XV.

Fu a Parigi nell'appartamento di via Glück, che Brunello ricevette da

Nicla una lettera, la quale terminava così: «Ti prego di scrivere da

ora in poi non più alla signorina Nicla Dossena, ma alla signora

Nicoletta Barbano, casa Barbano, via Santa Margherita. Hai inteso

bene, caro?».

Bruno corse da suo padre a chiedere spiegazioni.

--Vuol dire,--dichiarò il conte, dopo aver gettato l'occhio sul

poscritto,--che Nicla si è sposata con questo signor Barbano.

--E perchè non è più signorina?

--Ciò succede alle ragazze quando si sposano!--disse Fabiano col suo

lieve sorriso canzonatore.

--Ma che cosa significa se si è sposata?

--Significa che va a spasso con Barbano, pranza con Barbano, vive

nella stessa casa di Barbano, si lascia dar qualche bacio da Barbano,

e fa baruffa con Barbano. Tutto Barbano, insomma!

--Allora peggio di Duccio?--incalzò Bruno, stringendo e spiegazzando

la lettera nel pugno.

--Non so che cosa abbia fatto Duccio!--confessò il conte.

--Ma io Barbano non lo conosco!--riflettè Bruno.

--E nemmeno io!--aggiunse suo padre.

Bruno se ne andò.

Eran tornati a Parigi con un piccolo patrimonio, messo insieme coi

danari di Montecarlo, il prestito d'Elia Polacco, una certa somma che

il conte Fabiano aveva saputo spillare ancora alla famiglia: centomila

lire a un dipresso.

Rivivevano la loro vita di lusso e di rumore, alla quale Fabiano aveva

aggiunto una certa vita di contemplazione, andando per le gallerie

d'arte e per le chiese con Bruno.

A fianco del fanciullo stava sempre un precettore italiano, tale

Salapolli, che il conte aveva soprannominato Salafame, perchè non era

possibile fargli conservare un centesimo in tasca. Appassionato di

libri curiosi e rari, spendeva tutto il suo, e, senza soprabito nè

ombrello, andava formandosi una biblioteca sontuosa.

Affinchè non morisse di freddo per via, il conte aveva finito col

regalargli alcuni dei proprii abiti pesanti, sempre in timore che

vendesse pur quelli per aver qualche libercolo intignato.

Salapolli era conosciuto da tutti i piccoli librai che espongono la

loro merce sui parapetti dei ponti; e possedeva una coltura d'arte, di

storia, di geografia, disordinata ma vasta. Le sue lezioni eran

piacevoli conversari a proposito di qualunque cosa, d'una vettura che

passava, d'una vecchia cornice, d'un trampoliere del Giardino delle

Piante, d'una ragazza che strizzava l'occhio e che gli offriva il

paragone con la antica civiltà greca.

E Bruno sorbiva: sorbiva avidamente, quasi avesse intuito che toccava

a lui farsi tra quei due pazzi, il precettore bibliomane e il padre

polimane.

Sembrava precocemente animato dal pensiero, e più che dal pensiero,

dall'istinto d'armarsi per la vita, poi che tutto gli crollava

intorno. E lasciati prima del tempo i balocchi, quei soldatini che pur

ieri gli parevano vivi, non gradiva altri spassi che le visite al

Louvre, ai musei di storia e di costumi, alle gallerie d'arte e d'armi

e di gioielli e di maioliche e di vetri e di disegni.

Aveva mutato carattere; sentendo l'impossibilità di lottare contro la

volontà dei grandi, s'era chiuso; o li beffava, mettendo ogni cosa in

dubbio, spregiandone leggermente i discorsi e guardandosi con

diffidenza dalle loro promesse e dai loro progetti.

Usciva la mattina a cavallo col padre; questi montava una saura alla

quale aveva dato il nome di Virgo, e il fanciullo un morello bruciato,

piccolo e robusto, che chiamava Spillo.

Pel resto della giornata stava con Salapolli e si lasciava guidar da

lui; a Saint-Germain l'Auxerrois, la chiesa raccolta e nera, che

pareva trasudare il sangue della notte di San Bartolomeo e figurava

nella mente di Bruno come un gioiello pauroso, aveva avuto una lezione

di storia; e lontano, su in alto, nella Basilica del Sacro Cuore,

Salapolli s'era intrattenuto con Bruno a parlar di vetri, prendendo

ragione dalle vetrate di quella chiesa, arancione su fondo azzurro o

azzurro su fondo arancione, sulle quali era tratteggiata la leggenda

di Giovanna d'Arco.

