LIBRO QUARTO

VENUTA E DIFFUSIONE DELLA PESTE IN LOMBARDIA. — ATTI DEL TRIBUNALE DI

SANITÀ.

I

Narrai fin qui gli effetti tremendi dell’ira celeste e le cause che

svilupparono la peste, più fatali ancora dello stesso morbo. Il respiro

e l’alito reciproco, necessario alla vita, contaminati: la morte

quasi generale de’ cittadini e il nome della popolosa Milano pressochè

spento. Narrai altresì dei veleni, delle officine degli untori, e di

coloro che, spinti dai demonj, li dispensavano, fosse veritiera codesta

credenza, fosse un falso sospetto, perchè a tanti mali, quello pur

s’aggiungesse d’un vago e misterioso terrore. In pari tempo enumerai i

rimedj adoperati contro l’inevitabile morbo ed il celeste flagello, e

i pii sforzi degli afflitti per implorare perdono e salute, sforzi che,

lice credere, riuscirono accetti all’irato Iddio.

Rappresentai pur anche il meglio che ho potuto, anzi come comportava

l’argomento, le cure e le azioni magnanime del gran cardinale

arcivescovo Federico, e il coraggio de’ magistrati e de’ cittadini,

che in tanta calamità gareggiarono colle opere e colle ricchezze del

Pastore.

Tutte le quali cose io talvolta ho coordinate per ordine di tempo,

tal’altra le esposi alla rinfusa pel trambusto di quell’epoca, per cui

la mia narrazione riuscì quando seguitata, quando interrotta.

Ora mi torna più facile ripigliare più indietro il racconto, ed

avendo innanzi la memoria i fatti accaduti raccoglierli quasi in un

cumulo, narrando quale fu la procella di quel triennio, come per cause

manifeste ed occulte s’andava formando la peste, e come cominciò a

serpeggiare finchè irruppe furibonda menando stragi.

Dirò primamente ciocchè fece il Municipio, giusta quanto lasciò scritto

ne’ suoi ricordi il Chiesa segretario del medesimo, uomo per integrità

di vita e per ingegno stimabilissimo. Codeste effemeridi potranno

giovare in avvenire additando i provvedimenti opportuni in caso di

peste, giacchè vi si rinvengono decreti, lettere, consigli e risposte

dei capi della città; leggesi le somme spese, il modo di trovare denaro

in quelle angustie, i diversi ufficj che i Decurioni si assunsero, e

molte altre cose importanti di quell’epoca luttuosa.

Il 4 ottobre del 1628 il Tribunale di Sanità scrisse a quello di

Provvigione che la peste andava crescendo in Francia, nei Paesi Bassi

ed in Germania, e già incominciava a serpeggiare a Berna ed a Lucerna,

in Val Sesia e finanche a Poschiavo ed altri luoghi limitrofi alla

Valtellina. Per conseguenza il presidente della Sanità, di concerto

col Governatore, aveva deciso di non indugiare più oltre a chiudere

con cancelli le porte della città ed a istituire i registri giusta le

pratiche solite in caso di peste.

Ciò si fece il 18 ottobre, e la Sanità eccitò caldamente il Consiglio

di Provvigione a dare tutti gli opportuni provvedimenti.

Fu risposto che le spese dovevano sostenersi dall’Erario Regio; ma che

agitavasi tale questione tra il Governo ed il Municipio. Del resto,

il Vicario ed i dodici della Provvigione si rivolsero al Consiglio dei

LX Decurioni affinchè dessero, come avevano sempre fatto in addietro,

le norme da seguirsi. Infatti decretarono che, senza detrimento dei

pubblici diritti, o pregiudizio della già innoltrata supplica, fosse

facoltativo al Vicario di spendere l’occorrente secondo le norme tenute

nell’antecedente pestilenza.

Il 21 gennajo del 1629, a spese della città, i Decurioni fecero

celebrare quattro mila messe in tutte le chiese per suffragio dei

defunti, onde impetrare l’ajuto del cielo.

Il 5 di maggio il Vicario riferì in Consiglio, che d’ogni parte

concorrevano in Milano gli affamati contadini diffondendovi la miseria

e lo squallore; giacevano per le strade, e non pochi morivano ogni

giorno sulle piazze. Poteva, diss’egli, scoppiare la peste da siffatto

cumulo d’immondezze, quand’anche non venisse altrimenti recata, per cui

suggeriva lo spediente degno della saggezza e carità dei Decurioni di

purgar Milano di quella turba, assegnando qualche soccorso perchè non

morisse di fame, tanto più che già traboccava il numero degli indigenti

cittadini, senza che lo accrescessero i forensi.

I Decurioni, e per compassione di quegli infelici e pel pericolo,

decretarono senza indugio che si levassero tre mila zecchini

dall’erario per comperare alimenti ai poveri. Al tempo stesso, affinchè

i contadini rimanessero nei loro campi, ingiunsero si distribuisse nei

borghi e villaggi una data quantità di frumento dai pubblici granai,

vendendolo al prezzo medesimo che la città l’aveva comperato.

Il 5 giugno s’aggiunsero alla predetta somma altri due mila zecchini

per l’identico scopo, più un’altra somma, che fu raccolta nelle singole

parrocchie di Milano con una colletta fatta di casa in casa.

Il 13 dicembre il Vicario riferì in Consiglio d’aver tenuto discorso

con S. E. il Governatore sulla condizione attuale delle cose, e dopo

lungo discutere conchiuse, che, atteso il timore di carestia e di

peste, si dovesse raccogliere nei granaj segale, miglio, panico ed

orzo, nella quantità che i prefetti all’annona rispondessero potersi

comperare. Necessaria previdenza affinchè se le cose peggioravano non

mancassero alimenti al popolo.

Il 12 dicembre, i prefetti, consultati sopra tale acquisto, risposero

che si poteva comperare tre mila moggia di segale, mille ottocento

di miglio, mille di orzo, e che il prezzo totale ascenderebbe dai

quarantacinque ai cinquanta mila zecchini. Suggerirono poi d’aumentare

il dazio sopra il miglio e la segale per raccogliere l’anzidetta somma:

approvarono i Decurioni.

Il 15 dicembre il governatore ordinò si trovassero altri mezzi per far

denaro, quindi fu proposto un nuovo accrescimento di dazio sul miglio e

sull’olio, e si tenne discorso di stabilire un testatico ed un’imposta

sulle porte.

Quel giorno medesimo furono lette in Consiglio nuove lettere del

presidente di Sanità, e si trattò del modo di procacciare altro denaro

per sovvenire alle pubbliche necessità, le quali moltiplicavansi

simultaneamente. Innanzi tutto si risolse provvedere al Lazzaretto ed

alla moltitudine dei poveri rinchiusi in quel recinto, e che senza

ritardo si sborsasse quella parte di denaro, la quale, raccolta dai

varj luoghi della provincia, dovevasi riunire in Milano, stantechè

l’indugio altro non faceva che peggiorare lo stato delle cose. Si

riferì poi come i due delegati, Tadino e G. Visconte, spediti per

invigilare sulla pubblica salute a Como ed a Lecco, perdessero ivi

inutilmente il loro tempo, scrivendo i medesimi essere infruttuosa la

loro legazione ove non si attivassero gli spurghi e le quarantene di

osservazione, provvedimenti ineseguibili senza grave dispendio. Tali

cose furono riferite dal presidente in Consiglio.

