_DIFESA_ DI GIOVANNI DE PADILLA
Il Padilla, incarcerato, confutò gli accusatori
suoi, i luoghi, l’epoca, provando all’evidenza
essere egli a que’ giorni assente da Milano, e
non avere conosciuti nè mai veduti costoro.
RIPAM., _Lib. II_, pag. 78.
Il Processo degli Untori, come dissi (pag. 67), non era conosciuto
che per metà, vale a dire, la sola _Pars offensiva_. L’altra, cioè
la Difesa del Padilla, e che include altresì le giustificazioni
de’ principali accusati, sapevasi esistere, ma a pochi, o forse a
nessuno, era riuscito trovarla. Sia che durante il Processo ne fosse
stampato un solo esemplare per senatore, come taluni pretenderebbero,
sia piuttosto che si perdesse coll’andar del tempo un libro di cui
nessuno occupavasi, fatto sta che divenne rarissimo. Verri di certo
non lo conobbe, perchè se ne sarebbe moltissimo giovato nelle sue
_Osservazioni_, e d’altronde il Processo manoscritto, postillato di
sua mano, esistente tra le carte di lui, contiene la sola prima parte.
Tutti gli altri che scrissero dappoi su gli Untori notarono che il
Padilla venne assolto, e nulla più.
Ora, essendomi riuscito di avere in mano un esemplare dell’intero
Processo, trovai che la Difesa racchiude fatti di somma importanza,
e schiarisce molti dubbj, in guisa da spargere viva luce su questo
compassionevole e misterioso dramma. Risolsi quindi di aggiungere al
Ripamonti codesto nuovo Documento istorico, pubblicandolo non già
per intero, perchè altrettanto voluminoso e prolisso come la Parte
offensiva, ma bensì offrirne un sunto. Non era però sì agevole il
compilarlo, stante che i costituti dal 24 luglio 1631 al 12 agosto
1632, altro non sono che un ammasso di testimonianze in favore del
Padilla senz’alcun ordine. A misura che egli e i suoi difensori
trovavano prove o testimonj contro alcuno de’ capi d’accusa, li
presentavano al Senato, cosichè tutte le giustificazioni trovansi
sparpagliate dal principio al fine del Processo.
Io tenterò darvene un saggio, o lettori, con una succinta ed ordinata
esposizione, nella quale, a maggior schiarimento, inserii in corsivo
varj brani del Processo medesimo, che ha per titolo:
DEFENSIONES D. JOANNIS GAYTANI DE PADILLA
EQUITIS SANCTI JACOBI A SPATA
DUCIS EQUITIS PRO S. M.
IN DOMINIO MEDIOLANI.
D. Francesco de Padilla, governatore del castello di Milano nel 1630,
era un vecchio, religioso, altiero, esatto ne’ proprj doveri fino
alla pedanteria; un vero tipo dei cavalieri spagnuoli, _inimicissimo
di Francesi, Veneziani e di gente forastiera come il diavolo con la
croce_. Appartenente ad una delle nobilissime famiglie di Spagna, non
gli mancavano al certo protettori, dacchè i Padilla coprivano le più
cospicue cariche: troviamo un Sancio Padilla, governatore del castello
di Milano, il quale resse lo Stato provvisoriamente dal 1580 al 1583,
dalla morte cioè del marchese d’Ayamonte alla venuta del duca di
Terranova; e un Martino, che era Adelantado Mayor di Castiglia.
Entrato da giovine nella carriera militare, fu nominato cavaliere di
San Jago nel 1583 da Filippo II, _que està en el Cielo!_ Nel 1590 venne
eletto capitano nel presidio del nostro castello. Sul principio del
secolo passò a guerreggiare in Francia, e ne buscò onori e pensioni
non poche. Nel 1609 fu eletto membro del Consiglio Segreto a Milano e
capitano generale dell’artiglieria dello Stato di Milano, e finalmente
il re, con decreto dato dall’Escuriale il 29 agosto 1620, _le hace
merced del cargo de Castillano de Milan_.
Durante l’assenza dello Spinola sotto Casale, era vice governatore
dell’armi, e grande fiducia avevasi in lui, dacchè appunto nel 1630
_haueva sotto la sua custodia in castello circa doi miglioni de’ reali
da otto, et di pasta d’argento tali quali vengono dalle Indie. Detto
tesoro staua sotto tre chiavi una de’ quali l’hauesse a tenere il
sig. Castellano, l’altra il Presidente del Magistrato e la terza il
Tesoriere generale_.
