I _Mirabilia Urbis Romae_.

Il secolo duodecimo favorì i primi studî di archeologia romana.

I Senatori, che deliravano di avere restaurato in Campidoglio

la Republica antica, si risovvennero eziandio della magnificenza

monumentale della vecchia Roma, e nella loro fantasia si ricomposero

la città di meraviglie dei loro antenati. Ad onta di tutto il rovinio

violento recatovi dall’opera devastatrice di secoli, Roma era la

terra più vetusta del mondo, e, sebbene anch’esso ruinoso, alitava

in petto ai Romani uno spirito antico, che in mezzo al popolo veniva

acquistando una viva coscienza di sè, e rompeva veementissima guerra

contro la Chiesa. Al tempo in cui si rinnovellò il Senato la _Graphia_

e i _Mirabilia_ assunsero la forma sotto cui pervennero fino a noi;

d’allora in poi si diffusero essi ognor più per via di copie che se

ne ricavarono, quantunque ignoranti scrivani li deturpassero coi più

assurdi farfalloni. E l’una e gli altri in sostanza sono la stessa

cosa, ma ebbero compilatori diversi; e se anche non facciano a bella

posta di escludere da sè le cose di Roma ecclesiastica, certo è

che trattano a preferenza con fervido amore della Città pagana. E

questo carattere di antichità repugnava tanto poco in Roma cristiana,

che precisamente gli Archivisti pontificî, come furono Benedetto,

Albino e Cencio, innestarono i _Mirabilia_ nelle loro collezioni

officiali. La menzione che vi si fa della tomba d’Innocenzo II e di

quella di Anastasio IV, delle torri dei Frangipani e dei Pierleoni,

finalmente del palazzo dei Senatori in Campidoglio, dimostra che questa

Descrizione della Città ebbe compimento nella seconda metà del secolo

duodecimo. Per riguardo poi alla _Graphia_, sebbene vi siano aggiunte

delle parti più antiche, e cioè il Libro ceremoniale degli imperatori

all’età degli Ottoni, nondimeno anche la sua composizione appartiene

a quello istesso tempo; nè abbiamo codice alcuno dei _Mirabilia_ che

risalga più in là del secolo decimosecondo[816].

Pertanto una lacuna di secoli s’inframmette tra il _Curiosum Urbis_

(od almeno l’Anonimo di Einsiedeln) e i _Mirabilia_; nè ci si

conservò alcun anello intermedio, prima che quel _Curiosum_, onde

non si perdette mai contezza in Roma, si trasmutasse nei _Mirabilia_.

Certamente che questa ampliata Descrizione della Città gittò le sue

fondamenta poco a poco; alcune delle sue parti erano note al Cronista

di Soratte, e può darsi che finalmente nel secolo duodecimo tutte

si congiungessero insieme ad unità. Negar non si può per lo meno

che i _Mirabilia_ venissero su raffazzonati a forza di frammenti; ma

tuttavolta ci manca la loro scrittura originale; nè prima del secolo

duodecimo si trovano autori romani e italiani (il canonico Benedetto,

Albino, Cencio, Goffredo di Viterbo, Pietro Mallio, Romualdo di Salerno

e più tardi Martino Polono), che abbiano attinto dai _Mirabilia_, o li

abbiano intieramente raccolti nelle loro compilazioni[817].

In quel componimento, che un ignoto scolastico dettava intorno alle

«cose meravigliose della città di Roma», l’archeologia romana, la quale

ai dì nostri ebbe raggiunta un’ampiezza che può dirsi spaventosa, fa

sbocciare il suo primo fiore da germi già svolti in tempi addietro;

e lo fa usando di forme barbariche e rozze, e di un latino ruinoso sì

come il soggetto che descrive. Il buon senso e le assurdità, la retta

scienza e i perdonabili errori che colà dentro si mescolano insieme,

non hanno di che arrossire soverchiamente innanzi alla pretensiosa

erudizione di Archeologi venuti più tardi (ed anche di quelli dei

nostri giorni), i quali, se si raccolgano tutte insieme le loro

opinioni, fanno di Roma un vero labirinto che mette nausea a chi la

contempla con occhio di storico. Ella è cosa sommamente attrattiva

pensarsi qual dovesse esser l’aspetto di Roma nel secolo duodecimo,

quando le sue ruine maestose non erano peranco ridotte a scheletri

illustrati dalla scienza, ripulite artisticamente, dissotterrate e

incorniciate, ma erano tramutate in torri gravide d’armi di consoli

feroci, e in case dalle forme pittoresche, oppure si celavano alle

indagini dello studioso, abbandonate allo stato selvaggio di natura,

misteriose, leggendarie, e vagamente coperte di edera. Molte rovine,

che oggidì sparvero o che hanno perduto l’ornato dei loro marmi,

nel secolo duodecimo stavano ritte in piedi nel mezzo delle vie,

e il popolo le appellava con nomi or tratti dalla leggenda ed ora

storicamente esatti. Chi legge il libro dei _Mirabilia_, deve stupire

che tanto grande fosse il loro numero anche dopo l’incendio appiccato

dai Normanni; chè, quantunque la descrizione della città parli ancora

di luoghi e di monumenti che nel secolo duodecimo avevano cambiato di

forma od erano periti, pure assai spesso ne dipinge e ne denomina di

quelli che veramente tuttavia esistevano.

Della esattezza dei _Mirabilia_ possiamo a più luoghi aver prova

col raffronto dei Libri rituali contemporanei; infatti anche questi

danno precisamente gli stessi nomi popolari ai monumenti. I Rituali

ci descrivono una volta il cammino che solevano seguire i Papi quando

percorrevano Roma in processione, e lo denotano chiaramente dagli

edificî presso cui passavano e dalle strade che battevano. A quel

tempo, allorchè ricorrevano certe feste, i Papi movevano per la città,

non trascinati in cocchi d’oro, ma umilmente pedestri e scalzi; e quei

vecchi deboli solevano riposare la persona stanca a certe stazioni

fisse, dove era loro apparecchiato, alla vista di tutti, un lettucio

(_lectus_)[818]; oppure, circondati dalle pompe della loro corte,

procedevano coronati del _Regnum_, a cavallo di un bianco muletto

(_albus palafredus_), che aveva il freno d’argento ed era coperto di

gualdrappe di porpora.

L’_Ordo_ di Benedetto canonico, scritto nell’anno 1143, e nel cui

codice si trovano aggiunti i _Mirabilia_, fa conoscere così la via

che la processione seguiva: «Il Papa esce per il campo (Lateranense)

vicin san Gregorio in _Martio_, passa sotto l’arco dell’acquedotto

(l’_Aqua Martia_, da cui il san Gregorio riceveva nome), prende per la

via grande, costeggia a man destra il san Clemente, e piega a sinistra

verso il _Coliseum_. Traversa l’_Arcus Aureae_ (un arco che metteva al

_Forum_ di Nerva), trascorre innanzi al Foro di Trajano (ossia quello

di Nerva), e giunge fino a san Basilio (oggidì delle Annunziatine);

indi sale il monte presso alle _Militiae_ di Tiberio (Torre delle

Milizie), viene giù per santo Abbaciro, passa davanti ai santi

Apostoli, piglia a mancina per la via Lata, gira per la via Quirinale,

muove a santa Maria _in Aquiro_ fino all’arco della Pietà, capita al

campo di Marte, tocca san Trifone presso le _Posterulae_ e arriva

al ponte di Adriano. Traghetta il ponte, esce per la porta Collina

lasciandosi addietro il tempio e il castello di Adriano, passa avanti

dell’obelisco (vuol dire a questo luogo del _Terebinthus_) di Nerone,

attraversa il _Porticus_ presso al sepolcro di Romolo, indi sale al

Vaticano e alla basilica dell’apostolo Pietro.