Il quale domandava a tutti i Decurioni, che, stante le molte e ingenti

spese da farsi, venisse autorizzato il Tribunale di Provvisione ad

eseguire gli ordini che la Sanità credesse opportuno di emanare per

la salute pubblica. Si portò l’affare a’ Conservatori del patrimonio,

perchè, attenendosi alla vecchia consuetudine ed ai diritti delle

città, da loro benissimo conosciuti, e traendone norma, soddisfacessero

all’impegno.

Il 18 dicembre il regio governatore annuì che si levasse un tributo per

testatico. Dietro la quale concessione s’incaricarono i Conservatori

di riferire al Consiglio, dopo aver tra loro consultato, il modo più

spedito per la riscossione. Vennero interrogati altresì i prefetti

annonarj circa la compera del grano per la statuita somma.

Il 22 dicembre li autorizzarono a fare per tale effetto un prestito di

quindici mila zecchini.

Entrante il gennajo del 1630, si decretò spedire a Casalmaggiore,

afflitto da peste, tanto orzo ed olio, quanto potevasi comperare con

mille zecchini.

Il 26 marzo, instando di nuovo il presidente della Sanità per aver

denaro, che asseriva necessario per tener lontano il contagio,

trattandosi di non piccola somma, si riferì la domanda ai sessanta

Decurioni. Essi, quantunque l’anno precedente avessero data facoltà ai

Conservatori di supplire ad ogni emergenza, pure, attesa la gravezza

del dispendio, fecero un nuovo decreto, col quale confermavano gli

anteriori, usando però le solite proteste che i diritti della città non

avessero mai a soffrirne detrimento. Oltre codeste umane previdenze,

si statuì d’implorare l’ajuto divino, decretando, come erasi fatto

lo scorso anno, si celebrassero quattro mila messe in suffragio delle

anime purganti. L’elemosina delle medesime fu di lire mille in totale;

la metà venne mandata ai conventi più chiari per pietà religiosa, e in

uno privi di sostanza.

Il 3 aprile, dietro istanza del presidente di Sanità, si erogarono

quattrocento zecchini pei bisogni dei poveri. Aveva esposto il

presidente come si vedessero per le strade e pei vicoli di Milano

moribondi e cadaveri; infettarsi l’aria pel puzzo e per l’alito

infetto; e l’animo de’ passaggeri allibir di spavento a tal vista. Il

giorno stesso fu trattato di trasportare codesti infelici all’ospitale

della Stella, ovvero altrove, e nutrirli: si risolse inoltre di fare

uscir di città quanti di loro erano venuti a mendicare non dalle terre

del milanese ducato, ma da altri Stati.

Il giorno 11 aprile il vicario riferì ai LX Decurioni che il gran

cancelliere, anche a nome del governatore, avevagli significato la

necessità di apprestare maggiori sussidj per distribuire legna ed

elemosine vieppiù abbondanti. Perocchè i mercanti, usi a somministrare

lavoro alla plebe che ne traeva denaro per vivere, ormai cominciavano a

togliere quell’emolumento, e lo avrebbe sempre più ristretto a misura

crescesse il timore della pestilenza. Laonde si correva pericolo

che, cessando il mezzo di guadagnare, molti per ozio e miseria si

abbandonassero ai delitti. Anche il presidente del Senato, a nome

proprio e del corpo, ammoniva di riflettere a tale pericolo. Il vicario

lesse da ultimo in Consiglio le lettere del presidente di Sanità, che

si riferivano al medesimo argomento.

Gravissimo fu il dibattimento, perchè numerosa era la classe degli

operaj, usa ai comodi ed anche alle delicatezze del vivere, talchè

sarebbe pericoloso e fatale allo Stato ridurre la robusta e lasciva

plebe dalle delizie e dal lusso alla fame ed alla disperazione.

Tali cose scriveva al vicario il presidente, chiudendo la lettera

colle seguenti parole: «Ci sovrasta una calamità e ruina inevitabile,

nè ormai si può dubitare che la peste non sia tra noi e mortale. Già

sono periti alcuni monatti; jeri morì il chirurgo; oggi il portinajo

del Lazzaretto ed il medico Appiano caddero malati[141]; anche il padre

Felice sta male assai. E noi, in mezzo a tanti pericoli e minacce,

ove non troviamo sussidj valevoli per alimentare e guarantire in sì

grande calamità i poveri affidati alle nostre cure, non potremo durare

nell’assunto ufficio, e converrà gettare le armi».

I Decurioni, scossi da queste parole, decretarono venissero eletti

sei di loro, i quali, unendosi coi Conservatori del patrimonio,

avessero il regime d’ogni affare, adoperando come meglio stimavano il

pubblico denaro; coll’eccezione però che, occorrendo somma più ingente,

dovessero riferirlo in Consiglio.

Il governatore scrisse ai Decurioni che approntassero con energia i

soccorsi voluti dalle circostanze, non lasciandosi sorprendere dalle

estremità, giacchè poteva accadere che, rinchiusi e assediati, per così

dire, entro Milano, non potessero più fornire alimenti alla popolazione

di sì grande metropoli, e i cittadini perissero consunti dalla carestia

e dalla peste.

Il Consiglio ed il Tribunale di Provvisione erano bastantemente

affaccendati ed inquieti senza tali avvisi ed esortazioni, nè poterono

far altro di più che riconfermare le già date facoltà.

Il 1.º giugno autorizzarono i delegati non solo a far prestiti, ma ad

oppignorare ed alienare qualsiasi rendita spettante per diritto alla

città. Così anche, dietro le preghiere del governatore, del Senato, del

gran cancelliere, annuirono di adoperare la parte del denaro toccato

alla città e raccolto per fare gli spurghi in tutto il Ducato, nella

compera di maggior copia di grano e d’olio qualora fosse duopo.

Infrattanto, venuto il giorno di dar principio allo spurgo di

tutta quanta la città, d’impedire il mutuo contatto degli abitanti

rinchiudendoli nelle rispettive case, bisognava istituire una prova di

quaranta giorni per scevrare gli infetti dai sani. Per la qual cosa

il presidente del Senato instava perchè si eleggessero due nobili

per ogni quartiere, i quali, unitamente ai Senatori a ciò deputati,

sorvegliassero a quanto occorreva. Di più doversi nominare nelle

singole porte di Milano altri che regolassero, con ampj poteri, e i

lazzaretti e le capanne degli appestati.

