Il viaggio di Fabiano e Brunello era stato spaventevole.
Il conte aveva pensato di partire in carrozza verso l'alba, per
raggiungere una stazione ferroviaria ch'era a dodici chilometri dal
paese. Ma dopo pochi minuti di viaggio, l'uragano furioso era
scoppiato. Fischiava il vento attraverso il fogliame che si disperdeva
nell'aria, tentennavano gli alberi come dovessero ad ogni istante
rovesciarsi addosso alla vettura, rombava il tuono da vicino e da
lontano incessantemente.
Vico Malerba, il vetturale, accecato da nembi di polvere, non vedeva
più la strada, e uno dei cavalli, ombratico e vizioso, tentava di
prender la mano e di trascinare a sbrigliata fuga anche l'altro.
Brunello si svegliò.
--Dove siamo?--chiese.
Cominciarono i fulmini a crepitare, squarciando le nubi dense; e venne
una grandinata soda come fosse fatta di proiettili, che spezzavano i
rami più deboli e strappavano le foglie.
--Bisogna fermarsi!--dichiarò il vetturale.
La carrozza aveva un soffietto che la riparava soltanto a metà, e
dentro precipitava la tempesta, balzando sul legno, schizzando da ogni
banda, battendo sulla groppa dei cavalli. Il vetturale era sceso e
s'era messo alla testa degli animali per frenarli; il conte scese a
sua volta.
--Sta fermo!--ordinò a Bruno.--Vado a tenere i cavalli.
Ma Brunello non badava nè ai cavalli nè all'uragano.
--Voglio Nicla! ~ egli disse.--Nicla!... Dov'è Nicla? Papà, dov'è
Nicla?
Suo padre non rispose: teneva il morso del cavallo di destra, mentre
il vetturale teneva quello di sinistra. Ambedue gli uomini stavano
sotto la grandine, folgorati di continuo dai grossi chicchi, feriti
alle mani, e tuttavia pronti a parar gli scarti e a domar le impennate
dei cavalli. Un fulmine scoppiò poco lontano, fece traballare il conte
e il vetturale; i cavalli diedero uno strappo, furono rattenuti a gran
fatica.
L'aria era così scura, che pareva notte; il vento cantava su mille
toni, con mille voci, ora sottili e gemebonde, ora minacciose e
frementi; a quando a quando sibilava un fulmine, appariva tra le nubi
una linea d'oro, cadeva tra le chiome irte e sconvolte degli alberi.
Poi, cessata la grandine, cominciò la pioggia.
--Ora possiamo andare,--disse il vetturale.--A un chilometro da qui,
anche prima, c'è un'osteria, dove potremo fermarci, perchè i cavalli
per oggi ne hanno abbastanza. Riprenda il suo posto, signor conte.
Fabiano risalì nella vettura e si pigliò Brunello tra le braccia.
--Nicla, dov'è Nicla, papà?--disse il bambino.
L'acqua veniva a torrenti, inondava la carrozza, formava una
pozzanghera nella pianta della cassa, sgocciolava per le fiancate; e
il vento rendeva più aspro e crudo quel diluvio.
I cavalli correvano con tutta la loro lena; drizzavan le orecchie ad
ogni brontolìo di tuono, scartavano ad ogni balenar di folgore, ma
andavano a rompicollo, quasi avessero voluto sfuggire a quell'inferno.
E la pioggia entrando a sghembo nella vettura, aveva ormai inzuppato i
due viaggiatori.
--Dormi, piccolo,--disse Fabiano.
--Perchè mi porti via?--domandò Brunello.
Gli rispose uno schianto formidabile, che fece sobbalzare uomini e
bestie; un fulmine era scoppiato a pochi passi.
Il conte adagiò Bruno e prestò mano al vetturale, che s'era teso ad
arco per trattenere i cavalli, i quali puntavano sul morso e si
sforzavano di precipitarsi finalmente a una fuga rovinosa.
Fu il più difficile episodio della corsa, e fu l'ultimo.