»Finita la messa, il Papa cinge fuor della basilica la corona, monta a

cavallo, e, coronato, fa ritorno in processione per questa «sacra via»:

traversato il _Porticus_, valicato il ponte detto di sopra, e superato

l’arco trionfale degl’imperatori Teodosio, Valentiniano e Graziano,

viene rasente il palazzo di Cromazio dove gli Ebrei cantano le laudi;

poi percorre il Parione fra il Circo di Alessandro (oggidì piazza

Navona) e il teatro di Pompeo, scende per il _Porticus_ di Agrippina

(vicino al Panteon), risale per la _Pinea_ (Regione o piazza della

Pigna) vicino alla _Palatina_ (il luogo antico detto _ad Pallacenas_

presso il san Marco), passa dal san Marco; indi per l’arco della «mano

di carne» (_Manus Carneae_) e per il _Clivus Argentarius_ fra «l’isola»

di quello stesso nome (_Basilica Argentaria_) ed il Campidoglio, tira

giù innanzi alla carcere Mamertina (_privata Mamertini_); viene per

l’arco trionfale (di Severo) in mezzo al _Templum Fatale_ (l’arco

di Giano) e il tempio della Concordia, procede oltre tra il Foro

di Trajano (di Nerva) e il Foro di Cesare; passa sotto l’arco della

«Nervia,» in mezzo al tempio di quella Dea e il tempio di Giano[819]:

rimonta innanzi all’«Asilo» per la via lastricata dove cadde Simon

Mago (l’antica via Sacra), vicino al tempio di Romolo (basilica di

Costantino); poi trascorre dall’arco trionfale di Tito e di Vespasiano,

che ivi è chiamato _VII Lucernarum_; discende fino alla _Meta Sudans_

innanzi all’arco trionfale di Costantino, piega a manca davanti

all’anfiteatro, e per la via santa (_Sancta Via_) vicino al Colosseo

torna al Laterano[820].»

Di questa maniera s’era formata anche una novella «via sacra» dei

pomposi cortei cristiani che movevano per Roma; e la sua ultima parte,

dal Colosseo al Laterano, era appellata _Sancta Via_: così è che le

processioni pontificie con ispeciale accorgimento movevano attraverso

gli antichi archi di trionfo del Paganesimo. Lungo la «via santa»

pontificia, monumenti cristiani si alternavano con ruine pagane; ma

anche i Libri rituali allora tenevano nota con decisa predilezione di

queste ultime. Non una v’ha di esse che il libro dei _Mirabilia_ non

registri, nè vi manca avvertimento del palazzo del prefetto Cromazio

nella Regione detta Parione, dove si postavano gli Israeliti. Descrive

quell’edificio romano, che allora durava tuttavia in istato ruinoso

presso a santo Stefano _in Piscina_, e lo appella _Templum Olovitreum_,

ossia «tutto composto di musaico, tutto fatto di cristalli e di oro

con magica arte, e ornato di un’astronomia coi segni del cielo»; e sa

che Sebastiano, unito a Tiburzio figlio del prefetto Cromazio, aveva

distrutto quelle case meravigliose[821].

L’_Ordo Romanus_ mette pertanto in rilievo la esattezza topografica dei

_Mirabilia_; e, anche senza di ciò, questa Descrizione della Città,

ad onta del suo stile barbarico, dimostra nella massima parte una

giustezza di vedute che l’odierna archeologia è costretta a confermare.

Il suo compilatore, oltre che dalle tradizioni locali, attinse da fonti

parecchie. Le antichissime informazioni gli ebbero porto il _Curiosum_

e la _Notitia_; egli non toglie a seguirne la ripartizione regionale,

come quella che ai suoi tempi non poteva adoperarsi più, ma egli passa

ancora in rassegna le mura, le porte, i colli ed i ponti di Roma, in

ciò seguendo le tracce di quelle vecchie indicazioni[822]. Soltanto

nelle rubriche, pur sempre importanti, dei palazzi, delle terme, degli

archi trionfali e dei teatri, lo scrittore non registra dati numerici,

e tratta l’argomento con molto amore, ma con gran confusione[823].

Indi, forse soltanto per giovare e per compiacere ai pii desiderî dei

pellegrini, vi compone il catalogo dei cimiteri e dei luoghi di Roma

che sono celebri per istorie di martiri, ricavandone le notizie dai

Libri delle «Stazioni», dal _Pontificale_ e dai Martirologî: ed uno

degli ingenui copisti del libro dei _Mirabilia_, approfonditosi nello

studio dei Calendarî dei Santi, scambiava financo i Fasti di Ovidio

per un martirologio di Ovidio[824]. Seguono dappoi alcune appendici,

e, secondo i varî esemplari, sono in diverso ordine disposte:

parlano «della pigna che era in Roma», «del Campidoglio di Roma»,

«del tempio di Marte in Roma», «dei cavalli marmorei in Roma», «dei

giudici imperiali in Roma»[825], «della colonna di Antonino in Roma».

Finalmente in quella congerie aridamente raccolta insieme e azzeppata

di ripetizioni parecchie, viene data la descrizione del Vaticano e

del castel Sant’Angelo, del sepolcro di Augusto, del Campidoglio, dei

_Fora_, del Palatino e di altri colli; e vi si aggiungono le storie

del cavallo di bronzo ch’era innanzi al Laterano, dell’edificazione del

Panteon e della visione di Agrippa.

Per dare un’idea della forma che in generale usano i _Mirabilia_ nelle

loro descrizioni basteranno questi brani che ne togliamo: «Qui (di

fianco al _Forum_) è il tempio di Vesta, entro cui vuolsi che dorma il

drago, sì come leggiamo nella Biografia di san Silvestro; e colà stanno

il tempio di Pallade e il _Forum_ di Cesare e il tempio di Giano, il

quale dal principio e dalla fine è indovino dell’anno, siccome dice

Ovidio nei Fasti; ma adesso si appella torre di Cencio Frangipane.»

Delle ruine del Palatino, che chiamavasi eziandio _Palatinus mons_,

viene detto brevemente: «Dentro del _Palatium_ è il tempio di Giulio;

nella fronte del _Palatium_, il tempio del Sole; sovra dello stesso

_Palatium_, il tempio di Giove, che ha nome di _Casa major_»[826].

Del Circo Massimo: «Il _Circus_ di Prisco Tarquinio era di bellezza

meravigliosa, e così veniva giù degradando che nessun Romano impediva

all’altro la veduta: sulla cima posavano archi che erano rivestiti

di vetro e di giallo oro; in alto erano le case del _Palatium_, dove

a tondo sedevano le donne per mirare il giuoco ai 14 di Maggio,

quando si celebrava; nel mezzo stavano due guglie (obelischi); la

minore aveva ottantasette piedi; la più grande, centoventidue. Sul

vertice dell’arco di trionfo, che è vicino alla porta d’ingresso, era

collocato un cavallo di bronzo dorato, che pareva slanciarsi alla

corsa, quasi volesse trascinare con sè un guerriero; sull’arco che

si erige all’estremità vi aveva un secondo cavallo di bronzo dorato.

Nell’alto del _Palatium_, donde si miravano i giuochi, erano gli scanni

dell’Imperatore e della Regina.» — «Innanzi al tempio di Trajano,

là dove oggidì ancora ne durano le porte, era il tempio di Giove.»

