I.

_DIFESA_ DI GIOVANNI DE PADILLA

Il Padilla, incarcerato, confutò gli accusatori

suoi, i luoghi, l’epoca, provando all’evidenza

essere egli a que’ giorni assente da Milano, e

non avere conosciuti nè mai veduti costoro.

RIPAM., _Lib. II_, pag. 78.

Il Processo degli Untori, come dissi (pag. 67), non era conosciuto

che per metà, vale a dire, la sola _Pars offensiva_. L’altra, cioè

la Difesa del Padilla, e che include altresì le giustificazioni

de’ principali accusati, sapevasi esistere, ma a pochi, o forse a

nessuno, era riuscito trovarla. Sia che durante il Processo ne fosse

stampato un solo esemplare per senatore, come taluni pretenderebbero,

sia piuttosto che si perdesse coll’andar del tempo un libro di cui

nessuno occupavasi, fatto sta che divenne rarissimo. Verri di certo

non lo conobbe, perchè se ne sarebbe moltissimo giovato nelle sue

_Osservazioni_, e d’altronde il Processo manoscritto, postillato di

sua mano, esistente tra le carte di lui, contiene la sola prima parte.

Tutti gli altri che scrissero dappoi su gli Untori notarono che il

Padilla venne assolto, e nulla più.

Ora, essendomi riuscito di avere in mano un esemplare dell’intero

Processo, trovai che la Difesa racchiude fatti di somma importanza,

e schiarisce molti dubbj, in guisa da spargere viva luce su questo

compassionevole e misterioso dramma. Risolsi quindi di aggiungere al

Ripamonti codesto nuovo Documento istorico, pubblicandolo non già

per intero, perchè altrettanto voluminoso e prolisso come la Parte

offensiva, ma bensì offrirne un sunto. Non era però sì agevole il

compilarlo, stante che i costituti dal 24 luglio 1631 al 12 agosto

1632, altro non sono che un ammasso di testimonianze in favore del

Padilla senz’alcun ordine. A misura che egli e i suoi difensori

trovavano prove o testimonj contro alcuno de’ capi d’accusa, li

presentavano al Senato, cosichè tutte le giustificazioni trovansi

sparpagliate dal principio al fine del Processo.

Io tenterò darvene un saggio, o lettori, con una succinta ed ordinata

esposizione, nella quale, a maggior schiarimento, inserii in corsivo

varj brani del Processo medesimo, che ha per titolo:

DEFENSIONES D. JOANNIS GAYTANI DE PADILLA

EQUITIS SANCTI JACOBI A SPATA

DUCIS EQUITIS PRO S. M.

IN DOMINIO MEDIOLANI.

D. Francesco de Padilla, governatore del castello di Milano nel 1630,

era un vecchio, religioso, altiero, esatto ne’ proprj doveri fino

alla pedanteria; un vero tipo dei cavalieri spagnuoli, _inimicissimo

di Francesi, Veneziani e di gente forastiera come il diavolo con la

croce_. Appartenente ad una delle nobilissime famiglie di Spagna, non

gli mancavano al certo protettori, dacchè i Padilla coprivano le più

cospicue cariche: troviamo un Sancio Padilla, governatore del castello

di Milano, il quale resse lo Stato provvisoriamente dal 1580 al 1583,

dalla morte cioè del marchese d’Ayamonte alla venuta del duca di

Terranova; e un Martino, che era Adelantado Mayor di Castiglia.

Entrato da giovine nella carriera militare, fu nominato cavaliere di

San Jago nel 1583 da Filippo II, _que està en el Cielo!_ Nel 1590 venne

eletto capitano nel presidio del nostro castello. Sul principio del

secolo passò a guerreggiare in Francia, e ne buscò onori e pensioni

non poche. Nel 1609 fu eletto membro del Consiglio Segreto a Milano e

capitano generale dell’artiglieria dello Stato di Milano, e finalmente

il re, con decreto dato dall’Escuriale il 29 agosto 1620, _le hace

merced del cargo de Castillano de Milan_.

Durante l’assenza dello Spinola sotto Casale, era vice governatore

dell’armi, e grande fiducia avevasi in lui, dacchè appunto nel 1630

_haueva sotto la sua custodia in castello circa doi miglioni de’ reali

da otto, et di pasta d’argento tali quali vengono dalle Indie. Detto

tesoro staua sotto tre chiavi una de’ quali l’hauesse a tenere il

sig. Castellano, l’altra il Presidente del Magistrato e la terza il

Tesoriere generale_.

