Jacob Arom camminava più lesto che potesse coi suoi passetti corti,
facendosi riparare la neve che continuava a cadere dalla sua ombrella di
cotone che non aveva più nissun colore. Una maligna gioia raggiava dal
suo sguardo, e la preoccupazione del suo animo era tanta ch'egli
dimenticava di mandare per le strade il solito grido di _nen da vend_.
Giunto a quel grande agglomerato di case che forma il _ghetto_, penetrò
nel più interno cortile, dove l'apparenza della maggior miseria si univa
colla realtà della massima sporcizia a ferire la vista, l'odorato ed
anche l'animo di qualunque estraneo vi si intromettesse. Era un quadrato
di muraglie che conteneva un immondezzaio: spazzature, ossa rosicchiate,
avanzi di erbaggi marci, gusci d'uova, torsoli e cocci rotti. La neve
pareva disdegnare di coprire col suo mantello bianco tanto sudiciume, e
fondendosi lo accresceva colla melma del terreno nemmanco selciato. Su
questo marciume s'aprivano a pian terreno parecchie porticine con
imposte d'usci forti, grosse e chiovate di ferro, e ai piani superiori
alcune finestre difese da robuste inferriate a inginocchiatoio. Non si
vedeva anima viva colà dentro; nissun naso d'inquilino compariva fra le
barre di quelle inferriate, nissun occhio curioso di donna brillava in
mezzo alle tendoline affumicate e impolverate delle varie finestre
dietro i cristalli poco meno che opachi per la lunga mancanza di
lavatura. Avreste detto quel luogo affatto deserto, se non ci avessero
suonato gli strilli di qualche bambino piangente e il miagolare di
qualche gatto affamato.
Il nostro vecchio ebreo andò ad una di quelle porticine che ho detto, la
quale introduceva a casa sua, e ci picchiò dentro col pugno. Egli non
usava mai portar seco la chiave di casa, perchè poteva esservi il
pericolo di perderla o che gli venisse sottratta. Dopo un poco s'apri un
finestruolo al di sopra della porta e vi comparve la faccia d'una
vecchia degna d'esser compagna alla faccia di Jacob, degna di trovarsi
in mezzo a quel lurido luogo.
— Chi è? Domandò la vecchia con voce tremolante e nasale.
Jacob tirò giù l'ombrella e levò in alto il suo becco da uccello di
rapina.
— Apri. Debora, sono io.
— Vengo subito: rispose la vecchia ritraendosi dal finestrino e
richiudendo l'invetrata.
Questo subito, però, si protrasse oltre a cinque minuti, così che il
padrone di casa, impaziente, tornò a rinnovare la sua picchiata
nell'uscio.
— Eccomi, eccomi: disse la vecchia Debora facendo scorrere i catenacci e
stridere la serratura che assicuravano le imposte e mostrando finalmente
il suo volto scarno fra i battenti, aperti tanto appena che una persona
potesse passare.
Jacob entrò e dietro di sè richiuse egli stesso accuratamente la porta.
Entrando, uno si trovava in una stanza abbastanza vasta ma bassa di
soffitto, la quale era tutta ingombra dei vari e molteplici oggetti che
formavano materia dell'indefinibile commercio del vecchio ebreo. A
destra una botola nel pavimento, aprendosi metteva in una scala che
s'affondava sotto terra; a sinistra una scala a chiocciola saliva alla
stanza superiore; in fondo una finestra con forte inferriata ancor essa,
per una tenda color di polvere tirata davanti lasciava penetrare una
luce grigiastra; in un angolo certi panni frusti composti di varie
stoffe cucite insieme, rappezzati a mille colori, tesi sopra una corda
per far da cortina, riparavano dietro sè lo strammazzo che serviva da
letto alla Debora. Regnava colà dentro un'afa di rinchiuso e di stantìo
che vi pigliava alla gola, congiunta in questo momento all'odore
particolare mandato dai cavoli cuocendo, odore che emanava da un
pentolino che si sentiva bollire e si vedeva fumare traverso il
coperchio sopra un fornello portatile che faceva brillare modestamente i
pochi suoi carboni accesi quasi in mezzo la stanza.
Ma chi fosse entrato dietro i passi di Jacob, avrebb'egli potuto
prestare attenzione ai miseri particolari che ho appena accennato,
mentre avrebbe visto di mezzo ad un viluppo di panni intorno a cui stava
cucendo, non lungi dal fornello, levarsi una giovane figura di donna
splendidamente bella, più che umana parola possa dire?
Era Ester, la quale venne incontro a suo padre con un sorriso un po'
forzato sulle sue labbra di corallo, e pose sotto le vizze labbra di lui
la sua candida fronte di così elegante e nobile forma che nulla più.
Ella aveva tutte le bellezze — e le bellezze soltanto — dell'originale
tipo giudaico. La sua svelta e graziosa persona il poeta l'avrebbe
potuta giustamente paragonare al tronco d'una giovane palma. L'occhio
nero possedeva tutta la gamma, per così dire, delle espressioni che può
avere un occhio umano, dallo sguardo carezzevole, vellutato, soave,
ardente d'amore, al baleno dell'odio. Il naso leggermente arcuato dava a
quella dolce fisionomia un carattere di forza e palpitava nelle nari
all'influsso della passione. I denti candidissimi erano fatti per
illuminare il sorriso e parevano acconci eziandio a mordere e dilaniare.