— «Vicino alla _Schola Graeca_ era il tempio di Lentulo; dall’altro

lato, ove s’alza adesso la torre di _Centius de Origo_, trovavasi il

tempio di Bacco[827]. Nell’_Elephantus_ erano il tempio della Sibilla,

e il tempio di Cicerone _in Tulliano_, e il tempio di Giove dov’era

il pergolato d’oro, e il _Templum Severianum_»[828]. — Nel campo di

Marte era il tempio di Marte, dove alle calende di Luglio eleggevansi i

Consoli che duravano fino alle calende di Gennaio; se l’eletto Console

era mondo di delitti, lo si confermava nel consolato[829]. In questo

tempio i vincitori romani deponevano i rostri delle navi, de’ quali

componevansi opere a spettacolo di tutti i popoli. — «Sulla cima del

frontone del Panteon posavano due tori di bronzo dorato. Davanti al

palazzo di Alessandro erano due templi di Flora e di Febo. Dietro al

palazzo, dove adesso è la «conca», esisteva il tempio di Bellona, e

v’era scritto:

_Roma vetusta fui: sed nunc nova Roma vocabor;_

_Eruta ruderibus culmen ad alta fero_»[830].

Spesso i _Mirabilia_ denotano opportunamente gli edificî antichi

dalle chiese che erano state costruite nei ruderi di quelli, ma ei si

scorge che quasi esclusivamente si occupano dei vecchi monumenti, per

modo che il libro racchiude addirittura quanta scienza in fatto di

archeologia Roma possedeva a questa età, nella quale Italia pose mano

all’ardita impresa di affrancarsi tutt’ad una volta dalla barbarie

del medio evo, dalla signoria dei preti e dalla dominazione straniera.

Pertanto con una stretta e bella coincidenza il libro dei _Mirabilia_

pare essere la ricostruzione archeologica della vecchia Roma, giusto

nel tempo in cui si restaura a libertà il municipio; e possiamo

credere che quello scritto fosse allora la lettura favorita dei

Senatori. Il suo compilatore non potè essere altr’uomo che romano. Egli

infatti esprimeva con chiara consapevolezza lo scopo essenzialmente

archeologico del suo lavoro, così dicendo: «Questi ed altri molti

templi e palagi degli Imperatori, de’ Consoli, de’ Senatori e dei

Prefetti, esistettero al tempo dei Pagani, siccome negli annali antichi

leggemmo, e cogli occhi nostri abbiam visto, e da’ vecchi udimmo: e di

quanta bellezza d’oro e d’argento, di bronzo e di avorio e di preziose

pietre fossero ornati, curammo manifestare con questa scrittura, il

meglio che potemmo, a memoria dei posteri»[831].

Laonde è che ancora oggidì lo studioso dell’antichità deve serbar

gratitudine a quell’ingenuo scolastico. Da quel libro di barbarico

stile egli può ritrarre profitto vero, purchè non si sgomenti di andar

laboriosamente cercando la verità, mondandola dalla scorza dell’errore

e dalle scipitaggini che la involgono. Quello stranissimo di tutti

i libri somiglia ad una caverna entro cui sta sepolto un tesoro,

e dove conviene entrare con in mano la lampada della critica per

trarne tuttavia molte cognizioni. Ed anche l’Autore dei _Mirabilia_,

precursore di Flavio Biondo, fu uno studioso che, ispiratone di mesta

vaghezza, fece il primo e audace tentativo di andar a cerca di Roma in

mezzo ai cumuli delle sue ruine e di mettere in mostra i suoi monumenti

storici. Però (e, confessiamolo pure, così è anche in tutti gli altri

libri di archeologia), la maestosa realtà dell’antica città dei Romani

si trova nei _Mirabilia_ quasi velata tetramente da un pallido raggio

di luna. Quel libro c’insegna quanto sia grande la tragica potenza del

tempo, che nell’animo umano abbuia tutte le grandezze della storia,

e agguaglia a un racconto di leggende, e copre di grossi strati di

polvere tutti gli splendori delle età passate. Più tardi la gente

umana, che ne conserva una vaga ricordanza, scava e scava tutt’intorno;

e a forza di fatiche immani, plaudendo arrogantemente alle sue

scoperte, non giunge a conoscer la metà di quello che ogni bambolo ai

tempi andati e sulla faccia del luogo sapeva a menadito[832].

§ 3.

Leggende delle statue romane. — Virgilio nel medio evo. — Virgilio

profeta e negromante. — Il mago Virgilio a Roma e a Napoli. — Racconti

che se ne foggiarono sulla fine del secolo duodecimo. — Descrizione di

Roma che il rabbino Beniamino di Tudela compone nel secolo duodecimo.

Il libro archeologico di Roma medioevale porge opportunità eziandio di

altre considerazioni. Fa stupore che ad un’età di leggende romantiche e

di poesie predomini nei _Mirabilia_ il carattere archeologico; difatti

in essi la leggenda poetica è tenuta in poco conto. La Chiesa di Roma

coltivava massimamente le storie dei martiri, ma non si curava delle

leggende profane; soprattutto poi occorre notare che l’ingegno dei

popoli italici non è inchinevole ai racconti favolosi, perocchè il

loro suolo sia stracarico di storia, e la luce chiara del loro cielo

non blandisca quella vita di sogni che è propria della leggenda. I

_Mirabilia_ contengono tanto poche leggende che par quasi strano; a

poche vi si accenna di volo; poche altre sono sbozzate a metà; alcune

sono storie di Chiesa; quasi tutte (e questo notevole carattere è

prettamente romano) si riferiscono a statue.

In un tempo nel quale l’arte statuaria s’era spenta erano propriamente

le sue nobili reliquie che commuovere dovevano ad ammirazione gli

uomini: segnatamente i pellegrini stranieri, se possedevano la coltura

d’Ildeberto di Tours vescovo poeta, ne erano tratti ad un entusiasmo

quasi pagano; se poi erano gente grossa le statue dovevano ai loro

occhi parere opere di magica arte, cui un demone arcano aveva infuso

la vita. Più strettamente e più vivamente di tutti gli altri avanzi

dell’antichità erano soltanto le statue che davano un’idea del mondo

classico al popolo, il quale aveva obliato l’antica poesia e non

l’intendeva più. Non v’era in alcuna terra del mondo un artista che

avesse saputo plasmare una figura di marmo pari a quelle che, cittadine

di un mondo diverso e geniale, erano rimaste in mezzo a’ ruderi di

terme e di templi. Con occhi misteriosi le divinità di Grecia dalle

loro statue solitarie parevano guardare e ammaliare quegli uomini

barbari del medio evo, che s’erano infervorati delle Crociate e

dell’Oriente, e che al tempo in cui risorgevano il diritto romano e

la republica romana tornavano a ricordarsi con timidi desiderî delle

bellezze del paganesimo. Di questa tendenza dà un’idea assai espressiva

quella leggiadra novella della Venere di marmo, cui un giovinetto

scherzando poneva in dito un anello, ed ella sel riteneva, e lo serrava

forte come fosse anello suo nuziale. Favola preziosa, che tutt’a un

tratto manifesta quella consapevolezza, che s’accoglieva dormiente nei

petti umani, del nesso indestruttibile che associava l’età nuova alla

cultura antica; vaticinio di un tempo lontano in cui s’avrebbe fatto

fervido ritorno alla scienza ed alle vaghe forme dell’arte pagana[833].