Scrupolosissimo de’ proprj doveri, scoppiata la peste, custodì il

castello con tutta diligenza, chiudendo la porta verso la città, e

mettendo guardie a quella del soccorso. Niuno entrava od usciva senza

bolletta e saputa di lui, _che assisteua in persona benchè piovesse et

facesse qualsivoglia mal tempo: e così mentre lui visse non successero

in castello doi casi dechiarati di peste_. Ed era savio e necessario

rigore: infatti _la mattina o sera seguente alla sua morte, il signor

Tenente fece aprire la porta che viene alla città, et serrar quella del

soccorso, et allargò la mano nel lasciar uscire li soldati; sicchè fu

portata la peste in castello, in modo che ne morsero più de’ quaranta,

o quarantacinque persone_.

D. Francesco aveva varj figli ed uno di nome Giovanni, che sfuggì

all’obblio per essere stato accusato qual capo degli Untori.

D. Giovanni Padilla, soldato come il padre, fu nominato nel 1620

capitano d’infanteria, passò in seguito in cavalleria, avendogli il

duca di Feria data a comandare una compagnia di lance, e si trovava

coll’esercito sotto Casale all’epoca della peste. Bello della persona,

esperto cavallerizzo e schermitore valoroso, il Padilla era _bizzarro

et peccava piutosto di troppa bravura che di poltroneria. Il giorno di

S. Giovanni venne alle mani con alcuni francesi che erano sortiti di

Casale, et andò a risigo di restar prigione perchè l’afferrorono in un

braccio, ma se li ruppe la manica sicchè si liberò; avendo date molte

coltellate all’inimici seguitandoli fino al castello_.

Il nostro valoroso, che metteva a repentaglio così spensieratamente

la vita, era ben lungi dall’immaginare che il Senato avesse emanato un

ordine d’arresto contro di lui come capo degli Untori.

Il Processo frattanto andava per le spiccie, e uscì la fulminante

sentenza del 27 luglio. A tale annunzio il castellano tremò per suo

figlio. _Hauendo inteso che per giustizia si doveva far morire un certo

Barbiero et un certo commissario della Sanità e che la detentione del

signor D. Giovanni suo figliuolo era causata perchè questi lo hauessero

aggravato in cosa toccante la riputazione_, ordinò al suo luogotenente,

D. Francesco di Bargas che, insieme col segretario Diego Patigna,

andasse dal presidente della Sanità, Monti, per pregarlo _a far

sospendere l’esecuzione della sentenza, finchè detti tali s’hauessero

potuto confrontare con detto signor D. Giovanni per giustificare la

causa; altrimenti per tutto quello che poteva occorrere per alcun tempo

a venire li protestava l’ingiustizia_. Andarono i due il dopo pranzo

del 31 luglio, e trovarono il Monti in _casa sua in una sala abasso. Il

quale subito si retirò in studio, et gli feci l’imbasciata. Rispose che

non era lui il giudice della causa, ma che toccava al Senato, et però

ne douessi parlare al signor Presidente_.

Il quale, udita che ebbe l’inchiesta del castellano, diede per risposta

_che l’esecutione della sentenza non si poteva soprasedere, se non per

ordine del patrone supremo o dal signor Governatore perchè il popolo

reclamava[120]. Ma_, soggiunse, _che il detto de’ due vigliacchi non

poteua macchiare la reputazione d’un cavagliere della qualità del

signor D. Giovanni, et che però Sua Signoria Illustrissima non si

douesse pigliar fastidio_.

Però il vecchio e altiero spagnuolo, prevedendo le conseguenze del

rifiuto, se ne pigliò invece grandissimo fastidio. _Restò mortificato;

la qual mortificazione fu tale che fra pochi giorni se ne morse._

Mentre ciò accadeva a Milano, un bel giorno arrivò al campo, col

mandato d’arresto, l’auditore di Sanità Gaspare Alfieri, lo stesso che

aveva esaminati il Mora ed il Piazza. Il marchese Manfrino Castiglioni,

commissario generale, intimò al Padilla, per ordine di S. E., che si

costituisse prigione nel castello di Pomate. _Et esso sig. D. Giovanni

con ogni prontezza se ne andò di longo al castello; ma prima senza

che alcuno glielo dimandasse, si levò dalle calci una borsa senza

quattrini, con dentro una reliquia et un’altra con dentro alcune

lettere che erano d’amore e scritti alla francesa o fosse piemontesa_,

e le consegnò al Castiglioni, che gettolle al fuoco.

