_Agli Illustrissimi Signori_
IL VICARIO ED I SESSANTA DECURIONI DEL CONSIGLIO GENERALE DELLA CITTÀ
DI MILANO
_Volge il terz’anno dacchè il Consiglio Generale, per decreto
degli Illustrissimi Decurioni, affidommi la cura di raccogliere i
documenti della patria storia, e di ordinarli in continuata narrazione
dall’origine della città nostra fino al principio del regno di Filippo
II ed alla morte di S. Carlo. E siccome la nostra Opera riuniva
sotto un titolo ecclesiastico le cose sacre e le profane insieme, fu
decretato, per servire alla fama di Milano, che le Memorie da me anche
posteriormente raccolte fossero scritte nella lingua del Lazio, come
quella che sempre venne giudicata propria alle storie, e che sola può
rendere sempiterna la ricordanza degli umani eventi. Così statuirono
i due sapienti decurioni Giovanni Maria marchese Visconti e Gerolamo
Legnani[30], a’ quali era affidata la tutela della storia patria.
Opinarono essi che i miei scritti aggiunti a’ volumi già da me dati
in luce, formerebbero uniti un corpo di storia completo e d’uniforme
tenore; monumento che fra tanti d’Insubria manca tuttora al desiderio
degli studiosi._
_Le memorie dell’Insubria e di Milano, dalla sua fondazione fino ai
giorni nostri, ci furono, è vero, tramandate da molti e chiari autori;
ma nè l’arte, nè la diligenza sono eguali in essi, nè tutti servironsi,
nel compilarle, della medesima lingua. Talvolta si contraddicono gli
uni gli altri; e la storia di Milano, come quella dei grandi imperj,
pecca per soverchia copia di materiali, laonde soccombe, per così dire,
sotto il proprio peso._
_Non facilmente si troverebbe altrove una schiera numerosa di
scrittori quale ne offre Milano, città dal poeta Ausonio, precettore
dei Cesari, chiamata Roma Seconda; a misura che in essa succedevansi
gli avvenimenti, cresceva tra gli uomini d’ingegno il desiderio
di lasciarne memoria nei loro scritti. Ciò accadde ai tempi della
Repubblica, allora cioè che i Milanesi liberi governavano l’Insubria
con regime quasi eguale a quel de’ Romani, e vieppiù allorquando essa
Repubblica cadde in eredità dei duchi. Da ultimo crebbe il numero degli
scrittori dappoi che, spenta la milanese repubblica ed estinta poscia
la stirpe dei duchi, venne la città nostra aggregata all’impero del
cattolico monarca._
_Fuvvi adunque, ripeto, una turba di storici i quali scrissero o di
proprio moto o per ordine di chi comandava, e che sono diversi tra
loro per indole e per tendenze. Galvano Fiamma inclina volontieri a’
favolosi racconti, derivando da’ tempi eroici i nomi delle più illustri
famiglie, mescolando sempre qualche miracolo all’accaduto, vago di
narrare cose incredibili anche laddove la nuda verità basterebbe
ad allettare i leggitori. Altri, scrittore sincero, si smarrisce
nella caligine dei tempi, e non dà per sicuro se non quanto rinviene
negli archivj. Alcuni de’ nostri storici studiarono la brevità dello
stile, invece l’Arluno, coll’ampollosità de’ vocaboli e lo scrivere
prolisso, guastò le sue storie colla vaniloquenza, come del declamatore
Alcidamante riferisce Platone._
_Taluni lasciarono giornali delle cose accadute a’ tempi loro in
Milano. Bonaventura Castiglioni, già canonico della Scala e nostro
collega, fece raccolta di iscrizioni e di marmi, e con non lieve
fatica, sebbene da molti stimata pedantesca, notando luoghi, epoche,
nomi, e colla durevole memoria delle lapidi fe’ in guisa che la patria,
per così dire, narrasse i proprj casi, divenuta storica di sè medesima.
Tristano Calco e Simonetta, i soli due tra i nostri che si sforzarono
di raggiungere il genio dell’antica storia romana, lasciarono
imperfette le loro opere; il Simonetta la sua Sforzeide ed il Calco
la Storia di Milano, che non continuò oltre la morte dell’imperatore
Enrico III._
_Per la qual cosa i due sullodati Decurioni stimarono partito più
facile e più idoneo che io, ripigliando il filo delle storie milanesi,
le quali scrissi e pubblicai in addietro, le continuassi collo stesso
metodo. Sono tre anni che m’affidarono codesto incarico: morto nel
frattempo il Visconti, il superstite collega di lui, Legnano, continuò
ad instare perchè dessi mano alla storia di cui m’aveva incaricato,
e che avrebbe potuto scrivere benissimo egli stesso. Io non reputai
quindi di oltre procrastinare, e pigliate le mosse dalla fine del regno
di Filippo II e dai principj dei due Borromei, dapprima reggente il
vicario Sormani, indi il vicario Archinti, stabilii narrare i casi e le
azioni di questo periodo, e la guerra che ora si combatte implacabile
ed atroce fra i due re, e che sarà famosa anche alle venture
generazioni. Un volume di questa storia consegnai al decurione Legnano
perchè, esaminatolo giusta l’ufficio suo, decida se debbasi tosto dar
mano a stamparlo, ovvero sospendere, secondochè approverà o no il mio
scritto. Frattanto, avendo io raccolte parecchie note e memorie intorno
la peste che fu in Milano nel MDCXXX, risolvetti, tra per sdebitarmi
in parte col Legnano, tra per le vive istanze del vicario Castiglioni,
poi dell’Alfieri, suo successore, di pubblicare il racconto di essa
peste diviso in cinque Libri, stampandoli senza indugio, staccati
dal corpo delle storie. E ciò, dietro l’esempio di celebri storici, i
quali staccarono alcun brano dell’opera loro, allorchè o la grandezza
d’un avvenimento superava ogni altro, ovvero l’ammirazione ond’erano
compresi li infiammava ad illustrarlo con maggior cura. — Siami lecito
imitare l’esempio loro, quantunque non possa eguagliarne i pregi._
_Cercai procacciare un grand’onore a questo mio lieve e melanconico
lavoro, pubblicandolo in nome del Consiglio Generale, e dedicandolo a
voi, Illustrissimi Decurioni, com’era di diritto. Nato sotto i vostri
auspicii, a voi era devoluto, che foste in quell’epoca funestissima
padri della patria e di codesta città. L’ordine vostro, durante quella
strage, erogò denaro in tal copia, che alle altre genti sembrerà
incredibile come siasi potuto raccogliere, qualora con minuto esame de’
giornali e de’ libri non vedano in che fu speso. E invero, le generose
vostre offerte furono tali da equivalere al valore di altre città._
=Giuseppe Ripamonti=