Indi a poco, la vettura poteva ricoverarsi all'osteria indicata da
Vico Malerba, e gli uomini ne scendevano.
Brunello era intontito; batteva i denti, tremava da capo a piedi,
sgocciolava tutto.
Una grossa donna, che conduceva l'osteria, spogliò il fanciullo e lo
mise a letto, ma qualche ora più tardi una fortissima febbre lo colse.
Delirava.
Seduto accanto al letto, spiando nel volto congestionato di suo figlio
il progredire del male, il conte stava assorto e dubbioso.
Fuori scrosciava ancora la pioggia e fischiava il vento, vicino e
lontano.
La camera era illuminata da una candela e nulla pareva più malinconico
che quell'uomo in quella muta stanza, l'occhio fisso nell'occhio
vitreo del suo bambino.
Vico Malerba, riparati i cavalli e datasi una scrollata, salì a
prendere gli ordini.
--Fra mezz'ora splenderà il sole,--disse. Ma visto Brunello a letto e
il conte immobile a scrutarlo, tacque subito.
--Fra mezz'ora!--ripetè Fabiano.--È impossibile ripartire per oggi.
Non vedi che il piccolo è ammalato? Domanda all'ostessa se si può
avere un medico.
--Vado,--rispose il vetturale.--In ogni modo, tengo il legno a
disposizione del signor conte.
E avvicinandosi un poco al letto, soggiunse:
--Sarà cosa da nulla, vedrà.... Il cambiamento del tempo.... E poi i
bambini salgono e scendono con la febbre.
--Va a cercare il medico!--interruppe il conte.
Il vetturale uscì e parlò con l'ostessa. Non v'erano in quel villaggio
nè medico nè farmacia.
Quando fu detto questo a Fabiano, egli tese il pugno verso il cielo e
si lasciò sfuggire una bestemmia.
--Bisogna trovarlo,--rispose.--Mandate a cercarne.
--Otto chilometri d'andata e otto di ritorno, signor conte,--osservò
l'ostessa.
Fabiano le mosse incontro con tal piglio, che la donna uscì senza più
ribattere.
Passarono due, sei, dieci ore; cessò la tempesta, venne il sole,
tramontò. Nella stanza il padre tormentato dallo spavento e dal
rimorso percorreva chilometri in uno spazio di quattro metri, e il
bambino smaniava nel delirio.
Verso le sette di sera giunse il medico; un povero piccolo medico di
campagna, il quale aveva avuto la previdenza di portare seco il
chinino. Non riuscì a fare una diagnosi precisa, parlò d'elmintiasi e
diede il chinino, prescrivendo di ripetere di tre in tre ore la dose.
Scese la notte.
Il conte, che non aveva gustato cibo nè mutato abito, vegliò, seduto
in una poltrona stinta e senza molle. Alle dieci di sera e al tocco
dopo mezzanotte diede nuovamente il chinino; la febbre scemava
rapidamente; al levar del sole era cessata.
--Ebbene, piccolo, che m'hai fatto?--disse Fabiano, chinandosi a
baciare Brunello.
Questi sorrideva, ma era stordito e debole.
Fabiano decise di fermarsi ancora tutto quel giorno all'osteria, e il
vetturale si fermò egli pure, a disposizione del signor conte.
Soltanto l'indomani, con le ossa rotte dalla febbre, le gambe tremanti
pel chinino, una grande lassezza in tutto il corpo, Brunello fu
rimesso in vettura e riprese il viaggio.
Aveva negli orecchi il frinir continuo d'innumerevoli cicale; di tutto
quanto era avvenuto negli ultimi giorni riteneva alcune imagini
confuse, venute in parte dalla realtà, in parte dalla febbre. Rivedeva
Nicla nel suo abito d'acciaio, Duccio Massenti che voleva offenderla,
il papà che l'uccideva, poi lo scoglio della Croda, i fulmini, le
groppe dei cavalli gocciolanti di pioggia.
