Brunate e la leggenda di Guglielmina. — La Grotta del Mago. —
Le ville Castiglioni, Sessa, Pertusati e Cornaggia. — Villa
Angiolini. — Villa Rattazzi. — U. Rattazzi e Maria Bonaparte
Wyse. — Villa Pedraglio. — Le ville Trubetzkoi, Ricordi e
Artaria. — La villa Carena inabissata. — Blevio. — La villa
Bocarmé e la Comton, ora Lattuada. — Il Pertugio di Blevio. —
Il Buco del Nasone. — Le ville Taglioni, Schuwaloff, Vigoni e
Sparks. — La Roda e Giuditta Pasta. — Adele Curti. — Il Nino.
Dovrei dedicare questa escursione, più che alla comune de’ miei
lettori, a que’ beati gaudenti che si chiaman felici allora che hanno
potuto snidare alcun luogo, in cui il buon vino, o la specialità di
qualche intingolo o manicaretto li han solleticati. Essi vi danno una
fama, una celebrità, che si conserva anche quando la ragione più non ne
esista affatto.
E i beati gaudenti intraprendono pellegrinaggi appositi per visitare
queste stazioni epicuree: testimonio questo Nino, a cui traggono non
soltanto i buongustai della vicina Como, ma e da’ paesi più alquanto
lontani e perfin da Milano. Una bella giornata di primavera o d’estate,
una festa, il ferragosto, deve essere consacrata a qualche baldoria
che già abbia il suo principale obbiettivo nella tavola e più ancora
nel buon vino? La brigata operaja di Milano o di Como per acclamazione
elegge subito d’andare al Nino.
Seguiamoli noi pure. Avremo noi di tal guisa occasione, più che di
deliziarci del buon vino, di rapidamente percorrere le ville che sono
sulla destra sponda del lago infino alle sette città di Blevio, che
così designansi per celia quelle frazioni d’un unico villaggio che si
sparpagliano sul monte, infino a quella punta sporgente, che con quella
che ha di fronte, e che denominasi del Pizzo, accenna al fine del primo
bacino del lago, il quale si viene ripartendo in tanti bacini, tutti
aventi peculiari bellezze, qual più vasto, qual meno.
Pigliam la barca pertanto, e il nostro uomo costeggi pur lentamente
questa sponda, su cui poggia il Nino; chè pria di giugnervi, avremo a
parlar di più cose.
E poichè ci siamo, vedete là su in alto del monte il paesello di
Brunate. A me che amo raccogliere le leggende popolari, come ad un
geologo balzerebbe il cuore di gioja alla scoperta d’un petrefatto, o
ad un numismatico il ritrovare una medaglia antica, non è possibile
passar oltre senza narrarvi che lassù raccontino le comari, come la
figliuola di un possente re d’Inghilterra, a cui fanno il nome di
Guglielmina, avesse un bel dì (l’epoca però non sanno e tutt’al più
se ne sbarazzano colla frase d’uso: _ne’ tempi antichi_) a fuggire
dalla reggia di suo padre, e per farvi vita santa ricoverasse a
Brunate e vi morisse poscia in odore di santità. E la pia leggenda ha
sì fonde le radici, che le madri alle quali il latte faccia difetto,
la invocano protettrice. Quale poi sia la relazione che corra fra la
santa giovinetta ed il latte, nè esse lo sanno dire, nè m’accingo a
indovinarlo.
Alla falda del monte v’è la Grotta del Mago che potrebbesi visitare,
costituita di banchi calcarei che s’incavernano; ma siccome non mi fu
detto perchè mai così con nome di mistero nominata, voghiamo avanti.
Qui appena usciti dalla cinta del nuovo porto — il quale, se risponde
forse meglio al bisogno cittadino e varrà fors’anco a infrenare certe
piene che in passato troppo spesso han nuociuto alla parte di Como
che si curva intorno al lago, certo poi le ha rapito anche parte della
vista del lago stesso, e il discapito mi par grande —, passato il borgo
di Sant’Agostino, incominciano le ville.
E prima la Castiglioni, indi la Sessa, poi la Pertusati; e questa
che s’avanza sul promontorio detto di Geno è la villa dei Marchesi
Cornaggia, dove un giorno era un convento di Umiliati, che durò dal
1225 al 1516, tramutatosi poi in lazzaretto pei colpiti dalla peste,
onde fu travagliata non solo Como, ma Lombardia tutta sul finir del
secolo XVI.