Da tutto quel capolavoro di forme leggiadre raggiava una gioventù
potente nell'efflorescenza del suo sviluppo, benchè ora apparisse che la
mestizia vi aveva gettato sopra un suo velo.
Jacob l'abbracciò con affetto di padre, e la guardò coll'ammirazione
dell'avaro pel suo tesoro.
— Tu sei pallida, Ester. Che cos'hai?
Bastarono queste poche parole di suo padre perchè la giovane arrossisse
fino alla radice dei capelli.
Debora intervenne.
— La sta sempre chiusa qui dentro fra queste quattro muraglie,
diss'ella; vi pare, padrone, che ci si possa pigliare i bei colori?
Il vecchio fece una brutta smorfia che mostrava quanto queste parole gli
spiacessero.
— Uhm! Uhm! Diss'egli bofonchiando. La sta rinchiusa! Per la pietra di
Oreb, dove la avrebbe da andare? Questa è casa sua; e non c'è altro
luogo da starci una ragazza. La faccia di mia figlia, della mia Ester,
del gioiello della mia vecchiaia, l'occhio del mondo non l'ha manco da
vedere..... Certe cose non le dovresti dire tu, Debora, che sei vecchia
e la gente la dovresti conoscere. Sai quanto il mondo è cattivo, e sai
che cosa sono i cristiani. Giusto, e' si vorrebbe che qualche sciagurato
di quell'empia razza tendesse le reti a questa mia colomba. Pel Dio
d'Abramo, piuttosto vorrei!.... La figliuola d'un ebreo? Che sì che ci
metterebbero dei riguardi a rapirmela! Sarebbe una festa per essi; e il
povero padre non potrebbe nemmanco ottenere giustizia, nè procurarsi
vendetta.
Debora non aggiunse parola; Ester tornò a sedersi in mezzo al viluppo
dei panni e, chinato il capo, sembrò tutta intenta al suo lavoro che
riprese con mano sollecita ma un pochino tremante; Jacob allargò di
nuovo l'ombrella e la depose spiegata sul pavimento presso al fornello
perchè vi si rasciugasse, gettò sopra un cassone gli abiti frusti che
aveva sulla spalla, vi mise su il suo cappello, e poi riappiccando il
discorso, domandò alla serva con accento che aveva un'ombra di sospetto:
— Perchè hai tu tardato cotanto a venirmi ad aprire? Visto ch'ero io,
non c'era più da indugiarsi.
E il suo occhio intanto scorreva tutta la stanza intorno come per vedere
se ci fosse qualche cosa di nuovo che gli svelasse la causa del ritardo.
Debora rispose:
— Eh! non mi sono indugiata per nulla, ma colle mie gambe di quasi
settant'anni, capite anche voi che non si può volare... E poi la
marmitta bolliva di troppo e mi sono fermata un momento a gettare un po'
di cenere sulla bragia.
Jacob non disse più nulla. Si accostò al fornello ancor egli e tese al
disopra del coperchio della marmitta le sue mani scarne, annerite e
tremanti, per iscaldarsele. La sua preoccupazione lo aveva ripreso, e
quella certa gioia maligna che ho detto tornava a scintillare ne' suoi
occhietti infossati. Dopo un poco egli si levò di lì, e fregandosi le
mani salì per la scala a chiocciola al piano superiore. Le due donne si
guardarono con aria di segreta intelligenza e mandarono un sospiro di
sollievo.
La risposta che Debora aveva fatta al padrone intorno al suo ritardo ad
aprire conteneva tutt'altro che la verità. Il picchiare di Jacob aveva
interrotto un interessante colloquio fra le due donne, il quale
s'aggirava sulle condizioni, sui timori, sull'avvenire della povera
Ester. Questa non confidava più, non isperava più che in Luigi. Ch'egli
la facesse fuggir seco, ch'egli la trafugasse, purchè la togliesse
all'ira ed alla vendetta del padre, che sarebbero state tremendissime
quando avesse scoperto il vero, ella si sarebbe rassegnata a tutto. Ma
da tanti giorni il suo seduttore non si lasciava più vedere; ed ora
sarebb'egli venuto all'appello fattogli pervenire per mezzo di
Graffigna? Senza essere in chiaro di tutta la verità, Ester era
abbastanza addentro nei segreti di suo padre per sapere come Luigi fosse
a capo d'una schiera, tra i più fidati della quale era Graffigna, non
dubitava punto per ciò che la sua lettera sarebbe giunta nelle mani del
suo amante, e con ansia si domandava s'egli l'amasse ancora cotanto da
mettere innanzi ad ogni altra bisogna questa che riguardava la sorte di
lei. Un tristo presentimento la faceva pur troppo proclive più al timore
che alla speranza; e Debora, cui le larghezze di Gian-Luigi e le
preghiere di Ester avevano fatta complice ed aiutrice del loro intrigo,
tradendo così la fiducia del vecchio Jacob, Debora si sforzava di
rassicurare alquanto l'animo abbattuto della giovinetta che s'era
abbandonata ad uno sfogo di pianto.
I colpi battuti all'uscio le avevano fatte sussultare ambedue. Quella
non era l'ora in cui solesse tornare a casa il padre. Un raggio di
speranza balenò negli occhi pregni di pianto di Ester.