I Decurioni, non trascurando alcun sussidio umano, o divino, accrebbero

il numero dei loro delegati, affinchè potessero più facilmente

riunirsi per provvedere alle urgenze. Decretarono altresì che qualunque

ordine emanato da quattro di loro, riuniti legalmente, si avesse come

ratificato dall’intero corpo. Avevano inoltre deciso che si facessero

i digiuni delle rogazioni giusta il rito romano; ma si tralasciò, non

avendo i parrochi approvato come gli altri questo pio voto.

Oltre i registri ed i cancelli già attivati alle porte per sicurezza

pubblica, i posti militari, e due nobili che invigilavano essi pure a

ciascuna porta, si prese la seguente misura. Vennero mandati architetti

a far il giro dei bastioni, esaminando se mai a caso le mura più

basse o qualche rottura offrissero una salita clandestina a coloro

che volevano penetrare in Milano di soppiatto deludendo la vigilanza

delle guardie. Tutti i luoghi di facile adito, notati dagli architetti,

furono ristaurati e senza indugio muniti.

Intanto il Tribunale di Sanità inviava di continuo lettere, ora

esponendo quanto aveva fatto il presidente di essa col collegio medico,

ora invocando nuove provvidenze dal Tribunale di Provvisione. Quelle

lettere riferivano, tra le altre cose, che la Sanità opinava più

facili le custodie qualora si chiudessero le porte Nuova e Vigentina;

ed averne dato l’ordine. Inoltre che, soggettando la disciplina

del Lazzaretto a buone norme, le avevano raccolte in un volumetto,

mandandolo ai due Conservatori del patrimonio Girolamo Legnano, e

Antonio Roma, perchè invigilassero che l’amministrazione del Lazzaretto

si eseguisse con tali norme. Conchiudevasi essere necessario per quiete

e salvezza della città ora afflitta di peste, ma che risanerebbe, il

fare l’anagrafi delle singole parrocchie.

I Decurioni si occuparono perchè si eseguisse tosto, e con esattezza,

affidandone la cura ad alcuni di loro, e ad altre idonee persone

scelte tra i nobili. Fu scritto ai medesimi del tenore seguente: che

essendo i poveri sempre stati raccomandati da Cristo Salvatore, sarebbe

a lui grata ogni fatica assunta a vantaggio dei medesimi. Laonde

s’accingessero all’anagrafi, ciascuno dal canto suo, con ordine e

diligenza, ma senz’indugio, affinchè la città, conosciuta la condizione

ed i bisogni dei singoli, potesse provvedervi. Ingiungevasi ai delegati

di riunirsi, e prendere tra loro gli opportuni concerti.

I delegati, insieme col parroco e coll’anziano, dovevano visitare

ciascuna casa della rispettiva parrocchia, e chiamati a sè dinanzi gli

inquilini, interrogarli con benignità, notando nel registro maschi

e femmine. Dovevano assumere informazioni sull’età, la condizione,

il genere di vita di ciascheduno, e quali mezzi avessero per vivere,

quali mestieri esercitassero, e ogni altra notizia che credessero

necessario d’indagare. Insorgendo poi difficoltà, o nascendo alcun che

d’imprevisto, fu ingiunto ai delegati d’informarne i nobili proposti

alla loro porta, ai quali dovevano consegnare i registri tosto che li

avessero compiuti.

Una copia di queste istruzioni venne distribuita a ciascuno dei

delegati, che assunsero l’incarico ingiunto dal Consiglio Pubblico.

Eseguita che fu con tali norme l’anagrafi, si scrisse di nuovo ai

delegati, pregandoli che ogni qual volta scoprissero tra i segregati

nelle case, trovarsi alcun miserabile privo degli alimenti necessarj

alla vita, esaminato prima il registro in cui erano iscritti i nomi

e le sostanze d’ogni individuo, mandassero ai prestini fissati per

avere, secondo il caso, il pane occorrente, il quale dovevasi poscia

distribuire di porta in porta da uomini probi, scelti dai medesimi

delegati. Le suppellettili domestiche: come tavole, mense, biancheria,

coperte, lenzuoli e simili, sporche per contatto di appestati, od anche

sospette, fu ordinato si abbruciassero, sborsandone la città il prezzo

al proprietario secondo la stima[142] che ne farebbero persone di ciò

incaricate. Furono pure nominati altri per fare indagini sui pezzenti

forestieri, perchè, riuniti in due diversi locali ed esaminati,

venissero espulsi, com’era giusto, liberando la città dell’aggravio

di quella moltitudine ad essa straniera. Il Tribunale di Sanità aveva

destinato il borgo della Trinità per segregare in luogo appartato i

molti cittadini che si trovavano malati o sospetti di peste. Ma ciò

non piacendo al Consiglio, i Decurioni risposero al presidente della

Sanità, che pareva sufficiente costruire capanne ne’ campi, e deporvi

gli appestati, anzichè sporcare quel borgo ancora netto di peste.

Intorno il qual provvedimento non solo discutevano i due Ufficj, ma gli

stessi membri della Sanità, e i Decurioni tra loro ondeggiavano incerti

qual fosse il miglior partito.

Gli opinanti pel borgo della Trinità, dicevano che ivi, e ne’ vicini

sobborghi, eravi copia di acque limpide e salubri, opportunissime ai

lavacri tanto necessarii in un Lazzaretto per lo spurgo, e lì più

vicino una gran fossa dove furono sepolti i morti dell’antecedente

contagio. I sostenitori dei tugurj invece adducevano essere il borgo

della Trinità, come notai, immune tuttavia di peste, laonde si verrebbe

a danneggiare in uno colle vicine strade, e quanti lo frequentavano

qual luogo per buona ventura ancora sano. Di più aggiungevasi, che le

case e gli orti in esso borgo numerosi, non che i prossimi ubertosi

vigneti, renderebbero costosissimo il piantarvi un lazzaretto.

Quanto al costruire le capanne, titubavano pel nome e la fama della

città nostra, che in tanta misera condizione ridotta, doveva pure alla

meglio favorire il minuto traffico. Perocchè l’ammucchiare il popolo in

tugurj era l’estrema prova di abbiezione e del contagio dominante. E si

nutriva timore che le suddite città, e le finitime, prese da spavento

per tale misura, perduta ogni riverenza alla metropoli, proibissero

il commerciare colla medesima. Noi allora, ridotti a forzato esiglio,

soffriremmo danno gravissimo per l’incarimento dei commestibili.

Neppure eravi paglia bastante per innalzare il numero delle capanne

necessario a tanta moltitudine, e quella che avevasi in pronto era

sporca ed umida: aggiungasi che l’infocato sole riscalderebbe quei

tugurj con gran tormento degli infelici malati, e pericolo di nuove

epidemie. Che ove poi si volessero costruire di legno, saría lavoro

troppo lungo, spesa di sovverchio gravosa, e indispensabile crescere il

numero dei guardiani e degli inservienti.

Cresceva ogni giorno il numero degli appestati, ed il Lazzaretto di

San Gregorio, per quanto ampio, più non poteva riceverne; quindi fu

scelto il villaggio di Vigentino, e se ne formò un’isola. Persone a

ciò delegate fecero gli opportuni accordi coi contadini perchè di là

sgombrassero; altri ebbero l’incarico di comperare lenzuola, legna,

sacconi e mille vestiti.

