La bella fetta d'angùria.
I calzoni di Aquilino erano corti per quelle gambe che si facevano ogni
anno più lunghe; ma quella sera riserbavano al giovinetto una piacevole
sorpresa, perchè sentì alcunchè di solido dentro una tasca. E non era la
medaglia della Madonna, che mamà gli cuciva tra gli abiti: non era un
baiocco del papa, ma una moneta con l'effige del re.
Nel cielo splendeva la luna piena d'agosto; sulla terra la gente andava
in processione a respirare la frescura del mare, e sentire la banda.
Aquilino, trovata che ebbe la moneta, si fermò. Lì, presso la barriera,
c'era un venditore di angurie. Le spaccava con la coltella e, al lume di
una candela, esponeva quella roridezza di fiamma.
-- Angurie dai semi mondi -- vociava l'omaccione: -- si mangia e si beve.
Aquilino stette un po' considerando se era cosa più saggia comperare con
quel denaro una misura di brustolini, o forse anche entrare arditamente
nel caffè dei signori e comperare un'offella: cose nutrienti e solide.
Ma vinse l'anguria, benchè acquosa.
Che bontà, ma come sottile quella fetta! E stava intagliando sulla
scorza gli ultimi vestigi del rosso, quando il venditore gli si
appressò, e gli portò una nuova fetta, grande quasi un quarto di
anguria.
-- Ma questo cos'è?
-- C'è quel signore che gliela paga.
Il giovinetto si accorse allora che, un poco discosto da lui, sedeva un
signore che mangiava anche lui l'anguria.
Sorrideva, e faceva cenno di «no»!
Era proprio un signore! con una bella barba e due occhi dolci e
luminosi: ma una faccia forestiera; di quei foresti che vengono pei
bagni di mare: anche perchè un signore della sua città mai si sarebbe
seduto sotto una frasca a mangiare angurie.
-- Mangi senza scrùpolo la sua cocòmera -- disse la voce di quel signore --
, io non c'entro. È quest'onesto cocomeraio che è stato preso da un
violento accesso di rimorso per la fetta troppo sottile che le ha dato.
È vero, signor cocomeraio?
Quel signore parlava a sbalzi, a sfumature, con un certo accento che
Aquilino non avrebbe saputo ben definire di qual paese, ma non era la
gorgia melliflua e cascante dei signori della sua città: oh, un
forastiero.
-- Sai? -- disse poi confidenzialmente -- non te ne avere a male; ma mi è
parso che tu stavi facendo come dicono a Napoli: si mangia, si beve e si
lava la faccia.
-- La faccia me la lavo con l'acqua tutte le mattine.
-- Oh, guarda! E allora prendi....
E così dicendo, gli diede una manciatella di confetti, di cioccolatini,
di quelli ravvolti nella stagnola d'oro e d'argento. Gli sonavano nelle
tasche. Aquilino si voleva schermire, ma fu vano.
-- E adesso te ne vai anche tu al mare, a sentire la banda, eh?
-- È un po' tardi oramai, signore, e mamà non va a letto se prima non
vado a casa io.
-- Ma tu sei l'araba fenice dei figliuoli. Lavori anche? {004}
-- Studio, signore.
-- Oh, guarda! e cosa studi?
-- Il liceo, signore!
-- Il liceo? -- E colui corrugò le ciglia.
-- Il liceo, sì: oh bella! Perchè mi guarda così?
E parve ad Aquilino che gli occhi di quell'incognito lo fissassero
stranamente. Ma fu un attimo. Attinse dalle tasche altre manciate di
confetti, e a forza li insinuò nelle tasche di Aquilino. -- Così ne porti
anche alla mamma che aspetta, vero? Oh, puoi accettare senza scrupoli.
Io sono il padrone delle cose dolci: io vivo sempre in mezzo alle cose
dolci.
-- Cosa?
-- Sono un dolciere. Vai, vai!