S'eran conosciuti, una mattina di vento e di sole, in un piccolo paese
sulle rive del lago.
Egli aveva otto anni e si chiamava Brunello. Un giorno doveva essere
il conte Bruno Traldi di San Pietro, con un largo stemma, varii titoli
d'antichi dominii perduti e quel tanto di patrimonio che Fabiano suo
padre, giuocatore, avrebbe potuto lasciargli.
Ella si chiamava semplicemente Nicoletta Dossena, apparteneva a
famiglia borghese arricchitasi nell'industria; contava diciotto anni,
era dritta nell'anima come nel corpo; alta e formosa.
Il piccolo Bruno aveva già girato il mondo.
Recava dentro di sè una malinconia e una rabbia di ribellione, un
germe di scoramento e una volontà d'ostinazione meditata, un gusto di
beffardaggine incosciente, che in così tenera anima sbigottivano e
parevano straordinarii.
Non aveva mai potuto vivere in pace quei suoi pochi anni di vita.
La madre, Clara Dolores, divisa dal conte Fabiano, voleva il figlio;
il padre lo toglieva alla madre: Bruno stava ora con l'una, ora con
l'altro; più spesso col padre, più volontieri con la madre; avvenivano
liti, lavoravano avvocati, si scambiavano lettere e telegrammi e carta
bollata per averlo. E da ultimo era intervenuta anche la famiglia del
conte Fabiano, madre e fratelli, per toglierlo ai due coniugi in
guerra e metterlo in collegio.
Quand'era con Fabiano, godeva una libertà pericolosa e piena; la madre
lo teneva nascosto come un gioiello perchè non glielo portassero via;
i parenti non erano riusciti ancora ad averlo, e gli uomini di legge
avevan trovato ragione a costruire sulle pretensioni di quella
famiglia un edificio di cause e di beghe, il quale non sarebbe finito
mai più, ma fruttava molto agli avvocati delle varie parti.
Per tutte queste ragioni degli altri, Bruno aveva corso il mondo, ora
con la mamma, ora col papà, e ricordava d'aver visto sfilare sotto gli
occhi le città, le campagne, i monti, in treno, in carrozza, in
diligenza, a dorso di muletto.
Era riuscito, tra quel tumulto, a imparare a leggere e a scrivere e si
dava grandi arie per questo coi piccoli amici che veniva a conoscere
qua e là, in un albergo di prim'ordine o in una casupola di contadini.
Suo padre gli insegnava qualche cosa, di tanto in tanto, per
capriccio; sua madre lo istruiva meglio, con maggior costanza. Aveva
avuto qualche maestro privato, una istitutrice giovane e bruna che
stava presso suo padre, e di cui udiva parlar molto male da sua madre.
Egli non ascoltava se non ciò che poteva divertirlo, si faceva una
specie di coltura a brani, e un giorno voleva dipingere come Clara
Dolores, un altro prender le sue note di viaggio come Fabiano, un
terzo vivere non facendo nulla o guidando i cavalli.
Il conte Fabiano aveva venduto, ricomprato, tornato a vendere la sua
scuderia; ma dovunque andava, teneva carrozza; sontuosa o no, a
seconda dei colpi di fortuna.
Talora egli e il bambino erano ricchi e scialavano; talora veniva una
raffica dal tappeto verde, che portava via quasi tutto. Scendevano
allora dall'albergo di prim'ordine a qualche albergo pieno di poesia e
d'incomodi, in un paesetto qualsiasi; la carrozza spariva; si vedevano
intorno a Fabiano certi uomini melliflui e diffidenti che gli
procuravan danari.
E allora Fabiano e Brunello ripartivano, riprendevano la vita grande,
sin che la mamma sopraggiungeva, faceva una scena a Fabiano e si
portava via Brunello.
