L'estate di poi, quando Aquilino prese la sua bella licenza liceale con
tanti bei punti, ci si sarebbe dovuto mettere anche il nome della mamma
sua, perchè è vero che Aquilino studiò; e con Cicerone e con Orazio
parlava quasi a tu per tu di tutte quelle cose sublimi; ma tutte quelle
umili parsimonie, quelle minestrine col battuto, coi ceci, e tutte
quelle maglie e giubboncini pel mercante, a furia di _tic e tac_ coi
ferri da calza, li aveva fatti pur lei!
Ed era perchè tutte queste necessità domandavano la preminenza che i
calzoni di Aquilino eran rimasti corti e sgraziati tuttavia.
-- Ah, i tempi -- diceva talora Aquilino -- i tempi, mammina, che era vivo
il povero babbo, e portava dalla campagna, e uova, e formaggi, e polli!
Vedi un po', mammina, se c'è più uno di quelli che tu allora sfamavi,
che adesso ti venga almeno a trovare!
E voleva far capire a mamà che quando in casa c'era l'abbondanza, e lei
fosse stata meno caritatevole, non si sarebbe, adesso, lesinato così.
-- A te ti manca niente? -- gli rispondeva la mamma. -- No, e allora? Di
quello che faccio, so io a chi devo render conto. Caro mio, se dovessimo
tutti ragionare come ragioni tu, vedresti che bel mondo!
Su questo punto era inutile discutere con mamà.
*
Aquilino si rifaceva un po' la domenica quando era invitato a pranzo da
una sua zia paterna, di nome Maria Anna, la quale era rimasta zitella e
sola. Ella era una donnina un pochino povera di mente e più povera di
membra. Parsimoniosa sino allo scrùpolo, era riuscita a vivere con una
sua piccola dote: e voleva assai bene, a suo modo, ad Aquilino.
«Domenica, Aquilino -- diceva -- verrai a pranzo da me»; e faceva la spesa
grossa in quel dì, come a dire una libbra di carne; e la minestra di
passatini, e gli spinacci con l'uva passa e i pinòli, e talvolta anche
la zuppa inglese. E col lesso, traeva anche un prezioso vasetto di
carciofini.
Aquilino mangiava e lodava; ma assai più si lodava da sè la zietta. «Il
brodino vero, vedi, deve bollire adagino, adagino con il suo sèdano e le
sue erbucce; gli spinacci devono covare, covare nella teglia; e la crema
senza farina non la sanno far tutti. Vostra madre, già, non ci riesce.
Lei è tutta un _fru-fru_ quando fa da mangiare. Già, vostra madre, una
superba, una sprecona, che se avesse saputo metter da parte, adesso non
si troverebbe a dover lavorare per gli altri, e lavora anche la
domenica!»
Questo era lo scotto del desinare; ma poi c'era dell'altro: «Siete
andato a Messa, Aquilino? Già vostra madre è libera pensatrice! E perchè
leggi, Aquilino mio, tutti quei libracci, e Dumà e Sù? non sai che sono
proibiti e conducono a perdizione la gioventù?»
Aquilino protestava per Dumà e Sù.
-- Ma sì, che ti vedono in libreria, e me l'hanno detto: _quel vostro
nipote si guasta la testa! Ha certe idee._ Vostra madre vi lascia troppo
la briglia sul collo.
Povera Maria Anna! Da quando aveva dato retta ad alcuni uomini neri, che
le fecero togliere quei suoi soldi dalla cassa di risparmio per metterli
in ipoteca, che così invece del quattro avrebbe lucrato il sette per
cento, la sua pace fu perduta, perchè non vedeva più nè il quattro nè il
sette. Quegli uomini neri la accontentavano con facezie: «che bella cera
avete, Maria Anna! Beata voi, Maria Anna, che quando avete pensato
all'anima vostra, avete pensato a tutto. Ah, quei soldi? Sì, ripassate
domani». E le davano il suo a spizzico, come un'elemosina.
*
Aquilino in quei tempi passava -- è vero -- molto tempo in libreria -- come
avevano riferito alla zietta, -- ma non a leggere Dumà e Sù, bensì a
leggere certi autorevoli libri, non antichi e sempliciotti, ma moderni e
complicati, che parlavano della catàrsi o palingènesi, o purificazione,
o rinnovazione del mondo, prossima da venire. La verità era già in
cammino, trainata dalla potente locomotiva della scienza. Sarebbe
arrivata alle calende di un maggio luminoso.
