Nella tragica torre di Albraccà.
Ma un'altra volta che Aquilino era salito alla torre di Albraccà, trovò
l'uomo di un umore diverso: non citò Orlando; non fece le lodi delle
qualità amministratrici della marchesa, non citò nemmeno, _io, marchese
Ippolito di Torrechiara_. O aveva bevuto la verità ad altre fonti, che
alla bottiglia; o non aveva bevuto _theologaliter_; o forse aveva
ragione la marchesa: «uno stravagante». _L'uomo, essendo entro la
verità, era fuori del liquido, entro cui sta immersa la vita: e per
questo fatto i nervi rimanevano scoperti._
«Don Ippolito doveva essere -- pensò Aquilino -- uomo neurastènico.»
*
Ben è vero che nei giorni precedenti, all'ora del pranzo -- il solito! --
proprio l'ora in cui _la bufera infernal che mai non resta_ dovrebbe
arrestarsi, era avvenuto fra lui e la marchesa un altro _corto
circuito_: una cosa lieve, ma non perciò meno sgradita per lo stomaco,
che in quell'ora non vuole seccature. E questa volta non era stata la
parola _lesso_ o _arrosto_, ma la parola _virtus_, in latino, che in
italiano vuol dire _virtù_.
Malauguratamente, Aquilino era stato la causa involontaria del _corto
circuito_; ma se quel benedetto uomo fosse ritornato ancora in campagna,
o fosse rimasto nella sua torre di Albraccà, la cosa non sarebbe
successa.
Invece era lì ad assistere alla lezione di Bobby, e andava su e giù per
la stanza, un po' assorto, tirandosi i baffacci rossi, e ogni volta che
passava presso Bobby, gli accarezzava il parrucchino.
Aquilino, a gran dilettazione del marchese, faceva andare Bobby,
cavallino ben domato, svelto, svelto, giù per le declinazioni, su per le
coniugazioni.
-- _Mòrior_, _mòreris_ e non _morèris_ -- diceva Bobby. -- _Volo, nolo
malo. Volo vis, vult._
Il volto del marchese era tutto illuminato.
-- Ha una memoria, ha una prontezza.... -- diceva Aquilino.
-- _Paparino_, _paparone_, sai? -- disse Bobby di botto. -- Con gli altri
miei compagni, io detengo il _record_ dei verbi irregolari.
-- Ma pensi, figlio mio? connetti? rifletti? -- domandava lui. -- _In
principium erat verbum_, cioè in principio c'è il verbo, _io penso_.
Buon uomo! Ma non sapeva che una delle qualità più spiccate di Bobby era
non pensare?
-- Paparino, i Romani quanta più gente ammazzavano, tanto più erano
forniti di virtù, _virtute praèditi_.
Questa sortita di Bobby disorientò lì per lì il marchese: ed allora
Aquilino fu pronto a spiegare a Bobby come la parola _virtù_ aveva in
antico un significato un po' diverso, cioè indicava più specialmente _le
molteplici energie dell'uomo_.
-- Perfettamente -- disse il marchese, -- _virtus_ è la qualità specifica
del _vir_. Un po' di latino mi ricordo anch'io.
Ma _vir_ vuol dire «uomo!» E Bobby sapeva alla perfezione il nome _vir_.
Nome irregolare! -- Io sono un _vir_ e perciò io ho la _virtus_ -- diceva
Bobby. -- Allora le donne, perchè non sono _vir_, non hanno la _virtus_!
Io ho la _virtus_, ma tu non ce l'hai! La cameriera non ha la _virtus_,
miss Edith non ha la _virtus_, mamà non ha la _virtus_....
Bobby si divertì quel giorno per casa con la _virtus_, come con un
balocco.
*
A tavola, oimè, il discorso cascò sulla _virtus_; ed Aquilino, già
sentendo nell'aria un odore di temporale, con molto tatto, con molta
forma, spiegò la storia della parola _virtus_.
Ma il marchese, che poteva star zitto, volle parlare anche lui!