— Ch'e' sia lui! Esclamò ella gittando via i panni che teneva sulle
ginocchia e levandosi per correre alla porta.
Ma Debora la trattenne.
— Può essere benissimo il signor Quercia: disse la vecchia; ma non
conviene aprire senza prima vedere chi è, e tanto meno conviene che
siate voi ad aprire. Sapete quanto sieno formali e rigorosi gli ordini
del padrone a questo riguardo... Lasciate ch'io vada di sopra a guardare
dalla finestra.
— Fa presto, fa presto, Debora: disse con accento di preghiera la
giovane, e si appoggiò palpitante alla sbarra della scala ad aspettare,
mentre la vecchia, quanto poteva più sollecita, saliva al piano
superiore.
L'attesa della povera Ester non fu lunga. Udì fuor della porta la voce
di suo padre e tosto dopo Debora, affrettandosi giù della scala,
dicevale sommesso:
— Vedete se non la facevate grossa ad aprire voi stessa la porta! Qui
bisogna tornare a vostro posto e star lì come se di nulla fosse stato...
E bisogna rasciugare ben bene quegli occhi perchè non si possa vedere
che avete pianto.... Il padrone è malizioso come l'angelo delle tenebre;
e se mai pel menomo giunto s'insinua in lui la menoma ombra di sospetto,
noi siamo belle e fritte.
Fece seder di nuovo la giovane dove si trovava prima, le raggiustò
intorno i panni a cui doveva figurare d'aver lavorato pacificamente sino
allora, le rasciugò ella stessa con molta cura gli occhi e fattole
ancora alcune raccomandazioni in proposito, andò poi ad aprire come
vedemmo.
Quella che possedeva il vecchio israelita era proprio una lieta
preoccupazione. Quando egli fu solo nella sua camera al piano superiore,
gli occhietti gli brillarono ancora più vivamente, più spiccato gli si
fece il sorriso sulle labbra avvizzite, ed e' si diede con più forza a
soffregar l'una contro l'altra le sue mani macilente.
Lo stanzone che corrispondeva a quello del piano terreno era diviso in
due per un trammezzo; la prima metà, quella in cui immetteva il capo
della scala a chiocciola, era la stanza del padre; la seconda metà, a
cui non si poteva accedere che passando per quella del vecchio, era la
camera di Ester. In quest'ultimo locale Jacob teneva eziandio una specie
di grosso armadio di legno di noce, il quale nel suo interno albergava e
nascondeva una cassa di ferro. Colà dentro giaceva una parte di quei
tanti denari cui l'universale, questo mostro a mille teste e mille
lingue il quale sa tutto e indovina tutto, diceva dal vecchio ebreo
raccolti, rammontati e posseduti. L'altra parte la più considerevole,
era sotterrata in cantina.
In quella seconda camera, e lo diceva egli stesso alla figliuola, e'
teneva i suoi due tesori: l'oro che trafficava coll'usura e la sua
Ester. La notte, egli ne chiudeva la porta, poi tirava innanzi a questa
il suo giaciglio e vi si coricava, così che non altrimenti sarebbesi
potuto penetrare in quella seconda stanza se non passando sul corpo del
vecchio.
Jacob passeggiò un istante per la sua camera, poi aprì l'uscio di quella
di sua figlia e stando in sulla soglia guardò amorosamente il grosso
armadio. Le più strane idee parevano passare per la sua mente, poichè le
più originali espressioni, riflesso delle medesime, si avvicendavano su
quella faccia caratteristica. Avvicinatosi alla botola, si chinò giù
verso la stanza di sotto e gridò alla vecchia serva:
— Debora, se mai viene qualcheduno a picchiare non ti muovere: guarderò
io chi sia.
E chiuse accuratamente la botola. Poi si guardò dintorno come per timore
che tuttavia fossevi alcuno sguardo che lo potesse vedere; aggiustò le
sporche cortine alle finestre, prima della sua, poi della camera di
Ester, affine di ripararsi di meglio da ogni occhio profano, e camminò
sollecito verso lo spento focolare del camino che si vedeva da infinito
tempo non aver avuto attinenza più nè con le bragie, nè con la fiamma;
mise la mano su della cappa e tastando vi trovò nella muraglia
un'apertura entro cui prese quattro chiavi legate insieme da uno spago.
Andò con esse all'armadio e colla più piccola ne aprì lo spesso
battente, di dentro fasciato di ferro; le tre altre aprirono la cassa di
ferro le cui serrature non cedevano che a chi ne conoscesse il segreto.
La cassa dividevasi in quattro scompartimenti: uno conteneva le monete
d'oro, l'altro quelle d'argento, il terzo gli spiccioli di rame ed
erosomisti, il quarto era occupato da carte di valore e da oggetti
preziosi. Quando quegli scompartimenti, che pure erano capacissimi, si
trovavano ingombri di troppo, Jacob allontanava di casa Debora con un
pretesto qualunque, ed aiutato da Ester portava una buona parte di quei
valori a congiungersi cogli altri che li avevano preceduti in cantina.