L’Alfieri fece una minuta perquisizione delle sue robe, ma senza

trovare nulla di sospetto e nemmeno denari, giacchè il nostro D.

Giovanni, quantunque facesse debiti allegramente, _non haueua mai un

soldo_.

Dopo essere rimasto qualche tempo nel castello di Pomate, venne

condotto in quello di Pizzighettone, dove era libero sulla data parola

di girare nel recinto. Spensierato ma leale, non pensava nemmen per

sogno violarla, e fermavasi sul limitare del castello ogni qualvolta

accompagnava gli amici che lo visitavano. E tanta fiducia avevasi in

lui che morto il comandante di Pizzighettone, egli ne fe’ le veci sino

all’arrivo del successore.

Alfine, dopo parecchi mesi, giunse l’ordine del Senato di tradurlo a

Milano. Il capitano D. Cristoforo Caviglia andò a pigliarlo da Codogno,

e, cavalcando uniti da buoni amici, giunsero a Milano la sera del 9

gennajo 1631. L’ordine portava di consegnare il Padilla al giudice

della causa, ma il Caviglia, che da vero soldato nulla sapeva nè di

giudici nè di uffizj, mandò uno de’ suoi uomini a prender lingua,

e intanto coll’amico si mise a passeggiare su e giù nella chiesa di

Sant’Antonio, non discosta dal Palazzo di Giustizia. Il messo tornò,

dicendo aver trovate chiuse le porte, ed il Caviglia, stanco della

lunga cavalcata, s’avviava per dormire all’albergo. Se non che D.

Giovanni, colla puntigliosa esattezza d’un castigliano, rispose che

_voleua andare consegnarsi prigione_.

E quasi non vi riuscì, perocchè il custode del Capitano di Giustizia,

non avendo ordini, gli diede per grazia una camera. La mattina

vegnente, messo in prigione in tutte le regole, fu interrogato, ma

siccome, cessata omai la peste, e con essa lo spavento degli untori,

le cose avevano ripresa l’ordinaria lentezza, soltanto il 9 maggio _il

Senato decretò che si procederebbe contro l’inquisito come reo d’aver

fabbricati e sparsi gli unti in Milano_.

Il 24 luglio cominciò il Padilla a produrre le sue giustificazioni per

testimonj, e continuò più d’un anno, dovendo far esaminare parecchi

soldati della sua compagnia, i quali si trovavano nelle Fiandre; stante

le difficili e scarse comunicazioni a quei tempi, vi volevano mesi per

avere le risposte.

Il Padilla provò con un gran numero di testimonj di non avere

abbandonato il campo per recarsi a Milano che una sola volta nella

quaresima, dando minuto conto delle poche ore che rimase con suo

padre. Deposero in favor suo soldati, uffiziali d’ogni grado, e lo

stesso governatore Spinola. Il commissario generale della cavalleria

Montera disse: _Se bisognasse entrare in un fuoco per mantenere questa

verità, purchè li miei peccati non resistessero, io v’entrerei sicuro

di riuscirne salvo_. E il tenente Pojetta: _Dio perdoni a chi ha fatto

male a questo cavagliere, perche sibbene io ho ricevuto male da lui,

perche m’ha levata la tenenza sua al torto, non posso di manco, che

non dica la verità che questo cavagliere non è mai mancato in tutta

la campagna fuorche questo mercordì santo ed il giorno di S. Pietro_.

Inoltre l’accusato provò come durante il mese di giugno, essendo

straripate le acque del Tanaro, della Sesia e del Ticino, e chiusi

tutti i passi a motivo della peste, egli era nell’impossibilità di

venire inosservato dal suo campo, lontano novanta miglia, a Milano,

come l’avevano accusato il Mora e gli altri.