Mentre tali cose, e le enormi spese per alimentare il popolo agitavano

gli animi dei Decurioni, e urgeva il bisogno di raccogliere denaro,

i medesimi rinnovarono il già fatto tentativo di cercar soccorsi dal

re, che stimavano non solo consentanei alla maestà d’un tanto monarca

ed alla sua clemenza verso i fedeli sudditi, ma che loro altresì per

diritto competeva.

Fu inviata una nuova ambasceria al governatore Spinola, che stava in

quel tempo all’assedio di Casale, per chiedere soccorso a nome della

città, esponendo le comuni miserie, e da ultimo i diritti di essa. I

due legati furono Giovanni Battista Visconti, figlio di Coriolano, ed

il cavaliere Carlo, coll’incarico del pubblico Consiglio d’esporre al

governatore quanto segue.

Il contagio che aveva invaso Milano, non decrescere di violenza, ma

aumentare giornalmente, farsi più terribile, ed essere ormai giunto

agli estremi. Non dubitare la città ch’egli non concorra al peso

delle altre spese ed all’intollerabile distribuzione di denaro per

dar viveri a quasi tutta la plebe, ove non voglia abbandonar preda

alla fame ed alla peste tanti innocenti bambini e fanciulletti. Era

persuasa d’altronde che tale dispendio spettava alla munificenza del

re, per esservi esempj come gli antichi Duchi di Milano in tempo di

peste sottostarono sempre a tali spese, alleviando in siffatta guisa la

città, oppressa dal contagio; e l’imperatore Carlo V, con suo decreto,

aver sancito doversi così fare.

Dovevano aggiungere i due legati che ciò era consentaneo all’autorità

delle leggi, che sempre inclinarono a sollevare la città ed il popolo

afflitto, addossando simili dispendj alla potenza e ricchezza dei

principi. Nonpertanto i Decurioni eransi sforzati di far sopportare un

tal carico a Milano per conservare il popolo fedele al suo re; ora però

trovavansi ridotti agli estremi, ed era disperato consiglio il forzarli

a sostenere più oltre il gravosissimo carico. Non solo si trovava

vuoto l’erario civico, ma era oppignorato pel futuro in conseguenza dei

prestiti. Il levare imposizioni per testa, o per famiglie sarebbe ormai

cosa ineseguibile, perocchè coloro che avrebbero dovuto pagarle erano

divenuti miserabili anch’essi. I nobili poi in specie, rese incolte

e deserte le campagne per gli alloggi delle soldatesche, e quindi

impoveriti, più non avevano denaro da porre in comune.

Laonde eransi decisi a supplicare il governatore, e, per suo mezzo,

il monarca, affinchè trovasse qualche sussidio per la fedele Milano.

Chiedevano poi nominativamente che venisse condonato ciò che doveva

al regio fisco, finchè si riavesse alquanto dai sofferti mali. Il qual

sollievo fu conceduto alla città anche l’anno 1576, quando nè la peste

era sì fiera, nè le angustie sì grandi come al presente.

Il Marchese d’Ayamonte, in allora governatore, scrisse al re, esponendo

la condizione di Milano, ed ottenne l’implorato condono. Il che ora

impetravasi dal governatore nella speranza che con eguale benignità lo

accorderebbe.

Lo Spinola accolse umanissimamente i legati, e diede loro per la città,

ossia pei sessanta Decurioni, capi della medesima, una lettera del

tenore seguente. Ch’egli era assaissimo afflitto per i mali e le stragi

di Milano, narrategli da Giovanni Battista e Carlo Visconti, uomini

pari di nobiltà e prudenza; accrescersi il suo rammarico, chè, impedito

dalla guerra, non poteva pel momento accorrere per sollevare con ogni

suo mezzo la benemerita Milano da tante sciagure, come avrebbe fatto

se colà si fosse trovato. Nondimeno grandemente confidava, e teneva

per certo che i nobilissimi Decurioni, posti in sì eminente carica,

non mancherebbero all’ufficio loro, dando anche agli altri l’esempio

di quella carità, che mostrare ed esercitare dovevasi a vantaggio della

patria.

Questo, continuava lo Spinola, era il tempo di profondere a piene mani,

e di buon animo, quanto in altre circostanze è giusto e ragionevole

distribuire con misura. E quantunque sia difficile impiegare tutto

il denaro e la cura in un solo oggetto, laddove altri bisogni esigono

cure e spese, nondimeno considerassero i Decurioni come l’urgenza di

alimentare i poveri e sostentare la plebe, debba andar innanzi ad ogni

altra cosa, affinchè la miseria e la disperazione privata non produca

la ruina generale. Dal canto suo non mancherebbe di fare tutto ciò

che stimasse giovevole a rimovere un tal pericolo. Qualunque cosa il

Tribunale di Provvisione o la Sanità giudicassero opportuna all’uopo,

egli la sosterrebbe, perchè avessero prova non mancare in lui l’affetto

e il buon volere per la metropoli. Circa quanto chiedevano i legati,

rifletterebbe come si potesse eseguire.

Codesti erano soccorsi lenti e troppo lontani, e più ufficiosità di

parole che altro. Infrattanto, siccome i provvedimenti non ammettevano

indugio, vieppiù infervoratisi gli animi per la difficoltà d’operare,

fu discusso in Consiglio con qual modo e con che somme provvedere alle

pubbliche necessità, che per l’innanzi partitamente ed ora tutte in

un colpo erano a dismisura cresciute in uno col crescere della peste.

Il Tribunale di Sanità instava perchè gli si dessero quaranta mila

zecchini, con la qual somma provvedere a quanto urgeva.

Si destinarono inoltre altri sei mila zecchini per indennizzare

i proprietarj cui abbruciavansi le domestiche suppellettili[143],

affinchè nulla rimanesse d’infetto e contaminato.

Il 16 aprile, adunatisi i Decurioni, diedero facoltà ad alcuni di loro

che si rendessero mallevadori, stando garanti a nome della città con

quelli che si erano profferti di dare a prestanza alla città medesima

venticinque mila zecchini, somma che il presidente della Sanità aveva

esposto occorrere per espurgare nell’intero il Ducato, i corpi, i

luoghi, gli utensili, le case, dappertutto ove fossevi il menomo

sospetto di peste.

Si trattò di spedire nuovi legati al governatore Spinola che in quei

giorni assediava Casale, deplorando le miserie della città ed i suoi

bisogni, e supplicando, come già sopra accennai, per essere esonerati

dai tributi secondo che usavano condonarli altri governatori in

circostanze simili. Lasciossi la scelta dei legati a coloro cui era

affidato l’arbitrio di maneggiare il pubblico denaro per le spese tutte

della pestilenza.

Si trattò pure nella stessa seduta dei voti religiosi da farsi, perchè

riuscito vano quanto l’umana previdenza suggeriva, s’invocasse dal

cielo quell’efficacissimo ajuto che nell’antecedente secolo sotto S.