Egli aprì dunque la cassa e stette un momento a contemplare con occhio
soddisfatto la vista per lui gradevolissima di tutti quei sacchetti bene
ordinati, ben legati, colla sua scritterella ciascuno. Trasse dal fondo
delle lunghe tasche dei suoi calzoni una borsa di pelle sudicia da fare
schifo e ne versò il contenuto sopra un tavolino da lavoro lì presso.
Era il guadagno che gli avevano fruttato certe ultime operazioni fatte
in società col bettoliere Pelone, col quale quella mattina avevano
aggiustati i conti. Tre napoleoni d'oro luccicavano in mezzo ad una
dozzina di scudi d'argento. Arom pose da una parte le monete d'oro,
dall'altra gli scudi; poi dalle tasche del suo panciotto trasse una
manciata di soldini e soldoni e di monete erosomiste da 40 e da 20
centesimi, quelle che da poco tempo soltanto furono tolte dal pubblico
mercato. Separò le une dalle altre monete, le contò tutte, fece
mentalmente i suoi calcoli, e parve più contento di prima.
— Sia ringraziato l'Eterno! Diss'egli. La sua mano benedice il mio
traffico e non mai volsero così prospere le mie cose.
Diede un'occhiata all'ammasso di sacchetti che riempiva la cassa, e se
li mostrò a sè stesso con un gesto di compiacenza.
— Ecco lì! C'è tanto denaro da comprare la coscienza e l'onore di
migliaia e di migliaia di cristiani; ce n'è tanto da farmi strisciare
dinanzi il più superbo di essi. Certo che sì. Dov'io dicessi: adoratemi
e quelle ricchezze sono vostre, quale di quei codardi arroganti si
rimarrebbe dal gettarsi in ginocchio ai piedi del vecchio ebreo che
disprezzano?.... Ma io li disprezzo tutti più che essi non facciano di
me. Non darei un centesimo per avere la loro stima, razza di vipere. Il
debole e schernito giudeo ha quanto basta da pagare financo la bellezza
delle loro donne; in questa umiltà, in questa vergogna, c'è una
ricchezza a cui agognano invano; molti di loro io tengo afferrati nel
mio artiglio, e li scuoto, e li torturo a mio talento; e ciò mi basta!
Mandò uno di quei suoi rifiati che trammezzavano fra il sospiro ed il
gemito, e stette un poco immobile a capo chino, come se assaporasse fra
sè la dolcezza delle idee che aveva rideste colle pronunciate parole.
— Gustoso in vero è il piacere della vendetta: riprese egli dopo un
istante. Io me lo regalo a piccoli sorsi; e i figliuoli di famiglia
scapestrati, e i padri giuocatori o libertini, e i ladri della cocca,
sono quelli che me lo forniscono. Meglio certo se potessi inebriarmi in
una compiuta rovina dei nemici della mia razza. Il _medichino_ me lo
promette; ma mi promette una cosa impossibile. E poi, vincessero ben
anco i miserabili, sono ancor essi cristiani!.... Ciò nulla meno lo
aiuterò molto volentieri. Sarà pur sempre tanto di male arrecato a
quella gente..... e il rimborso dei miei denari (soggiunse con un
sogghigno pieno di malizia) mi sarà assicurato dalla firma della
contessa di Staffarda.
— Ah ah quel _medichino_ (continuava egli con una certa ammirazione) è
davvero un essere meraviglioso, ed io lo aveva fin dalle prime giudicato
a dovere. Che audacia di concepimenti! che prepotenza di volontà! che
coraggio di propositi! Ha una impudente ambizione ed un arrogante
orgoglio come non vidi mai gli uguali. Di certo egli finirà per
soccombere; ma meriterebbe trionfare. In lui riconosco una vera
grandezza, una vera superiorità che me ne impone... Ah! s'egli fosse
nato di stirpe giudea!... Se in beneficio del riscatto del popolo
d'Israele egli quindi mettesse le potenti qualità del suo animo e del
suo ingegno, come lo obbedirei, come lo amerei! Lo amerei come un
figlio, l'obbedirei come l'atteso Messia del sangue di David.
Si coprì colle scarne mani la faccia e stette un istante pensoso; poi si
riscosse e passandosi la destra sulla fronte bassa ma quadrata, disse a
se stesso quasi rampognando:
— Eh via! Che cosa ti perdi, Jacob, in sogni di vaneggiamenti
impossibili? Pensa intanto ai casi tuoi.
Prese dall'interno della cassa un sacchetto non ancora pieno del tutto
di quelli che contenevano l'oro, e ci pose dentro i tre napoleoni; in un
altro, non colmo del pari, dello scompartimento dell'argento, serrò gli
scudi; le monete erosomiste per la metà del valore che si trovava sulla
tavola, ripose in un sacco uguale, di quelli destinati agli spiccioli,
l'altra metà mise in una tasca di cuoio che andò a prendere in uno stipo
che aveva nella sua stanza, nella qual tasca fece affondarsi anche i
soldi e soldoni.
— Ora conviene scrivere tosto questi guadagni nella partita dell'avere,
soggiunse Jacob, e sulla polizzina dei sacchetti la nuova cifra del
contenuto. Chiamerò Ester... Ah perchè non so scrivere io!... A me non
occorrerebbe in verità nemmanco lo averle scritte sulla carta quelle
cifre: le ho stampate tutte una per una qui (e si batteva le
protuberanze della fronte); ma gli è per mia figlia. Se io mancassi,
voglio ch'ella abbia presente in ogni suo particolare tutta la ricchezza
ch'io le lascio.... sì una vera ricchezza.... colle istruzioni intorno
al modo di usarne che le ho fatte scrivere da lei medesima. Se io
mancassi?... Ah! il Dio d'Abramo tenga lontana cotanta sciagura!... No,
no, non mancherò sul migliore delle mie fortune.