Donna Barberina aveva accolto, così e così, la spiegazione data da
Aquilino, della parola _virtus_, uguale a _superiorità materiale_
dell'uomo su la donna. Pur troppo! Ma quando il marchese parlò, e volle
spiegare che poi _virtus_ indicò la _superiorità morale_ dell'uomo su la
donna, allora si formò il corto circuito.
Donna Barberina negava ogni genere di superiorità. Ma nessuna
superiorità!
Il marchese cercava di condurre il discorso su le generali; e che Dante,
e che Platone, e che Cristo erano di sesso maschile: e che nella storia
non esistevano personaggi di tal fatta di sesso femminile.
Ma la marchesa accennava _ad personam_; a lui, poveretto!
-- Ma non parlatemi di superiorità! Nessuna superiorità.
«Al mio paese -- pensava Aquilino sentendo la voce della marchesa
stridere, -- un materialone di marito picchierebbe, come al tempo di quel
frate che inventò la cura con l'acqua benedetta».
Don Ippolito tacque allora; ma parlò dopo, nella torre di Albraccà.
*
Aquilino trovò dunque il marchese, nella sua torre di Albraccà, di umore
detestabile perchè l'acqua benedetta la aveva dovuta ingoiare lui.
Non offrì nemmeno da bere.
D'altra parte nel cuore del giovane era come un bisogno di cancellare
con un giudizio suo proprio il giudizio di condanna, sia pur lieve, ma
inesorabile, che la marchesa aveva dato sul caro e buon conte Cosimo:
«uno stravagante!» Pareva la condanna del mondo! Ed anche Pietro,
l'apostolo, tremò davanti alla condanna del mondo, e disse ben tre volte
che egli non era stato con Cristo, che non conosceva quel nazzareno
chiamato Cristo! E Cristo non trovando altro espediente per guarire la
viltà di Pietro, dovette ricorrere allo Spirito Santo: il quale scese
bensì dal cielo nel giorno della Pentecoste ed illuminò i dodici
apostoli: ma in misura non sufficiente per illuminare poi gli altri
uomini.
*
Vedendo il marchese di così reo umore, Aquilino levò una lettera
ricevuta qualche tempo innanzi dal conte Cosimo, nella quale si
contenevano affettuose parole per il marchese, ed abilmente, un po' per
volta, si mostrò desideroso di sapere quella parte della vita del conte
che egli non sapeva, ed a cui, con parole di condanna, aveva fatto
allusione donna Barberina.
Il marchese disse: -- _Infandum, regina, iubes renovare dolorem_, o come
dice Dante, _Tu vuoi che io rinnovelli_, con quel che segue. Favoritemi
quella pipa. Dunque io dicevo una cosa....
-- _Infandum_ -- suggerì Aquilino.
-- Ah, sì, proprio _infandum_. Il conte Cosimo è da molti anni divorziato
dalla moglie ed ha due figli di cui uno segretario d'ambasciata. Tutto
questo è di dominio pubblico e può essere detto senza indiscrezione.
Quanto poi alle cause del divorzio....
-- Vorrà dire _separazione_, signor marchese -- potè interrompere allora
Aquilino.
-- Divorzio, dico!
-- Perdoni, il divorzio da noi non esiste.
