Fu a Parigi nell'appartamento di via Glück, che Brunello ricevette da
Nicla una lettera, la quale terminava così: «Ti prego di scrivere da
ora in poi non più alla signorina Nicla Dossena, ma alla signora
Nicoletta Barbano, casa Barbano, via Santa Margherita. Hai inteso
bene, caro?».
Bruno corse da suo padre a chiedere spiegazioni.
--Vuol dire,--dichiarò il conte, dopo aver gettato l'occhio sul
poscritto,--che Nicla si è sposata con questo signor Barbano.
--E perchè non è più signorina?
--Ciò succede alle ragazze quando si sposano!--disse Fabiano col suo
lieve sorriso canzonatore.
--Ma che cosa significa se si è sposata?
--Significa che va a spasso con Barbano, pranza con Barbano, vive
nella stessa casa di Barbano, si lascia dar qualche bacio da Barbano,
e fa baruffa con Barbano. Tutto Barbano, insomma!
--Allora peggio di Duccio?--incalzò Bruno, stringendo e spiegazzando
la lettera nel pugno.
--Non so che cosa abbia fatto Duccio!--confessò il conte.
--Ma io Barbano non lo conosco!--riflettè Bruno.
--E nemmeno io!--aggiunse suo padre.
Bruno se ne andò.
Eran tornati a Parigi con un piccolo patrimonio, messo insieme coi
danari di Montecarlo, il prestito d'Elia Polacco, una certa somma che
il conte Fabiano aveva saputo spillare ancora alla famiglia: centomila
lire a un dipresso.
Rivivevano la loro vita di lusso e di rumore, alla quale Fabiano aveva
aggiunto una certa vita di contemplazione, andando per le gallerie
d'arte e per le chiese con Bruno.
A fianco del fanciullo stava sempre un precettore italiano, tale
Salapolli, che il conte aveva soprannominato Salafame, perchè non era
possibile fargli conservare un centesimo in tasca. Appassionato di
libri curiosi e rari, spendeva tutto il suo, e, senza soprabito nè
ombrello, andava formandosi una biblioteca sontuosa.
Affinchè non morisse di freddo per via, il conte aveva finito col
regalargli alcuni dei proprii abiti pesanti, sempre in timore che
vendesse pur quelli per aver qualche libercolo intignato.
Salapolli era conosciuto da tutti i piccoli librai che espongono la
loro merce sui parapetti dei ponti; e possedeva una coltura d'arte, di
storia, di geografia, disordinata ma vasta. Le sue lezioni eran
piacevoli conversari a proposito di qualunque cosa, d'una vettura che
passava, d'una vecchia cornice, d'un trampoliere del Giardino delle
Piante, d'una ragazza che strizzava l'occhio e che gli offriva il
paragone con la antica civiltà greca.
E Bruno sorbiva: sorbiva avidamente, quasi avesse intuito che toccava
a lui farsi tra quei due pazzi, il precettore bibliomane e il padre
polimane.
Sembrava precocemente animato dal pensiero, e più che dal pensiero,
dall'istinto d'armarsi per la vita, poi che tutto gli crollava
intorno. E lasciati prima del tempo i balocchi, quei soldatini che pur
ieri gli parevano vivi, non gradiva altri spassi che le visite al
Louvre, ai musei di storia e di costumi, alle gallerie d'arte e d'armi
e di gioielli e di maioliche e di vetri e di disegni.
Aveva mutato carattere; sentendo l'impossibilità di lottare contro la
volontà dei grandi, s'era chiuso; o li beffava, mettendo ogni cosa in
dubbio, spregiandone leggermente i discorsi e guardandosi con
diffidenza dalle loro promesse e dai loro progetti.
Usciva la mattina a cavallo col padre; questi montava una saura alla
quale aveva dato il nome di Virgo, e il fanciullo un morello bruciato,
piccolo e robusto, che chiamava Spillo.
Pel resto della giornata stava con Salapolli e si lasciava guidar da
lui; a Saint-Germain l'Auxerrois, la chiesa raccolta e nera, che
pareva trasudare il sangue della notte di San Bartolomeo e figurava
nella mente di Bruno come un gioiello pauroso, aveva avuto una lezione
di storia; e lontano, su in alto, nella Basilica del Sacro Cuore,
Salapolli s'era intrattenuto con Bruno a parlar di vetri, prendendo
ragione dalle vetrate di quella chiesa, arancione su fondo azzurro o
azzurro su fondo arancione, sulle quali era tratteggiata la leggenda
di Giovanna d'Arco.
