Bruno Traldi fu per più mesi ammalato, e vegliarono al suo capezzale
la madre e il vecchio Salapolli.
Il male era strano; una invincibile malinconia struggeva il giovane;
di tanto in tanto i medici esponevano una teoria nuova e prescrivevano
una nuova cura. Brunello non potè salvarsi dai medici e dai mali che
grazie alla sua fresca età.
Era condannato a vivere; aveva promesso di vivere, solennemente.
E il sacrificio di Nicla sarebbe stato vano, s'egli dalla vita non
avesse tratto forza a lavorare e a gettar qualche luce su quel nome
dei Traldi di San Pietro, il quale era stato caro a lui quanto alla
sua amica scomparsa.
Entrato appena in convalescenza, si mise all'opera; e diciotto mesi
dopo il giorno di sventura, il libro di Bruno Traldi vide la luce.
Aveva da lungo tempo imaginato un poema, un romanzo di gioia e di
fede; e inesorabilmente doveva creare un poema di sconfinata angoscia.
L'umanità cieca che s'avvolge a spirale su sè stessa come s'avvolge il
serpe in numerosi anelli; le schiere bestiali di gente nata a far
folla e a brulicare come una verminaia; le illusioni di coloro i quali
credono alla gloria, rumore di cento anni, e lottano per trovar posto
fra gli eletti, che formano essi medesimi una folla di cui tutti in
breve si dimenticano; il galoppo incessante di popoli e di razze che
conclude in un baratro, nel nulla; l'inutilità fatale dell'opera e
l'inutilità fatale dell'ozio: questo era il quadro, in cui si
muovevano i suoi personaggi. E si muovevano con franchezza, condotti
da mano maestra. Egli aveva sì precocemente e intensamente vissuto e
dentro gli occhi portava tante diverse visioni del mondo, che
un'acerba esperienza e un penetrante spirito d'osservazione avevan
potuto dettargli pagine stupende per verità e per colore.
Fu prima un susurro intorno al libro, poi un fracasso insostenibile.
Dissero alcuni che non si trattava d'un poema ma d'un romanzo; dissero
altri che non si trattava d'un romanzo ma d'un poema; e non potendo
classificarlo esattamente, i critici s'irritarono. In nome della
virtù, non pochi si scagliarono contro il giovane frollo e sfiduciato
che invece di infiammar le genti, le scorava, invece di drizzar
l'ingegno straordinario a predicar qualche fede, adunava tutte le sue
forze a seminar lagrime e disperazione.
Menava una guerra sorda e tenace contro di lui Duccio Massenti; il
quale andava scalmanandosi per l'immoralità del libro, immorale non di
quella immoralità sciocca e villana che consiste nelle scene e nelle
parole e che il pubblico fugge; ma di una immoralità congenita, senza
farmaco possibile, ch'era in tutta la sostanza dell'opera, nel sangue
e nel midollo. E un articolo, certo inspirato da Duccio Massenti,
faceva qualche allusione alla vita dell'autore, ai disordini di cui
era stato testimonio, a una passione cupa tragicamente finita, di cui
era stato protagonista; allusioni coperte, esposte con prudenza, che
Bruno e i suoi intimi potevano comprendere e che sfuggivano agli
altri.
Bruno Traldi lesse l'articolo e sorrise di dispregio.
--Nicla me lo aveva detto,--confidò al Salapolli.--Duccio Massenti
sarebbe diventato un mio nemico mortale. Egli voleva sposare Nicla,
poi diventar padrone di casa mia, poi consigliarmi e condurmi; e
perchè nessuno di questi tre fini gli è riuscito, mi odia.
--La signora benedetta,--rispose il Salapolli,--non aveva previsto
però, e nessuno poteva prevederlo, che Duccio Massenti sarebbe stato
anche un imbecille; perchè nulla giova meglio a un libro e a un autore
che le polemiche, le ingiurie e le accuse.
Bruno alzò le spalle.
Il rumore saliva; molti critici confessavano d'essere innanzi a un
ingegno strapotente, il quale cominciava con la sicurezza d'un
maestro. Nessuno voleva credere che l'autore non contasse per anco
ventidue anni, e un giornale ne pubblicò il ritratto.
Si leggevano in quel volto chiaro dalle linee ferme e dal mento breve
un'anima amara e una volontà ostinata; e tuttavia la giovinezza, una
giovinezza senza sorriso, era nella persona dritta come uno stelo e
pronta a scattare in corsa.
Il pubblico si gettò sul libro con avidità; e il libro avvelenò molte
anime ignare; il tossico ch'era in tutta la vita di Bruno Traldi
serpeggiava, entrava nelle fibre, recideva i nervi.
Solo, vicino a Bruno Traldi, in un cantuccio, stava il vecchio
Salapolli, che s'ubbriacava di quel trionfo come d'un liquore
portentoso; in silenzio, perchè Bruno non voleva udirne parlare.
Onde il Salapolli ne parlava qualche volta con la contessa. Diceva:
--È la gloria. È il genio.
E batteva le palpebre quasi non avesse potuto sostener la luce che
sfolgorava intorno alla figura del diletto alunno. E con gli occhi
umidi soggiungeva:
--Se il conte Fabiano potesse comprendere!... Quale consolazione ne
avrebbe!... Come sarebbe superbo!
Ma un giorno la contessa Clara Dolores scosse il capo.
Ella aveva da tempo rinunziato ai piaceri del mondo per stare a fianco
del figliuolo, a cui prodigava un tesoro di materna sollecitudine.
E scosse il capo, e rispose:
--Voi mi fate paura, caro amico. La gloria e il genio non hanno dato
mai, a chi doveva portarne il peso, se non dolore. Io vorrei che mio
figlio non avesse gloria, non avesse genio; e che la vita gli
sorridesse, come sorride agli ignoti e ai mediocri.