Con lei, il bambino tornava bambino; andava a letto presto, mangiava
regolarmente tre volte al giorno, in ore fisse: studiava un poco,
giuocava, non aveva per amici i domestici e i cocchieri, ma altri
piccoli ragazzi, che gli parevano molto stupidi; si lasciava cullare
da tenerezze continue e si annoiava leggermente. Aveva al suo seguito
un cane di Terranova con pochissime pulci, mentre il barbone del papà
ne formicolava un giorno e l'indomani, per improvviso ordine del
conte, pareva tutto di seta, e puzzava di mille profumi che lo
facevano starnutare ad ogni passo.
D'improvviso ricompariva il papà. Egli minacciava di bruciarsi le
cervella se non gli restituivano il bambino; la mamma correva
dall'avvocato, poi sveniva, e il bambino finiva col riprendere la
strada insieme al padre.
Brunello viveva di questa vita, dalla nascita, attonito, impassibile,
osservando; non poteva affezionarsi nè a luogo nè a persona, e si
contentava d'aver qualche preferenza; la madre, il padre, i parenti, i
conoscenti, gli sembravano curiosi e simpatici, quantunque sentisse
che poteva fidarsene mediocremente.
C'era del fracasso, dell'impreveduto, della commedia, nella sua
esistenza. Capiva ch'egli era causa o pretesto, o a vicenda pretesto e
causa di tutto un congegnoso affanno; e assisteva, inconsapevole
spettatore, alla commedia, senza potersi dire s'egli valeva o non
valeva tanto da commuovere i personaggi, ch'erano cospicui e a lui
parevano grandissimi.
Intanto viaggiava; egli, il padre, il cane barbone che si chiamava
Tiè, e molti bauli; un intero baule serviva pei balocchi, magnifici e
varii, acquistati da Fabiano con la prodigalità che questi usava in
tutte le cose di sua vita.
Ma qualche volta Bruno era colto da malinconia e da scoramento. Voleva
la mamma, se era col papà; o voleva il papà, se era con la mamma. Quei
due non potevano star mai insieme e in pace; e questo inconveniente lo
disturbava molto.
Arrivavano in un paese, gli portavano nella camera il baule perchè si
divertisse, e Bruno toglieva dalla compagnia delle marionette il Re
moro, e arrampicatosi con quello sul coperchio, rimaneva seduto
malinconico a sognare.
Poi c'erano i giorni in cui pioveva e nevicava. In alcune città, la
pioggia e la neve parevan più uggiose che in qualunque altro luogo del
mondo; non s'udiva che il rumore di qualche carrozza, lo scalpito d'un
ronzino, a lunghi intervalli.
Bruno passava ore con la fronte e il naso schiacciato contro il vetro
d'una finestra a guardar nella via una processione d'ombrelli, o su in
alto qualche raro volo di colombi e di passeri.
Erano i giorni in cui non si faceva niente di bello, non si usciva a
passeggio, non si andava a teatro, non si mangiavano i dolci nelle
pasticcerie; e non perchè pioveva o nevicava, ma perchè il babbo aveva
pochi quattrini o anche non ne aveva punti, e stava ad aspettarli.
Bruno aspettava egli pure, soffiando sui vetri e disegnando pupazzi
col ditino nel velo del fiato; ma ciò non bastava a divertirlo.
Finalmente Fabiano aveva avuto una buona idea ed era partito col
figlio per una città che sorgeva di là dalle pianure e dalle montagne,
oltre i fiumi mormoranti nella loro spuma argentea.
E dentro la città, Bruno aveva trovato un tramestìo che non aveva mai
visto, un passaggio continuo di carrozze e di omnibus a tre cavalli e
di carri e di carrette, e gente che galoppava tutto il giorno e
fracasso e urti e fretta e scalpitar di zoccoli ferrati sul selciato
liscio.
Di sera, una festa di lumi ovunque, in lunghe file sulle rive d'un
fiume, a tondo sulle piazze, in alto dentro le case, nei larghi spazii
delle vetrine; e lo scalpito e il tumulto non cessavano mai.
La casa di Fabiano fu subito frequentata da ufficiali che vestivano
chiassosamente coi calzoni rossi, le giacche azzurre e gli alamari
bianchi alle giacche; e venivano anche damine gentili molto odorose.