Era quasi l'intero giorno in istrada, sotto la cupola di nebbia che
incombeva d'inverno perennemente sulla città; o partiva la mattina a
cavallo col conte Fabiano attraverso la nebbia greve e gialla come
dietro fossero state luci nascoste, mentre nelle case s'accendevano le
lampade, e tornava verso mezzogiorno, quando squarciata la nebbia, il
sole prorompeva e la vita si slanciava febbrile.
Faceva colazione e ripartiva con Salapolli, a zonzo, in cerca di
librai, al Palais Royal, spingendosi con la carrozza fino alla Butte
Montmartre, prendendo il tè all'Avenue de l'Opéra, guardando da una
finestra della sala i grossi omnibus cigolanti che andavano al
Giardino delle Piante. Ascoltava per le vie fracassose il trotto
pesante e corto dei cavalli che battevano il terreno; pareva che un
reggimento di grossa cavalleria passasse di continuo sul duro selciato
lubrico, sul fango nero.
Pranzava di frequente col padre in un caffè di grido. Le piccole
tavole erano ornate di fiori vivi, e in certe nicchie tra una sala e
l'altra eran cespi di fiori serici, su cui le lampadine elettriche
spruzzavan luci variate; e luce pioveva dall'alto, dorata sulle pareti
dorate, che chiudevano in cornici d'oro, tra decorazioni di pavoni, di
pesci e di granchi, alcune scene settecentesche.
E si davan di gomito in quelle sale la grande signora e la grande
mercenaria, il letterato celebre e il giornalista alla moda, l'uomo
politico in auge e l'uomo di Borsa, la cui vita era un giuoco
d'equilibrio. L'uomo di Borsa che sedeva spesso alla medesima tavola
di Fabiano, il quale conosceva tutti, sembrava a Bruno il più ambiguo.
Gli avevano indicato parecchie volte la Borsa in una bella piazza
sotto gli archi d'un palazzo severamente semplice. Le sue colonne,
nere da un lato di quel nerofumo che aveva morso e penetrato per
sempre Notre-Dame e Saint-Germain, e ancora bianche dall'altro,
rammentavano a Bruno i tronchi di pioppi argentei.
E intorno stava sempre una folla d'uomini. Tutti urlavano; molte mani
eran levate in alto, e qualcuno in fondo, innanzi a una tabella
azzurra dalle diciture bianche, scriveva. Di tanto in tanto l'urlìo
saliva di tono, la folla si commoveva violentemente, le mani
s'agitavano convulse, e gli uomini sul fondo scrivevano sempre; poi
riprendeva il gridare spezzato e insistente.
Lo spettacolo di quegli uomini che schiamazzavano in coro lo aveva
arrestato di botto, la prima volta; e suo padre gli aveva detto che
stavan facendo il denaro.
Eran gli stessi uomini che sedevano a tavola con lui; la mattina
avevan fatto gridare gli altri, la sera mangiavano copiosamente e
ridevano.
Bruno attraversava la vita in quell'epoca ad occhi sbarrati, per
vedere tutto e comprendere.
S'era abituato a Parigi come a una sua città, e si diceva che da tempo
immemorabile tutto vi era stato disposto per fargli piacere.
Colore e movimento per rallegrargli gli occhi; uomini e donne che
correvano lungo i boulevards, s'arrampicavano sull'imperiale d'un
omnibus, sgusciavan di furia tra un veicolo e l'altro, popolavan le
trattorie e i caffè, s'indugiavano a guardar le mostre, sparivan
sotterra per raggiungere una stazione del métro, non eran che figurine
rappresentative.
La folla su cui la carrozza del conte gettava passando la sua polvere
e nei giorni di pioggia lasciava andare una frustata di fango e di
spruzzi; negozii e teatri aperti perchè Bruno potesse scegliere;
giornali gridati con voci gutturali dagli strilloni perchè Bruno li
leggesse e li traducesse con Salapolli; tutto era stato fatto e
disposto per dagli piacere.