Carlo erasi ottenuto, alloraquando ormai più non si sperava salute.

Trascelsero alcuni Decurioni che consultassero e riferissero quali voti

e quali pratiche religiose conveniva fare. Dietro la loro risposta si

emanò il decreto seguente.

Per tre anni consecutivi, il popolo milanese santificherebbe come

festivo il giorno della Visitazione della Beata Vergine, per legge

inviolabile, osservando la vigilia di esso giorno. Scorso il triennio,

lasciavasi tale osservanza libera alla pietà di ciascuno, svincolando

il popolo dal voto.

In tal giorno ciascun anno in perpetuo nel tempio della Madonna presso

San Celso si porterebbero donativi dal Tribunale di Provvisione,

precedendo gli artefici colle insegne della loro arte, giusta l’usanza.

Vi si celebrerebbe una messa solenne a spese della Provvisione,

assistendovi tutti. Il primo anno di questo voto, verrebbero invitati

ad intervenirvi i Decurioni, portando ciascuno una torcia da sè

comperata in offerta alla Vergine liberatrice.

Al fonte di San Barnaba, il Tribunale mandasse donativi del valore

di mille zecchini, recandoli con pubblica processione, e facendone

regolare consegna al prefetto della chiesa.

Si stabilì che i LX Decurioni supplicassero l’eminentissimo Borromeo

arcivescovo di Milano, perchè annuisse ai trasporto con divota

processione e con solenne impetrazione del corpo di S. Carlo per

la città. Acconsentendo il Borromeo, dovevasi disporre le cose con

magnifica pompa adatta alle reliquie d’un sì gran santo. Memore la

città dello zelo e della carità di esso pastore, allorquando, sotto

il suo pontificato, Milano fu spopolato dal contagio, e sperando che

ora le fosse intercessore in cielo appo Dio, fece voto che il giorno

della sua morte sarebbe festivo in perpetuo pei cittadini milanesi,

astenendosi i medesimi da ogni lavoro.

Questo voto fatto dai Decurioni infondeva negli animi tanta maggiore

speranza e coraggio, quanto più le crescenti strettezze e i futuri

pericoli, aggravando il male presente, rendevano restii coloro che

avendo promesso di prestar denaro alla città, ora, mutati d’avviso,

assolutamente vi si rifiutavano.

Intanto il Tribunale di Sanità chiedeva al Municipio ingenti somme

pei due nuovi lazzaretti, resi indispensabili dal crescente morbo,

di cui non prevedevasi il fine. Era d’uopo costruirli e fornire le

necessarie suppellettili per raccogliere e mantenere migliaja di

cittadini indigenti, côlti da peste o sospetti, oltre la turba che già

ingombrava tutto il Lazzaretto massimo. A queste istanze della Sanità

univansi domande e ammonizioni del gran cancelliere, e del governatore

che, servendosi dell’autorità regia, instava perchè si facesse in tempo

compera di olio, frumento, orzo, sale e medicine pei quaranta giorni,

in cui la città doveva nutrire tante migliaja di persone rinchiuse

nelle loro case.

Il 23 giugno si fecero varj decreti, che lungo sarebbe l’annoverare;

e fra questi la compera di quattrocento letticciuoli almeno, e degli

utensili pei due summentovati lazzaretti, de’ quali si affidò la cura

ai decurioni Antonio Rainoldo e G. Pietro Negroli.

Il 2 luglio, crescendo in uno colla peste l’opinione invalsa negli

animi degli unti, e scopertesi macchie e traccie di venefici unguenti,

il vicario propose in Consiglio di stabilire un premio per chi desse

indizj del delitto. Si decretò che ai duecento zecchini e l’impunità

di due banditi, da concedersi ad arbitrio del giudice, come già aveva

promesso con una grida il governatore, s’aggiungessero a nome della

città altri cinquecento zecchini.

Riferì inoltre il vicario avergli il presidente della Sanità

significato che non si trovavano medici che volessero entrare nel

Lazzaretto per visitare e curare gli appestati. Il collegio medico,

invitato per lettere dal Tribunale di Sanità, perchè ne destinasse

alcuni a tale ufficio, procrastinava, laonde aggiungeva essere

urgente lo scrivere a nome della città al collegio suddetto, affinchè

soccorresse la patria coll’arte sua, nè disonorasse col negare sussidj,

la medicina, che già onorevole per sè, acquisterebbe in tal circostanza

nuova gloria.

Scritte le lettere dai Decurioni con preghiere ed istanze, siccome

comportava la gravità del caso, il collegio medico rispose: Darebbe

due de’ suoi che stessero fuori del Lazzaretto vicino la fossa per

medicare alla meglio gli appestati; ma che tutti ricusavano di entrare

in quel recinto, esponendosi ad una morte quasi certa. Si decise che

i due medici dimorassero a pubbliche spese in un luogo non lungi dal

Lazzaretto, e che i guardiani li guidassero alle case, a’ tugurj ed ai

letticciuoli dei malati. Fu cresciuto lo stipendio a chiunque spontaneo

si assumesse il pericoloso incarico[144]. Nè il Municipio cercò

medici soltanto in Milano, ma indirizzandosi ai negozianti nostri,

che trovavansi in Germania ed in Francia, procurò di far venire ed

assoldare uomini distinti nell’arte salutare.

L’eminentissimo Borromeo, degno, per le sue esimie virtù, del titolo

di cardinale, ed arcivescovo pieno di fervorosa carità pel suo gregge,

aveva acconsentito alla traslazione del corpo di S. Carlo colla

maggiore pompa possibile, mostrando in pubblico le reliquie di lui, che

altrevolte avrebbe potuto colla sua presenza impetrare il termine di

quel flagello, e che ora godeva tra i celesti il premio de’ suoi meriti

e delle episcopali fatiche. Ottenuto il permesso dall’arcivescovo, i

Decurioni si diedero ogni cura affinchè nulla mancasse alla solenne

traslazione.

Prima elessero due dei loro, il marchese Giovanni Maria Visconti e

Baldassare Barzi, che si combinassero con Alessandro Magenta, arciprete

della metropolitana, circa gli ornamenti dell’arca ed il serico

baldacchino, sotto il quale dovevasi trasportare il corpo per le strade

e le piazze della città.

Il Borromeo ed i suoi ministri nulla omisero dal canto loro di ciò che

serviva al decoro, e ad eccitare nel popolo la divozione. Le autorità

ecclesiastiche, gareggiando colle civili, si apparecchiarono magnifici

arredi per ornare le ossa del Pastore, che non ebbe mai l’eguale in

codesta metropoli per fama. Eravi ancora qualcuno che lo aveva veduto

vivente.

Federico inviò lettere pastorali, e le fece affiggere dappertutto,

affinchè il popolo sapesse che si apriva il sepolcro di S. Carlo,

traendone in luce le reliquie. V’aggiunse una esortazione gravissima

a tutti, ed a ciascuno che, ricorrendosi quasi ad ultima speranza

in tanta calamità della patria, e disperando omai di salvezza, alla

traslazione del corpo di S. Carlo, che Milano venerava suo protettore

in cielo, si disponessero a tergere le proprie colpe coi digiuni

e i santi Sacramenti; espiazione che sapevano essere stata sempre

raccomandata dal santo Protettore.

