Nuove particolarità sulla carestia e la peste.
Torna a me pure in acconcio quello che afferma in un passo della sua
opera il principe della Storia Romana, cioè che vediamo accrescere le
pagine di un volume il quale sul principio credevamo dovesse riuscire
di piccola mole; così, mettendo il piede nel mare, a misura che ci
scostiamo dalla spiaggia, ci troviamo in acque più alte.
Nè mi sarebbe agevole venire al termine di questa storia, se volessi
continuare a raccogliere da quel calamitoso triennio, qui riunendoli
a fascio, tutti i terribili casi degli uomini, le sciagure tutte di
Milano, le cure dei governanti, i nuovi editti ed i pubblici sforzi
d’inesausta munificenza, i rimedj svariatissimi che vennero suggeriti o
usati; i doni, le elargizioni, la divina potenza, dalle accecate menti
non conosciuta, che preparava al popolo questo flagello, riserbandosi
di farlo cessare a suo beneplacito. Tutte le quali cose allungherebbero
fuor di modo il mio racconto, sicchè accennerò solo le circostanze che
mi sembrano preferibili, perchè servano d’esempio ai posteri, ed anche
per rallegrare alquanto l’animo attristato de’ leggitori.
Noterò prima di tutto, sul finire di questo doloroso racconto, un
accidente che servir potrebbe come esordio di una nuova opera. Oltre i
segni celesti e gli avvisi degli astri, non mai veduti fra noi, ma che
ai conoscitori riescono sempre formidabili, e le due comete apparse
nel 1628 e nel 1630, orribili entrambe a vedersi, corsero fatidiche
predizioni intorno la carestia e la peste. Nè mi vergognerò di citare
quei versi, benchè storpiati, correndo per la bocca di tutti gli
sciocchi, giacchè da ogni bocca udivasi ripetere:
Regneranno dovunque e fame e morte[167].
E l’altro:
Vedrem prodigi; letal morbo appresta[168].
Avverossi il vaticinio del poeta, chè ambidue i flagelli colpirono
l’anno predestinato, se non che io ho di già fatta protesta, e la
rinnovo, di non avere alcuna fede in somiglianti predizioni. Certissima
invece, e verace pur troppo, fu un’altra predizione, esposta non in
versi ma con cifre[169], ed origine delle nostre sciagure, previste
avanti che accadessero. Della quale ragionerò perchè ne rimanga
perpetua ricordanza.
Le schiere che sotto gli ordini de’ singoli comandanti discesero
dall’Alemagna in Lombardia, portandovi la desolazione, la carestia e la
peste, componevansi di 7456 cavalieri, e 28,000 fanti, in totale 35,456
uomini[170].
Lungo tutto lo stradale percorso da queste schiere, i soldati avevano
gli alloggi militari nelle campagne e nei paesi circonvicini. Se
fossero stati Francesi in guerra con noi, non poteva essere più
sfrenata la licenza, nè maggiore la fuga dei terrazzani. Quasi avessero
l’incarico di depredare i luoghi donde passavano, incendiavano,
rapinavano, rubando buoi, giumenti e quanto trovavano nascosto nelle
case o sotterra. Laddove il loro furore non rinveniva su che sfogarsi,
legati i capi di casa trascinavanli seco prigioni: le più scoscese cime
dei monti non erano a’ fuggitivi sicuro asilo, perchè un contadino
più ricco, o qualche invidioso li scopriva, e non di rado i soldati
medesimi coll’astuzia loro propria. Il soldato, avido di bottino,
teneva dietro al suo ospite e trovandolo entro i nascondigli lo
tempestava di busse finchè, costretto a seguirlo, avesse scavato per
lui quanto aveva seppellito.
I comandanti non provvedevano a simili nequizie, sia perchè partecipi
del bottino, sia perchè alcuni di essi gran signori, malcontenti d’aver
dovuto lasciare la patria, e occupati dei propri affari, chiudevano
l’orecchio ai reclami, sprezzando rimediare a’ disordini, secondo loro,
di nessuna entità.
Quando poi alle prime schiere che diedero siffatti esempj
d’indisciplina, tennero dietro le susseguenti, crebbe la ruina,
perocchè, furibonde le nuove soldatesche di non trovar più nulla che
saziasse la miseria o la cupidigia loro, sfogavano sui miseri abitanti
la rabbia della sfuggita preda. Intere famiglie restavano per giorni,
finchè potevano resistere, in vetta ai monti o ne’ burroni delle valli,
e quando, passato l’esercito oltre i loro confini, s’avventuravano
di tornare alle proprie abitazioni, trovavano rubato quanto eravi
di trasportabile, ogni altro oggetto a pezzi, sparpagliato, arso,
distrutto. Codeste ingiurie tollerate in quel tempo a danno dei
contadini, non solo snervarono a forza di patimenti i corpi, ma
indussero gli animi a disperazione. E quand’anche le tedesche coorti
non avessero portata seco la peste, l’avrebbero fatta scoppiare.
