La condanna.
Il presidente fe' cenno di ritirarsi alle persone estranee alla
deliberazione.
Il relatore, il procuratore del fisco, il difensore, s'incamminarono
in silenzio; anche gli uscieri varcarono la soglia, e chiusero le
porte.
I giudici rimasero soli col cancelliere, che doveva raccogliere e
registrare i voti.
Cosa strana, che rende manifesto la incomprensibile mescolanza degli
umani affetti!
Quei dodici prelati, giudici del Supremo Tribunale della Sacra
Consulta, scelti fra quanto vi è di più freddo, inesorabile nella
curia romana per giudicare le cause di Stato, avvezzi da lunga mano a
dettare le sentenze di morte, sordi ad ogni sentimento di pietà o di
misericordia, si erano recati al palazzo di Monte Citorio già
informati di quanto si attendeva da loro, già conoscenti della causa,
e decisi di attenersi in tutto alla relazione fiscale del processo,
deliberati insomma di pronunciare la condanna di morte contro Giuseppe
Monti e Gaetano Tognetti. Ebbene, quell'eloquenza calda e sentita del
giovane avvocato, quella espansione, quell'accento di verità, quelle
lagrime sgorganti dal cuore, erano giunte a passare lo spesso
involucro di insensibilità, onde avevano fasciato il petto; essi
avevano sentito il contraccolpo di quella commozione: erano
inteneriti.
Il presidente, ch'era in certa maniera responsabile del giudicato in
faccia al Governo, volse intorno lo sguardo, e si accorse di quella
disposizione degli animi.
Gli parve di leggere in quei volti pensosi, in quegli sguardi
concentrati la salvezza degli inquisiti. Stette alquanto a guardarli
in silenzio, poi disse:
--Monsignori! avete intesa la relazione del processo, le conclusioni
del fisco, e per ultimo le parole della difesa. Voi siete uomini di
senno profondo e di provata esperienza. Non vi lascerete abbagliare
per fermo dagli artifici di un eloquio studiato da chi ha la missione
di interporsi fra la spada della giustizia e il reo che deve esserne
colpito. Non vi sfuggirà certo l'importanza di questa causa, che si
identifica cogli interessi supremi del papato e della religione. Roma,
la Chiesa, tutto il mondo cattolico hanno gli occhi su noi. Noi
dobbiamo dire colla nostra sentenza se i settarj, che nell'anno
decorso tentarono di rovesciare il trono del Sommo Pontefice, e furono
fugati dall'ira dell'Onnipotente, erano uomini dabbene; se in quel
modo essi agirono rettamente, secondo ragione e giustizia. Noi dovremo
dire se tanti valorosi soldati, che vennero ad esporre la vita in
difesa delle cose più sante, furono giustamente uccisi e massacrati
con tanta barbarie. Dovremo dire, infine, se coloro che attentano alla
sicurezza del trono e dell'altare, se i ribelli, gli assassini, i
sicari, debbono andar impuniti oggi, per essere domani glorificati,
per ricominciare più tardi la loro opera nefanda di strage e di
distruzione. Ecco, o signori, che cosa il mondo aspetta di sapere
dalla nostra sentenza. Invochiamo adunque il nome dell'Altissimo,
perchè c'illumini e ci guidi nella pronunciazione del nostro voto.
Questo artificioso discorso pose un fiero dubbio nel cuore di quei
prelati. Parlavano ancora nei loro petti le voci della pietà, e più di
queste le norme inconcusse dell'onestà e del vero, quei sentimenti
morali che non vengono mai distrutti del tutto nell'animo umano.
Questi sentimenti li avrebbero spinti ad assolvere dalla pena di morte
due uomini non d'altro rei, che di avere virilmente combattuto in un
campo opposto a quello dei loro giudici.
D'altra parte, i monsignori della Sacra Consulta riflettevano alle
parole del presidente. Il Governo aspettava da loro una condanna
severa: essi non potevano assolvere Monti e Tognetti senza condannare
il Governo. L'assoluzione di que' due inquisiti li rendeva moralmente
loro complici; con quella assoluzione essi rinnegavano quel potere pel
quale esistevano, rinnegavano tutto quanto il loro passato. La lotta
era dunque assai fiera, e diverso ne fu il risultato; in alcuni cuori
prevalse il consiglio più mite, in altri la crudele ragion di Stato; e
se non fosse stato che alcuni di essi erano guidati da motivi
personali, estranei al merito della causa, il maggior numero sarebbe
stato di quelli che inchinavano alla clemenza, e la salvezza di Monti
e Tognetti sarebbe stata pronunciata.
--Signor cancelliere, disse in mezzo al silenzio universale la voce
lugubre del presidente: raccogliete i voti. Monsignori, chi si
pronunzia per la pena di morte risponda sì, chi non vuole che quella
pena sia applicata dirà no. Cominciamo.
--Voi, monsignore, disse poscia, volgendosi al giudice ch'era seduto
alla estremità sinistra del banco. Giudicate che a Giuseppe Monti e
Gaetano Tognetti debba infliggersi la pena di morte?
Quello al quale il presidente volgeva la prima interrogazione, era un
prelato dai capelli bianchi, curvo nel collo e nella testa; i
travolgimenti delle passioni giovanili avevano devastato profondamente
il suo volto, sul quale regnava adesso per consueto una calma
impassibile.