Frattanto i bisogni e le pubbliche cure non davano tregua, nè i

soccorsi umani o divini valevano ad infrenare la pestilenza ribelle a

qualunque rimedio. Scrissero i Decurioni al Senato, implorando a nome

della città sussidj dall’erario regio, e l’autorizzazione d’imporre

le tasse che si credevano opportune. E cercavano prima di tutto che

fosse salvo alla città il diritto di ripetere dal regio fisco il denaro

speso. Rispose il Senato che la domanda era giusta.

Il 14 giugno la città presentò una supplica al cardinale arcivescovo

sui voti pubblicamente fatti; esponevasi come per implorare il divino

ajuto contro la peste, che già aveva menata sì gran strage in Milano,

i LX Decurioni avessero determinato che il popolo milanese celebrasse

come festivo il giorno della Visitazione di Maria e quello della morte

di S. Carlo; il primo soltanto per un triennio, lasciando in seguito

l’osservanza libera alla pietà di ciascuno, il secondo in perpetuo.

Eransi intorno a questo voto consultato il popolo nelle varie regioni

della città, e fu sanzionato con generale consenso. Chiedevano quindi i

Decurioni al Borromeo che lo sancisse coll’autorità sua qual capo della

Chiesa milanese, ingiungendo ai parrochi di promulgare solennemente il

voto pubblico, siccome è d’uso.

Il governatore Spinola, dal campo sotto Casale, scrisse che aumentando

ogni giorno, a cagione della peste, gli affari pei quali era duopo

ricorrere a lui, assente ed occupato nella guerra, delegava il gran

cancelliere Antonio Ferrer a far le proprie veci, dandogli tutti i suoi

poteri, affinchè potesse con sollecitudine provvedere alle richieste

dei Decurioni.

I quali, oltre i mezzi già tentati per raggranellare danaro, urgendo

nuovi bisogni, suggerirono al gran cancelliere ed al Senato anche i

seguenti. Di eccitare i cittadini più agiati, e se non bastavano le

esortazioni costringerli con decreto a dare quanto denaro, grano e

vino potevano per ajutare il Municipio in tante angustie a mantenere

i poveri. Verrebbe loro dato credito sui pubblici redditi delle somme

prestate alla città.

Instavano i Decurioni perchè il governatore ed il Senato comandassero

che ciascuno notificasse quanto denaro, vino, grano aveva in casa,

per poter indi stabilire un’adequata imposta per ogni casa. Inoltre

si convocasse il collegio medico, quello de’ causidici, i mercanti

specialmente ed i banchieri, trattando con loro per aver in prestito

denaro; onde concorrendo essi pure a mantenere i miserabili, avessero

la loro parte in sì gloriosa e caritatevole opera.

Proposero altresì i Decurioni che si scrivesse a nome della città ai

cardinali e ad altri ecclesiastici, i quali avevano tanti beneficj

nella milanese provincia; pregando che, secondo l’opulenza loro,

soccorressero i coltivatori di quei terreni donde avevano tratte le

rendite, e che frutterebbero anche per l’avvenire se non li lasciavano

inselvatichire, come accadrebbe per la morte dei contadini mancanti di

pane. Eguali istanze doversi fare ai monasteri e luoghi pii, scrivendo

che sarebbe usurpato un tal nome presso la posterità, qualora non

largheggiassero in elemosine cogli indigenti.

Per ultimo si supplicasse l’eminentissimo Borromeo perchè alla sua

carità e munificenza, superiore ad ogni encomio, aggiungesse un altro

pietoso ufficio di esortare i suoi chierici, e molti dei quali erano

ricchi, a distribuire in carità, tanta in città che fuori, le cose a

loro superflue.

Il Senato decretò si mandassero ad effetto questi divisamenti dei

Decurioni, e scrisse al Consiglio pubblico in nome del re, giusta la

consuetudine, approvando tali misure come prudenti, e dichiarandosi

pronto a farle eseguire coll’autorità sua.

Intanto non aveva fine il carteggio intorno a ciò, ora del Consiglio

pubblico e dei LX Decurioni col Senato, ora d’entrambe queste

magistrature col governatore. Più volte spedironsi legati allo

Spagnuolo nel campo; più volte egli inviò a Milano ordini e promesse

circa i provvedimenti chiesti dai legati e circa i sussidj per le

pubbliche calamità. Le stragi di codesta pestilenza eguagliarono quasi

quelle d’una guerra, e grandi e molteplici furono le provvidenze e le

difficoltà che insorsero. Se non che io tralascierò di qui riportare

gli atti delle legazioni e le citazioni delle lettere, e per non

dilungarmi di sovverchio, e perchè ho già esposta la sostanza di queste

cose.

Del resto, mentre tutta la città in costernazione affliggevasi per lo

spettacolo della propria ruina, e la ricerca dei rimedj opprimeva gli

animi e il morbo i corpi, rifulse d’improvviso una speranza di salute.

Sia che a domare il contagio avessero in qualche modo giovato le umane

previdenze, sia che la divina misericordia, volendo soltanto ammonire

non distruggere il popolo, avesse già abbastanza atterrita e purgata la

città, la peste incominciò a scemare. Di giorno in giorno andava sempre

più sminuendo, e le persone, incaricate di tener registro de’ morti,

riferivano che giornalmente non arrivavano alla metà di prima.

Laonde molte provvidenze immaginate e decretate tornavano ormai

superflue, a segno che il presidente della Sanità Arconati scrisse ai

Decurioni, che uscendo egli di carica, lasciava la città libera dalla

peste, al che avevano giovato le cure e la munificenza del Consiglio.

Da ultimo, siccome a molti era dovuta una ricompensa pei fedeli e

operosi loro servigj, l’Arconati cercò una somma per rimunerarli,

giusta le promesse sue e del Consiglio.

Gli vennero consegnati subito mille zecchini, dando speranza di maggior

somma, e lodandolo per avere con rettitudine e previdenza adempiuto al

suo incarico durante il contagio.

Il Consiglio, volonteroso di mostrare la propria riconoscenza a

Dio misericordioso per sì grande beneficio, discusse quali offerte

sarebbero più accette al Signore, e che mai fosse più consentaneo alla

divozione del popolo. Avevano di già i Decurioni proposto, fra le altre

cose, d’incominciare un digiuno solenne di quaranta giorni, secondo

il rito romano, offerendo in certo modo questa salutare espiazione

invece di ricchi donativi. Ma al popolo non andò a genio la proposta,

e raccolti i voti, furono unanimi che non si alterasse l’antica

consuetudine della Chiesa ambrosiana, d’incominciare la quaresima

la domenica dopo le ceneri. Laonde si decise di fare altri voti, i

quali non urtassero le abitudini del popolo, nè variassero le vecchie

istituzioni.