Ma non diceva parola con suo padre.
Lo guardava di sottecchi, mostrando il broncio, e aspettando d'essere
più forte per tornare da Nicla.
Prima d'abbandonar l'osteria, il conte compensò liberalmente il
medico, l'ostessa, quanti lo avevano servito. Era in dure strettezze
finanziarie, ma quando metteva mano alla borsa, non sapeva più
contare.
Si recava a trattare con la famiglia, in una mediocre città di
provincia di cui cinque secoli avanti i Traldi di San Pietro avevano
avuto il dominio; e ancora possedevano, oltre parecchie case in città,
vasti terreni e ricche fattorie nei dintorni.
Il conte Fabiano non si dissimulava che la lotta sarebbe stata dura,
perchè la madre e i fratelli non trattavan più con lui se non per il
notaio Clemente Alemanni, amministratore della sostanza; e Fabiano
sospettava che l'Alemanni s'ingegnasse da tempo a fargli più avversi i
fratelli e la madre.
Quanto all'Alemanni, egli conosceva bene il conte, perchè da
giovanetto, in seguito a una disputa per affari. Fabiano lo aveva
inseguito con la rivoltella in pugno, obbligandolo a ricoverarsi in
una soffitta.
Viaggiarono l'intero giorno, parte in vettura, parte in ferrovia.
Quando fu per congedarsi, Vico Malerba rivolse un saluto a Brunello:
--Stai bene, eh, piccolo?--disse familiarmente.--Spero che ci
rivedremo, e tornerai dalla signorina Nicoletta.
Bruno afferrò la mano scarna del vetturale e sorrise.
--È molto lontana?--dimandò.
--Sì, laggiù, dietro i monti; ma con la ferrovia si fa più
presto!--rispose Vico.
Nicla laggiù dietro i monti! Non sì poteva nemmeno udir la sua voce!
--Le dirai che io torno?--riprese il fanciullo.--Le dirai che io sono
qui per gli affari del papà, adesso; ma poi torno; e che mi aspetti.
--Non dubitare!--esclamò il vetturale, mettendosi una mano sul
petto.--Che io muoia qui, se non glielo dico appena sono a casa!
Bruno sorrise ancora, più riposato, come un uomo che ha trovato
intanto un piccolo rimedio a un grosso malanno.
Quella sera le sue impressioni s'arricchirono della visione d'una
città di provincia immersa nel sonno con le persiane tutte chiuse,
d'un omnibus che traballava sul selciato, d'un modesto albergo.
Fabiano diede al fanciullo una tazza di latte caldo; poi lo svestì, lo
lavò, lo mise a dormire.
Stette a guardarlo lungamente, meditabondo.
Brunello dormiva, coi pugni stretti e i capelli sparsi sul guanciale.
Che poteva sognare? La tempesta, la fuga dei cavalli tra fulmini e
rombi, la pioggia, il medico, l'osteria di campagna, lo scotimento del
treno.
Non poteva sognare altro, non aveva più liete imagini che quelle.
Una sì, c'era, fresca e olezzante, l'imagine d'una fanciulla che lo
proteggeva; ma gliel'avevano strappato di mano, per ricondurlo
attraverso il mondo, con la febbre sotto la pioggia crudele.
Il conte ebbe un gesto desolato. Perchè condurre alla rovina anche
l'innocente che non aveva macchia e non chiedeva nulla?
Si scosse al pensiero della battaglia che lo attendeva l'indomani; e
un altro pensiero sopraggiunse, una speranza: la speranza di metter la
mano sopra trenta o quarantamila lire. Allora udì nell'orecchio il
tintinnìo dell'oro fluido, il fruscìo delle carte, lo scalpito di
superbi cavalli ch'erano suoi; e si scostò dal letto, lasciando che il
fanciullo sognasse i suoi tristi sogni.
Sbrigò la corrispondenza arretrata, e preparò un biglietto per Elia
Polacco, personaggio che gli era da più tempo ben noto.