Tutti parlavano una lingua diversa dall'italiano; chiacchieravano,
ridevano,--il salotto pareva un'uccelliera coi più garruli
uccelli,--prendevano il tè col babbo, che parlava quella lingua
speditamente, ciò che a Brunello dava idea che anche suo padre fosse
uno straniero.
C'era in salotto un bel piano a coda ornato di ricchi bronzi, e ora un
ufficiale vi si sedeva innanzi a suonare un ballabile senza freno, ora
una giovane,--tutte le donne che venivano per casa erano
giovani,--cantava una lenta languida romanza.
Bruno era accompagnato in salotto all'ora del tè.
Le damine gli si affollavano intorno ad accarezzarlo; ma di molte
parole che gli si rivolgevano egli non capiva che il suo nome un po'
stroppiato nelle vocali; e seguivano espressioni che dovevano essere
graziosissime, perchè tutti sorridevano approvando. Solo il bambino
sbuffava impaziente.
Il papà gli dava un bacio, e lo lasciava tra quelle sottane, perchè
egli stava giuocando, seduto a un tavolino con gli ufficiali. Molto
danaro e un mazzo di carte attraevan tutta la loro attenzione, e da
quell'angolo non venivano risate.
Le donne facevan musica, cinguettando, si prendevan Bruno come una
piccola scimmia innocua e se lo mettevan sulle ginocchia; o lo
lasciavan dormire in un cantuccio del divano, o lo portavano in
braccio, o se lo facevano arrampicare sul collo o si sdraiavano a
terra con lui a giuocare coi soldatini.
Egli s'era abituato così ai profumi, alle vesti seriche, alle mani
dalle unghie dipinte, agli occhi ombreggiati, ai colli bianchi, ai
capelli morbidi, che sprigionavano olezzi misteriosi, alle caviglie
sottili, a tutte le malizie dell'eleganza; e precocemente aveva capito
che le giovani eran balocchi degli uomini; ogni ufficiale n'aveva una;
com'egli era un balocco tra quei balocchi di lusso.
Viveva da piccolo animale non anco pericoloso, tollerato e un poco
beffeggiato, piuttosto sul tappeto e sul divano che dritto in piedi; e
la sua crudeltà infantile si scapricciava con quelle ragazze,
calpestandole, pungendole, scompigliandone i capelli, come la crudeltà
degli altri bambini si sazia torturando le mosche.
Ma avveniva che d'improvviso, ricordando d'avere un figlio e di
doverne rispondere, Fabiano non si occupasse che di lui. E non era
piacevole, quantunque avessero detto a Bruno i maestri e le
istitutrici che l'amore paterno e l'amore materno sono due grandi
tesori nella vita.
Fabiano voleva troppo dal piccolo, che a sei anni sapeva leggere e
scrivere; lo ingozzava di somme e di sottrazioni e di geografia, così
che il bambino se ne sognava anche di notte, e aveva più paura delle
cinque parti del mondo che del diavolo.
E l'indomani, colto da una tenerezza repente, il papà conduceva Bruno
con la carrozza a due cavalli in un immenso parco, per le andàne del
quale s'incontravano amazzoni belle, quelle stesse che giuocavano col
bambino, e cavalieri, quegli stessi che giuocavano col babbo.
In una grande trattoria elegantissima tra il verde e i fiori, al suono
d'una musica invisibile, Fabiano e Brunello si trattenevano a
colazione; e tutto il giorno era festa, e la sera il teatro, per lo
più un Circo equestre, chiudeva degnamente la giornata faticosa. Bruno
era soddisfatto, perchè il babbo era stato sempre con lui e non gli
aveva chiesto quali sono le cinque parti del mondo.
Pareva egli stesso un fanciullo, il babbo, in quelle rarissime
giornate.
A casa difendeva in lunghe battaglie ordinate i suoi soldatini di
piombo contro i soldatini di Bruno, o improvvisava una commediola nel
teatrino di marionette; ad ogni scena che gli garbava, Bruno chiedeva
immediatamente il bis, e l'autore si sforzava a piacer meno che fosse
possibile per non ripetere, una scena dopo l'altra, tutta la
rappresentazione. Ma piaceva sempre troppo, al contrario di ciò che
avviene nella vita d'ogni giorno.