Era quasi l'intero giorno in istrada, sotto la cupola di nebbia che

incombeva d'inverno perennemente sulla città; o partiva la mattina a

cavallo col conte Fabiano attraverso la nebbia greve e gialla come

dietro fossero state luci nascoste, mentre nelle case s'accendevano le

lampade, e tornava verso mezzogiorno, quando squarciata la nebbia, il

sole prorompeva e la vita si slanciava febbrile.

Faceva colazione e ripartiva con Salapolli, a zonzo, in cerca di

librai, al Palais Royal, spingendosi con la carrozza fino alla Butte

Montmartre, prendendo il tè all'Avenue de l'Opéra, guardando da una

finestra della sala i grossi omnibus cigolanti che andavano al

Giardino delle Piante. Ascoltava per le vie fracassose il trotto

pesante e corto dei cavalli che battevano il terreno; pareva che un

reggimento di grossa cavalleria passasse di continuo sul duro selciato

lubrico, sul fango nero.

Pranzava di frequente col padre in un caffè di grido. Le piccole

tavole erano ornate di fiori vivi, e in certe nicchie tra una sala e

l'altra eran cespi di fiori serici, su cui le lampadine elettriche

spruzzavan luci variate; e luce pioveva dall'alto, dorata sulle pareti

dorate, che chiudevano in cornici d'oro, tra decorazioni di pavoni, di

pesci e di granchi, alcune scene settecentesche.

E si davan di gomito in quelle sale la grande signora e la grande

mercenaria, il letterato celebre e il giornalista alla moda, l'uomo

politico in auge e l'uomo di Borsa, la cui vita era un giuoco

d'equilibrio. L'uomo di Borsa che sedeva spesso alla medesima tavola

di Fabiano, il quale conosceva tutti, sembrava a Bruno il più ambiguo.

Gli avevano indicato parecchie volte la Borsa in una bella piazza

sotto gli archi d'un palazzo severamente semplice. Le sue colonne,

nere da un lato di quel nerofumo che aveva morso e penetrato per

sempre Notre-Dame e Saint-Germain, e ancora bianche dall'altro,

rammentavano a Bruno i tronchi di pioppi argentei.

E intorno stava sempre una folla d'uomini. Tutti urlavano; molte mani

eran levate in alto, e qualcuno in fondo, innanzi a una tabella

azzurra dalle diciture bianche, scriveva. Di tanto in tanto l'urlìo

saliva di tono, la folla si commoveva violentemente, le mani

s'agitavano convulse, e gli uomini sul fondo scrivevano sempre; poi

riprendeva il gridare spezzato e insistente.

Lo spettacolo di quegli uomini che schiamazzavano in coro lo aveva

arrestato di botto, la prima volta; e suo padre gli aveva detto che

stavan facendo il denaro.

Eran gli stessi uomini che sedevano a tavola con lui; la mattina

avevan fatto gridare gli altri, la sera mangiavano copiosamente e

ridevano.

Bruno attraversava la vita in quell'epoca ad occhi sbarrati, per

vedere tutto e comprendere.

S'era abituato a Parigi come a una sua città, e si diceva che da tempo

immemorabile tutto vi era stato disposto per fargli piacere.

Colore e movimento per rallegrargli gli occhi; uomini e donne che

correvano lungo i boulevards, s'arrampicavano sull'imperiale d'un

omnibus, sgusciavan di furia tra un veicolo e l'altro, popolavan le

trattorie e i caffè, s'indugiavano a guardar le mostre, sparivan

sotterra per raggiungere una stazione del métro, non eran che figurine

rappresentative.

La folla su cui la carrozza del conte gettava passando la sua polvere

e nei giorni di pioggia lasciava andare una frustata di fango e di

spruzzi; negozii e teatri aperti perchè Bruno potesse scegliere;

giornali gridati con voci gutturali dagli strilloni perchè Bruno li

leggesse e li traducesse con Salapolli; tutto era stato fatto e

disposto per dagli piacere.