Quanto all’accusa di essere capo degli untori, egli la ribattè

vittoriosamente, confrontando ad una ad una le deposizioni del Mora e

del Piazza ne fe’ risultare le incongruenze, le assurdità, le false

date, e dimostrò le loro confessioni non attendibili, _poiche oltre

all’essere tante volte spergiuri (il qual vizio non si può purgare

colla tortura se non una volta sola) inverisimili, falsi, vili, et

infami si scoprono, e nei particolari esami loro tanto varj che non

si può far certo giudizio sopra quale delle loro deposizioni debbasi

fondare il fisco. E per le quali contrarietà tanto manifeste che

risultauano e risultano dal detto processo era pur necessario, essendo

l’accusato in prigione far qualche confronto tra il sudetto, il Mora

e gli altri perche di tanto delitto si potesse finalmente cauar la

verità. Inoltre queste confessioni estorte a furia di tormenti non

fanno prova contro li nominati, perche vedendosi questi scellerati

persi et condannati, si movono a nominare persone grandi, sperando

saluarsi mediante il studio o privilegio delli nominati, o almeno

portar in longo l’esecutione della loro condanna_.

E tolse ogni ombra di dubbio con una scrittura che troncava di

netto la questione. I difensori del Padilla avevano introdotto fra

i testimonj un capitano Gorini, il quale raccontò, che trovandosi

in prigione, mentre il Piazza era in confortatorio, l’aveva udito

altercare _con doi padri capucini; Ed io mi leuai dal letto così in

camisa, et andai all’uschio et dando orrecchio al detto contrasto

quale durò circa mezzora sentei che detto Commissario strepitaua

et diceva che moriua al torto per essere stato assassinato sotto

promessa et che perciò si voleuano far perder l’anima. Insomma li

padri capucini partirono senz’hauerlo potuto disporre a confessarsi nè

a far atto di contrizione. In quanto a me m’accorgei che lui haueva

speranza che si douesse retrattare la sua causa e agiutarlo. Partiti

che furono i capucini io mi misi li calzoni et gippone et andai dal

detto commissario, pensando far atto di carità col persuaderlo a

disporsi a ben morire in grazia di Dio come in effetto posso dire che

mi riuscii. Poiche li padri non toccarono il ponto che toccai io; qual

fu che l’accertai di non hauer mai visto ne sentito dire che il Senato

retrattasse cause simili dopo seguita la condanna. Anzi li dissi che se

hauesse trouato altrimenti mi accontentauo di morir per lui_.

Il Piazza, rassegnatosi, gli domandò come potesse sgravarsi la

coscienza di aver indebitamente aggravati innocenti, ed il Gorini gli

suggerì di rivolgersi per consiglio al cappuccino che l’assisteva.

Avuti questi dati, riuscirono a trovare l’anzidetta scrittura che

era nelle mani di un prete Francesco Gallarati Varese, coadjutore nel

1630 a San Vito in Pasquirolo, e conteneva le proteste del Mora e del

Piazza, dettate al Padre Giacinto cappuccino loro confessore la notte

prima di andare al supplizio.

«In nomine Jesu il 31 luglio 1630.

«Io Giacomo Mora, Barbiero, mi protesto, che essendo condannato a

morte, e perchè io non voglio, et protesto di non partirmi da questo

mondo con carico della mia coscienza, e perciò con la presente

scrittura, e protesta, mi dechiaro, et dico sopra la mi coscienza

che tutti quelli li quali sono stati nel processo incolpati da me per

causa degl’onti pestilentiali, li ho incolpati al torto, et questo in

quanto a me, et questo lo protesto avanti li Padri Capucini, et altri

assistenti alla cura dell’anima mia».

* * * * *

Et a basso pur nell’istesso foglio si legge un’altra scrittura, cioè:

«In nomine Jesu il 1 agosto 1630.

«Io Guglielmo Piazza Commissario mi protesto, etc.» e ripete le parole

medesime del Mora.

Rimaneva a sventarsi la deposizione del Baruello, il quale, per avere

l’impunità e sfuggire ad una morte infame _ha hauto tanto ardire da

comporre il discorso tanto inverosimile et falso; e in sei ore divenne

così letterato che seppe distinguere le voci hebraiche et latine

se bene era persona lontana da tali scienze, e solo virtuoso nelle

infamie. Inventando cerchi, proferendo nomi diabolici et adducendo

concorsi del comune inimico, et il pantalone muto ma piacevole_.

Gabriele Millione, curato di Sant’Eusebio, depose che essendo egli

lontano parente del reo, aveva ufficiato per ottenere l’impunità quando

fu condannato a morte. Raccomandatosi al fiscale Bottinoni, questi

gli disse che il Senato aveva firmata la sentenza, ma però _a sua

persuasione egli s’accontentava di procurargli da S. E. l’impunità,

et salvarlo dalla morte et da qualsivoglia altra pena da un esiglio

perpetuo in poi dallo stato di Milano_. Il fiscale fece avere il

permesso di parlare col reo al curato Millione, che _lo trovò nella

camera della corda che diceva l’uffizio, ed al vederlo esclamò. Oh

monsignore portate forsi cattiva nova? ed io li risposi pur troppo la

porto, et così li dissi come il Senato l’haueva sentenziato a morte_.

