Nel 1630 quasi tutta l’Europa era involta in
queste tenebre superstiziose.
VERRI. _Della Tortura, pag. 212_.
Dunque codesta triste e dolorosa storia delle unzioni si risolve in una
patente ingiustizia imputabile soltanto alla crudeltà ed ignoranza dei
Senatori? Prima di venire a siffatta conclusione, che sparge di tanta
infamia la memoria loro, permettete che aggiunga alcuni riflessi.
Che dall’aprile all’ottobre 1630 siansi trovate più volte unte
le pareti in varj luoghi di Milano, sembra indubitato, giacchè lo
affermano e tutti gli autori contemporanei testimonj oculari, e le
gride con tale unanimità, che il negarlo sarebbe un andar contro al
criterio storico. Ma d’onde e perchè queste unzioni? Ecco il mistero.
Dissero taluni che fu una burla di chi voleva ridere a spese della
pubblica credulità, e ciò potrebbe accordarsi ove si fosse unto una
o due volte, ma considerando la generale credenza nei veneficj di
simili unzioni, il furore popolare e la morte sicura per legge cui
affrontavasi, non è credibile che vi fossero ripetutamente uomini tanto
disennati da mettere a repentaglio la vita per cavarsi il capriccio
d’una semplice burla. Dunque? Io non sarei alieno dal credere che
alcuni del volgo, e specialmente monatti ed altri addetti al servizio
sanitario, persuasi come lo erano tutti a quell’epoca che vi fosse la
peste manufatta, cioè unguenti e veleni atti a spargerla, combinassero
chi sa quale miscuglio di schifosi ingredienti, imbrattandone le
muraglie. E ciò allo scopo di vieppiù propagare il contagio che offriva
loro insoliti e spropositati guadagni, e intera libertà di darsi in
preda a gozzoviglie e sfoghi brutali.
È storico che questa vile genìa di furfanti s’adoperava per spargere
la peste; i seguenti passi del Tadino, per non eccedere in soverchie
citazioni, lo provano senza contrasto.
_Gli monatti ed apparitori vedendosi la grande libertà et vtile
del guadagno per li furti che faceuano, a bella posta lasciauano la
notte per malitia cascare dalli carra delle robbe infette, et per la
ingordigia della robba, la meschina gente alla mattina gli portauano
alle loro case per tempo; d’indi à puoco s’infettauano, per lo che
cresceua l’vtile à questa canaglia de monatti et apparitori, atteso che
da loro in poi nissuno ardiua entrare nelle case de gli infetti, sì che
haueuano buona occasione di rubbare._ (Pag. 102.)
_Dependeua ancora in buona parte questo danno_ (dell’aria
infettata) _dalla malitia dei monatti, li quali mirando il suo fine
dell’interesse, acciò durasse longo tempo la loro fiera del guadagno;
essendo bene pagati, oltre li furti che di continuo faceuano, lasciando
alla notte cascare dalli carri di questa sorte di robbe infette, per
le contrate, per li cantoni, li quali non conducendosi al Lazaretto
destinato a questo effetto, per l’ingordigia veneuano rubbate dalli
passagieri, per causa delle quali restauano molte persone tocche della
peste in breue spatio di tempo, oltre che molti strazzi, et simile
sorte di robbe putrefatte restauano sopra il corso Marino, et iui
conueniua abbruggiarli per la loro pigritia et malitia di non condurgli
al luogo destinato, et causauano fetori et pericoli grandissimi di
nuouo contagio dell’aria. Fu ancora prouisto che sotto pena della
forca, li monatti tenessero nette le contrate, ec._ (Pag. 127.)
Se tanto interesse avevano costoro a diffondere il contagio, non si
potrebbe inferirne che ricorressero altresì alle unzioni qual mezzo
infallibile, secondo la credenza generale, a riuscire nel scellerato
loro progetto? Del resto è una mera congettura storica che sottopongo
al vostro giudizio, o lettori.
Molto fu scritto sul Processo del Mora, del Piazza e degli altri
untori, e compiangendo questi infelici, periti fra i barbari supplizj,
si gridò altamente contro l’ignoranza, la mala fede e la crudeltà dei
giudici che li condannarono.
Io non voglio mettere in dubbio l’innocenza de’ primi, nè giustificare
compiutamente l’operato de’ secondi, ma ritengo per intima persuasione,
derivata da paziente e minuto esame di questo fatto storico, che,
incolpando i senatori, non siasi fatto abbastanza ragione all’epoca in
cui essi vivevano.