Prese nella cassa di ferro medesima due libri e ne scartabellò i fogli
gremiti di cifre schierate in colonna.
— Come scrive bene la mia Ester!.... Il padre è un ignorantone; sì,
appena è se di tutti questi segni ne sa capire qualche cosa; ma la sua
figlia volle che imparasse tutto quello che può convenire alla più ricca
e nobil giovane. Le sue mani hanno dita incantate, che fanno tutto ciò
che vogliono, e la sua mente è ricca di tutte le più utili cognizioni
del mondo.... Ed è ricca! Oh oh ricca più di quanto si credono
gl'imbecilli che gridano dietro a me: al vecchio avaro, al sordido
usuraio; quell'ignorantone di suo padre ha saputo agglomerare dei
milioni....
Pronunziò quest'ultima parola con voce più sommessa, quasi temendo che
anima viva la udisse.
— Sissignori, dei milioni: ripetè come per convincere l'incredulità di
qualcheduno.
Si fregò di nuovo con vivo soddisfacimento le mani, poi fattosi alla
botola ed apertala chiamò sua figlia.
— Ester, vieni qui sopra, subito.
La fanciulla non tardò a mostrare la sua bella faccia melanconica nella
camera di suo padre. Questi che l'attendeva in capo alla scala, tornò a
chiudere con attenzione la botola, poi prese per mano la figliuola e la
trasse con sè nell'altra stanza. Colla mestizia della giovane faceva
strano contrasto la lieta animazione che regnava sulla asciutta
fisionomia del vecchio.
— Vieni: diss'egli, conducendo Ester innanzi alla cassi aperta; vieni,
riconfortati, rallegrati anche tu, figliuola mia, delizia mia, nella
vista delle mie ricchezze,.... delle nostre ricchezze. Occhio umano
fuori che il mio ed il tuo non le vede, e spero che non le vedrà mai.
Gli sciocchi fanno ad indovinare: «Oh il vecchio Jacob ha un buon
gruzzolo di denari, ha un tesoro nascosto nella cantina.» Stupidoni! Sì,
che c'è; e nascosto così bene che nessuno lo saprà mai trovare; ed il
mio gruzzolo ed il mio tesoro sono tali, che voi non v'immaginate pure
la metà.... Ah ah! Gli è un bel gusto invero sapere che si è più ricchi
di tutti que' superbi che vi pongono il piede sul collo; e quando vi
oltraggiano, e quando vi fanno un sopruso, dirsi qui, nel fondo del
cuore: «Animale che sei, mi leccheresti la suola delle scarpe se ti
aprissi il mio scrigno; ma di tutto il mio denaro tu non avrai nulla, e
nessuno avrà nulla, no, neppure un centesimo, ed io invece seguiterò a
succiarne da tutti....» Mi chiamano appunto vecchia sanguisuga d'un
usuraio. (Ruppe in una secca risata). E mi chiamano a dovere! Vorrei
succhiarli tutti fino all'ultimo quattrino. Essi ci hanno proibito di
acquistare e di possedere. Mentre per gli altri il lavoro, mercè il
risparmio, genera la proprietà; per noi nulla, a loro concetto, avrebbe
dovuto farci uscire dalla classe dei proletarii. Hanno creduto così
rinserrarci a perpetuità nell'inferno della miseria. Stolti! Stolti!
Mille volte stolti! La ricchezza essi la vedevano soltanto consolidata
nella proprietà immobiliare; e noi ne abbiamo creata un'altra più
maneggevole, più potente, e — merito maggiore — che si nasconde, che
scappa alla loro avidità, che s'insinua dapertutto, che per mezzo del
più ratto soddisfacimento delle passioni dominerà quanto prima il mondo
e loro stessi... e già li domina senza che se ne avvedano. Invano
tentarono privarcene colle confische, colle pressioni, cogli esigli,
colle torture. Noi la portammo nascosta con noi dovunque, come portavamo
la nostra legge, lo spirito della nostra razza, e la speranza
dell'avvenire assicuratoci dai nostri profeti. Della miseria a cui ci
volevano condannare, noi ritenemmo le apparenze, la resistenza alle
privazioni, la tenacia, l'odio rivestito d'umiltà; e ne fummo forti al
doppio. L'oro, la leva dell'universo, è in mano d'Israele! Ci
trasmettiamo di generazione in generazione i tesori e il còmpito
avviluppando lentamente il mondo nelle maglie d'una rete che nulla potrà
rompere. Un giorno saremo padroni del credito, saremo padroni del
mercato, saremo padroni della società. A me mio padre lasciò un tesoro
che basterebbe a comprare i più bei palazzi di Torino; io questo tesoro
l'ho raddoppiato...
Si tacque un istante e mandò quel suo soffio affannoso che gli era
solito.
Ester ascoltava tutte queste parole colla testa china, senza dare il
menomo segno d'interessamento. Jacob le prese il mento fra il pollice e
l'indice della sua mano destra e le fece sollevare il viso.