Però le leggende che correvano sulle statue di Roma altro allora

veramente non significavano se non che quelle figlie smarrite del genio

greco non trovavano fra gli uomini imbarbariti chi le comprendesse

più. Vedersene allora non si poteva che a Roma, perocchè in nessun

altro luogo, prima che si cominciasse a fare escavi, non vi fossero

tante statue di marmo e di bronzo, quante là erano. Le favole delle

statue romane possono essere state invenzioni così dei Romani che

di stranieri, e in parecchi casi fu certo la fantasia fervente e più

poetica dei pellegrini nordici che ne compose le novelle. Per fermo era

un pellegrino che sognava di tesori magici nascosti sotto il suolo di

Roma, quegli che inventava la storia portentosa della statua di bronzo

nel Campo di Marte: col dito accennava essa a terra; sul capo teneva

scritte queste parole: _hic percute!_, e il celebre papa Gerberto ne

scioglieva l’enigma[834]. In verità questa leggenda addita con senso

arguto e bello ai misteri onde nelle profondità del suolo di Roma si

celava il mondo caduto dell’antichità; e oggidì ancora chi s’aggira

per Roma potrebbe spesso fermarsi sopra i ruderi del Foro, o nel Campo

di Marte, o nelle terme deserte, e sclamare: _hic percute!_ Giacchè

anche adesso dormono ivi sotto innumerevoli statue dell’antichità, e

aspettano la magica parola che le risvegli dal loro sonno, oppure il

caso che sollevi il pesante coperchio della loro sepoltura.

I _Mirabilia_ notano una fiata che Romolo collocasse nel suo palazzo

una statua d’oro in cui egli era effigiato, con questo motto: «Non

cadrà fino a tanto che una vergine non partorirà»; e dicono che il

simulacro traboccò al suolo allorchè la Vergine ebbe partorito[835].

E fanno menzione dell’arguta e bellissima leggenda di un’altra

statua che parlò all’apostata imperatore Giuliano, e tanto seppe

ammaliarlo ch’egli ritornò al Paganesimo[836]. Anche le loro maggiori

leggende profane si riferiscono a statue; e il leggitore di questa

storia conosce omai i portentosi racconti della statua equestre di

Marc’Aurelio, dei due colossi di marmo e delle statue equestri del

Campidoglio.

L’antica favola delle statue del Campidoglio fu più tardi associata col

ciclo leggendario del «mago Virgilio», e ci fa stupore che l’Autore

dei _Mirabilia_ abbia sdegnato di raccogliere nelle sue scritture

le leggende che di Virgilio narravansi. Non più si recitavano fra

i ruderi del Foro di Trajano i versi del massimo poeta di Roma, che

(lungo tempo ancora dopo la caduta dell’Impero romano) retori erano

andati declamando in publico: L’uso della lingua italiana di già

rendeva difficile l’intelligenza di quei versi; la musa latina, fin

l’epigramma, nel secolo duodecimo era quasi morta in Roma, laddove nei

paesi di fuori metteva fiori olezzanti, come nei carmi degli scolastici

vaganti. Noi dovremmo fare grande fatica a scaturir fuori la scuola

celata di qualche grammatico che spiegasse ai suoi discepoli l’Eneide

o le Egloghe; tuttavia non abbiamo punto dubbio che sempre in Roma

si conservasse la conoscenza di Virgilio, ed eziandio di Ovidio che

era peranco noto all’Autore dei _Mirabilia_; laddove Orazio, troppo

elegante e vissuto nella società del bel mondo, s’era fatto meno

intelligibile a quella rozza gente[837]. Scoperte degli antiquarî si

decifravano a Roma con Virgilio alla mano; lo dimostra ciò che racconta

Guglielmo di Malmesbury, che intorno al 1045 s’era rinvenuto a Roma il

sepolcro di Pallante, figliuolo di Evandro. Il corpo del gigante, così

dic’egli, fu trovato ancora incorrotto, con una ferita larga quattro

piedi che gli aveva aperta in petto re Turno. E nella tomba ardeva

tuttora una torcia, nè spegnerla si era potuto che facendo una fessura

sotto la fiamma. Sarebbe stato impossibile che si desse in cotal

forma notizia all’Annalista inglese di questa scoperta, se non fossero

stati gli stessi antiquarî romani che avessero proposto una siffatta

spiegazione alla tomba rinvenuta[838].

Ai nostri giorni si tenne dietro con grande amore alla memoria

che durò di Virgilio nel medio evo; se ne studiarono le ragioni, e

s’interpretarono. Convien sapere che dopo il tempo di Costantino alcuni

passi delle poesie di Virgilio, massime dell’Egloga quarta, si ebbero

in conto di vaticinî cristiani. A questo poeta vissuto sul limitare di

due epoche mondiali la musa aveva dettato alcuni versi geniali, che per

uno strano caso ebbero apparenza di essere la predizione ispirata della

nascita di Gesù Cristo[839]; nè mai come in Virgilio la fina adulazione

di un poeta, o la sua speranza ideale di una futura età dell’oro,

conseguirono più splendida ricompensa. Quel pagano fu levato al grado

di profeta del Messia, diventò il poeta favorito della Chiesa e del

credulo medio evo; e per secoli lunghi si andò aprendo a sorte i suoi

libri per cercarvi gli oracoli di un veggente sibillino, nello istesso

modo che suolsi oggidì sfogliare le carte della Bibbia in cerca pur di

oracoli. La trasfigurazione poetica della musa virgiliana è uno dei più

singolari fatti della storia dello spirito umano, ed è dimostrazione

notevole della stupenda concatenazione mercè cui la potenza della

poesia intreccia fra loro le epoche intellettuali. Vi fa accompagnatura

la più leggiadra di tutte le leggende, che uniscono l’una coll’altra le

due età; quella visione, dico, del patrono di Virgilio, di Ottaviano

imperatore, cui la Sibilla, sul punto di prendere commiato dagli

uomini, mostra la Vergine che tiene in braccio Gesù bambino[840].

Mentre la Chiesa onorava Virgilio come una specie di Jesaia cristiano,

il popolo invece (e questo già era avvenuto in tempo mirabilmente

antico) lo mutava in filosofo, in matematico ossia in un mago di prima

forza. In forma siffatta ei doveva esser noto anche ai Romani del tempo

dei _Mirabilia_; però la leggenda del mago Virgilio non sbucciò dal

suolo di Roma; quivi fu solamente trapiantata. È cosa sorprendente che

i _Mirabilia_ non facciano parola di Virgilio, là dove narrano della

visione di Ottaviano; e neppur la leggenda delle statue sonanti, di

cui toccano soltanto di volo, non è in verun modo associata con lui.

La _Salvatio Romae_ in Campidoglio, dove le statue collo squillo di

loro campanelli manifestavano la ribellione di ogni provincia, non

compare assolutamente in Roma con quelle forme che ebbe assunto più

tardi. Infatti il romanzo francese _Virgilius_ narra che l’incantatore,

a salvamento di Roma fabbricasse una torre con istatue di quella

specie: e un’altra leggenda descrive l’edificio per modo, che durante

il giorno fosse tutto scintillante d’oro, e di nottetempo una lampada

luminosa lo segnalasse alla vista dei naviganti; e inoltre aggiunge

che uno specchio posto ivi dentro svelasse tutto ciò che avveniva nel

mondo ed ogni moto ostile a Roma. Questa favola dello specchio magico

che si trova nelle epopee cavalleresche, com’è nel «Percivallo,» non

ha origine romana, ma può darsi che a Roma fosse nota nell’età dei

_Mirabilia_. E antiquarî affermano, che gli avanzi della torre dei

Frangipani posta sull’arco di Tito, dopochè Gregorio IX l’ebbe fatta

demolire nel secolo decimoterzo, erano dal popolo chiamati «torre di

Virgilio»[841].