Scrupolosissimo de’ proprj doveri, scoppiata la peste, custodì il
castello con tutta diligenza, chiudendo la porta verso la città, e
mettendo guardie a quella del soccorso. Niuno entrava od usciva senza
bolletta e saputa di lui, _che assisteua in persona benchè piovesse et
facesse qualsivoglia mal tempo: e così mentre lui visse non successero
in castello doi casi dechiarati di peste_. Ed era savio e necessario
rigore: infatti _la mattina o sera seguente alla sua morte, il signor
Tenente fece aprire la porta che viene alla città, et serrar quella del
soccorso, et allargò la mano nel lasciar uscire li soldati; sicchè fu
portata la peste in castello, in modo che ne morsero più de’ quaranta,
o quarantacinque persone_.
D. Francesco aveva varj figli ed uno di nome Giovanni, che sfuggì
all’obblio per essere stato accusato qual capo degli Untori.
D. Giovanni Padilla, soldato come il padre, fu nominato nel 1620
capitano d’infanteria, passò in seguito in cavalleria, avendogli il
duca di Feria data a comandare una compagnia di lance, e si trovava
coll’esercito sotto Casale all’epoca della peste. Bello della persona,
esperto cavallerizzo e schermitore valoroso, il Padilla era _bizzarro
et peccava piutosto di troppa bravura che di poltroneria. Il giorno di
S. Giovanni venne alle mani con alcuni francesi che erano sortiti di
Casale, et andò a risigo di restar prigione perchè l’afferrorono in un
braccio, ma se li ruppe la manica sicchè si liberò; avendo date molte
coltellate all’inimici seguitandoli fino al castello_.
Il nostro valoroso, che metteva a repentaglio così spensieratamente
la vita, era ben lungi dall’immaginare che il Senato avesse emanato un
ordine d’arresto contro di lui come capo degli Untori.
Il Processo frattanto andava per le spiccie, e uscì la fulminante
sentenza del 27 luglio. A tale annunzio il castellano tremò per suo
figlio. _Hauendo inteso che per giustizia si doveva far morire un certo
Barbiero et un certo commissario della Sanità e che la detentione del
signor D. Giovanni suo figliuolo era causata perchè questi lo hauessero
aggravato in cosa toccante la riputazione_, ordinò al suo luogotenente,
D. Francesco di Bargas che, insieme col segretario Diego Patigna,
andasse dal presidente della Sanità, Monti, per pregarlo _a far
sospendere l’esecuzione della sentenza, finchè detti tali s’hauessero
potuto confrontare con detto signor D. Giovanni per giustificare la
causa; altrimenti per tutto quello che poteva occorrere per alcun tempo
a venire li protestava l’ingiustizia_. Andarono i due il dopo pranzo
del 31 luglio, e trovarono il Monti in _casa sua in una sala abasso. Il
quale subito si retirò in studio, et gli feci l’imbasciata. Rispose che
non era lui il giudice della causa, ma che toccava al Senato, et però
ne douessi parlare al signor Presidente_.
Il quale, udita che ebbe l’inchiesta del castellano, diede per risposta
_che l’esecutione della sentenza non si poteva soprasedere, se non per
ordine del patrone supremo o dal signor Governatore perchè il popolo
reclamava[120]. Ma_, soggiunse, _che il detto de’ due vigliacchi non
poteua macchiare la reputazione d’un cavagliere della qualità del
signor D. Giovanni, et che però Sua Signoria Illustrissima non si
douesse pigliar fastidio_.
Però il vecchio e altiero spagnuolo, prevedendo le conseguenze del
rifiuto, se ne pigliò invece grandissimo fastidio. _Restò mortificato;
la qual mortificazione fu tale che fra pochi giorni se ne morse._
Mentre ciò accadeva a Milano, un bel giorno arrivò al campo, col
mandato d’arresto, l’auditore di Sanità Gaspare Alfieri, lo stesso che
aveva esaminati il Mora ed il Piazza. Il marchese Manfrino Castiglioni,
commissario generale, intimò al Padilla, per ordine di S. E., che si
costituisse prigione nel castello di Pomate. _Et esso sig. D. Giovanni
con ogni prontezza se ne andò di longo al castello; ma prima senza
che alcuno glielo dimandasse, si levò dalle calci una borsa senza
quattrini, con dentro una reliquia et un’altra con dentro alcune
lettere che erano d’amore e scritti alla francesa o fosse piemontesa_,
e le consegnò al Castiglioni, che gettolle al fuoco.