-- E se non esiste da noi, si prende dove c'è. È sempre questione di
pecunia: e vi sono avvocati specialisti del genere. Mi meraviglio che
studiate legge! E ignorate che viviamo nell'età dell'oro del dio
Mammone. Che diamine!... Senza fare insinuazioni maligne, senza entrare
nel _pro_ e nel _contro_, -- continuò --, vi devo dire, per onore di
verità, che la contessa, moglie di Cosimo, fece tutto quello che si può
fare per internare il marito in una casa di cura o manicomio. Non vi
riuscì, non per mancanza di buona volontà, ma perchè la tesi era
insostenibile e perchè si opposero protezioni potenti. Ma, ad onor del
vero, vi debbo anche significare che il conte vi si prestava
stupendamente. Ho passato con lui gli anni migliori della mia
giovinezza, e debbo dirvi di una sua grave pecca; per cui ebbe molestie,
e duelli anche: la _beffa_! Poter fare una _beffa_! Con le beffe da lui
perpetrate si potrebbe mettere insieme un volume tutto da ridere. Io non
ve le racconto, perchè non ne ho voglia. Sotto questo riflesso si poteva
pensare anche ad un vizio mentale. Però la dirittura morale dell'uomo vi
è dimostrata da quanto sto per dirvi. Avvenuto il divorzio, Cosimo mutò
di punto in bianco. I figliuoli, per ragioni delicate che credo
opportuno tralasciare, furono affidati alla tutela del padre. Ebbene:
per circa dieci anni, quanto durò l'educazione dei figli, egli non fu
altro che il precettore, il compagno indivisibile dei figli: oh, figli
studiosi, seri, educati, composti! Mi ricordo -- quei giovanotti facevano
allora il liceo -- che padre e figli parevano quasi tre fratelli. Lui
s'era messo a studiare con loro; e viaggi all'estero; viaggi di
istruzione in Italia in tanti luoghi, anche remoti -- sapete quale enorme
ricchezza è nel nostro paese di simili peregrinazioni! Irraggiava da lui
una felicità così grande che attraeva ognuno. I suoi figli! Oh, come li
ama! si dicea con stupore. Un'adorazione! Il sospetto di una infermità,
di un pericolo lo faceva tremare. Potrei scendere a particolari, che vi
rivelerebbero la delicatezza spinta sino allo scrùpolo. Sentite: Il
conte fu in giovinezza uno dei più belli uomini di cui abbia ricordanza,
e libero come egli era, gli caddero sul piatto molte coturnìci e
allodole belle e cotte, _Io le mangerei anche_ -- mi diceva in confidenza
-- ; _ma che devo dirti? fare cosa che non potrei rivelare ai miei figli,
i quali dormono puri, mi pare un'impurità._ E si asteneva dalle gioie di
amore. Vi dirò in breve: gli fu giuocata una beffa che è la più atroce
di tutte quelle che egli fece. Un fratello della contessa lasciò ai
nepoti una somma di parecchi milioni; alla condizione che al nome
paterno avessero sostituito il nome della madre.
-- Ed essi? -- domandò Aquilino.
-- Ed essi lo fecero.
-- Oh! E il mondo dei nobili non li ha scacciati dal suo seno?
-- Il mondo dei nobili ne ha fatto semplicemente un _numero_ di
discussione nelle conversazioni. I figli di Cosimo sono, oggi, perfetti
_gentlemen_, _sportmen_ molto stimati! Non vi ho detto che viviamo sotto
la costellazione zodiacale del dio Mammone?
-- E il povero conte?
-- Fu lo schianto, la morte! Da allora vive solo, errante come un'anima
in pena. Ah, i figli che fanno morire i padri di crepacuore!
-- Io sono un plebeo, signor marchese -- disse allora Aquilino -- ; e il
mio povero babbo è morto: ma proprio non ho niente da rimproverarmi. Mi
sembrerebbe, se avessi questi rimorsi, di sentire, la notte, il mio
povero papà venirmi a tirare per i piedi. E allora dov'è questa nobiltà,
signor marchese?
-- Lo so io dove è la nobiltà? Io sono nobile, e basta! -- disse il
marchese.
«Ah, se non lo sa lei -- disse fra sè Aquilino -- non ne parliamo più».
Ma dopo un poco il marchese prese a dire:
-- La nobiltà è gente che ha il _pedigree_. Voi avete il _pedigree_? No.