Ai portenti di Virgilio in Roma apparteneva eziandio la così detta

«Bocca della verità», ma non furono i Romani che posero Virgilio in

relazione con questa leggenda, che aveva il suo luogo a santa Maria

in Cosmedin; può anzi essere che nel secolo duodecimo i Romani neppure

avessero contezza d’intreccio siffatto. Nell’atrio di quella basilica

esiste ancora oggidì una grande maschera di cloaca, e il popolo

diceva nel medio evo, che i Romani antichi, allorchè pronunciavano un

giuramento, dovevano ficcar la mano nella sua bocca aperta, la quale

avrebbe azzannato lo spergiuro: tanto sarebbe durata la cosa, finchè lo

scaltrimento di un’adultera femmina distruggeva la potenza portentosa

di quell’effigie[842].

Di tutte queste opere portentose di Virgilio tacciono i _Mirabilia_,

e una sola volta fanno parola di lui a questo modo: «Sul Viminale è

la chiesa di sant’Agata, donde Virgilio imprigionato dai Romani prese

forme invisibili, uscì e andò a Napoli; da ciò derivò il detto: _vado

ad Napulum_»[843]. Ei sembra che ciò si riferisca a quella favola la

quale raccontava come l’Imperatore incarcerasse Virgilio a causa della

bizzarra vendetta che ei si toglieva di una sdegnosa Romana, e come

il poeta, montando su un aerostato, se la battesse nelle Puglie: la

notizia che ne danno i soli _Mirabilia_ mette in aperto che i Romani

dei secoli duodecimo e decimoterzo sapevano non soltanto di questa ma

eziandio di altre leggende virgiliane.

Tuttavia la patria vera del «mago Virgilio» fu Napoli, sua città

prediletta e suo mitico sepolcro; e noi seguiteremmo colà con

grande onoranza il negromante sul suo pallone, se non temessimo di

allontanarci soverchiamente dal suolo storico di Roma. Il serio amico

di Asinio Pollione, il poeta che ebbe natura sì timida da sbassare

gli occhi davanti ogni sguardo curioso o scrutatore, sarebbe rimasto

di stucco se avesse potuto presagire di che novelle, in gran parte

puerili, la fantasia degli imbarbariti Napoletani avrebbe circondato

la sua memoria. Ed è infatti meravigliosa cosa vedere con che fede

ingenua gli stessi uomini più gravi, sulla fine del secolo duodecimo,

ricantavano cotai favole. L’inglese Gervasio di Tillbury, maresciallo

del regno di Arles, nella sua opera intitolata: _Otia Imperialia_

dedicata a Ottone IV imperatore, registra con ispeciale predilezione

fra i molti _mirabilia_ del mondo eziandio i portenti che fece Virgilio

a Napoli. Chi sa che il poeta dell’epopea nazionale romana avesse

potuto in qualche modo compiacersi che lo si onorasse come mago per

la sua edificazione della _Salvatio Romae_ (quello che era l’officio

generale di polizia dell’Impero), ma a Napoli certamente non avrebbe

tenuto per cosa lusinghiera il vedersi attribuite le arti di un

Cagliostro o propriamente di un ciarlatano: ei vi inventa una mosca

di bronzo fatta con bell’arte che pone in fuga tutte le mosche vive;

serra dentro di porta Capuana tutti i serpenti; con un cavallo di

bronzo divezza i cavalli che sbassino le terga; con un pezzo di carne

apprestato con magiche virtù tiene costantemente ventilato e fresco il

mercato delle carni; sul monte delle Vergini riduce un giardino di erbe

mediche, dove la pianta di Lucia ridona la vista alle pecore cieche;

con una statua di bronzo di un trombettiere o di un arciero piglia in

rete il vento di mezzodì, oppure accheta il Vesuvio. Cose più degne

di lui forse potevano essere queste: aver costruito sopra una base di

uova il castel dell’Uovo, traforato la grotta di Posilippo, scoperto

i bagni curativi di Puteoli, l’uso dei quali gli invidiosi medici di

Salerno mandarono a male, cancellando le epigrafi che ne denotavano il

sito[844].

Però alle mura di Napoli non giovò l’artificiosissimo palladio

che Virgilio aveva con magica virtù chiuso entro ad un’ampollina

di vetro; chè Enrico VI, senza averne alcun impedimento, le fe’

smantellare nell’anno 1196. Corrado, cancelliere suo ed eletto vescovo

di Hildesheim, che accompagnò l’Imperatore come legato del reame di

Sicilia, afferma con credula serietà che, ad onta di quel palladio, le

mura di Napoli furono atterrate dai prodi Tedeschi, ma protesta pieno

di reverenza pel grande negromante, che una fessura aveva nociuto alla

magica fiala; e confessa che gli Alemanni non osarono di abbattere la

così detta «porta di ferro», per paura che ne uscissero i serpenti cui

Virgilio con suoi sortilegi aveva chiuso lì entro[845]. E quell’uomo

posto in luogo insigne accertava con profonda convinzione (onde certo

partecipava anche l’imperatore Enrico) di aver posto a prova i portenti

di Virgilio, e di aver visto coi suoi proprî occhi che quando si

esponevano all’aria le ossa del poeta oscuravasi di repente il cielo

e il mare si agitava in burrasca. La sua romanzesca lettera indiritta

ad Erbordo di Hildesheim (e incastonata come una gemma preziosa nella

«Cronica degli Slavi» scritta da Arnoldo) schiude la serie immensa

di quelle relazioni che fino ai dì nostri vennero componendo i

Tedeschi dei loro viaggi in Italia. È cosa assai amena vedere quante

cose apprendeva nell’Italia meridionale la fantasia del Cancelliere,

scaldata allo spettacolo di un mondo nuovo e bello, e nutrita di

studî classici. Colà egli scopriva financo il Parnasso e l’Olimpo,

si rallegrava che il fonte ispiratore d’Ipprocrene venisse allora a

scorrer dentro dei confini dell’Impero tedesco, navigava con mitologico

ribrezzo fra Scilla e Cariddi, passava con gran letizia davanti

a qualche luogo appellato Sciro, dove Teti aveva tenuto nascosto

l’eroico figliuolo suo Achille, con sommo diletto vedeva nel teatro di

Tauromenio lo spaventoso labirinto del Minotauro, e in Sicilia faceva

la conoscenza dei Saraceni, i quali possedevano l’invidiabile potenza,

ereditata dall’apostolo Paolo, di ammazzare col solo sputo i serpi

velenosi[846].

Lasciamo queste sollazzevoli leggende, che avvivano di un colorito

tanto vivace l’età credula di portenti, nella quale venne in fiore appo

i Tedeschi la poesia cavalleresca, e conchiudiamo questi _mirabilia_

registrando le notizie di un altro viaggiatore, che prima dell’anno

1173 vide e brevemente descrisse quella Roma, dove Corrado non ebbe

posto il piede. Ai _mirabilia_ di Roma aggiunse qualche cosa Beniamino

di Tudela, ebreo spagnuolo, il quale, precursore di Giovanni di

Mandeville, scrisse, in lingua ebraica e secondo il genio del suo

secolo, una relazione favolosa del viaggio che egli fece fin giù nelle

Indie e in China[847].

L’erudito Rabbino vide Roma soltanto con occhio d’ebreo, giacchè

naturalmente quel che più lo allettava si erano le attenenze della

città mondiale con Israello e colla caduta di Gerusalemme avvenuta

sotto di Tito e di Vespasiano. Diamo accoglienza qui alla sua

meravigliosa descrizione, avvegnaddio essa sia la sola narrazione di

un viaggio a Roma, che noi possediamo dell’epoca medioevale fino ad ora

percorsa.