L’Alfieri fece una minuta perquisizione delle sue robe, ma senza
trovare nulla di sospetto e nemmeno denari, giacchè il nostro D.
Giovanni, quantunque facesse debiti allegramente, _non haueua mai un
soldo_.
Dopo essere rimasto qualche tempo nel castello di Pomate, venne
condotto in quello di Pizzighettone, dove era libero sulla data parola
di girare nel recinto. Spensierato ma leale, non pensava nemmen per
sogno violarla, e fermavasi sul limitare del castello ogni qualvolta
accompagnava gli amici che lo visitavano. E tanta fiducia avevasi in
lui che morto il comandante di Pizzighettone, egli ne fe’ le veci sino
all’arrivo del successore.
Alfine, dopo parecchi mesi, giunse l’ordine del Senato di tradurlo a
Milano. Il capitano D. Cristoforo Caviglia andò a pigliarlo da Codogno,
e, cavalcando uniti da buoni amici, giunsero a Milano la sera del 9
gennajo 1631. L’ordine portava di consegnare il Padilla al giudice
della causa, ma il Caviglia, che da vero soldato nulla sapeva nè di
giudici nè di uffizj, mandò uno de’ suoi uomini a prender lingua,
e intanto coll’amico si mise a passeggiare su e giù nella chiesa di
Sant’Antonio, non discosta dal Palazzo di Giustizia. Il messo tornò,
dicendo aver trovate chiuse le porte, ed il Caviglia, stanco della
lunga cavalcata, s’avviava per dormire all’albergo. Se non che D.
Giovanni, colla puntigliosa esattezza d’un castigliano, rispose che
_voleua andare consegnarsi prigione_.
E quasi non vi riuscì, perocchè il custode del Capitano di Giustizia,
non avendo ordini, gli diede per grazia una camera. La mattina
vegnente, messo in prigione in tutte le regole, fu interrogato, ma
siccome, cessata omai la peste, e con essa lo spavento degli untori,
le cose avevano ripresa l’ordinaria lentezza, soltanto il 9 maggio _il
Senato decretò che si procederebbe contro l’inquisito come reo d’aver
fabbricati e sparsi gli unti in Milano_.
Il 24 luglio cominciò il Padilla a produrre le sue giustificazioni per
testimonj, e continuò più d’un anno, dovendo far esaminare parecchi
soldati della sua compagnia, i quali si trovavano nelle Fiandre; stante
le difficili e scarse comunicazioni a quei tempi, vi volevano mesi per
avere le risposte.
Il Padilla provò con un gran numero di testimonj di non avere
abbandonato il campo per recarsi a Milano che una sola volta nella
quaresima, dando minuto conto delle poche ore che rimase con suo
padre. Deposero in favor suo soldati, uffiziali d’ogni grado, e lo
stesso governatore Spinola. Il commissario generale della cavalleria
Montera disse: _Se bisognasse entrare in un fuoco per mantenere questa
verità, purchè li miei peccati non resistessero, io v’entrerei sicuro
di riuscirne salvo_. E il tenente Pojetta: _Dio perdoni a chi ha fatto
male a questo cavagliere, perche sibbene io ho ricevuto male da lui,
perche m’ha levata la tenenza sua al torto, non posso di manco, che
non dica la verità che questo cavagliere non è mai mancato in tutta
la campagna fuorche questo mercordì santo ed il giorno di S. Pietro_.
Inoltre l’accusato provò come durante il mese di giugno, essendo
straripate le acque del Tanaro, della Sesia e del Ticino, e chiusi
tutti i passi a motivo della peste, egli era nell’impossibilità di
venire inosservato dal suo campo, lontano novanta miglia, a Milano,
come l’avevano accusato il Mora e gli altri.