Le quali cose mi fu necessario notare, affinchè i nostri reggitori
conoscano di quante cautele sia d’uopo ogni qual volta muovono gli
eserciti.
Nel Lazzaretto, alle leggi e discipline sopra descritte si aggiunse un
savio regolamento, opportunissimo a scemare i tanti mali di esso luogo.
Due nobili vennero scelti ad intervalli per visitare ivi le capanne ed
ogni angolo del recinto, per invigilare sui bisogni dei poveri, sulla
fedeltà e lo zelo dei singoli impiegati nell’adempimento dei proprj
doveri, e provvedere ad ogni emergenza coll’autorità loro impartita, o
renderne avvisato il Tribunale di Sanità ed i Decurioni.
I medici conservatori ebbero l’incarico di fare ogni giorno per turno
la visita alle capanne degli appestati e tenere informato il Tribunale.
Si trascelsero sacerdoti, mantenuti a spese pubbliche nel Lazzaretto,
non solo per amministrare i sacramenti, attendendo alla cura delle
anime, ma affinchè con esortazioni, e dolci e paterni discorsi,
procurassero d’ispirare a ciascuno pazienza e coraggio.
Si stabilì che alcuni sovrintendenti salariati, si recassero
giornalmente nel Lazzaretto, osservando i casi varj, le morti, e
quant’altro trovavano cui bisognasse gastighi o rimedii, notandolo in
apposito libro da presentarsi tosto alla Sanità.
I medesimi s’incaricarono di visitare e far spurgare le cloache, le
fogne, gli abituri degli indigenti, fetide non meno di queste, affinchè
il lezzo non desse fomite al morbo. Così pure di tutti i cadaveri
trovati nel Lazzaretto o per la città, dovevano notare i nomi in un
registro, farne abbruciare gli abiti e qualunque oggetto di cui erasi
servito il morto. Dovevano altresì accendere il fuoco e bruciar profumi
nella stanza o capanna dov’era spirato; costringere a star disgiunti
gli appestati, e gli altri più o meno sospetti, non permettendo veruna
comunanza tra essi.
Eravi poi un custode cui incombeva la sorveglianza del Lazzaretto e
delle private abitazioni, e che su tutto doveva invigilare a norma dei
prescritti regolamenti.
Lungo sarebbe noverare la schiera degli uffiziali di Sanità, lungo
svolgerne i singoli incarichi e le molte e varie discipline con cui
governavasi la moltitudine dei malati raccolti nel Lazzaretto quasi
in una sola famiglia. Due casuccie e due uomini dell’infimo volgo
ruinarono Milano, spargendovi il contagio; del pari una lieve scintilla
incendiò, e quasi distrusse Monza, Saronno ed altre primarie terre. Nè
fia inutile ricordare due casi ad esempio, perchè si conosca, sto per
dire, l’indole di questo morbo, il quale esce donde meno si crederebbe,
e se assale un plebeo, acquistando terribile forza, a niuno perdona,
nè umano potere il può domare prima che fra tutte le classi non abbia
menato strage.
Una vecchia comperò da un soldato tedesco un sucido mantello foderato
di pelliccia, che aveva servito per avventura a qualche vivandiera;
pericoloso arnese anche senza sospetto di contagio. La vecchia,
indossatolo, venne dal suo villaggio a Saronno pel mercato, ed ivi morì
d’improvviso, e col suo contatto diffuse la peste in tutto quel nobile
borgo.
A Cassano sopra l’Adda, paese ancora sano, un tale comperò da
un soldato un sacchetto di polvere, e maneggiandolo, fu côlto da
vertigini e da fortissima emicrania, e in brev’ora cessò di penare
e di vivere[171]. Alcuni mesi dopo, la peste scoppiò nei dintorni di
Cassano, ma per allora quel caso singolare che spaventò i terrazzani,
con grande loro meraviglia e gioja non ebbe conseguenze. Delle molte
persone che avevano tocco il sacchetto di polvere e confabulato col
venditore e più col compratore nell’osteria e sulle barche, neppur uno
contrasse la peste che a ragione paventavano serpeggiasse loro nelle
viscere.
Il contrario accadde in Monza, dove una donna ebbe in regalo da un
uffiziale tedesco un astuccio con entro spille ed altri ferri per
lavori femminili. Avendone cavato uno spillone per accomodarsi i
capegli, cadde morta sull’istante. Due o tre sue parenti e vicine, e
gli uomini della loro famiglia ne rimasero vittima; ma niun altro caso
si verificò per allora in essa città, che in seguito fu desolata dalla
pestilenza quasi al pari di Milano.