«Roma», dice Beniamino, «consta di due parti che il fiume Tevere

traversa per modo, che l’una, stando dall’altra, si vede. Nella prima

è il massimo tempio, che romanamente si appella il san Pietro; e colà

havvi eziandio il palazzo del grande Giulio Cesare, con molti edificî

ed opere che assai diversi sono da quelli del rimanente mondo[848].

La Città qua ruinosa, là abitata, ha un circuito di ventiquattro

miglia. Contiene ottanta palazzi degli ottanta re, che tutti appellansi

imperatori, dall’impero di Tarquinio all’impero di Pipino padre di

Carlo, che per il primo tolse le Spagne agli Ismaeliti e le assoggettò

al suo giogo. Ivi, fuor di Roma, è il palazzo di Tito, cui i trecento

senatori non vollero fare accoglienze perchè disobbedì al loro comando;

infatti, invece che in due anni di tempo, solamente dopo il terzo egli

conquistò Gerusalemme. Oltracciò mirasi il palazzo di re Vespasiano,

edificio poderoso e saldo che pare un tempio[849]. Di più evvi il

palazzo di re Galbino con trecentosessanta portici; tanti sono quanti

ha giorni un anno, e misurano tre miglia di circuito. E un tempo in

cui vennero fra loro a guerra, più di centomila Edomei furono uccisi

in quel palazzo, e le loro ossa ancora oggidì si vedono colà appese.

E il re fece da ogni parte ritrarre in iscultura tutta quella guerra;

battaglie e battaglie, uomini con armi e con cavalli, tutto vi fu

inciso in marmo: così egli volle che anche dopo lunghi secoli quella

guerra antica stesse raffigurata innanzi agli occhi dei posteri[850].

Là evvi la grotta sotterranea dove siedono il re e la regina in trono,

e all’incirca cento principi dell’Impero, tutti scolpiti in simulacri;

e vengono giù fino ad oggi. Nella chiesa di santo Stefano, vicino la

sua statua dentro del santuario, sono due colonne di bronzo, opera

di re Salomone, che dorme in pace. Su ciascuna colonna sta scritto:

Salomone figlio di Davide; e mi raccontavano gli Ebrei che ivi sono,

qualmente ogni anno, ai 9 di Luglio, ne trasuda un umore che par acqua.

Havvi colà la spelonca dove Tito figlio di Vespasiano depose i sacri

vasi del tempio, che egli trasportò con sè di Gerusalemme. Nel monte,

vicino al Tevere, v’è ancora un’altra grotta, dove riposano i dieci

giusti (benedetta ne sia la memoria!) che furono uccisi sotto il regno

dei tiranni. Arrogi che innanzi al tempio dell’imagine Lateranense è

rappresentato Sansone, il quale tiene in mano il globo di marmo; e v’è

Assalonne figlio di Davide, e Costantino che edificò Costantina, da lui

Costantinopoli appellata. La sua statua e quella del cavallo sono di

bronzo, ma in antico erano coperte d’oro»[851].

Anche in Beniamino si rivela lo spirito dei _Mirabilia_, ed è cosa

amena imaginare il Rabbino, che, vestito della lunga veste talare

ed accompagnato dai suoi correligionari di Transtevere timidi ma

servizievoli, va girando per la solitaria città, e se ne fa narrare le

meraviglie leggendarie. Anche il ghetto di Roma aveva i suoi archeologi

e la sua archeologia, la quale raccontava di attenenze favoleggiate

od anche isteriche, che la Città aveva avuto col popolo di Davide.

Simiglianti leggende erano abbastanza antiche: di già nel sesto secolo

Zaccaria vescovo armeno pretendeva sapere che Vespasiano avesse rizzato

in Roma venticinque statue in bronzo dei re ebrei; e la _Graphia_ narra

che in Laterano si custodiva l’Arca santa dell’alleanza, il candelabro

dalle sette braccia, e reliquie di Mosè e di Aronne. Però Beniamino

passa tutto questo in silenzio, e gli archeologi ebrei gli mostravano

soltanto una mitica grotta, nella quale sarebbero stati deposti gli

arredi del tempio. Del resto, anche pei Romani erano divenute cosa

di alta rilevanza le relazioni con Gerusalemme, segnatamente dopo le

Crociate; e i _Mirabilia_ affermano che, vicino san Basilio (nella

muraglia del Foro di Augusto), fosse infitta una gran tavola di bronzo,

sulla quale a caratteri greci e latini era scritto il patto d’amicizia

che in antico i Romani avevano conchiuso con Giuda Maccabeo[852].

Beniamino non si sofferma neanche su di questa tradizione locale; e

noi deploriamo massimamente che egli s’abbia trattenuto a Roma soltanto

breve tempo, e che ancor più brevemente egli abbia narrato di ciò che

vi vide. Se egli ci avesse lasciato della Roma di quel tempo tante

notizie, quante di Palermo ne tramandò Ibn-Djobeïr contemporaneo suo,

forse sarebbero state di gran pregio. Ma la grandezza della Città e

delle sue rovine intorbidava la vista financo a’ cristiani educati

negli studî classici; e assai acconciamente il Rabbino di Tudela poneva

fine ai suoi abbozzi con queste parole: «In Roma vi sono ancora altri

edificî ed opere, che nessun uomo è capace di numerare».

§ 4.

I monumenti e i loro proprietarî nel secolo duodecimo. — Il Senato

romano incomincia a dare provvedimenti per la loro conservazione. — La

colonna di Trajano. — La colonna di Marc’Aurelio. — Architettura degli

edificî privati nel secolo duodecimo. — La torre di Nicolò. — Le torri

di Roma.

Allorchè abbiamo parlato degli sventurati avvenimenti del secolo

undecimo abbiamo anche fatto la storia delle rovine della Città: ed

eziandio nel duodecimo Roma fu così piena di guerre, ch’ei si può di

leggieri imaginare quanti vetusti monumenti ne andassero distrutti.

Le battaglie avvenute al tempo di Enrico IV e l’incendio devastatore

appiccato da Roberto Guiscardo annientarono una gran parte dei

monumenti dell’antichità. Allorchè poi Roma risorse da quelle ceneri

gli avanzi di edificî provvidero materiali per la sua restaurazione.

Nessun magistrato vegliava più per la conservazione delle vecchie

fabbriche, donde si strappavano pietre sopra pietre, in quello che

allora, come in passato, marmi squisiti e perfino statue si gettavano

nelle fosse da calce. Roma continuava a far da miniera di preziosi

materiali; chi ne voleva ne pigliava, anche la gente forestiera; e,

come un tempo Desiderio aveva portato a Monte Cassino colonne tolte

a Roma, lo stesso anche adesso per certo facevano Principi e Vescovi

stranieri. Venivano nella Città, miravano con occhi desiderosi

magnifici ornati dell’antichità, e l’abbandono in cui erano lasciati

gli allettava a servirsi di essi. Il celebre Sugero, abate di san

Dionigi e contemporaneo di san Bernardo, confessa di aver visto

nei bagni di Diocleziano e nelle altre terme di Roma delle colonne

meravigliose, e di avere avuto bramosia di portarle per nave in

Francia, dove, giusto allora, egli era affaccendato a riedificare la

sua Abazia: e se la difficoltà del trasporto ed altre circostanze a lui

impedivano di farlo, ei si può facilmente argomentare che altri Vescovi

e città non trovassero di cosiffatti ostacoli[853].

