Verso sera, vincendo l'ebbrezza che l'aveva invaso durante la gita
alla Croda e il pio pellegrinaggio a villa Florida, Brunello si mise
presso la zia Amelia che ricamava; e tenendo nelle mani una matassa di
seta dai varii colori, passava alla vecchietta le gugliate via via
ch'ella le chiedeva.
--Non potrete dire,--osservò zia Amelia ridendo,--che io non ho un bel
cavaliere. Contassi cinquanta, solo cinquant'anni di meno, tutti mi
sarebbero addosso per tenermi lontana!
In un angolo, Gigi Barbano chiacchierava con Nicla.
Quella frase di zia Amelia doveva rammentargli un discorso che la zia
gli aveva tenuto mentre Nicla e Brunello erano fuori.
La vecchietta capiva l'amicizia del ragazzo con la giovane signora; ma
n'era un poco inquieta e ne aveva detto qualche timida parola con
Gigi. Nicoletta era candida e fidente come una fanciulla; Bruno era
onesto e leale; e zia Amelia non temeva nè dell'uno, nè dell'altra; ma
temeva di qualche cosa di più forte dell'uno e dell'altra: della loro
età, dell'amore, della passione che travolge le anime pure a guisa
delle più corrotte; il candore stesso di Nicoletta era un pericolo.
Una donna astuta ed esperta sfugge le occasioni, evita le intimità;
una donna ingenua v'incappa ad ogni passo e non sa nè prevederle, nè
difendersene.
Zia Amelia aveva fatto osservare tutto questo con abili perifrasi,
girando largo, a suo nipote. Non che volesse far vigilare i due
giovani e mostrar diffidenza; ma sarebbe stato prudente non lasciarli
sempre a viso a viso, in una familiarità della quale era difficile
ormai stabilire i confini.
Gigi Barbano aveva risposto ch'era più sicuro di Nicoletta che di se
medesimo; che quel ragazzo gli ispirava una pietà profonda; gli avevan
tolto il padre ch'egli amava teneramente per rinchiuderlo in una casa
di pazzi donde non sarebbe uscito mai più; la madre sua, a dir poco,
leggera e volubile; il patrimonio ridotto a qualche centinaio di
migliaia di lire, le quali sarebbero durate, sì e no, un anno col
malgoverno della contessa. Che rimaneva a Bruno? L'amicizia di
Nicoletta, la fiducia di lui, Gigi. Non altro. Egli aveva promesso a
Bruno d'essere un fratello, ed era; come Nicoletta era una sorella per
lui.
Zia Amelia non aveva insistito.
Ma la frase voleva far presente a Gigi il colloquio di poco prima.
--Un bel cavaliere!--disse Gigi alzandosi e avvicinandosi a
Brunello.--Un bel cavaliere che tutte le donne vorranno disputarsi!
Nicla represse a mala pena un sussulto.
Le parole venivano opportune a rammentar l'audacia di Claudia Viviani;
la quale, respinta, s'era messa a capo d'un gruppo di pettegole per
bene che andavano sparlando di Nicla, di Bruno, di Gigi; e certo aveva
già spedito a quest'ultimo buon numero di lettere anonime.
--Io preferisco esser cavaliere di zia Amelia!...--rispose Brunello
sorridendo.
--E le piccole ragazze di Parigi? e le dame bionde di Vienna?--insinuò
Gigi.
Nicla serrò le mani per angoscia.
--Ascolta!--esclamò Bruno, abbandonando la matassa e tendendo avido
l'orecchio.
Dalla finestra spalancata entrava un'onda di suoni.
Eran le campane delle reti che affioravano; eran le campane del paese
che annunziavano il vespro; eran da lungi le campane delle mandre che
tornavano alle stalle: una musica lieve portata lievemente sull'aria.
--Com'è bello!--disse Bruno, che s'era affacciato.
Ai colori brillanti del giorno erano subentrati i fragili colori del
tramonto: un morbido color di rosa che sfumava a poco a poco nel color
di perla; un pallido cilestre che a poco a poco sfumava nell'argento:
e l'acqua, riflettendo con delicata armonia le mezze tinte, aveva le
iridescenze dell'opale.
Nicla s'era levata a sua volta e s'era posta a fianco di Bruno presso
la finestra.
Ella ricordava.