Quando compariva il Re moro, si faceva l'oscurità nella camera, e alla
ribalta bruciavano certi sali in due salierine d'argento che figuravan
da tripodi, e tutta la scena era illuminata da vapori azzurri. Poi il
Re moro si sentiva male, e cadeva lungo disteso sul palcoscenico.
Bruno aspettava il seguito, e non udendo voce, si muoveva dalla sua
poltroncina e scopriva che il babbo non c'era più; se n'era andato
alla chetichella, e Bruno lo ritrovava nel suo studio a leggere o in
salotto a chiacchierare con gli amici.
Il Re moro indicava con la sua morte la fine del dramma; epperò quando
lo vedeva apparire, Bruno gridava inquieto:
--Papà, non farlo cadere! Papà, lascialo vivere!
Brevi giorni di gioia, che saranno stati dieci, che saranno stati
venti in un anno: gli altri, Bruno se li doveva sbarcare da solo, ora
coi domestici, ora con un maestro che insegnava tutto ma non
interrogava mai, ora con le donnine del babbo.
Disponeva della propria giornata a piacere, comparendo un po' dovunque
e cercando d'esser vicino a suo padre. Qualche volta una ragazza se lo
prendeva e se lo conduceva a spasso e a pranzo, e lo faceva dormire in
un lettuccio improvvisato, restituendolo a casa dopo due o tre giorni.
Egli tornava e non diceva nulla; lo interrogavano e si sbrigava con
poche parole; aveva le sue conoscenze personali qua e là, di cui
alterava i nomi a caso e ricordava nella sua disordinata conversazione
qualche gesto o abbozzava qualche aneddoto. Le ragazze lo
consideravano come un amico discreto e placido, e ne sorridevano,
quando non si dilettavano ad aizzarne la bizza sparlando a bella posta
del conte, o protestando perchè il Re moro puzzava di vernice.
La vita nella città dei lumi e del fracasso durò un tempo troppo breve
per Fabiano e certo troppo lungo per Brunello.
Finì il giorno in cui il Re moro perdette la corona di cartapesta
dorata, la quale da qualche tempo gli scivolava sull'occhio sinistro o
sul naso, con danno alla sua gravità augusta.
Stanco degli scherzi e dello sfringuellare delle amiche e assordato
dall'incrociarsi di conversazioni di cui capiva ormai il linguaggio ma
non afferrava tutto il significato, Bruno aveva preso sonno in una
poltrona, tenendo il Re moro tra le braccia; e un tintinnìo sul
tavolino e qualche fresca risata ne cullarono il riposo.
Quando si destò, gli ospiti erano partiti e la corona di cartapesta
rotolata dal capo regale a terra.
Restava il papà, assorto in un pensiero così difficile, che forse non
gli lasciava nemmen vedere il suo bambino; e passeggiava in lungo e in
largo pel salotto.
Brunello e il Re stettero a guardarlo, fin che il papà, vista la
corona a terra, si chinò a raccattarla e la gettò dalla finestra nel
giardino.
--Partiamo domani!--annunziò senza volger la testa a Bruno, forse
parlando a sè medesimo.
La decisione della partenza sembrava così naturalmente scaturita da
quel gesto, che Bruno ne fu sorpreso.
Dopo un istante di silenzio, durante il quale non osò muoversi dalla
sua nicchia, domandò:
--Perchè il Re non ha più la corona, papà?
--Perchè il Re non ha più la corona,--ripetè Fabiano fermandosi.
Allora Bruno ebbe coscienza che qualche grande fatto era avvenuto.
E vedendo che il papà riprendeva la corsa, il Re e Brunello
scivolarono dalla poltrona; e l'uno, con la testa scoronata e le
braccia penzoloni, portato dall'altro che camminava piano con le sue
scarpette di panno, se ne andarono.