di
certo inferiore, se non all’odierna grandiosità, certo alla sua amenità
e vaghezza; e poichè mi son proposto di ricordare storici fatti e
tradizioni che si collegano a queste ville lariane, mi si permetta che
io qui trascriva il brano di Plinio il Giovane[9], nel quale l’amico
Caninio Rufo intrattiene di questa sua villa:
“C. Plinio a Caninio Rufo.
„Che fa Como, tua e mia delizia? Che quell’amenissima tua villetta?
che quel portico, dove è sempre primavera? Che quell’ombroso boschetto
di platani? Che quel verde e lucidissimo canale? Che quel sottoposto
ed util lago? Che quel molle e pur saldo stradon gestatorio? Che quel
bagno tutto quanto riempito e circondato di sole? Che quel tinello per
molti e l’altro per pochi? Che le stanze da giorno e quelle da notte?
Ti godi forse a vicenda or le une or le altre? O, come îl solito, ne
sei distolto da frequenti corse, a fine di attendere a’ tuoi negozi? Se
tu ne godi, sei felice e beato; non sei che volgo se ne fai senza.„
Distrutta, non si sa come nè quando, la villetta di Caninio Rufo,
ora questa più vasta vi sorge, che dicesi dell’Olmo. La fabbricò il
marchese Innocenzo Odescalchi di Como su’ disegni di quell’illustre
architetto ticinese che fu Simone Cantoni[10], vi profuse stucchi,
dorature, specchi e dipinti. V’è in una sala una gran fascia di figure
scolpite da quell’emulo di Canova che fu Thorwaldsen, e vi sono mille
altre preziose cose d’arte.
Toccò questa villa in eredità al marchese Giorgio Raimondi, che
generosissimo vi menò lungo tempo la vita; ma dopo le sventure toccate
alla insurrezione nostra del 1848, fra le proprietà sequestrate dalla
stoltezza de’ proconsoli austriaci, questa fu pure dell’Olmo, che, a
sommo dispregio delle cose nostre e in odio del Raimondi, le dorate
sale convertirono in caserma, e sallo Iddio di qual modo conciassero
tutte quelle preziosità.
Sciolti dopo i sequestri, di tanti guasti stomacato forse il marchese
Raimondi, piacendosi d’altre sue comode e non profanate villeggiature,
questa più non curò e, se la voce non erra, non ricuserebbe dallo
spropriarsene.
Qualche regnante o gran ricco che aspiri a trovarsi lungo il Lario una
delizia — poichè nella amenità di queste terre e di queste acque si
danno convegni principi e ricchi d’ogni nazione —, vi troverebbe alla
villeggiatura dell’Olmo il suo conto, e la villeggiatura dell’Olmo
ritornar potrebbe tuttavia a’ suoi giorni di prosperità e splendore.