Soggiunse però che gli otterrebbe una lettera d’impunità ove si

risolvesse a dir il vero circa gli unti. E il Baruello: _faranno poi

di me come hanno fatto del commissario?_ alludendo al Piazza cui erasi

lusingato coll’impunità. Nondimeno tanto è prepotente l’amore della

vita! immaginò subito una filastrocca tale che ben sapeva andrebbe

a genio al Senato, e disse che lo avevano un giorno condotto a casa

del Mora il quale _leuata una tappezzeria l’introdusse in una gran

sala_ (nella casipola del Barbiere!) _dove vide dieci o dodici persone

assentate sopra le cadreghe fra quali vi era il signor D. Giovanni

Gaetano Padilla._

Il curato Millione per quanto gli fosse caro salvar il parente, non

potè a meno di farli osservare che ciò era assurdo: allora il meschino

rispose: _tornate domani che fratanto vi penserò_. Ma l’indomani disse

ingenuamente _che in verità non sapeua che dire_.

Pure, risoluto ad afferrare ad ogni costo quell’unico mezzo di

salvezza, immaginò la mattina seguente il suo romanzo. Se non che,

caduto pochi giorni dopo il Baruello malato di peste (pag. 76), disse,

per isgravio di coscienza, al carcerato Giacomo Palazzi, datogli per

assisterlo: _Fattemi piacere di dire al signor Podestà che tutti quelli

che ho incolpati, li ho incolpati al torto, et non è vero ch’io abbia

chiapato denari dal signor Castellano, perchè ne anche mai ho praticato

con lui. Indi a due ore che fu sul far del giorno se ne morse_.

Simili proteste fatte nelle ore estreme, quando lo spavento della morte

vicina e inevitabile, forza anche l’uomo più scellerato a palesare

intera la verità, provarono la piena innocenza dell’accusato.

Il Padilla partecipava all’erronea opinione dei tempi intorno ai

patti conchiusi col demonio, quindi egli afferma che il Migliavacca

ed il Baruello erano _stregoni o dati al diavolo, e come tali essere

verosimile che si siano mossi a far morire le persone con li onti

maleficiati per sola et pura istigatione del diavolo, quale si sforza

come ognuno sa a proccurare simili morti improvise alli uomini,

perche non s’abbino tempo, ne commodità di confessarsi et ricevere li

santissimi sacramenti, ma vadano dannati, et non già per istigatione

o persuasione d’alcun uomo vivente._ E per viemeglio provare che il

Migliavacca era uno stregone, racconta che trovandosi egli in prigione

immaginò insieme con altri di _trouar forma di liberarsi dalle carceri.

Et egli preparò un incanto per scrittura con cerchi, et caratteri

diabolici scritto, e fatto a mano con la preda lapis; e poi con penna

et inchiostro trascritto per fare che il Giudice delle loro cause,

Notaro, Guardiani, et altri non trouassero mai reposso ne di berre, ne

di dormire finche non hauessero liberato lui et altri dalle carceri, et

che non liberandoli fossero morti fra poco tempo._

Chi dava fede a simili assurdità, era difficile non credesse agli

unguenti pestiferi. E in vero risulta dal Processo che il Padilla

opinava essere i medesimi adoperati in Milano. Nondimeno, benchè

partecipasse a tale erronea ma comune credenza, addusse, per

scolparsi, testimonianze che la dimostravano assurda. Voglio dire

alcune deposizioni di medici che riferirò testualmente, perchè onorano

il nostro paese, mostrando che nel generale delirio v’erano uomini

che non lasciavansi illudere. Che se tacquero finchè cessato il

tremendo contagio si calmarono gli animi, fu perchè avrebbero esposta

inutilmente la vita senza lusinga che si desse loro retta, chè il

fanatismo non ascolta ragione.

Il medico Appiano fu uno de’ più distinti e benemeriti, come vedremo

nel Libro IV.

