Per addobbare la casa di Milano in via Meravigli, erano stati mandati
innanzi da Roma il professore Salapolli, che doveva curare l'assetto
della biblioteca, e la governante ungherese, Maritza, che doveva
disporre i mobili.
Ma giunti a Milano, Brunello s'era dichiarato contento del lavoro
compiuto dal suo vecchio maestro, e la contessa Clara Dolores aveva
espresso la più viva disapprovazione per il lavoro compiuto dalla
governante.
Aveva ordinato che si tornasse daccapo, trasportando il mobilio dal
secondo piano al primo, dando tutto il primo piano a Brunello, mutando
gli oggetti da stanza a stanza; onde ancora dopo quindici giorni
dall'arrivo, dopo più d'un mese dacchè la governante aveva lavorato,
la casa dava lo spettacolo d'un disordine che somigliava a uno
sgombero interminabile.
Clara Dolores doveva ricevere i suoi amici così, in un salotto in cui
i quadri erano appoggiati a piè del muro, invece di pender dalle
pareti, e le poltrone eran coperte di vecchie stoffe accatastate;
prendeva e offriva il tè sopra un angolo di tavolino, accoglieva
insieme un'amica e il tappezziere e lo stipettaio e il decoratore.
Bruno sbuffava; ella rideva noncurante.
Toccava ormai la quarantina; la sua figura era tuttavia snella ed
elastica; ma i cosmetici del Kallòtrofo e degli altri empirici le
avevan presto avvizzito il volto, e le tinture bionde le avevano
devastato la chioma, bruciandola e tagliuzzandola. Aveva una testa da
vecchia dipinta e rifatta sopra un corpo giovanile e flessuoso; e la
sola bellezza di quel viso erano gli occhi lunghi dalla fiamma
penetrante.
Dopo alcuni giorni dall'arrivo, Bruno, salendo verso le cinque a
prendere il tè, aveva trovato in salotto un signore, la cui fisionomia
non gli parve ignota.
Non ebbe tempo a chiedersi dove l'avesse visto, che già Clara Dolores
aveva fatto la presentazione.
--Il mio Bruno. Il conte Duccio Massenti.
Bruno s'inchinò e si lasciò stringere la mano.
--Il conte è un vecchio amico di casa,--continuò Clara Dolores.--Tu
forse non lo ricordi, perchè eri piccino....
Bruno e il conte si guardarono di nuovo; ambedue rammentavano
benissimo, ma nessuno disse parola.
--Un vecchio amico e un fidato consigliere,--seguitò la contessa.
--Che cosa ti ha consigliato?--domandò Bruno in tono beffardo.
Ma la contessa spaurita dalla domanda insolente, finse di non averla
udita, e parlò presto d'altre cose, dell'addobbo, delle noie che le
arrecavano gli operai, del tempo rigido.
Bruno ingoiò una tazza di tè, sogguardando il conte, fattosi canuto
precocemente ma sempre mellifluo, con un sorriso dolciastro sulle
labbra. Il giovane sentiva in lui l'ipocrisia.
S'alzò, s'inchinò e se ne andò.
Duccio Massenti! Aveva un vecchio conto da saldare; ricordava bene
ch'egli aveva offesa Nicla in altri tempi; non sapeva come, non sapeva
perchè, ma l'aveva offesa.
E gli venne l'idea, non appena fu da Nicla, di parlarne con lei.
Bruno andava da Nicla tutti i giorni, a qualunque ora, spesso
trovandola sola, spesso con altre signore giovani alle quali ella lo
aveva presentato, dicendo in brevi parole ch'egli era stato il suo
fanciullo, il suo protetto; e poichè ne avevano udito parlare più
volte, le signore lo accolsero festosamente.
Quand'erano soli, Nicla e Bruno si davano ancora del tu; l'illusione
era più forte d'ogni ragionamento; e talora Brunello sedeva ai piedi
dell'amica e posava il capo sulle sue ginocchia; ed ella lo
accarezzava lievemente.
Egli sentiva ch'ella era sua come aveva promesso; e invece di
rallegrarsene. Bruno n'aveva quasi sgomento. Nicla s'abbandonava a
lui; s'egli avesse voluto baciarla, accarezzarla, prenderla tra le
braccia, ella avrebbe lasciato fare, nella inesperienza della sua
anima; non sapeva d'essere bella e desiderabile, o credeva che la sua
bellezza fosse così pura agli occhi di Bruno da allontanargli ogni
pensiero cattivo.
Bruno la teneva in mano, inerte e arrendevole; ma sentiva la sua
bellezza ben diversamente da ciò ch'ella supponeva; e per non
atterrirla, si frenava, nascondendo con cura la passione che
cominciava a soffiargli nel cuore.
Quando ella gli diceva di appoggiare il capo sulle sue ginocchia, egli
tentava di rifiutare; quando ella gli passava le mani sui capelli e
sul volto, egli tratteneva un fremito, e con garbo, sorridendo, le
allontanava.
--Non mi vuoi più bene?--chiedeva Nicla.
--Sì,--egli rispondeva con voce malcerta.
--Perchè non lasci che ti accarezzi?
--Non so.
E si alzava di scatto e andava a posar la fronte contro i cristalli
freddi della finestra.