Tuttavolta gli edificî pubblici appartenevano di diritto allo Stato;

e trovansi documenti di questo tempo, in cui Pontefici concedono a

uomini privati od a chiese il possedimento di monumenti. Nella massima

parte le rovine antiche erano trapassate in possesso cotale; così

poterono salvarsi dalla distruzione completa che le avrebbe colpite

se fossero state senza padrone; e lo stesso uso che ne facevano i loro

proprietarî le danneggiava sì ma non le annientava. Un esempio del modo

come andava la cosa ce lo porge l’arco trionfale di Settimio Severo.

Nell’anno 1199 Innocenzo III conferma alla chiesa dei santi Sergio e

Bacco il possesso di una parte di esso. «Confermiamo», così dice la

sua Bolla, «in possesso vostro la metà dell’arco trionfale, che consta

di tre archi, dei quali uno fra’ minori sta presso alla vostra chiesa

(sopra v’è edificata una torre), e la metà di tutto l’arco di mezzo,

colle camere vicine all’arco minore;» e vi si soggiunge che l’altra

metà del monumento appartiene agli eredi di un tal Cimino. Perciò

l’arco trionfale spettava a due proprietarî; sopra e tutt’all’intorno

v’avevano fabbriche; era fortemente munito, e sulla sua piattaforma

posava una torre[854].

I Pontefici continuavano pertanto a tenere antichi edificî in conto

di beni dello Stato; si ricorderà che Lucio II dava ai Frangipani il

Circo Massimo, e che la Chiesa pretendeva eziandio alla proprietà del

castel Sant’Angelo e del Panteon. Ma come i Romani ebbero conseguito la

loro libertà, anche la Città pretese essere proprietaria dei monumenti

publici, quanti di essi famiglie romane non avevano omai tramutato in

loro turriti palagi. Il Senato si tolse cura di mantenere in assetto

le mura della Città, ed anzi il Papa fu costretto a contribuirvi con

una moneta annuale. Perciò è che sulle venerande mura di Aureliano,

presso ai nomi di Imperatori e di Consoli antichi, leggonsi quelli di

Senatori del medio evo, proprio del tempo del Barbarossa. Nell’anno

1157 il Senato restaurò una parte delle mura che era prossima alla

_Porta Metronis_; ed oggidì ancora sulla torre «della Marana» vedesi

una lapide commemorativa, che discorre di quel restauro, e registra

i nomi dei Senatori allora in reggimento, senza pur fare menzione del

Pontefice[855].

Nessuna iscrizione annuncia che Senatori ovvero Papi restaurassero

un solo acquedotto; un profondo silenzio ricopre queste grandi e

preziose opere di Roma antica. Ma il nome di un Senatore del medio

evo fa tuttavia bella mostra di sè sopra uno dei ponti dell’isola.

Sul ponte Cestio leggesi questa scritta: «Benedetto senatore eccelso

dell’illustre Città restaurò questo ponte quasi ruinato;» senza

dubbio fu Benedetto _Carushomo_ che compiè quel lavoro[856]. Anche

ponte Milvio, che i Romani avevano distrutto al tempo di Enrico V,

fu riparato dal Comune; lo si rammenterà pensando alla lettera che il

Senato indirisse a Corrado.

Ancor più glorioso è un documento dell’alacrità onde si curava questa

specie d’imprese. Ai 27 Marzo 1162, un giorno dopo l’entrata che il

Barbarossa fece nella sventurata Milano, e, vedi caso! precisamente

il dì stesso in cui cominciò la barbara distruzione di quella città,

il Senato romano decretò provvedimenti per la conservazione della

colonna di Trajano, «affinchè non vada distrutta nè mutilata, ma,

finchè duri il mondo, si mantenga intera e senza danno, nella figura

che adesso si trova avere, ad onore di tutto il popolo romano. Chi

tenterà recarvi guasto sarà punito di morte, e i suoi beni saranno

confiscati»[857]. Quello splendido monumento delle grandi geste

belliche di Trajano apparteneva allora (veh! ironia delle cose umane)

alle vergini monache di san Ciriaco; e il Senato romano, neppur

pensando alla sconvenevolezza di cosiffatta cosa, confermò precisamente

a quel monastero il possedimento della colonna e della piccola

chiesa di san Nicolò posta ai suoi piedi. Anche la colonna di Marco

Aurelio spettava pur sempre ai frati di san Silvestro _in Capite_.

Un’iscrizione posta nell’atrio di questo convento dice così: «Poichè la

_Columna Antonini_, pertinente al monastero di san Silvestro, e la sua

attigua chiesa di sant’Andrea passarono da lungo tempo per ragione di

affittanze in altrui mani, insieme colle oblazioni onde i pellegrini

presentano l’altare superiore e quello inferiore; affinchè questo

fatto non s’abbia mai più a ripetere, per autorità di Pietro principe

degli Apostoli e dei santi Stefano, Dionisio e Silvestro, malediciamo

e con vincolo di anatema leghiamo l’Abate e i monaci, le quante volte

si arrogassero di dare la colonna e la chiesa in affittanza o in

beneficio. Se poi taluno con violenza fosse per togliere la colonna

al nostro monastero maledetto sia in eterno come predone di templi;

anatema eterno lo avvinca. Così sia. Questo fu decretato per podestà

dei Vescovi, dei Cardinali e di molti preti e laici intervenuti. Pietro

per la grazia di Dio, umile abate di questo cenobio, coi fratelli suoi,

fece e confermò nell’anno del Signore 1119, indizione XII»[858].

Insieme colla libertà crebbero l’amore per l’antichità, la venerazione

dei suoi monumenti e il sentimento dello splendore imperituro, che

Roma conseguiva dalle opere d’arte degli avi. Omai anche i maggiorenti

provavano il bisogno di acquistarsi decoro con edificazioni e di

accrescere l’ornamento della Città. A cotale intento fu fabbricata

la torre vicina al ponte dei Senatori (ponte Rotto), alla quale più

tardi nel medio evo si diè nome di Monzone, e che il popolo, da quel

novellatore ch’egli è, ancora oggidì appella «casa di Pilato», oppure

«di Cola di Rienzo». Questo mirabile edificio, testa di ponte, donde

si esigeva tributo di pedaggio (e presso ai ponti di Roma, quasi tutti,

erano erette torri), ebbe a quell’età la pretesa di palazzo sontuoso.

Le sue rovine di solida muratura a mattoni sono ancora oggidì il più

notevole monumento della bizzarra architettura delle fabbriche private

di Roma medioevale. Era tutto disposto a cornici ed a piccoli loggiati,

e vi si entrava dalla via per una porta fatta a volta. Nell’interno

aveva stanze fatte con solide volte a crociera, e dal pianterreno si

saliva ad un appartamento superiore per una scala di pietra. L’esterno

era ornato di frammenti antichi; mezze colonne di rozzo ammattonato

sostenevano un fregio rappezzato di varî ornati, dove fanno comparsa

qua rosette di marmo, là arabeschi e piccoli rilievi di figure

mitologiche. Il busto del suo costruttore (tornavasi dunque in Roma a

scolpire ritratti in marmo) era in origine collocato in una nicchia,

presso la porta; sparve esso, ma rimase il distico pomposo che vi si

accompagnava[859]. Un’altra iscrizione lunga e di stile barbarico in

versi leonini dice il nome dell’edificatore e della sua famiglia. La

sua tronfiezza prettamente romana fa risovvenire dei discorsi ampollosi

dei Romani a Corrado e a Federico, ma la cristiana mestizia che in

stile d’epigrafe deplora il nulla di ogni grandezza terrena non manca

certo di poetica leggiadria. Vi è detto: «Nicolò, padrone di questa

casa, seppe bene che inane è la gloria del mondo. A edificarla, non

tanto lo indusse ambizione vana, quanto il desiderio di rinnovare

la magnificenza antica di Roma. Dentro di una bella magione non ti

scordare del sepolcro; rammenta che non vi devi dimorar lungo tempo.