— Ebbene, soggiunse, che cosa ne dici, Esteruccia mia? E perchè non ti
rallegri? Hai capito quel che ti ho detto? Sei pur capace di apprezzare
le mie parole tu?
La fanciulla rivolse il suo sguardo alquanto peritoso sul padre e disse
esitando:
— Pensavo una cosa.
— Che cosa?
— Quelle ricchezze così sotterrate a che cosa servono? Anche per chi le
possiede, se non ne trae utilità di sorta, non sono elleno come se non
esistessero?
Jacob arretrò d'un passo coll'aspetto d'uno spiacevole stupore.
— Ecchè? Sei tu, figliuola mia, che mi parli in questo modo? A che cosa
servono? Dio d'Abramo! Servono ad averle; servono a farcene beare colla
loro vista, a darcene il diletto di maneggiarle in segreto, di vedersele
aumentare giorno per giorno; servono che ciò che abbiamo in nostro
potere noi, siamo certi che è tanto di sottratto agli altri... Oh che
non sei del mio sangue se non capisci codesto!.... Per la pietra di
Oreb! Oh sentiamo un po' a che cosa pensi tu ch'esse avrebbero da
servire?
Ester, in presenza della faccia eccitata di suo padre, non si sentì il
coraggio di parlare.
— Di' su, di' su: comandò il vecchio.
— Pare a me: disse allora la giovane timidamente: che il denaro non sia
che la rappresentazione dei beni e dei diletti del mondo, un mezzo per
procurarseli....
— E vorresti procurarteli, privandoti del denaro? Proruppe Jacob, lo
sguardo sfavillante di sdegno. Ma, per la grandezza dell'Eterno! chi ha
potuto far penetrare in te queste false idee speciose?
La prese per un braccio e glie lo serrò con una forza di che non si
sarebbe creduto capace il suo piccolo corpo.
— Con chi hai parlato?
— Con nessuno, con nessuno: rispose affrettatamente Ester atterrita.
Il padre ne lasciò il braccio e disse coll'accento d'una vera emozione:
— Tu non sai qual dispiacere mi hai dato con queste poche tue parole.
Non pronunziarne di simili mai più!.... Voglio sperare — sì, lo credo
anzi — che tu non sei conscia della loro importanza e le hai dette per
giovanile leggerezza soltanto; ma esse mi hanno fatto travedere un
pericolo, cui non ho creduto possibile sinora, ma il quale, se
esistesse, guai!.... il pericolo che, spento me, i miei tesori possano
andar dispersi, che tu non che continuare l'opera mia, quando io non sia
più, empiamente la distrugga. Se ciò avesse da essere, Ester, guarda!
preferirei gettare i miei tesori nel più profondo abisso..... e quanto a
te, preferirei che tu non fossi nata.....
— Padre! Esclamò la fanciulla tendendo le braccia supplichevoli.
Arom prese un accento dolcereccio e che voleva essere affettuosamente
persuasivo:
— Tu non le dirai mai più queste cose, non è vero? E ti guarderai ben
bene eziandio dal pensarle, neh Esteruccia mia? Sai se ti voglio bene!
Sei la pupilla degli occhi miei. Anche per te io mi sono rallegrato
molte volte di avere raccolto tanto tesoro. Tutto questo, mi sono detto,
rimarrà a mia figlia. Te — te sola al mondo — ho fatto partecipe di
tutti i miei segreti; ti ho aperta sempre l'anima mia dinanzi — come il
mio scrigno — e ti ho lasciato vedere per entro. Ho voluto che fin da
giovanetta tu gustassi l'impareggiabile diletto di possedere e di saper
di possedere. Ho sperato, anzi ho creduto che le mie idee passassero in
te, che la mia anima informasse al suo stampo la tua. Tu sei il sangue
dei mio sangue, sei la carne della mia carne; devi continuare tuo padre
nell'esistenza terrena, come io ho continuato il mio, il quale aveva già
dal suo attinto propositi e carattere, e così via via, per generazioni e
generazioni. Ma se tu mancassi alla mia speranza, se tu mancassi al tuo
dovere; oh te lo affermo, io ti strapperei dal mio cuore, come si
strappa un membro guasto dal corpo, io riconoscerei che tu non sei
generata dall'anima mia, non ti avrei più qual figlia; e quand'anche
fossi morto, la mia maledizione, che affido nelle mani dell'Eterno, ti
colpirebbe come ingrata e spergiura.....
— Oh! non dite così, padre: tornò ad esclamare la giovane, più pallida e
più turbata di prima. Non badate a quelle mie parole... Dissi a caso...
senza rifletterci.....
— Va bene, va bene: continuava il padre; ti credo, mi piace crederti.
Mia figlia non può nutrire colpevoli desiderii... Ad ogni modo
ascoltami. Se sei degna di me, mi comprenderai. Vi hanno per l'uomo
godimenti materiali e godimenti ideali. Quelli soddisfano il corpo,
questi lo spirito; i primi sono volgari, son bassi, son vili; gli altri
son nobili, sono i soli degni di esseri eletti. La nostra razza, prima e
più nobile di tutte, manifesta la sua supremazia nel suo idealismo...