Noi abbiamo un _pedigree_ antico. I marchesi di Torrechiara -- perchè
sappiate che realmente esiste tuttora il castello di Torrechiara, da cui
si domina tanto sereno all'intorno, -- i marchesi di Torrechiara, vi
dico, sono stati al seguito di Carlo V. Ciò è nella storia! Eppure ecco
quello che un'antica pergamena dice, che pare un libro del dare e
dell'avere. _Addì_, ecc. _quelli dei Torrechiara ammazzorno due uomini
della famiglia dei Cacciaterra. Addì, ecc. Cagnaccio Cacciaterra ammazzò
cinque uomini dei Torrechiara, e questi poi ammazzorno_, ecc. Quando le
note degli _ammazzorno_ da una parte e dall'altra formavano una specie
di pareggio, si acquetavano per un po'. Poi tornavano da capo. Queste
sono le origini della mia famiglia. Ma forse può darsi che sia il
_pedigree_ anche degli altri nobili: cioè _ammazzorno_, _ruborno_,
_ingannorno_. La musa poi della storia prende questi rari _ammazzorno_,
_ruborno_, e ci sparge sopra la polvere d'oro, come il cuoco fa con la
salsa _béchamel_ su le polpette vecchie: o ci stordisce con il rimbombo
dei gloriosi oricalchi. Miserie!
-- E la moglie del conte Cosimo era bella?
-- Molto bella! E perciò il re Salomone dice: _Averte faciem tuam a
muliere compta!_ «Allontana, allontana il tuo sguardo dalla bella
donna». Ma il sapiente re Salomone, sapendo quanto la cosa sia
difficile, teneva presso di sè mille concubine, perchè mille donne sono
meno pericolose di una sol donna. Ma lasciamo tali facezie. Io penso
allo strazio del povero Cosimo che ha dovuto, un poco per volta,
seppellire i suoi figli vivi. Ed io mi domando: sono figli quei figli, o
che cosa? Il marchese, detto questo, si arrestò, stette meditabondo, e
dopo un po' riprese:
-- E quando poi io penso che mio figlio è affidato a quelle mani....
Bouuh! -- fece con terrore ed orrore.
Ed Aquilino vide d'improvviso il marchese Ippolito di Torrechiara
avventarsi ad una partigiana che era in un angolo e squassarla come
forse aveva fatto l'antico, che era stato al servizio di Carlo V.
-- Un bimbo educato così sarà figlio mio? -- replicò. -- E se i figli non
ereditano la bontà dei padri, perchè i figli nel mondo?
Lì per lì Aquilino non capì. Gli venne il sospetto che il conte fosse un
po' ubriaco. Evidentemente alludeva a Bobby, e a miss Edith; fors'anche
alla marchesa.
E come ebbe compreso questo passaggio, si diè amorosamente a calmare il
marchese di quella sua repentina vesània.
-- Non fatevi campione di quella rea femmina -- disse presentandoglisi con
la partigiana. -- Mio figlio affidato a quelle mani impure! Povero
fanciullo!
E rigettò la partigiana, e si buttò su la poltrona dando in uno scoppio
di risa.
Aquilino se ne stava, così, fra l'_idiotizzato_ e l'atterrito, come chi
corre in treno e sente il treno uscire dalle rotaie.
Per fortuna il marchese si rimise sul tono di prima e disse ancora:
-- Non vi fate campione di quella rea femmina.
Evidentemente alludeva a miss Edith.
-- Io sento che dalla mia casa sale sino quassù un lezzo di cancrena....
-- La condotta e la vita di miss Edith -- disse allora Aquilino -- mi
paiono, signor marchese, del tutto conformi al decoro.
-- Al decoro! Sì, maestro! Avete proprio imbroccata la parola giusta: il
decoro: salvo il decoro, è salva l'anima. È stato il genio malefico di
questa casa, quella inglese!
Aquilino si sforzò ancora di metter pace nel cuore di quel povero
signore: -- Forse -- disse -- miss Edith ha studiato troppo; ha letto
troppo per la sua età: certe idee sono prese forse un po' troppo alla
lettera. Troppa filosofia!
-- Filosofia? E anche questa qui è filosofia?
E il marchese si levò, aprì il canterano, ne tolse dei libri, li mise
sotto il naso di Aquilino, e seguitò leggendo il titolo di uno di quei
libelli: _Heptameron di Margherita di Navarra_. -- È questa filosofia?