Parigi era la sua Parigi; i boulevards i suoi boulevards.

Vi passava con la carrozza tratta da due bai in certi giorni d'inverno

denso con lo stesso animo col quale vi passava in primavera. E se al

Pré Catalan gli alberi erano sfrondati e i tronchi non più adorni di

rosai rampicanti che salivano fin dove la pianta lanciava intorno la

fronda verde; e se al Giardino del Lussemburgo la cintura graziosa

d'anfore e di vasi era spenta di colore e non v'eran più che le

foglie, Bruno si distraeva in altri spettacoli.

Perchè tutto lo interessava: anche il fango, alto un dito e pastoso,

che copriva la strada; anche il rigagnolo giallastro che correva lungo

il marciapiede; anche la pioggerella minuta ch'egli lasciava stillare

sul pastrano per sentir l'autunno preannunziare le feste; la pace

silenziosa della riva sinistra, l'eleganza severa della via Royale,

della piazza Vendôme, della via de la Paix; il fracasso da fiera, la

vita bruciante, grottesca, instabile, continuamente rinnovata dei

boulevards.

Non era meno avido di sensazioni che di cognizioni.

E sognava in quella baraonda ch'era ormai per lui la vita, sognava i

suoi sogni, e si faceva a poco a poco impenetrabile.

Aveva portato per lunghi mesi nel cuore il desiderio di tornare da

Nicla, e negli occhi la visione della fanciulla; e non ne aveva

parlato che nei primi giorni di lontananza. Poi sdegnando di

supplicare invano, s'era taciuto.

Ma dentro gli occhi la visione era rimasta ancora ostinatamente per

altri mesi, netta e viva come la figura d'un quadro.

Era Nicla seduta sopra un tronco abbattuto, rossa nel tramonto di

fiamma; era Nicla tutta chiusa in un abito color d'acciaio, con un

cappello morbido piantato di traverso sulla testa a guisa del feltro

d'un arlecchino; era Nicla curva ad accarezzarlo, con gli occhi

smarriti nella gioia pura d'un'ingenua amicizia, con l'anima aperta a

cantar la poesia misteriosa.

Era Nicla che vegliava il sonno di lui, che salutava il suo risveglio

al mattino; era per Nicla ch'egli studiava, voleva sapere e vedere;

per Nicla non commetteva imprudenze, montava a cavallo saviamente,

senza far bravate; a Nicla avrebbe raccontato le sue gesta e confidato

le sue impressioni; a Nicla avrebbe descritto le donne che tornavano a

passar per casa, belle esse pure, e tuttavia a lui indifferenti, e

tuttavia egli era loro spesso ostile; mancavano di qualche virtù

preziosa e arcana, che si leggeva negli occhi limpidi, sulla bocca

soave della fanciulla.

Qualche cosa di tutto questo egli diceva già nelle sue lettere, che

gli costavan molta fatica; ma avrebbe detto il più a voce, con la

guancia appoggiata alla guancia di Nicla.

Poi il sogno erasi disperso, l'edificio crollato rumorosamente.

Nicla non era più Nicla. Il matrimonio l'aveva fatta ritornar

Nicoletta, e un uomo stava a lei vicino.... La baciava!...

Bruno non aveva idea del tempo; non sapeva che mentre egli diventava,

la fanciulla doveva vivere, ch'egli andava incontro alla giovinezza ed

ella se ne allontanava, che a un certo punto quella medesima fanciulla

la quale è una giovane signora se si marita, è una vecchia zitella se

il marito non c'è.

Egli sapeva ch'ella offriva la bocca a un uomo e appoggiava la guancia

alla guancia d'un uomo, forse in quella medesima campagna, per i

meandri fronzuti di quel medesimo bosco il quale apparteneva al

fanciullo, e, sacro alla sua storia, era stato arco e cornice al

lontano idillio.

Non scrisse più a Nicla; aveva dovuto infine scrivere suo padre,

pregato dalla giovane, la quale chiedeva notizie dopo mesi di

silenzio; e Bruno si ribellò all'ordine di riprendere la

corrispondenza.

--Non so nulla, io!--dichiarò a suo padre.--Non ho niente da scrivere.