Quanto all’accusa di essere capo degli untori, egli la ribattè
vittoriosamente, confrontando ad una ad una le deposizioni del Mora e
del Piazza ne fe’ risultare le incongruenze, le assurdità, le false
date, e dimostrò le loro confessioni non attendibili, _poiche oltre
all’essere tante volte spergiuri (il qual vizio non si può purgare
colla tortura se non una volta sola) inverisimili, falsi, vili, et
infami si scoprono, e nei particolari esami loro tanto varj che non
si può far certo giudizio sopra quale delle loro deposizioni debbasi
fondare il fisco. E per le quali contrarietà tanto manifeste che
risultauano e risultano dal detto processo era pur necessario, essendo
l’accusato in prigione far qualche confronto tra il sudetto, il Mora
e gli altri perche di tanto delitto si potesse finalmente cauar la
verità. Inoltre queste confessioni estorte a furia di tormenti non
fanno prova contro li nominati, perche vedendosi questi scellerati
persi et condannati, si movono a nominare persone grandi, sperando
saluarsi mediante il studio o privilegio delli nominati, o almeno
portar in longo l’esecutione della loro condanna_.
E tolse ogni ombra di dubbio con una scrittura che troncava di
netto la questione. I difensori del Padilla avevano introdotto fra
i testimonj un capitano Gorini, il quale raccontò, che trovandosi
in prigione, mentre il Piazza era in confortatorio, l’aveva udito
altercare _con doi padri capucini; Ed io mi leuai dal letto così in
camisa, et andai all’uschio et dando orrecchio al detto contrasto
quale durò circa mezzora sentei che detto Commissario strepitaua
et diceva che moriua al torto per essere stato assassinato sotto
promessa et che perciò si voleuano far perder l’anima. Insomma li
padri capucini partirono senz’hauerlo potuto disporre a confessarsi nè
a far atto di contrizione. In quanto a me m’accorgei che lui haueva
speranza che si douesse retrattare la sua causa e agiutarlo. Partiti
che furono i capucini io mi misi li calzoni et gippone et andai dal
detto commissario, pensando far atto di carità col persuaderlo a
disporsi a ben morire in grazia di Dio come in effetto posso dire che
mi riuscii. Poiche li padri non toccarono il ponto che toccai io; qual
fu che l’accertai di non hauer mai visto ne sentito dire che il Senato
retrattasse cause simili dopo seguita la condanna. Anzi li dissi che se
hauesse trouato altrimenti mi accontentauo di morir per lui_.
Il Piazza, rassegnatosi, gli domandò come potesse sgravarsi la
coscienza di aver indebitamente aggravati innocenti, ed il Gorini gli
suggerì di rivolgersi per consiglio al cappuccino che l’assisteva.
Avuti questi dati, riuscirono a trovare l’anzidetta scrittura che
era nelle mani di un prete Francesco Gallarati Varese, coadjutore nel
1630 a San Vito in Pasquirolo, e conteneva le proteste del Mora e del
Piazza, dettate al Padre Giacinto cappuccino loro confessore la notte
prima di andare al supplizio.
«In nomine Jesu il 31 luglio 1630.
«Io Giacomo Mora, Barbiero, mi protesto, che essendo condannato a
morte, e perchè io non voglio, et protesto di non partirmi da questo
mondo con carico della mia coscienza, e perciò con la presente
scrittura, e protesta, mi dechiaro, et dico sopra la mi coscienza
che tutti quelli li quali sono stati nel processo incolpati da me per
causa degl’onti pestilentiali, li ho incolpati al torto, et questo in
quanto a me, et questo lo protesto avanti li Padri Capucini, et altri
assistenti alla cura dell’anima mia».
* * * * *
Et a basso pur nell’istesso foglio si legge un’altra scrittura, cioè:
«In nomine Jesu il 1 agosto 1630.
«Io Guglielmo Piazza Commissario mi protesto, etc.» e ripete le parole
medesime del Mora.
Rimaneva a sventarsi la deposizione del Baruello, il quale, per avere
l’impunità e sfuggire ad una morte infame _ha hauto tanto ardire da
comporre il discorso tanto inverosimile et falso; e in sei ore divenne
così letterato che seppe distinguere le voci hebraiche et latine
se bene era persona lontana da tali scienze, e solo virtuoso nelle
infamie. Inventando cerchi, proferendo nomi diabolici et adducendo
concorsi del comune inimico, et il pantalone muto ma piacevole_.
Gabriele Millione, curato di Sant’Eusebio, depose che essendo egli
lontano parente del reo, aveva ufficiato per ottenere l’impunità quando
fu condannato a morte. Raccomandatosi al fiscale Bottinoni, questi
gli disse che il Senato aveva firmata la sentenza, ma però _a sua
persuasione egli s’accontentava di procurargli da S. E. l’impunità,
et salvarlo dalla morte et da qualsivoglia altra pena da un esiglio
perpetuo in poi dallo stato di Milano_. Il fiscale fece avere il
permesso di parlare col reo al curato Millione, che _lo trovò nella
camera della corda che diceva l’uffizio, ed al vederlo esclamò. Oh
monsignore portate forsi cattiva nova? ed io li risposi pur troppo la
porto, et così li dissi come il Senato l’haueva sentenziato a morte_.