Ora anche nel godimento del denaro vi è questa distinzione, e non si
contentano della parte migliore quelli che hanno scelto le soddisfazioni
materiali. Spendendo il denaro, io non posso avere che questo o quel
diletto particolare, concreto, transitorio, consumato il quale nulla più
mi resta in mano; conservandomi l'oro invece, appunto perchè esso è la
rappresentazione di tutti i beni del mondo, io continuo a possedere in
potenza tutte le cose rappresentate, ogni delizia dell'universo; non lo
immaterializzo, non lo impiccolisco in cosa particolare, ma ne godo in
modo ineffabile, astrattamente, idealmente, perpetuamente, senza
soluzione di continuità.
I suoi occhi brillavano per una strana voluttà, le sue mani tremavano
per commozione. Ester rimaneva immobile, il capo chino, pallida e muta.
Povera Ester! Come diversamente intonata da quella del padre era in quel
tempo l'anima sua!
Fino ad una data epoca, ella aveva vissuto della vita di suo padre,
aveva pensato, voluto, desiderato col pensiero, colla volontà, coi
desiderii di lui. Il sangue che le correva nelle vene si commuoveva,
come quello di chi glie l'aveva dato, allo aspetto dell'oro; aveva ella
udito, fin da quando primamente potè intendere parola, magnificar sempre
e tanto quella ricchezza di cui sì accuratamente si nascondeva il
possedimento che, senza comprendere ben bene che cosa essa fosse, senza
domandarsi menomamente allora a che cosa servisse, aveva posto ancor
ella nel denaro un culto devoto. Jacob aveva avuto allora nell'anima
della figlia un'appendice, per così dire, della propria. Quindi non
esitava punto, innanzi ad essa, a manifestare il suo pensiero ed a
ricorrere le proprie azioni ed a ripetere i proprii disegni, come fa
l'uomo che parla a se stesso e con sè. Le orecchie della giovinetta
avevano udito quello che nissuna creatura vivente non aveva dovuto e non
dovrebbe saper mai.
Allevata in mezzo alle privazioni poco men che della miseria, sapendo
ciò nulla meno che il suo piede calpestava immensi tesori che sarebbero
stati, che eran suoi, Ester aveva accresciuta da ciò quella forza di
volontà che già aveva recata dalla natura, aveva concentrato e
rinvigorito ancora un carattere ardente e risoluto, a cui dava novello
rincalzo la dissimulazione, ed aveva acquistata una certa persuasione di
potere quasi di sicuro conseguire ciò che volesse, quel dì che
potentemente volesse.
Un giorno era avvenuto, nella monotonia invariabile della sua esistenza,
un fatto semplicissimo che pure aveva posto in lei il germe d'una
interna, compiuta rivoluzione. Un nuovo elemento era entrato nell'anima
sua, il quale doveva svolgersi a poco a poco, ingrandirsi, diventar
predominante e passar quindi sopra ed innanzi a quegli altri pochi ed
aridi affetti che la occupavano dapprima. La sua esistenza erane stata
come divisa in due. Il primo periodo tutto silenzio e tenebre;
un'indifferenza accompagnata da un assopimento dell'anima. Il secondo un
risveglio, una luce nella notte interiore, la rivelazione d'un Dio sopra
un misterioso Sinai dell'affetto e del pensiero; l'accensione d'una lava
che si comprimeva sotto le sembianze dell'antica apatia.
Questo fatto così fatalmente efficace era stata la comparsa in quella
stanza terrena dove Ester soleva lavorare, di Gian-Luigi.
La figliuola di Jacob non aveva allora che quattordici anni, e fino a
quel punto l'assopimento dell'anima e del corpo l'avevano mantenuta in
una apatia che non era, ma quasi poteva uguagliare la innocenza che
ignora. Però sotto quell'indifferenza il precoce sviluppo del fisico e
l'audace natura dell'intelletto preparavano celatamente le materie
infiammabili della passione. Nel suo sangue era il germe dell'ardore
orientale della sua razza. Nella sua bellezza come nella sua natura
c'era la tremenda potenza di voluttà della Sunamite.
La bellezza non era ancora apparsa agli occhi suoi sopra nessun volto
d'uomo, da nessun occhio di giovane aveva visto raggiare quel baleno di
sguardo che penetra nell'anima; una lusinga, una provocazione, una
fiamma. Gian-Luigi aveva nella persona la venustà d'una statua greca,
nella fierezza del sembiante l'autorità d'una supremazia data dalla
natura, nei modi l'agiatezza elegante del gran signore, negli occhi neri
il fascino seduttivo di cui Mefistofele aveva armato Fausto contro la
povera Margherita. Quella prima volta, Ester non l'aveva visto che pochi
minuti, poichè il padre erasi affrettato ad allontanarla; ma
l'impressione era tuttavia stata in essa viva e profonda. Più tardi,
frequenti volte era avvenuto che il giovane comparisse in quella
squallida dimora; e lo faceva con quell'aria di padronanza che a lui era
naturale e cui, verso il vecchio ebreo, erano tante le ragioni a
giustamente attribuirgli. Ester, partendo, mandata di sopra dal padre
sempre sospettoso, scambiava con lui uno sguardo; e quello sguardo era
una confessione, era poco meno che una promessa, cui Gian-Luigi non era
tale da lasciar cadere inefficace.