Decretarono una lampada d’argento, del peso di seicento once, da

appendersi nella chiesa delle Grazie, colla manutenzione dell’olio

in perpetuo[145]. Mandarono un paramento dell’eguale valore in dono

al tempio della Madonna presso San Celso; e volendo altresì erogare

la stessa somma pel tempio di Sant’Ambrogio, protettore di Milano, il

Cardinale decise non potersi meglio impiegare che cingendo di cancelli

l’altar maggiore di essa Basilica, il che fu eseguito. Destinossi pure

una somma, ed altra in seguito, per finire ed adornare la chiesa di San

Sebastiano. Seicento zecchini vennero distribuiti ai monasteri ed ai

pii istituti, secondo i bisogni dei medesimi e la fama di santità che

godevano.

Finalmente si diede incarico ai conservatori di esaminare che altro

far convenisse con offerte e sacre cerimonie, per rendere grazie

all’onnipotente dell’insigne beneficio di aver salvato Milano, ormai

ridotta all’ultima ruina.

La malignità, il livore, l’invidia, che furono sempre e sono tuttora i

più mortiferi veleni dei popoli e dei governi, non ristettero, anche

nei luttuosi giorni del contagio, di denigrare i nostri magistrati

come se non avessero fatte le cose con quella diligenza e splendidezza

che conveniva. Io lascio indecisa tale quistione, limitandomi a notare

la somma totale delle spese per la peste, come risulta dai registri

pubblici. La quale ascese a 267,000 zecchini, calcolati questi a lire

sei.

Chiunque poi conosce le cose fatte duranti gli anni della pestilenza,

tanto più se rifletta al denaro che costarono, non potrà dubitare

di frodi e ruberie circa l’ingente somma che fu spesa. Il Lazzaretto

massimo, gli altri succursali, i campi che si dovettero occupare per

stabilirvi capanne, sto per dire, innumerevoli, le suppellettili, le

case prese a pigione nella città, medici, medicinali, cibi per gli

appestati ed i poveri; tante migliaja di persone per dieci mesi, come

se fossero riunite in una sola casa provvedute di ogni occorrente.

Aggiungerò, a maggior schiarimento, e perchè i cittadini milanesi

conoscano nelle età venture i miserandi sepolcri degli avi loro, che

il lazzaretto di San Barnaba, quasi eguale per forma e grandezza a

quel di San Gregorio, venne stabilito a Porta Ticinese. Occupava il

medesimo dieci jugeri[146] di terreno, ed aveva nel mezzo una chiesa

innalzata in fretta. Eranvi quattro condotti che, derivando l’acqua

dalle fontane, formavano quattro lavacri per lo spurgo; eranvi tettoje

per le guardie, affinchè impedissero a chiunque l’uscita, altre pei

religiosi, proposti alla cura delle anime, altre infine segregate per

coloro che, guariti, dovevano subire una quarantena prima d’uscire

liberi. I suddetti luoghi fuori del recinto: nell’interno di esso poi

si contavano 217 camere, e v’ebbero ricovero quattro mila appestati.

Un secondo lazzaretto, presso a poco egualmente ordinato, si stava

apprestando in Porta Comasina, vicino alla chiesa della Trinità, ma

non si riuscì ad ultimarlo in tempo da servirsene. Così pure alcuni

altri lazzaretti, che si preparavano con grave dispendio, rimasero

inservibili, per la violenza del morbo che irruppe repentino. Furono

però di sussidio certi vicoli, i quali, fatti sgombrare sul momento

gli abitanti, vennero isolati e muniti di guardie come altrettanti

lazzaretti. Se ne contarono quattro; uno in Porta Orientale, rimpetto

la Croce di San Rocco, in Porta Vigentina il secondo, in Porta Ticinese

il terzo, l’ultimo in Porta Comasina. Racchiudevano i medesimi molte

case, ed estendevansi fino alle mura della città.

Furono di grande uso ed opportunissimi per rinchiudervi quei fortunati,

che schivata la morte ne’ primi quaranta giorni, rimanevano altri

quaranta in essi vicoli per togliere ogni dubbio che s’ammalassero

di peste, finchè bene spurgati e sani venivano rilasciati. Quanti

uscirono vivi dai lazzaretti, rivestiti dei nuovi abiti per cura dei

caritatevoli e pii magistrati, vennero in ordinata schiera condotti a

questi più sicuri asili.

Una volta trovaronsi chiusi in quarantena fin sedici mila persone

tra malati e guariti; la prima schiera che uscì dal lazzaretto di San

Gregorio per entrare in quarantena, fu di quindici mila.

Dovere di storico mi vieta tacere delle capanne, dei sepolcri, de’

funerali e cadaveri: lugubre argomento! Le capanne degli appestati

furono 645 a Porta Nuova, 715 la Porta Vercellina, non più di 300 a

Porta Romana. Ognuna costò due zecchini oltre il compenso ai possessori

dell’occupato terreno, ai quali si resero altresì pubbliche grazie per

averli prestati al Municipio.

Le immani fosse pe’ cadaveri si scavarono in altri campi, e furono

ventiquattro oltre le più piccole, che pel gran numero de’ morti si

aprivano ogni giorno presso ciascuna porta della città.

Non si potè calcolare con esattezza il numero dei morti, perchè,

durante il furore del contagio, perirono anche gli uffiziali di

Sanità, incaricati di tenerne registro. Invano vennero sostituiti

altri ed altri, chè tutti con violenza rapiva la peste, laonde,

stringendo i bisogni e le cure, si abbandonò come men rilevante e

quasi impossibile quella degli elenchi mortuari. Nondimeno, giusta la

comune congettura, si calcolò morissero 140,000 persone. La qual cifra

ritrovai ne’ pubblici atti, dai quali ho desunte tutte le narrate

vicende. Però altre congetture e indizj dolorosi accrescono un tal

numero, coll’aggiungere i morti che vennero dai congiunti stessi

clandestinamente sepolti negli orti e nelle cantine[147].

La quale irriverenza pe’ corpi de’ defunti proveniva dal timore dei

becchini, genía non meno formidabile dello stesso contagio, giacchè,

appena posto il piede in una casa, la mandavano a soqquadro, rubando e

dilapidando ogni cosa.

Che se ambigua è tale congettura, e incerto il numero dei morti di

questo contagio, non avvi però dubbio alcuno che se durava più a lungo

il morbo, non avrebbero giovato le provvidenze del Consiglio e gli

avanzi dell’antica ricchezza per salvare i pochi superstiti cittadini.

Su tale misera condizione, i Decurioni, scrivendo allo Spinola, si

espressero colle seguenti parole:

«Milano, città devota e fedelissima alla Maestà Cattolica, fra tutte

che i confini del vasto suo impero racchiudono, era anche, prima della

peste, esausta di denaro ed oppressa dai debiti per le angustie de’

tempi. Ora poi esaurì tutte le sostanze del banco di Sant’Ambrogio;

tentò ogni sorta di prestiti e di mutui per servire a Dio, al re ed

alla patria, alimentando come fece il popolo; e sostenne spese, che

lo stesso invittissimo imperatore Carlo V dichiarò spettare al regio

fisco».