Soggiunse però che gli otterrebbe una lettera d’impunità ove si
risolvesse a dir il vero circa gli unti. E il Baruello: _faranno poi
di me come hanno fatto del commissario?_ alludendo al Piazza cui erasi
lusingato coll’impunità. Nondimeno tanto è prepotente l’amore della
vita! immaginò subito una filastrocca tale che ben sapeva andrebbe
a genio al Senato, e disse che lo avevano un giorno condotto a casa
del Mora il quale _leuata una tappezzeria l’introdusse in una gran
sala_ (nella casipola del Barbiere!) _dove vide dieci o dodici persone
assentate sopra le cadreghe fra quali vi era il signor D. Giovanni
Gaetano Padilla._
Il curato Millione per quanto gli fosse caro salvar il parente, non
potè a meno di farli osservare che ciò era assurdo: allora il meschino
rispose: _tornate domani che fratanto vi penserò_. Ma l’indomani disse
ingenuamente _che in verità non sapeua che dire_.
Pure, risoluto ad afferrare ad ogni costo quell’unico mezzo di
salvezza, immaginò la mattina seguente il suo romanzo. Se non che,
caduto pochi giorni dopo il Baruello malato di peste (pag. 76), disse,
per isgravio di coscienza, al carcerato Giacomo Palazzi, datogli per
assisterlo: _Fattemi piacere di dire al signor Podestà che tutti quelli
che ho incolpati, li ho incolpati al torto, et non è vero ch’io abbia
chiapato denari dal signor Castellano, perchè ne anche mai ho praticato
con lui. Indi a due ore che fu sul far del giorno se ne morse_.
Simili proteste fatte nelle ore estreme, quando lo spavento della morte
vicina e inevitabile, forza anche l’uomo più scellerato a palesare
intera la verità, provarono la piena innocenza dell’accusato.
Il Padilla partecipava all’erronea opinione dei tempi intorno ai
patti conchiusi col demonio, quindi egli afferma che il Migliavacca
ed il Baruello erano _stregoni o dati al diavolo, e come tali essere
verosimile che si siano mossi a far morire le persone con li onti
maleficiati per sola et pura istigatione del diavolo, quale si sforza
come ognuno sa a proccurare simili morti improvise alli uomini,
perche non s’abbino tempo, ne commodità di confessarsi et ricevere li
santissimi sacramenti, ma vadano dannati, et non già per istigatione
o persuasione d’alcun uomo vivente._ E per viemeglio provare che il
Migliavacca era uno stregone, racconta che trovandosi egli in prigione
immaginò insieme con altri di _trouar forma di liberarsi dalle carceri.
Et egli preparò un incanto per scrittura con cerchi, et caratteri
diabolici scritto, e fatto a mano con la preda lapis; e poi con penna
et inchiostro trascritto per fare che il Giudice delle loro cause,
Notaro, Guardiani, et altri non trouassero mai reposso ne di berre, ne
di dormire finche non hauessero liberato lui et altri dalle carceri, et
che non liberandoli fossero morti fra poco tempo._
Chi dava fede a simili assurdità, era difficile non credesse agli
unguenti pestiferi. E in vero risulta dal Processo che il Padilla
opinava essere i medesimi adoperati in Milano. Nondimeno, benchè
partecipasse a tale erronea ma comune credenza, addusse, per
scolparsi, testimonianze che la dimostravano assurda. Voglio dire
alcune deposizioni di medici che riferirò testualmente, perchè onorano
il nostro paese, mostrando che nel generale delirio v’erano uomini
che non lasciavansi illudere. Che se tacquero finchè cessato il
tremendo contagio si calmarono gli animi, fu perchè avrebbero esposta
inutilmente la vita senza lusinga che si desse loro retta, chè il
fanatismo non ascolta ragione.
Il medico Appiano fu uno de’ più distinti e benemeriti, come vedremo
nel Libro IV.