Parigi era la sua Parigi; i boulevards i suoi boulevards.
Vi passava con la carrozza tratta da due bai in certi giorni d'inverno
denso con lo stesso animo col quale vi passava in primavera. E se al
Pré Catalan gli alberi erano sfrondati e i tronchi non più adorni di
rosai rampicanti che salivano fin dove la pianta lanciava intorno la
fronda verde; e se al Giardino del Lussemburgo la cintura graziosa
d'anfore e di vasi era spenta di colore e non v'eran più che le
foglie, Bruno si distraeva in altri spettacoli.
Perchè tutto lo interessava: anche il fango, alto un dito e pastoso,
che copriva la strada; anche il rigagnolo giallastro che correva lungo
il marciapiede; anche la pioggerella minuta ch'egli lasciava stillare
sul pastrano per sentir l'autunno preannunziare le feste; la pace
silenziosa della riva sinistra, l'eleganza severa della via Royale,
della piazza Vendôme, della via de la Paix; il fracasso da fiera, la
vita bruciante, grottesca, instabile, continuamente rinnovata dei
boulevards.
Non era meno avido di sensazioni che di cognizioni.
E sognava in quella baraonda ch'era ormai per lui la vita, sognava i
suoi sogni, e si faceva a poco a poco impenetrabile.
Aveva portato per lunghi mesi nel cuore il desiderio di tornare da
Nicla, e negli occhi la visione della fanciulla; e non ne aveva
parlato che nei primi giorni di lontananza. Poi sdegnando di
supplicare invano, s'era taciuto.
Ma dentro gli occhi la visione era rimasta ancora ostinatamente per
altri mesi, netta e viva come la figura d'un quadro.
Era Nicla seduta sopra un tronco abbattuto, rossa nel tramonto di
fiamma; era Nicla tutta chiusa in un abito color d'acciaio, con un
cappello morbido piantato di traverso sulla testa a guisa del feltro
d'un arlecchino; era Nicla curva ad accarezzarlo, con gli occhi
smarriti nella gioia pura d'un'ingenua amicizia, con l'anima aperta a
cantar la poesia misteriosa.
Era Nicla che vegliava il sonno di lui, che salutava il suo risveglio
al mattino; era per Nicla ch'egli studiava, voleva sapere e vedere;
per Nicla non commetteva imprudenze, montava a cavallo saviamente,
senza far bravate; a Nicla avrebbe raccontato le sue gesta e confidato
le sue impressioni; a Nicla avrebbe descritto le donne che tornavano a
passar per casa, belle esse pure, e tuttavia a lui indifferenti, e
tuttavia egli era loro spesso ostile; mancavano di qualche virtù
preziosa e arcana, che si leggeva negli occhi limpidi, sulla bocca
soave della fanciulla.
Qualche cosa di tutto questo egli diceva già nelle sue lettere, che
gli costavan molta fatica; ma avrebbe detto il più a voce, con la
guancia appoggiata alla guancia di Nicla.
Poi il sogno erasi disperso, l'edificio crollato rumorosamente.
Nicla non era più Nicla. Il matrimonio l'aveva fatta ritornar
Nicoletta, e un uomo stava a lei vicino.... La baciava!...
Bruno non aveva idea del tempo; non sapeva che mentre egli diventava,
la fanciulla doveva vivere, ch'egli andava incontro alla giovinezza ed
ella se ne allontanava, che a un certo punto quella medesima fanciulla
la quale è una giovane signora se si marita, è una vecchia zitella se
il marito non c'è.
Egli sapeva ch'ella offriva la bocca a un uomo e appoggiava la guancia
alla guancia d'un uomo, forse in quella medesima campagna, per i
meandri fronzuti di quel medesimo bosco il quale apparteneva al
fanciullo, e, sacro alla sua storia, era stato arco e cornice al
lontano idillio.
Non scrisse più a Nicla; aveva dovuto infine scrivere suo padre,
pregato dalla giovane, la quale chiedeva notizie dopo mesi di
silenzio; e Bruno si ribellò all'ordine di riprendere la
corrispondenza.
--Non so nulla, io!--dichiarò a suo padre.--Non ho niente da scrivere.