Del che erano dispute fra lui, altri giovani e il vecchio bibliotecario,
il quale era dabbene e paziente con quei ragazzi, ma troppo antiquario
oramai.
Ma intanto che si aspettava il giorno della _purificazione_, quegli
uomini neri rubavano alla povera zietta; e il suo professore di
matematica si era mostrato senza pietà. Quanto lo aveva Aquilino
supplicato di mutare il _sei_ in un _nove_ per ottenere l'esonero dalle
tasse! «Quel rampino del sei, sia buono, lo volti in giù,
professore....»
Irremovibile come il suo virginia sul grosso faccione!
«Ah, farti mangiare tanti fagioli quanti se ne mangiavano in casa!»
E quando vedeva mamà lavorare anche fin tardi, gli veniva su un non so
che! E cominciava a dubitare se era bene che tutti gli uomini dovessero
godere dei benefici della purificazione del mondo.
Ma più lo tormentava vedere quella povera zietta, che non stava più in
piedi oramai, e andare e tornare, con quel suo velo nero in testa, per
le vie lunghe, da quegli uomini neri a limosinare il suo....
«Aquilino -- diceva la zietta -- stanotte non ho potuto dormire. Son sola
sola! Loro m'han detto che adesso i tempi sono difficili per le
ipoteche, e che se voglio vivere più sicura, dovrei far vitalizio.
Faccio bene? faccio male a far vitalizio? Aquilino! M'han detto che a
quelli che fan vitalizio, dànno poi l'acquetta per farli morir prima.
Oh, Aquilino, aiutami tu!»
E a quella parola _morire_, alla povera zietta si era deformata la bocca
in giù per la paura.
E Aquilino allora si era fatto forza: aveva imposto, sopra la sua
giovinezza, l'armatura del dovere, ed era andato lui nello studio di
quelli uomini neri, e come uomo aveva osato parlare. «Poverino! -- gli
avevan detto -- ma che ne capite voi di ipoteche?» E lui dicendo che
voleva i soldi, gli avevano detto che lui voleva i soldi della zietta
per farne bisbòccia, e che essi pagavano chi dovevano pagare, e che le
sue erano tutte esaltazioni di una testa calda.
Era uscito da quello studio con le fiamme sul volto e aveva sùbito
pensato di rivolgersi alla legge. Ma dove, ma come si prende la legge?
La legge era tutta in mano degli uomini neri, in quella sua città! E
dopo, gli venne una rabbia contro la legge, e contro i Romani che, per
quanto ne sapeva, avevano creato essi le leggi. Ed essere stato trattato
così da _poverino_, da ragazzo, lui, che nei libri si trovava in
rapporti di intimità con tanti uomini grandi! Gli venne una bile che
stava per scaraventare a terra i suoi libri latini.
Finalmente andò a sfogarsi con mamà. Nella camera dove mamà lavorava,
c'era entro una cornice vecchia di legno, dal contorno barocco,
quell'imagine di una Madonna, con un profilo bianco, sur un fondo scuro,
inclìne e dolce sul pargoletto lattante. Mamà ci teneva acceso davanti
il lumino col miglior olio d'oliva, e alcuni fiori ed erbe odorose.
Aquilino andava su e giù per la stanza e raccontava le nequizie degli
uomini neri.
-- E lasciali fare -- disse lei senza commuoversi troppo.
-- Ma è un'iniquità!
-- E se è un'iniquità? Saran loro che dovran render conto; non tu.
«_Già a quella lì!_ -- borbottava Aquilino -- _Alla Madonna col pupo
renderan conto! Eh, povera mamma! Sai quanto faresti meglio a condir di
più la minestra con quell'olio._» -- E appunto perchè gli voglio far
render conto, -- disse forte -- ; perchè, dopo tutto, quei quattro soldi
della zia dovrebbero venire a me....
-- Vedi? Vedi che c'è sempre dell'egoismo nel fondo del tuo pensiero?