Io temerei di recar noia ai lettori se venissi esponendo ad una ad

una tutte le provvidenze dei magistrati per salvare dall’eccidio la

patria; ma d’altronde ho per sacro dovere di nulla ommettere di quanto

fecero que’ sapientissimi uomini in codesta luttuosa epoca. Imperocchè

i decreti che promulgarono per le singole emergenze, andranno forse

dispersi o consunti negli anni avvenire, come accader suole di fogli

staccati e leggieri. E invece queste mie storiche carte, quand’anche

non durassero eterne, avranno il vantaggio di poter essere nuovamente

riprodotte.

Però non è mia intenzione citare testualmente i decreti, ma soltanto il

sunto de’ medesimi, che furono i seguenti.

Ordinarono di fortificare e custodire i villaggi e i borghi tutti del

contado milanese, affinchè gli abitanti non ne uscissero e fosse tolta

ogni comunicazione fra loro. Ingiunsero poi specialmente di tener

d’occhio le terre e i castelli soggetti ad estera giurisdizione, perchè

i forastieri non s’introducessero in Milano.

Ordinarono che ogni giorno si notificasse al Tribunale di Sanità

l’elenco dei malati e le case contaminate di peste, ovvero sospette.

Ai medici, chirurgi, ed a quanto occorreva per gli appestati, si

provvide col pubblico denaro.

Fu proibito tener bachi da seta a motivo del lezzo de’ loro

escrementi[148]; tolto ogni traffico d’abiti e di cenci, per il

pericolo quasi inevitabile di attaccare con essi il contagio. Anche

i mercati si sospesero, meno quel di Lecco, che fu permesso con certe

prescrizioni.

Richiamarono in città i capi di famiglia che a poco a poco erano quasi

tutti emigrati nelle ville per timore del morbo.

Proibirono nuovi affitti di case, perchè gli inquilini, col trasportare

le suppellettili già per avventura infette, non recassero il male nelle

altrui abitazioni.

E siccome cresceva ogni dì la pertinacia e la leggerezza della plebe,

che negava dar fede alla peste e perseguitava coloro che, affermando

essere già penetrata fra noi, suggerivano gli opportuni rimedj, così

i magistrati, di concerto col governatore, che allora trovavasi per la

guerra a Carmagnola, cercarono tenerla in freno con minacce e gastighi.

Facendosi poi sempre più intollerabile l’aggravio di alimentare quella

famelica e riottosa plebe, nè bastando i granai per distribuire ogni

giorno pane di frumento, decretarono: Si adoperasse anche miglio e

panico, ed i pani fossero di minor peso, giacchè la scarsezza di denaro

rendeva necessaria ogni possibile economia.

Fu innoltrata una supplica al re che volesse condonare alla città le

gabelle, i pesi e quant’altro spettava al fisco, in vista dei pesi

giornalieri e delle tante morti, a tenore di quanto erasi accordato

nell’antecedente pestilenza.

Studiando tutti i modi possibili per raccogliere denaro e grano, fu

decretato: Che chiunque introduceva frumento o prestava denaro alla

città, avrebbe sulla somma un interesse del sette per cento. Venne

anche lasciato in arbitrio del venditore di convertire il prezzo del

frumento in una rendita annuale. Ai rivenditori al minuto, rigattieri,

droghieri, salsamentari, mercanti di legna e carbone, i quali o non

tenessero ben fornite le botteghe, ovvero accrescessero il prezzo dei

generi, fu imposta una multa di cinquecento zecchini ed anche più, ad

arbitrio dei Decurioni.

Si spedì ordine nei borghi e villaggi entro la periferia di dieci

miglia da Milano, perchè i contadini serbassero diligentemente la

paglia necessaria per le capanne, avendo cura nel mietere di tagliare

le spiche lunghe abbastanza perchè fossero servibili a tal uso.

Alcuni nobili vennero incaricati d’una visita nelle singole case

e famiglie di Milano, registrandone le sostanze, i traffici, il

numero, l’età degli inquilini, e quanti ne fossero già morti di peste

o trasportati nel Lazzaretto. E tutto ciò allo scopo di evitare

frodi ed errori nella distribuzione dei pubblici soccorsi e delle

elemosine[149].

Vennero ammoniti i poveri, che, incominciando a rallentare il contagio,

ognuno pensasse a ripigliare l’arte sua, invece di poltrire nell’ozio,

vivendo della carità pubblica a danno della città, la quale, ormai

ridotta alle ultime angustie, si rovinava senza poter saziare la fame

di tutti. Ciò fu pubblicato per incutere timore e introdurre qualche

disciplina in quella sfrenata moltitudine; del resto si provvide fino

all’ultimo con elargizioni ogni qualvolta l’indigenza non proveniva da

infingardaggine. Si stabilirono forti pene pei mendichi e vagabondi,

intimando ai nostri che fra due giorni si raccogliessero all’ospitale

di Sant’Ambrogio, ai forastieri, che, se entro quattro giorni non

sgombravano dallo Stato, verrebbero frustati o condannati al remo,

secondo l’età ed il sesso.

Si raffrenò più severamente la baldanza dei monatti e delle monatte,

appiccando per la gola e lasciando appesi alle forche quelli tra loro

che rubassero nelle case, occultassero, o nascondessero sotterra i

furti, ovvero non li denunziassero ai magistrati.

A me pure diventa gravoso il riferire tali cose, e l’animo mio è

oppresso dalla noja, contro la quale m’era a malincuore premunito,

allorchè impresi di fare un sunto delle gride e dei decreti. Ormai il

tedio rende languido lo stile e mi fa cadere di mano la penna, sicchè

compendierò in brevissime parole quanto mi rimane a dire.

I pericoli, gl’infortunj, le umane frodi, i casi dubbiosi, i

provvedimenti e i rimedj che vennero adoperati durante il contagio

in tanti pubblici guai e necessità, si rinvengono nei registri della

città, cioè nei decreti, avvisi, lettere, consulti, largizioni,

provvidenze del Consiglio generale tanto per vincere con umani mezzi e

col divino ajuto la peste, quanto per alimentare la plebe e infrenare

la licenza ed i delitti de’ malvagi. Lo zelo dei nostri magistrati

rifulse mentre inferociva il male, e divenne vieppiù attivo allorchè

questo cominciò a cedere. Ne fanno prova gli editti posteriori

all’agosto 1630, nei quali traspare la speranza di salvezza, congiunta

alla premura di non mostrarsi ingrati coll’indolenza alla misericordia

divina, che poneva fine al tremendo flagello.

I pubblici atti furono dati in luce dal segretario Chiesa, figlio

del segretario Jacobo, che lasciò un giornale da lui compilato. Ora

riferirò gli atti del Tribunale di Sanità, che rinvenni ne’ suoi

archivj, e che si pubblicarono congiuntamente o in pari tempo de’

sopraccennati.

La peste di Milano del 1630 · 第 71 / 107 题