Svolta la punta di Geno, si nicchia, come in un angolo che fa il monte,
la villa Angiolini; ma più in vista vi tien dietro quella che assume
il nome da quell’eminente uomo di Stato che è il commendatore Urbano
Rattazzi, a cui ingiustamente tiene Lombardia il broncio per averle
estese sollecitamente quelle leggi amministrative che aveva il Piemonte
e che le sarebbero pervenute egualmente più tardi, se non dovevano
essere un’irrisione il patto dello Statuto patrio che vuol la legge
eguale per tutti e l’unità nazionale; senza aggiungere che taluno de’
lombardi deputati d’allora avesse fatto nel Parlamento suonare alta
la voce che, fossero state anche ottime le leggi austriache che si
avevano prima, per ciò solo si dovessero mutare. Il più liberale di
quanti ministri ebbero Piemonte ed Italia, è sventura che scribivendoli
piovutici in Milano, e impossessatisi de’ nostri giornali, abbiano
potuto sostituirne l’opinione e, facendo la storia a loro talento,
avessero a presentare questo illustre personaggio, dal cuore pari allo
ingegno eccellente, poco men d’un nemico del paese. Il tempo che non è
così grullo e che non giura nelle parole di questi sicofanti, farà la
giustizia.
È in questa leggiadra casina che Maria Bonaparte Wyse, bella e colta
consorte sua, e fra le più riputate scrittrici francesi, dettò le
più lodate pagine della sua _Louise de Kelner_, in cui tanta parte è
trasfusa delle amarezze, onde l’anima sua generosa venne dagli stolti
abbeverata.
Se recinto da maggiori simpatie, alle quali avrebbe avuto diritto
Urbano Rattazzi, nella quiete di codesta sua villa, dopo le lotte
parlamentari e le cure di Stato, vi sarebbe più frequente venuto a
ritemprare lo spirito e rinnovare le forze.
Tien dietro, a poca distanza, la villa Pedraglio, e poi ci si affaccia
il sospirato Nino.
Diamovi gli ordini pel pranzo, indi proseguiamo a costeggiare questa
sponda.
Il principe Trubetzkoi, colle mine si preparò lo spazio entro la dura
roccia del monte per rizzarvi un casino di stile nordico, onde colla
più sciagurata freddura fu chiamato del principe _Turbascogli_; non è
forse la postura più allegra ad una villa; l’arido sasso che incumbe
non vi concede quella gajezza di pensiero, che tutta invece vi ispira
la villa Mylius, che, se al vero non mi appongo, è tra le meglio intese
del lago. Casa e giardino vi sono egregiamente distribuiti.
Le ville Ricordi e Artaria hanno del pari i loro pregi: presso a
queste era la villa Carena, ma un bel dì del novembre 1868 inabissò
nelle ore meridiane, volendo fortuna che nessuno degli uomini che vi
lavoravano perisse, perchè appena usciti. Fosse lezione ai molti che
troppo spesso, ad ampliamento di loro possessi, invadono ciò che spetta
al lago, il quale non attende a’ loro comodi, ma viene il dì che si
ripiglia i suoi diritti!
Eccoci a Blevio.
È paese alpestre che non mette conto di ascendere, da che le belle
ville che adornan la sponda ci seducano meglio; a meno che non
vogliate visitar quella che più su è dei signori Bocarmé e che dicono
meritevole di vedersi, e la villa e vaghissimo giardino già Comton
ed ora spettante al signor F. L. Lattuada, negoziante di Milano; o
spingendosi ancora più su, noncuranti delle asprezze del cammino, non
vi prenda curiosità di cercare il _Pertugio di Blevio_, lunga galleria
orizzontale alta un braccio al più e occupata dalle acque colatizie
della montagna. Se di siffatte naturali cose voi siete amanti, non
lasciate allora di volgere la vostra attenzione all’altro speco, o
spacco verticale, che da quegli alpigiani vien designato col nome
di _Buco del Nasone_, opportunamente difeso da macigni onde non vi
precipitino dentro gli armenti che vi pascolano vicino. Forse nel fondo
di tale speco si potrebbero rinvenire fossili, se fosse possibile di
praticarvi indagini.
Presso alla chiesa parrocchiale di Blevio è la villa di quella famosa
danzatrice che fu Maria Taglioni, la quale, fabbricandola, sperò
passarvi gli ozî dell’età matura, quivi pascendosi delle floride
memorie che le avrebbero richiamate le corone d’alloro, i ritratti e
tante altre opime spoglie de’ suoi teatrali trionfi, che qui depose. Ma
la fortuna, bizzarra e spesso crudele iddia, volle disporre altrimenti.