Un giorno, parecchi mesi prima dell'epoca in cui si svolge il nostro
racconto, Jacob aveva dovuto recarsi a Genova per gli affari suoi, e
Gian-Luigi lo sapeva. Il vecchio ebreo contava sulla fedeltà di Debora,
obliando come l'oro vinca fedeltà ben più salde che non quella d'una
vecchia fante, specialmente di tale che era invecchiata in mezzo a gente
che avaramente idoleggia il denaro. Gian-Luigi comprò la serva e fu
l'amante di Ester. Da quel giorno, per costei cominciò una esistenza di
tormenti indicibili. Ella sapeva quanta ferocia si nascondesse sotto la
finta mansuetudine di suo padre; ella conosceva l'odio accanito contro i
cristiani che contenevasi nella debolezza di quel vecchio; — e il suo
amante era un cristiano! Nessuna speranza adunque di lieta conclusione
all'amor suo, fuorchè in una sventura, il pensare soltanto alla quale,
non che desiderarla, era una colpa: voglio dire la morte del padre.
Questi le aveva detto infinite volte la onnipotenza della ricchezza; ed
Ester si sapeva assai ricca. Quella tanta quantità di oro accumulato
avrebbe potuto far superare ogni ostacolo. Sì; ma fra quell'oro e lei
c'era il padre... Ella scacciava con raccapriccio siffatte idee, e si
abbandonava alla fiducia dell'ignoto. Una fiata un leggier barlume di
speranza era balenato alla misera fanciulla. Jacob, secondo che soleva
di frequente, magnificandole quelle ricchezze che aveva raccolte e la
potenza loro, era uscito in queste parole:
— Tutto questo sarà tuo... Bisogna cercarla col lanternino una
principessa che ne abbia altrettanto. Tu potresti volere a tuo sposo non
so chi, che l'avresti vinta.
— E voi, padre: diss'ella palpitando: voi mi lasciereste sposare
quell'uomo che desidererei?
— Certo che sì: rispose il padre colla sua finta bonarietà.
L'anima della giovane si allargò nella subita invasione d'una speranza
piena di gioia.
— Perchè, soggiungeva il vecchio, sono più che persuaso come tu non
desidereresti se non tale che a te ed a me convenisse pienamente. Voglio
dire un israelita del mio stampo, che la pensi come penso io, che sia
capace di fare quel che faccio io, e che sapendo continuare la mia
opera, sia degno effettivamente di diventarmi figliuolo.
Ester chinò il capo e non parlò più.
Dal momento poi in cui si era accorta d'esser madre, per la figliuola di
Jacob s'accrebbero a mille doppi i tormenti, le paure, le angoscie
crudeli dell'animo. Gian-Luigi inoltre aveva di molto diminuita la
frequenza delle visite che le faceva nelle assenze del padre; e la
infelice ragazza s'accorgeva pur troppo che questa era una diminuzione
d'amore; se pure mai aveva meritato questo nome sublime, il sentimento
che aveva tratto quel seduttore ad abusare dell'imprudente abbandono di
Ester.
— Tu mi hai capito bene, figliuola mia, non è vero? Dopo una pausa
riprendeva Jacob in quel colloquio con sua figlia, il quale aveva luogo
innanzi alle ricchezze della cassa di ferro spalancata. Tu, per essere
degna figliuola di tuo padre, per corrispondere al tanto affetto ch'e'
ti porta, tu amerai l'oro di quel vero amore con cui deve essere amato,
con quel giusto amore che si merita; tu odierai i cristiani con quel
vero e giusto odio che si meritano.
Ester si riscosse, impallidì e tacque.
— Un giorno penserò a darti un compagno che corrisponda alle ragionevoli
esigenze tue e mie; un compagno che s'immedesimi in noi e nei nostri
disegni e propositi, che mi aiuti quando io sia stanco affatto e
impotente..... Oh! non sarà tanto presto. Io mi sento forte e robusto, e
qui dentro ho un vigore nella volontà, che non accenna a venir manco. Tu
altresì sei tanto giovane ancora!.... D'altronde non sarà mica il primo
venuto a cui vorrò dare questo tesoro di bellezza, di istruzione e di
virtù.....
Accarezzò il mento della figliuola che rimase impassibile e fredda come
una statua.
— Il più bel fiore d'Israele, senza contare le sue ricchezze. Voglio che
sia un israelita su cui si compiaccia l'occhio dell'Eterno e lo spirito
dei nostri padri.... e che conosca per bene le ragioni del nostro
commercio.
Ester, come fastidiata da siffatto discorso, interruppe:
— Devo dunque scrivere sul libro dell'avere questi guadagni del giorno?
Diss'ella.
— Sì, e scrivi le nuove cifre sulle polizze dei sacchetti.
La giovane si pose all'opera; il padre, guardando di sopra la spalla di
lei seduta seguitò cogli occhi la penna che rapidamente tracciò quelle
cifre che occorrevano; poscia libri e sacchetti furono riposti nella
cassa, questa venne chiusa accuratamente, e le chiavi nascoste dove
erano prima.
— Ah! Esclamò allora Jacob soffregandosi di nuovo le mani: ecco una
mattinata che è andata bene. Mi sento appetito. Andiamo a mangiare la
minestra che ci ha preparato Debora.