Quanto l'avevan fatta piangere quegli spettacoli di mestizia, e quei
suoni che s'intonavano alla dolcezza dell'ora! Il crepuscolo nella
campagna per lei era stato, durante lungo tempo, il più pauroso
momento della vita. Aveva perduto Brunello. Tutto diceva che non
sarebbe tornato mai più; e non aveva persone a cui confidarsi. Le
campane singhiozzavano qua, là, sui monti, in basso, da lungi e da
vicino; il sole calava tra una pioggia di cenere; e Brunello
viaggiava, chiamandola invano com'ella chiamava lui, e le loro voci
andavano disperse nella vastità del mondo.
Ed era tornato, subitamente.
Era a un passo, appoggiato alla finestra, l'occhio velato da soave
tristezza e un incerto sorriso sulle labbra. Era a un passo; e le
apparteneva come cosa sua, nel più profondo del cuore; ella sapeva il
pensiero di lui, ed egli sapeva il suo pensiero; ella poteva fare di
lui ciò che più le fosse piaciuto, ed egli di lei poteva disporre come
d'una schiava.
--Amore!--sussurrò Nicla così piano, che Bruno solo udì, quasi la voce
venisse dal cuore più che dalle labbra d'una donna.
L'eco delle campane si smorzava con lento rintocco. Il cielo era ormai
tutto grigio, e le acque riprendevano il loro color verdastro.
Ma dal giardino sottostante s'innalzavano volute di profumi con una
sinfonia più vasta che non fosse stata tra il cielo e l'acqua.
Erano aromi che venivano dai cespi immersi nell'ombra come in un
mistero; dardi velenosi che ciascun fiore vibrava; parole di voluttà
che esalavano dalle corolle; incitamenti al piacere che traboccavan
dai calici; e tutti insieme si dilatavano nell'aria, ebbri ed
inebbrianti, nell'ultimo spasimo della morte che impendeva,
nell'ultimo brivido che precedeva la notte.
Salivano, oscillavano, si moltiplicavano, si diffondevano, si facevan
più acuti, bagnavano il viso, penetravan le carni di Nicla e di Bruno,
affacciati su quel prodigioso veleno.
E Nicla aveva la visione d'infiniti piccoli mostri lascivi che si
tenevan per mano, superbi di straordinarii colori, armati d'armi
variopinte, chiomati di chiome cangianti, screziati, spruzzati,
gemmati, picchiettati, che le si serravano e le danzavano una tresca
furiosa intorno.
Sentendosi prender dalla vertigine, si ritrasse prestamente e si
rifece a parlare con Gigi e con zia Amelia. Ma Bruno rimase alla
finestra per bere tutto il veleno che i fiori gli prodigavano e
impallidire di desiderio e di passione.
Ogni giorno e per tutti i giorni ch'egli rimase a villa Barbano,
quella sorda tempesta andò in lui e in Nicla imperversando.
L'uno e l'altra resistevano perchè Gigi era tra di loro, e la sua
presenza li richiamava alla realtà; innanzi a lui svanivano i sogni, e
i pensieri obliqui si ritraevano sconfitti.
Ma il desiderio era così atroce, la lotta così vana, che Brunello
schivava la sua amica; toccava a lei andare a cercarlo e condurlo a
rivedere i luoghi più cari; pareva che la vertigine rattraesse, o che
avesse da tempo deliberato d'abbandonarvisi e di morirne.
Gigi Barbano, il quinto giorno, annunziò che ripartiva per Milano.
Brunello s'offerse di riaccompagnarlo.
--No,--rispose Gigi.--Tu rimani; io starò assente un giorno e voglio
ritrovarti qui.
Soggiunse:
--Vi affido alla custodia di zia Amelia.
La vecchia disse:
--Conducilo con te; andrete e tornerete insieme.
Gigi non rispose, e partì. L'inquietudine di sua zia lo indispettiva
come una tacita offesa a Nicoletta.
Un'ora dopo la partenza di lui, giunse un telegramma di Clara Dolores.
Aveva scelto finalmente la campagna, e desiderava salutare Brunello.
Egli disse a Nicla, mostrandole il telegramma:
--Partirò questa sera.
Nicla riflettè un istante, poi rispose:
--Puoi partire domattina.
E guardandolo negli occhi, soggiunse con voce breve:
--Siamo soli!... Resta!...