Quel giorno le disse:
--Sai chi ho trovato oggi in salotto, dalla mamma? Duccio Massenti...
--Ah!--fece Nicla, reprimendo un moto di sorpresa.
--È molto antipatico,--osservò Bruno.--Mi ricordo ch'egli ti ha
offesa, e non hai voluto mai dirmene la ragione.
--Non è vero!--esclamò Nicla impaurita.--Non mi ha offesa.
--C'è sempre stato un mistero in quel piccolo incidente della nostra
vita,--riflettè Bruno.--Io voglio venirne a capo. La mamma mi ha detto
che è un vecchio amico e consigliere fidato, e ciò mi ha fatto ridere;
temo sia stato lui a consigliar la mamma a tingersi i capelli color
d'oro.
--Bruno!--esclamò Nicla in tono di rimprovero.
--Non mi vuoi dire dunque ciò che c'è stato fra te e lui?--incalzò
Binino.
--Nulla; ti assicuro che non c'è stato nulla!
--Bada!--minacciò Bruno, alzando l'indice e sorridendo.--Bada che la
tua ostinazione mi fa pensare a molte cose brutte. Io ricordo ancora
(ahimè, io ricordo tutto!), ciò che dicevi quel giorno in barca a me e
a lui.... E oggi più che mai, avrei piacere d'ammazzarlo come un cane.
Nicla s'alzò d'un balzo, tutta pallida, e afferrò Bruno tra le
braccia.
--Se tu mi vuoi bene,--disse,--se tu mi vuoi bene, devi promettermi
che non farai nulla, devi prometterlo e giurarlo per ciò che hai di
più caro...!
Ella lo stringeva sul seno, e il volto di lui era appoggiato alla
spalla della giovane, gli occhi erano fissi negli occhi.
Bruno sentì quel brivido che lo percorreva sempre, allorchè le mani di
Nicla lo toccavano e il profumo della sua persona lo avvolgeva.
Senza cangiar positura, con gli occhi affondati negli occhi di Nicla,
muovendo appena le labbra, disse:
--Perchè devo promettere?
--Per me, per la tua Nicla, per te stesso!--affermò la giovane.
--Io prometto a una condizione,--mormorò Bruno.
--Oh, il vile che si vende!--esclamò Nicla con un piccolo
riso.--Sentiamo.
--A condizione che tu ti lasci baciare sulla bocca.
Impensatamente, dissennatamente, ella gli offerse subito la bocca.
E si baciarono, a lungo, gli occhi chiusi, con l'avidità di due anime
che si confondono, con la bramosìa con cui l'assetato beve, beve,
beve, fino all'ebbrezza mortale, fino alla follia, fino
all'annientamento, si baciarono col cuore che pulsava vertiginoso, con
la gioia di sentirsi vuotar le vene di tutto il sangue.
Poi quando si sciolsero da quella stretta invincibile, si guardarono e
videro gli occhi soli che sfavillavano nel volto interamente bianco.
E tacquero.
Ciascuno era entrato nel cuore dell'altro e aveva capito.
La prima a riprendere la parola fu Nicla; ma la sua voce era nuova,
col tremito che veniva dal terrore d'un'anima sul ciglio d'un abisso
imperscrutabile.
--La tua casa è pronta?--chiese, per dir qualche cosa.
--Non ancora!--rispose Bruno.
Tacquero di nuovo. Era impossibile parlar di cose comuni.
Avevano bisogno ambedue di raccogliersi e di meditare.
Nicla stava aggomitolata, meglio che seduta, in un angolo del divano.
Bruno trovò il suo sgabelletto e lo portò ai piedi di Nicla.
La donna fece un gesto istintivo, come per respingerlo.
--Lasciami!--supplicò Bruno.
Sedette ai suoi piedi, posò il capo sulle sue ginocchia, e pianse in
silenzio.
--Bruno,--disse Nicla, a un tratto, con voce grave e
pacata.--Ascoltami!... Devo dirti qualche cosa che mi costa molto; ma
tu comprenderai.
--Ti ascolto,--rispose Bruno senza muoversi.
Nicla si raccolse, meditò; poi con uno sforzo riprese:
--Oggi ho capito. Tu mi ami, non come una sorella; come una donna....
Arrossì, tacque ancora; si fece forza nuovamente, e soggiunse:
--Tu vorresti che io fossi la tua amante.
Bruno scosse il capo, ma non osò negare in altro modo.
--Ascoltami, Bruno. Io sono tua. Ma bada; tu non mi chiedi l'amore: tu
mi chiedi la vita! Io non saprei ingannare nessuno; e quand'anche
sapessi, no, mio marito, colui che ti ha accolto a braccia aperte e ti
ha chiamato fratello, io non lo ingannerei. L'indomani del giorno in
cui fossi stata tua, mi darei la morte. Hai compreso?... Se tu vuoi
ch'io muoia, chiedimi l'amore: e ti darò l'amore e la vita; ma
sopravvivere mi sarà impossibile.... Hai compreso...?
Egli si alzò.
--Ho compreso,--disse.--Non ti chiederò e non vorrò che il tuo affetto
di sorella.
Nicla lentamente gli asciugò gli occhi arrossati da lagrime che
parevano avergli bruciato le palpebre.