Pietro Verri, educato alle dottrine filosofiche, nemico de’ vecchi
pregiudizj e abusi, che s’adoperò con zelo indefesso per isradicarli
a vantaggio della sua Milano, tanto a lui cara, fu il primo a
disseppellire l’obbliato Processo degli Untori. Che egli, amicissimo di
Beccaria, lo coadjuvasse nel santo ufficio di far abolire la tortura
che il secolo illuminato e i raddolciti costumi ormai tollerare non
potevano, è naturale. Quindi nelle _Osservazioni sulla Tortura_,
abbandonandosi agli impulsi del cuore, con quel suo stile vibrato e
immaginoso, sviscerò, se permettete la frase, il Processo degli Untori,
fulminandone i giudici, per dimostrare vittoriosamente l’assurdità e la
scelleratezza della tortura, quale mezzo per iscoprire i delitti.
Ma noi, che nessuno scopo muove fuorchè la scoperta del vero, badiamo a
non confondere la commiserazione col freddo ed imparziale esame voluto
dalla critica storica.
La credenza negli untori era, come abbiamo veduto, generale dagli
infimi del popolo, ai sommi magistrati, ai medici, al clero, data
appena qualche rarissima eccezione. Di più tenevasi per certo che vi
fosse un Gran Capo, il quale, con ogni sorta di mezzi, non escluso
l’ajuto del demonio, dirigesse tutta la macchinazione a danno della
pubblica salute. Gli animi erano trepidanti per quel misterioso
pericolo, contro cui non sapevasi immaginare difesa; e accresceva
tale febbrile inquietudine la esaltazione di mente che sempre domina
nelle grandi calamità, mantenuta dal pensiero continuo della morte,
che fa obbliare agli uomini le solite cure, e rallenta tutti i vincoli
sociali. In questo stato di cose vengono accusati il Piazza e Giacomo
Mora, il quale impacciavasi anche di flebotomìa e un poco di medicina,
come solevano i barbieri d’allora, e come fanno anche oggidì in molti
paesi d’Europa. Nella visita fatta in casa sua si rinvengono impiastri,
olj, unguenti in buon numero (_Processo, pag._ 50 e seg.) fra i quali
alcuni preservativi contro la peste. Arrestate altre persone di dubbia
fama, trovansi anche presso di loro unguenti che si prestavano a
vicenda per guarire dalla lue venerea ond’erano sporchi. I giudici
credono avere scoperto il filo della congiura, e li sottopongono
alla prova della tortura, che a quei tempi nessuno per sogno credeva
ingiusta e barbara. Gli infelici, senza badare alle terribili
conseguenze delle loro confessioni, per sottrarsi allo strazio
presente, come è istinto nell’uomo, dissero quanto loro suggeriva il
dolore, inventando fatti, esagerando azioni per sè indifferenti; quindi
confermarono sempre più la opinione preconcepita dai giudici. E siccome
questi instavano perchè nominassero il capo, si denunziò il Padilla
figlio del comandante del castello. Forse era desso l’unica persona
d’importanza da loro conosciuta, e tale da rendere credibile l’accusa,
fors’anche fu per vendetta di servigj mal ricompensati dallo spagnuolo.
Il quale, affetto egli pure da lue venerea, come pare indichi il
Processo (vedi specialmente pag. 329), aveva forse avuto relazione con
alcuno degli accusati per rimedj, o peggio.
Allora i giudici credettero aver rinvenuto gli untori ed il loro capo,
e con maggior fervore continuarono il processo, che a molti infelici
sgraziatamente costò la vita. Ma chi erano questi giudici che li
condannarono a morire tra le più orribili carnificine? Uomini distinti
per nobiltà, per sapere, per impieghi, che, durante la carestia e la
peste, si adoperarono con zelo non comune a vantaggio della patria,
uomini, che, nel generale scompiglio, rimasero fermi ai loro posti,
ingegnandosi con ogni mezzo di alleviare i danni del contagio, di cui
parecchi, come il Monti, presidente della Sanità, morirono vittima.
Ora librate in eque lancie le circostanze tutte che ho esposte, la
condanna degli untori è ella da rimproverarsi all’animo perverso
ed alla ignoranza dei giudici, o sì veramente alla triste e quasi
inevitabile conseguenza della superstizione de’ tempi? A voi, lettori,
lo spassionato giudizio!