--Ma Nicla, non ti ricordi più della tua Nicla, tanto bella, tanto

buona?--chiese il conte Fabiano.

--Scrivile tu, se è bella!--rimbeccò Bruno.

E alzava le spalle, duro e ostinato, sorridendo alla maraviglia di suo

padre.

S'era dovuto concludere un patto, per rispondere alla premura di

Nicoletta Barbano, la quale di tempo in tempo chiedeva notizie

inquieta: avrebbe scritto Salapolli.

E Salapolli scriveva con molta solennità, perdendosi a illustrare il

talento precoce, l'originalità di carattere e di idee che

distinguevano il suo allievo; solo rammaricandosi che egli fosse

taciturno, un poco sempre diffidente, un poco troppo orgoglioso.

Bruno stava, in verità, dritto e solo in mezzo a una folla.

Era la folla dei bellimbusti, dei gaudenti, delle femmine, degli

uomini di penna e di spada che passava incessantemente per la casa,

dando l'impressione di sbatacchiar tutte le porte, di spalancar gli

usci e le finestre; cosicchè pareva che il conte e suo figlio fossero

essi medesimi ospiti fra gli ospiti; e tutti comandavano; e i

domestici non sapendo a chi obbedire, badavano ad arrotondare il

gruzzolo; e la tavola era apparecchiata la mattina, il giorno, la

sera, la notte.

Se non avesse avuto in quel periodo di tempo una testarda e

formidabile vena che lo sosteneva al giuoco e gli dava quasi la magìa

della divinazione, il conte sarebbe stato divorato in un batter

d'occhio; ma vinceva a tutti i giuochi, incuteva rispetto ai più

audaci, arrischiava colpi pazzeschi, e li guadagnava imperturbabile; e

sentiva col presentimento misterioso del giuocatore di razza che il

colpo era giusto e poteva annunziarlo un attimo innanzi che si

effettuasse.

Bruno seguiva qualche volta il suo giuoco, divertendosi allo stupore

degli altri.

--Finirai come Elia Polacco,--gli disse un giorno beffardamente.--A

furia di pelare, resterai pelato!--E lanciò uno sguardo ai capelli già

radi del conte.

Egli non aveva alcun timore di suo padre.

Le parti s'erano invertite. Era il figlio che di tanto in tanto, di

ritorno da una gita al Louvre, da una corsa alla biblioteca, da una

scarrozzata, ancora gli occhi pieni di visioni che erano sue e che

fermentavano nel suo cervello, andava a dare un'occhiata al padre e

agli amici di lui. Stringeva la mano alle ragazze, alcune delle quali

erano vecchie conoscenze, e s'intratteneva a discorrere con gli

ufficiali.

Vestito il più spesso di scuro, pallido e olivastro nel volto magro,

con un cappello morbido dalla penna di fagiano, stava a guardare e

sorrideva. Gli pareva assurdo, ridicolo, che uomini da lui conosciuti

fin da quando aveva sei anni, corressero ancora dietro a una

combinazione cieca di carte; e impallidissero e sudassero e si

perdessero per quegli stupidi segni rossi o neri: e dovessero correre

ancora, per altri anni, vittime e zimbelli e carnefici a un tempo.

Il conte Fabiano aveva allora una bella amante, Paulette Demours, che

sembrava palpitar veramente per lui: e spaventata dalla fortuna

vertiginosa, ne temeva il crollo da un istante all'altro.

Ella supplicava il conte di smettere; aveva ammassato un patrimonio,

per un infernale capriccio della sorte; non doveva forzarla di più, o

la sorte gli si sarebbe ribellata, vendicandosi atrocemente. E qualche

giorno impediva davvero ch'egli tentasse colpi, non più arditi, ma

assurdi.

Bruno sapeva tutto; e dopo aver dato un'occhiata in giro, andava da

Paulette, e indicando il padre, le diceva negligentemente:

--Bada che non commetta stupidaggini!

La ragazza prometteva con un cenno del capo; e seguiva degli occhi

avidamente il fanciullo vestito di scuro, pallido e olivastro nel

volto magro, col cappello dalla piuma di fagiano.

Gli amici di casa non avevano mai capito se Paulette fosse innamorata

del padre o del figlio.

La freccia nel fianco · 第 27 / 47 题