_Deposizione del medico G. B. Appiano

della parrocchia di S. Stefano in Broglio._

«Non solamente io ho visto la peste, ma provatala dal primo principio

et medicatola sino all’ultimo fine, sì nel Lazzaretto come per tutta

la città et tuttavia io l’ho sempre vista uniforme sì nelli mali

che apportaua come nella maniera che ammazzaua et nella prestezza

del tempo. E questo per infiniti casi veduti in quei principj nel

Lazzaretto dove tutti gli appestati o vivi o morti erano condotti,

non essendovi in quei tempi pur sospetto alcuno non che parola d’onti,

tuttavia con accidenti terribili, e repentinamente morivano molti delli

appestati.... Che se forse ne’ mesi caldi di luglio e agosto morivano

più persone più presto et con accidenti più terribili, cagione della

quantità dei morti n’era l’essere disperso per il contagio o commercio

il male per tutta la città. Delli accidenti o morti più terribili n’era

cagione il caldo, il quale quanto è maggiore tanto più fa malignare gli

umori... perciò non mi meraviglio de detti accidenti. E dopo ancora li

detti mesi caldi, et passato il sospetto dell’onto sono morti molti

con gl’istessi accidenti, con li quali morivano quando degli onti si

parlava».

E conchiude: «Onde, siccome ho detto da principio, mi pare che sempre

dal principiar di detto male sino al fine sii sempre stato et uniforme

a sè stesso et conforme a quello che viene descritto da buoni autori;

et che siano occorsi casi simili a quelli che erano riputati d’onti sì

avanti il sospetto degli onti come doppo, io ne posso fare certa e vera

testimonianza per aver prima et più d’ogni altro medicato detto male sì

nel Lazzaretto come per tutta la città».

_Deposizione del fisico collegiato Branda Borri

di Santa Maria alla Porta._

«Io ho medicato quasi tutto il tempo della peste, visitando moltissimi

ammalati et ho notato in tutto quel tempo li segni di quel male,

tanto in una persona quanto in un’altra, ch’io non seppi mai trovare,

e accertare segni o accidenti o sintomi da noi detti, i quali

mi potessero distintamente con le loro indicationi indurre a far

conseguenza che più questo o quell’ammalato morisse di peste nata

solamente da contagio, ovvero che procedesse dall’onto. E ciò l’ho

potuto molto accuratamente notare et osservare, stando che essendo io

già dalla peste infetto non visitauo altro che appestati ai quali io

toccauo il polso, et vedeuo distintamente le urine, toccandoli ancora

il male (bubboni) sì nelle persone ordinarie quanto ne’ grandi, et

anche nelle clausure delle monache. In niuno de’ quali luoghi non ho

mai potuto accertare et dire quest’è ammalato per esser onto, o per

essergli in altra maniera il morbo contagioso comunicato... L’opinione

del volgo ha sempre giudicato e tenuto piuttosto tutto il male

procedere dall’onto, la qual opinione è sempre stata lontana dal mio

sentimento. Poichè ancor ch’io non neghi che vi sii potuto essere stato

l’onto col quale si potesse comunicare l’infettione, nulladimeno io

tengo per fermo che moltissimi morissero di contagio ordinario, benchè

da loro fosse stimato venir dall’onto.

_Deposizione del chirurgo Antonio Gambaloita

a San Paolo in Compito._

Appoggiandosi al fatto che a taluni veniva prima la febbre, poi

«sopraggiungevano bubboni, antraci et carboni», ed in altri accadeva

il contrario, affermava essere il primo caso sintomo salutare, funesto

il secondo giusta Ippocrate. «Questa fu la causa, dice, che presso di

me (cioè in cuor suo) non credeuo che gli onti (se pure ve n’erano)

auessero fatti progressi alcuni... E concludo che doppo cessato il

sospetto degli onti la peste faceua l’istesso effetto, ed haueua gli

stessi accidenti come nel tempo che si parlaua degli onti».

E seguono altre testimonianze di medici affermanti essere morto egual

numero di persone anche dopo che non si parlò d’unti.

E il Padilla? era impossibile con tanto cumulo di prove che non uscisse

innocente, ed uscì, dopo due e più anni di prigionia. Ma che il Senato

lo dichiarasse tale con sentenza, ovvero gli aprisse il carcere,

mettendo, come dicevasi, in tacere le cose, è quanto ignorasi, perocchè

l’esemplare dell’intero Processo da me veduto finisce tronco. Per ora

non mi riesce di sciogliere questo dubbio, malgrado lunghe e ripetute

ricerche.

La peste di Milano del 1630 · 第 53 / 107 题