Così chi avrebbe detto al principe Schuwaloff, che vi eresse vicino
una graziosa villa con architettura russa, che di essa, come d’ogni
altra pompa e commodità mondana, sarebbe stato sì presto schivo, e
colla religione greca de’ suoi padri, l’avesse ad abbandonare per
rendersi barnabita in Milano, e poscia in Parigi, ove scrisse _La mia
conversione e la mia vocazione_, ivi morendo nel 1859?.... Legata egli
questa sua villa del lago a’ suoi compagni di religione, veniva da
essi venduta a quel dotto intelletto di donna che fu Cristina Trivulzio
principessa di Belgiojoso, autrice di lodate opere dettate nell’idioma
francese, e spentasi soltanto nel passato anno 1871. Ora toccò la villa
in eredità alla figlia Maria maritata al marchese Trotti.
Tengon dietro le ville Belvedere Vigoni e la Sparks, questa
d’architettura svizzera; ambe leggiadre, e con peculiari
caratteristiche che le rendono interessanti allo spettatore.
Un’altra villa succede, che ricorda pure entusiasmi teatrali: La Roda
è detta e fu di quella grande artista cantante che si nomò Giuditta
Pasta. Apparteneva prima a madama Ribier, la crestaja che a Milano
fu ricerca da tutto il mondo elegante e accumulò gran fortuna. Venuta
poi alle mani della celebre cantante, per la quale Bellini scrisse la
_Norma_ e la _Sonnambula_, cioè i suoi insuperati capolavori musicali,
la ampliò d’assai, vi fabbricò, vi dispose giardini ed ombre, e fino
a certo tempo vi accolse anche ospiti e amici, fra cui sovente quella
gentile e rinomata poetessa che fu Adele Curti, troppo presto rapita
alle lettere, e troppo presto e ingiustamente dimenticata, anche da
chi ipocritamente si scagliò su colui che fu creduto averne con offesa
d’amore accelerato il fine, su colui che invece non ha cessato ancora
d’amarla, testimonî questi versi, che di lui si leggono stampati
sulla strenna edita in Napoli, intitolata _Il Vesuvio_, a scopo di
beneficenza, e dettati ventiquattro anni dopo quella immatura morte.
Sovente l’ora quando è fatta bruna,
A te pensando che ogni dì più adoro,
Io chieggo ai raggi dell’argentea luna,
Se il tuo bel peplo è della luce loro.
Ed alle stelle che la notte aduna,
Se son le gemme del tuo serto d’oro,
E se dal ciel se ne dispicca alcuna,
Io tremo e quasi per dolcezza moro.
Chè penso allor che tu fedel mantenga
Quella promessa che mi festi pia,
E che ti prego dal Signor m’ottenga.
E che la stella fuggitiva sia
L’anima tua, che dall’empireo venga
A raccoglier la stanca anima mia.
Giuditta Pasta in questi suoi diletti recessi della Roda trascorse i
suoi anni provetti, ma afflitti però da domestici lutti. Ella anche vi
morì. Un suo busto, opera egregia dello scalpello del milanese Antonio
Tantardini, fu da’ Comensi collocato nel loro casino.
Ma l’ora del pranzo ci richiama al Nino.
La mensa, noi, stando in barca, la vediamo apparecchiata sotto un
pergolato che dà sul lago; così al diletto dei cibi avrem congiunto
quello non meno grato della vista.
Risparmio la descrizione del Nino: è un’osteria, un _restaurant_, quel
che volete chiamarlo, di volgare architettura a cui chi giunge non
fa attenzione. Vi si sbarca, si pon piede su d’un terrazzo, dove son
disposte tavole per chi vi mangerà o beverà; v’è buona cucina, v’è
buona cantina; chi ci viene, lo sa, se ne approfitta; nè parte, come da
tanti altri luoghi, disilluso.
D’altre specialità, che non sieno brigate, canti, giuochi alla morra,
suoni di qualche menestrello che capita da Como, non vi saprei dire
veramente.
Il Nino è il ritrovo della buona classe borghese, per definirlo
in due parole; come per la _haute volée_ è l’albergo della Regina
d’Inghilterra, che sta alquanto più in su nella sponda opposta, ed al
quale riserbo condurre il lettore in una prossima escursione.
[Illustrazione: Villa Raimondi.]