_Deposizione del medico G. B. Appiano
della parrocchia di S. Stefano in Broglio._
«Non solamente io ho visto la peste, ma provatala dal primo principio
et medicatola sino all’ultimo fine, sì nel Lazzaretto come per tutta
la città et tuttavia io l’ho sempre vista uniforme sì nelli mali
che apportaua come nella maniera che ammazzaua et nella prestezza
del tempo. E questo per infiniti casi veduti in quei principj nel
Lazzaretto dove tutti gli appestati o vivi o morti erano condotti,
non essendovi in quei tempi pur sospetto alcuno non che parola d’onti,
tuttavia con accidenti terribili, e repentinamente morivano molti delli
appestati.... Che se forse ne’ mesi caldi di luglio e agosto morivano
più persone più presto et con accidenti più terribili, cagione della
quantità dei morti n’era l’essere disperso per il contagio o commercio
il male per tutta la città. Delli accidenti o morti più terribili n’era
cagione il caldo, il quale quanto è maggiore tanto più fa malignare gli
umori... perciò non mi meraviglio de detti accidenti. E dopo ancora li
detti mesi caldi, et passato il sospetto dell’onto sono morti molti
con gl’istessi accidenti, con li quali morivano quando degli onti si
parlava».
E conchiude: «Onde, siccome ho detto da principio, mi pare che sempre
dal principiar di detto male sino al fine sii sempre stato et uniforme
a sè stesso et conforme a quello che viene descritto da buoni autori;
et che siano occorsi casi simili a quelli che erano riputati d’onti sì
avanti il sospetto degli onti come doppo, io ne posso fare certa e vera
testimonianza per aver prima et più d’ogni altro medicato detto male sì
nel Lazzaretto come per tutta la città».
_Deposizione del fisico collegiato Branda Borri
di Santa Maria alla Porta._
«Io ho medicato quasi tutto il tempo della peste, visitando moltissimi
ammalati et ho notato in tutto quel tempo li segni di quel male,
tanto in una persona quanto in un’altra, ch’io non seppi mai trovare,
e accertare segni o accidenti o sintomi da noi detti, i quali
mi potessero distintamente con le loro indicationi indurre a far
conseguenza che più questo o quell’ammalato morisse di peste nata
solamente da contagio, ovvero che procedesse dall’onto. E ciò l’ho
potuto molto accuratamente notare et osservare, stando che essendo io
già dalla peste infetto non visitauo altro che appestati ai quali io
toccauo il polso, et vedeuo distintamente le urine, toccandoli ancora
il male (bubboni) sì nelle persone ordinarie quanto ne’ grandi, et
anche nelle clausure delle monache. In niuno de’ quali luoghi non ho
mai potuto accertare et dire quest’è ammalato per esser onto, o per
essergli in altra maniera il morbo contagioso comunicato... L’opinione
del volgo ha sempre giudicato e tenuto piuttosto tutto il male
procedere dall’onto, la qual opinione è sempre stata lontana dal mio
sentimento. Poichè ancor ch’io non neghi che vi sii potuto essere stato
l’onto col quale si potesse comunicare l’infettione, nulladimeno io
tengo per fermo che moltissimi morissero di contagio ordinario, benchè
da loro fosse stimato venir dall’onto.
_Deposizione del chirurgo Antonio Gambaloita
a San Paolo in Compito._
Appoggiandosi al fatto che a taluni veniva prima la febbre, poi
«sopraggiungevano bubboni, antraci et carboni», ed in altri accadeva
il contrario, affermava essere il primo caso sintomo salutare, funesto
il secondo giusta Ippocrate. «Questa fu la causa, dice, che presso di
me (cioè in cuor suo) non credeuo che gli onti (se pure ve n’erano)
auessero fatti progressi alcuni... E concludo che doppo cessato il
sospetto degli onti la peste faceua l’istesso effetto, ed haueua gli
stessi accidenti come nel tempo che si parlaua degli onti».
E seguono altre testimonianze di medici affermanti essere morto egual
numero di persone anche dopo che non si parlò d’unti.
E il Padilla? era impossibile con tanto cumulo di prove che non uscisse
innocente, ed uscì, dopo due e più anni di prigionia. Ma che il Senato
lo dichiarasse tale con sentenza, ovvero gli aprisse il carcere,
mettendo, come dicevasi, in tacere le cose, è quanto ignorasi, perocchè
l’esemplare dell’intero Processo da me veduto finisce tronco. Per ora
non mi riesce di sciogliere questo dubbio, malgrado lunghe e ripetute
ricerche.