--Ma Nicla, non ti ricordi più della tua Nicla, tanto bella, tanto
buona?--chiese il conte Fabiano.
--Scrivile tu, se è bella!--rimbeccò Bruno.
E alzava le spalle, duro e ostinato, sorridendo alla maraviglia di suo
padre.
S'era dovuto concludere un patto, per rispondere alla premura di
Nicoletta Barbano, la quale di tempo in tempo chiedeva notizie
inquieta: avrebbe scritto Salapolli.
E Salapolli scriveva con molta solennità, perdendosi a illustrare il
talento precoce, l'originalità di carattere e di idee che
distinguevano il suo allievo; solo rammaricandosi che egli fosse
taciturno, un poco sempre diffidente, un poco troppo orgoglioso.
Bruno stava, in verità, dritto e solo in mezzo a una folla.
Era la folla dei bellimbusti, dei gaudenti, delle femmine, degli
uomini di penna e di spada che passava incessantemente per la casa,
dando l'impressione di sbatacchiar tutte le porte, di spalancar gli
usci e le finestre; cosicchè pareva che il conte e suo figlio fossero
essi medesimi ospiti fra gli ospiti; e tutti comandavano; e i
domestici non sapendo a chi obbedire, badavano ad arrotondare il
gruzzolo; e la tavola era apparecchiata la mattina, il giorno, la
sera, la notte.
Se non avesse avuto in quel periodo di tempo una testarda e
formidabile vena che lo sosteneva al giuoco e gli dava quasi la magìa
della divinazione, il conte sarebbe stato divorato in un batter
d'occhio; ma vinceva a tutti i giuochi, incuteva rispetto ai più
audaci, arrischiava colpi pazzeschi, e li guadagnava imperturbabile; e
sentiva col presentimento misterioso del giuocatore di razza che il
colpo era giusto e poteva annunziarlo un attimo innanzi che si
effettuasse.
Bruno seguiva qualche volta il suo giuoco, divertendosi allo stupore
degli altri.
--Finirai come Elia Polacco,--gli disse un giorno beffardamente.--A
furia di pelare, resterai pelato!--E lanciò uno sguardo ai capelli già
radi del conte.
Egli non aveva alcun timore di suo padre.
Le parti s'erano invertite. Era il figlio che di tanto in tanto, di
ritorno da una gita al Louvre, da una corsa alla biblioteca, da una
scarrozzata, ancora gli occhi pieni di visioni che erano sue e che
fermentavano nel suo cervello, andava a dare un'occhiata al padre e
agli amici di lui. Stringeva la mano alle ragazze, alcune delle quali
erano vecchie conoscenze, e s'intratteneva a discorrere con gli
ufficiali.
Vestito il più spesso di scuro, pallido e olivastro nel volto magro,
con un cappello morbido dalla penna di fagiano, stava a guardare e
sorrideva. Gli pareva assurdo, ridicolo, che uomini da lui conosciuti
fin da quando aveva sei anni, corressero ancora dietro a una
combinazione cieca di carte; e impallidissero e sudassero e si
perdessero per quegli stupidi segni rossi o neri: e dovessero correre
ancora, per altri anni, vittime e zimbelli e carnefici a un tempo.
Il conte Fabiano aveva allora una bella amante, Paulette Demours, che
sembrava palpitar veramente per lui: e spaventata dalla fortuna
vertiginosa, ne temeva il crollo da un istante all'altro.
Ella supplicava il conte di smettere; aveva ammassato un patrimonio,
per un infernale capriccio della sorte; non doveva forzarla di più, o
la sorte gli si sarebbe ribellata, vendicandosi atrocemente. E qualche
giorno impediva davvero ch'egli tentasse colpi, non più arditi, ma
assurdi.
Bruno sapeva tutto; e dopo aver dato un'occhiata in giro, andava da
Paulette, e indicando il padre, le diceva negligentemente:
--Bada che non commetta stupidaggini!
La ragazza prometteva con un cenno del capo; e seguiva degli occhi
avidamente il fanciullo vestito di scuro, pallido e olivastro nel
volto magro, col cappello dalla piuma di fagiano.
Gli amici di casa non avevano mai capito se Paulette fosse innamorata
del padre o del figlio.