Egli non levò la testa nè gli occhi, e rispose con voce ferma:
--No!
Gli occhi del presidente sfavillarono d'ira; rimase come incerto, poi
soggiunse:
--Non ho bene intesa la vostra risposta, monsignore. Io vi ho chiesto
se credete Monti e Tognetti meritevoli di morte.
Il vecchio levò lentamente il capo, fissò i suoi occhi bianchi e quasi
velati in faccia al presidente, e ripetè con maggior forza:
--No!
Il presidente, senza dissimulare il dispetto, che gli traspariva negli
occhi e nel cipiglio, si volse al secondo, e ripetè la domanda.
Questi, era un uomo di trent'anni, dal volto bruno, dal portamento
ardito; esso era rinomato per la severità, e potrebbe dirsi la ferocia
delle sue decisioni; e il presidente non dubitava che dalla sua bocca
dovesse uscire il voto della condanna. Egli ristette alquanto come
esitante, poi pronunziò la parola:
--No.
Il presidente strabiliò. Già gli pareva certa l'assoluzione dei due
accusati. Volse un'occhiata in giro sui giudici, come un uomo che sta
per annegarsi, e cerca un punto d'appoggio. Senza frapporre altro
indugio, interrogò il terzo prelato, e questi rispose:
--Sì.
Questa volta il presidente respirò, e più tranquillo interrogò il
quarto, che replicò:
--No.
Il quinto e il sesto risposero con un _sì_.
Il settimo _no_.
Il presidente ritornò a tremare.
Fra i voti raccolti v'erano quattro _no_; bastavano altri due per
formare parità e determinare l'esclusione della pena di morte.
L'ottavo giudice e il nono furono pel _sì_.
Il decimo pel _no_.
Anche un voto negativo, e gli accusati erano salvi.
Mancavano due voti: quello di monsignor Pagni e quello del presidente.
Questi interrogò Pagni tremando.
--Sì! rispose questi con voce vibrante.
Mancava solo il voto del presidente.
L'istante era solenne.
I voti raccolti erano undici, sei pel _sì_, cinque pel _no_. Se il
voto del presidente era pel _sì_, gl'inquisiti venivano condannati; se
era pel _no_, si formava la parità de' sei voti contrarj co' sei
favorevoli, e in tal caso essi erano salvi. La loro vita e la loro
morte dipendevano dunque dal voto di monsignor Presidente.
Tutti gli sguardi dei prelati, tanto di quelli che avevano pronunciato
il sì come degli altri che avevano detto no, si volsero a guardare
quell'uomo, che con un monosillabo doveva decidere di due esistenze.
Un'antica consuetudine è in vigore nei tribunali romani. Quando dal
voto del presidente, che è sempre l'ultimo a votare, dipende
l'assoluzione o la condanna degli accusati, quel voto è sempre
favorevole, specialmente se si tratta di pena capitale.
Ma la morte di Monti e di Tognetti era decretata prima ancora di quel
giudizio. Ben lo sapeva il presidente, che dopo un istante di
sospensione pronunciò la fatale parola: _Sì_!
Così il risultato della votazione fu di sette _sì_ e cinque _no_.
Monti e Tognetti furono condannati a morte alla maggioranza di sette
voci su dodici. Un voto contrario di meno li avrebbe salvati. Essi
furono dunque dannati all'ultimo supplizio in forza di _un solo voto_,
che fece traboccare la bilancia in loro danno.
Anche fra i prelati pontificj della Sacra Consulta ve ne furono cinque
che credettero Monti e Tognetti immeritevoli di morte; eppure essi
furono condannati alla ghigliottina!
Il presidente proclamò il risultato della votazione, esclamando
trionfalmente:
--La pena di morte è pronunziata!
Il cancelliere stese la sentenza. Poi il presidente suonò il
campanello.
Gli uscieri rientrarono; a un cenno del presidente introdussero il
relatore, il procuratore fiscale e il difensore.
La sentenza, colla quale Giuseppe Monti e Gaetano Tognetti venivano
condannati alla pena di morte, fu letta ad alta voce dal cancelliere.
La seduta si sciolse.
Monsignor presidente prese a parte l'avvocato Leoni, ch'era rimasto
come esterrefatto, e gli disse con ipocrita ironia:
--Mi rallegro con lei, signor avvocato; ha fatto una bella difesa.
Ella è giovane, e le si prepara un bell'avvenire. Quanto a quei due
infelici, io la consiglio a ricorrere per essi alla clemenza e pietà
del Sommo Pontefice.
--Alla clemenza del papa! sclamò con fuoco l'avvocato Leoni; e più
avrebbe detto, ma si trattenne.
Tacque alquanto; poi disse, indicando il crocifisso che dall'alto
aveva assistito a quella scena:
--Io me ne appello piuttosto alla giustizia di Dio!...
Nella sera medesima, il cancelliere si presentava alle Carceri Nove
per leggere la sentenza ai prigionieri. Si recò prima alla segreta di
Giuseppe Monti, poi a quella di Gaetano Tognetti.
Monti ascoltò sino alla fine la lettura senza dar segno di commozione.
E quando fu finita, diede un solo grido:
--Poveri miei figliuoli!...
E gemendo si rovesciò sul suo coviglio di paglia.
Tognetti si diede a ridere rabbiosamente, poi disse al cancelliere:
--Direte a quei signori della Sacra Consulta, che auguro loro un buon
sonno!