Poi altro libello ed altro titolo: _Discours de Brantôme_. -- È questa
filosofia?
Aquilino guardava confuso quei libri.
-- E questo spaventoso immoralissimo libro, _Claudine à l'école_; e
quest'altro, _Intentions_ di Oscar Wilde; e quest'altro, _Décadence
latine_ di Sar Peladan, son libri per una giovanetta, per una
educatrice? E mia moglie lo sa, lo sa!
-- E cosa le ha risposto la signora marchesa?
-- Ha risposto che è letteratura, e che non c'è niente di strano che una
giovane donna istruita legga questi libri e sappia tutto. Ma è stùpido --
io le ho detto -- spalancare la finestra davanti ai ciechi. Non si può
piantare una quercia entro un vaso da fiori, se no il vaso si spezza.
Accidenti alla letteratura!
-- E la marchesa?
-- La marchesa ha detto che badassi alla mia testa, perchè la mia è già
spezzata. La mia! Credete, credete, quella inglese ha stregato mia
moglie! E quest'altro infernale libro del Nietzsche, _Jenseits von Gut
und Böse_, _al di là del bene e del male_, cioè un libro esotèrico, che
io, voi forse, con molti «forse», potete leggere, può essere dato in
pasto al cervello frullino di una donna? E questa putrefazione elegante
_Demi-Vierges_? pensate maestro _mezze vergini_! il solo titolo è
l'infamia della minotaura! E costei è la educatrice di mio figlio.
Aquilino si ricordò allora di quella espressione del poeta Emme, _che
miss Edith era una deflorata a tutti gli spigoli della intellettualità_.
Imagini di voluttà e di colpa si svolgevano da quei titoli dei libri
nella mente del giovane, senza il concorso della sua volontà.
Vedeva miss Edith, la bionda; vedeva anche donna Bàrbera, la bruna.
Le carni di lui avevano brìvidi e fiamme.
E dopo alquanto silenzio Don Ippolito proseguì:
-- Io, a detta della marchesa, sono l'uomo che sogna. Ma vi giuro,
maestro, che io avrei tutta la straordinaria energia di Ercole per
purgare queste stalle di putredine. Ma poi penso: a che vale? Se è
destino che mio figlio debba vivere in un mondo avvelenato, forse è bene
che cominci da piccino la cura del veleno. Miss Edith, avete ragione,
maestro, è un'ottima, igienica istitutrice. Conservatene ottima
opinione. Ma se un figlio, oltre che figlio delle vostre carni, non sarà
anche il figlio della vostra anima, perchè procreare?
Aquilino udiva queste parole, stando col capo in giù. Non rispondeva
perchè vedeva quelle imagini voluttuose e non poteva dire ciò che
sentiva.
Poi sentiva la sua giovinezza trascinata verso alcunchè di indomabile.
Egli aveva, nella sua adolescenza, sognato gli angioli della pietosa
testa chiomata, con solo un manto, cui le ali ventilavano.
Ora non vedeva più le ali e gli angioli. Vedeva un'imagine che fu,
fermata in un quadro: una donna erta, tetra con le pupille fisse avanti,
col petto denudato e tutta aggirata all'intorno da un verde maculato
enorme serpe, e la testa triangolare del mostro ricadeva giù su la
spalla della donna.
E ben guardando quell'imagine, non sapeva dire se quella donna godesse o
soffrisse di quel mostruoso abbracciamento della serpe. Pareva, al più,
che ella fosse come la sacerdotessa di non sapea quale oscura e perpetua
religione: qualcosa di più potente e terribile che lo stesso dio
Mammone.
Miss Edith la bionda, e donna Bàrbera la bruna.
*
No, non sarebbe più andato nella torre di Albraccà.
Non si va, non è igiene andare dove sono gli infermi.
Quell'uomo era troppo sano; e perciò era un infermo tra gli altri
uomini.