Lascia che se li prenda chi vuole quei maledetti soldi. La tua strada te
la farai da per te. Ringrazia piuttosto la Madonna che ti ha dato la
salute....
-- Già, la Madonna!
-- Quella proprio! -- e mamà volge il bianco degli occhi, severi, verso
Aquilino.
*
Aquilino poi, di nascosto di mamà, si era rivolto a Don Malfattini, il
quale era almeno un autentico uomo nero, perchè portava un tricorno di
felpa e non unto, un mantello di seta svolazzante sino alle scarpe, e le
scarpe con le fibbie d'argento. Era un pretino occhialuto, fino come la
polvere, raso come la seta, soave come il miele, che si aggirava con
ugual sveltezza tanto tra i banchi delle Banche, come fra gli altari e i
tabernàcoli. Grande dovizia egli aveva accumulato con una sua ingegnosa
combinazione finanziaria per alleviare le pene dei poveri morti che
stanno nel purgatorio. Così che Don Malfattini aveva potuto indorare
tutte le Madonne ed i Santi della sua chiesa, fare molte opere di
beneficenza ai vivi, ed essere àrbitro delle elezioni nella città.
Non fu facile per Aquilino afferrare Don Malfattini; egli svolazzava
sempre di qua e di là in mille faccende; ma a furia di pazienza, potè
afferrarlo per cinque minuti di udienza. Senonchè quando si trovò
davanti a quei due lanternoni di occhiali e udì quella voce secca, gli
cadde il cuore. Un uomo in partecipazione di affari con Domineddio,
avrebbe dovuto possedere una meno arida voce e far segni pietosi col
volto, udendo le premesse che fece Aquilino, cioè la devozione di mamà
per la Madonna, l'olio d'oliva, i fiori, ed altre delicatezze della
pietà e della miseria.
-- Già -- rispose Don Malfattini. -- Ma ci troviamo, signor mio, di fronte
ad una pregiudiziale: la di lei riverita madre, nostra parrocchiana e
degnissima persona, gode intanto di una pensioncina di cinquantadue lire
dal Comune; ella, poi, è studente, cioè in condizione privilegiata e in
bella salute, del che mi compiaccio. Ora le nostre instituzioni
benefiche sono rivolte a speciali categorie di persone, come liberati
dal carcere, fanciulle sviate dal retto sentiero, piccoli malviventi,
deformi....
E numerando queste categorie, Don Malfattini si ritraeva col volto,
restringendo le labbra come un vecchio gatto a cui si minacciano
buffetti sul naso, e parea dire: «_Dolente, ma come vede, ella non è
compresa in nessuna di queste categorie!_»
Aquilino, benchè con la gola secca, si ingegnò di far capire che egli,
in tal caso, era in condizioni di inferiorità rispetto ad un liberato
dal carcere, ad un malvivente. Del resto lui non veniva per elemosine,
ma per un prèstito. Gli speculatori fabbricano pur le case, e vanno su
ipotecando piano per piano! Ora che un giovane per bene offrisse meno di
sicurtà che una casa di pietre?
Audace e ingegnoso il giovincello! E Don Malfattini battendo allora le
labbra a modo dei pàperi, «Eh, eh!» esclamò come approvando: -- «Ma
bisogna che mi informi, che prenda le mie referenze, il mio caro
figliuolo -- disse -- .... Ripassi, eh sì, ripassi!»
Ed Aquilino ripassò, ed imparò come sia difficile il verbo _ripassare_,
ma non ottenne niente; perchè _ma_, perchè _se_, perchè _sì_, perchè Don
Malfattini era dolente. Insomma, si possono, in via eccezionale,
sovvenzionare le teste, oltre che le case. Ma le case sono di fredde
pietre e la sua risultava essere una testa un po' calda.
Ah, meglio essere malviventi che teste calde!
*
Mamà, quando seppe la cosa, se ne dolse col figliuolo. «Non so -- disse
scotendo la testa un po' grigia -- perchè tu vada a levarti il cappello a
certa gente, che sai come è fatta.»
Aquilino, quel giorno, lagrimò. E c'era un così bel sole di maggio che
tutte le viole a ciocche davanti alla Madonna, nella stanzetta di mamà,
profumavano all'intorno l'aria, insieme con l'erba cedrina.