GLI UNTORI.

I

A molti era entrata nell’animo la persuasione che la peste fosse

seminata e diffusa per frode dei principi congiurati, affine d’invadere

la città e il territorio di Milano con buon esito, dopo che invano

l’aveano tentato altrimenti. Devastate così, e rese dappertutto

squallide le campagne per mancanza d’agricoltori, nè più essendovi

chi impugnasse le armi, avrebbe chiunque potuto occupare il nostro

paese inerme e deserto. Re potenti, e ministri loro, si accusavano

autori di sì disperato consiglio, e il publico, nell’impeto della

sua disperazione ingiuriava altresì coloro che forse commiseravano

altamente i nostri guai. Nè faccia meraviglia se in tal guisa agivano

i cittadini, incriminando lontani ed estranei, poichè nutrendo eguali

sospetti, si diffamavano a vicenda gli uni gli altri.

La quale agitazione degli animi, non meno fatale della strage della

peste, dobbiamo attribuirla agli imperscrutabili decreti della

Provvidenza. E tanto crebbe la cosa, sia per calamità e miseria,

sia per superbia e pazzia, che ogni giorno si punivano gli Untori in

città, mentre al tempo stesso nel Lazzaretto, simile ad una pubblica

sepoltura, i sospetti e gli indizj del loro delitto sussistevano e in

una svanivano.

Mirabile a dirsi! si trovarono nel Lazzaretto alcuni con indosso

cassettine, ampolle e tutti gli altri utensili del delitto.

Confessarono, e non ricredutisi sotto il cruccio della tortura,

vennero tradotti al patibolo. Ma ivi nelle mani del carnefice, che già

avea loro posto al collo il laccio, protestarono d’essere innocenti,

gridando al popolo che morivano volontieri per altri misfatti da loro

commessi, ma che giammai avevano praticata l’arte di ungere, ignari di

qualunque veneficio e incantesimo. Tale era l’infamia degli uomini,

ovvero la malvagità ed il livore del demonio. Per tal modo sempre

più si confondevano gli indizj, e gli animi dei giudici rimanevano

perplessi.

Il primo e fondatissimo sospetto degli unguenti sparsi dall’umana

malizia per creare od alimentare la peste, nacque allorchè fu visto

in tutta la lunghezza della città le pareti delle case a destra ed

a sinistra contaminate qua e là di grandi macchie. Ciò accadde il 22

aprile allo spuntare del giorno, che era sereno, cosicchè ognuno vedea

chiaramente co’ proprj occhi tali macchie. Alcuni che uscivano pei loro

affari sull’albeggiare le videro; poi altri che eccitarono i passanti

ad esaminarle, finchè cresciuta la curiosità v’accorse il popolo in

folla. Erano codeste macchie sparse e sgocciolanti in diverse guise,

come se alcuno avesse imbevuta una spugna di marcia, appiccicandola

alle pareti. Anche le porte delle case e gli usci qua e là scorgevansi

bruttate da quell’aspersione. Funesto delitto di recente commesso quasi

per insultare il popolo, e che io pure andai a vedere. Inorridirono i

circostanti, ma, giusta il consueto, presto le ebbero dimenticate; se

non che crescendo il male e le stragi quotidiane, tornarono loro più

vivamente al pensiero le vedute macchie. Ogni dì si andava narrando

essersi trovati oggetti unti e bisunti, ed avere in un subito contratta

la peste coloro che li toccarono. Diffusa tale credenza, si ritenne che

venissero unte altresì le persone, cosicchè nel gran numero dei morti

pochi si credeva non fossero stati in tal guisa infetti; sia perchè

unti all’insaputa loro, sia pel contatto avuto con altre persone già

contaminate con quel veleno, sia finalmente per aver tocco legni, muri,

o checchè altro serve ad uso giornaliero. In breve la pubblica credenza

s’accrebbe a tale, che non solo i ferri, i legni, e simili oggetti, ma

le contrade medesime della città e l’aere si temevano infettati dagli

untori. E siccome correva quella stagione dell’anno in cui il frumento

ammucchiasi, secondo l’usanza, sulle aie e nei campi, il timore

persuase fosse appestato anch’esso. La pubblica voce aggiungeva avervi

parte gli incantesimi, e che i demonii erano congiunti cogli uomini per

desolare Milano e il suo territorio[72].

La peste di Milano del 1630 · 第 42 / 107 题