La morte ha le ali. Nessun uomo eternamente vive; il nostro soggiorno

in terra è breve, e la nostra corsa rapida come leggera è piuma.

Guardati pur dal soffio dell’aria, serra pur la tua porta a cento giri

di chiavi, falla guardare da mille scolte; tanto e tanto la morte

siede al tuo capezzale. Se anche tu ti chiudessi in un castello che

toccasse il cielo, la morte non farebbe che più ratto coglier te, preda

sua. Sublime s’eleva alle stelle questa casa. Dalle fondamenta alle

cime la eresse il primo fra i primi, Nicolò magno, per rinnovellare

le glorie de’ suoi avi. Il padre suo ebbe nome Crescente; Teodora, la

madre. Questa casa famosa edificò per il suo diletto figliuolo; a David

lasciolla egli, padre»[860].

Senza fondamento di sorta, nell’edificatore si volle ravvisare uno dei

Crescenzî, anzi il celebre Crescenzio dell’età di Ottone III, laddove,

a nostra saputa, in quella famiglia non v’ebbe alcuno di nome Nicolò.

L’arte romana, che creò un edificio sì strambo di forme, era a tanta

distanza da quella che costruì la torre fiorentina di Giotto, quanto la

Cronica di Benedetto da Soratte si discosta da quella di Dino Compagni.

Della fabbricazione è incerto il tempo; però, senza dire dei rapporti

storici, lo stile dell’inscrizione palesa il secolo undecimo oppure il

duodecimo[861]. Il gusto di quel palazzo baronale pare cosa tanto più

barbarica, quanto che vicinissimo esistono due piccoli templi romani

ben conservati e di semplice bellezza. Se a questi avesse paragonato

il suo lavoro, l’architetto del medio evo avrebbe dovuto sentirsi

vergognato; eppure può darsi che l’opera sua quando fu compiuta, fosse

reputata la magnifica di tutta Roma, e che non mancasse di un’apparenza

di pompa grandiosa: quest’è certo, che un tal quale effetto pittoresco

doveva avere. Del sontuoso edificio, che il Console romano provvide

di un’iscrizione, la quale si avrebbe acconciato ad un’opera di

Rampsinito, non esiste oggidì che un piccolissimo avanzo, la rovina

della torre; e alla vanità dell’edificatore fa insulto una stalla ed un

fenile, che ora sono collocati nella sublime magione del «primo fra i

primi.»

Se oggidì durassero in Roma i palazzi dei Pierleoni e dei Frangipani

avremmo davanti a’ nostri occhi fabbriche fantastiche di eguale specie.

Giusto in questa età sorgevano a Roma d’ogni parte torri, o edificate

a nuovo dalle fondamenta, oppur costruite a muratura di mattoni sopra

monumenti antichi. Non v’era più un arco di trionfo, che non fosse

reso turrito. I soli Frangipani avevano adoperato a loro fortezze gli

archi di Tito e di Costantino, e parecchi archi di Giano. Vicin l’arco

di Tito era la maggior torre della loro rocca palatina, la _Turris

Cartularia_, della quale i _Mirabilia_ dicono che fosse stata edificata

sul tempio di Esculapio[862]. Anche il Circo Massimo sarà stato irto

delle lor torri, ed un arco colà esistente, che eglino in simil modo

guarnivano, diede a un ramo di loro famiglia il nome _De Arco_.

In tutte le città d’Italia dominava allora il fervore (facilmente se ne

comprende la ragione) di edificare di queste torri. Pisa ne possedeva

tante, che Beniamino di Tudela poteva esagerarne il numero fino a

diecimila. Monumenti di quel tempo di libertà e di guerre di città,

durano ancora l’alto campanile di san Marco a Venezia; la celebre

torre degli Asinelli e quella inclinata che è detta la Garisenda a

Bologna; la magnifica torre pendente della cattedrale di Pisa. Gli

architetti Buonanno e Guglielmo il Tedesco riempierono Italia della

loro nominanza e delle loro opere; a Roma invece non si parla di alcun

architetto rinomato. Le torri che qui si fabbricavano avevano or qua,

or là degli ornati eccellenti o di forma pretensiosa, come è di quella

di Nicolò; ma generalmente erano costruzioni di rozzi mattoni, tirate

su in fretta, facili a distruggersi, e facili con altrettanta prestezza

a restaurarsi. In parecchi quartieri della Città si vedono torri

medioevali ancora abbastanza conservate; sono tutte composte di pietra

cotta, quadrangolari, non rastremate in cima, senza compartimenti;

ora erano isolate, or s’alzavano da palazzi che dirsi potevano vere

castella. Se sia vero che le mura della Città, giusta il conto dei

_Mirabilia_, avessero più di trecentosessanta torri; se si aggiungano

gl’innumerevoli campanili delle chiese, e le torri dei palazzi

famigliari, e i pinnacoli delle ruine antiche, ei si può imaginare

che mirabile veduta dovesse produrre di sè questa città di Roma, che

anche oggidì par tanto bella e maestosa all’occhio di chi la contempla,

nell’ammasso di tutte le sue cupole grandiose. Quella foresta di

oscure torri, che levavano il loro capo con un aspetto minaccioso,

le dava allora un carattere selvaggio, melanconico, guerriero, che

doveva commuovere di grave impressione anche l’animo dei potentissimi

Imperatori.

Però nel secolo duodecimo la città di Roma mostrava uno spettacolo

confuso di ruina, di disordine e di stato barbarico, cui la più vivace

fantasia non ha forza sufficiente di ideare. Dopo l’incendio dei

Normanni, i colli diventavano ognor più deserti; presto la rigogliosa

vegetazione del mezzodì li ricopriva di piante e di erbe; antichi

quartieri della Città diventavano terreni campestri. La popolazione si

andò addensando dalla parte del Tevere e del Campo di Marte, appiedi

del Campidoglio mesto nell’aspetto, ma or nuovamente fatto libero: e

colà, in labirinti di regioni e di chiassuoli, ne’ quali i cumuli di

ruine, e templi, e monumenti crollati interrompevano ad ogni tratto il

passaggio, sedeva il fiero popolo dei Romani, scarso di numero, ma pur

forte abbastanza per discacciare i Papi e per ributtare gli Imperatori

dalle vetuste mora di Aureliano.

§ 5.

Architettura ecclesiastica. — Suo risorgimento nel secolo duodecimo. —

Santa Maria in Cosmedin. — Santa Maria in Transtevere. — La pittura in

Roma. — Incominciamenti della scultura. — I primi Cosmati. — Eugenio

III e Celestino III danno principio all’edificazione del palazzo

Vaticano.

Come fu posto fine alla controversia delle investiture, Roma ebbe

un periodo di calma, nel quale la Città potè lentamente sollevarsi

dalla sua ruina. Ma troppo breve fu quel tempo di quiete, e grande

troppo l’inopia di Roma perchè i Pontefici riuscissero a restaurare

la Città, quand’anche posseduto ne avessero il buon genio e il

fervore di Calisto II. Quando si dice di opera che i Papi diedero a

restaurazioni, non si può intendere d’altro che della edificazione

di chiese; vi si provvedeva con denaro publico, e per necessità que’

lavori s’imprendevano, dappoichè il culto esigeva che si riparassero

le basiliche danneggiate dai guasti di così orribili guerre. L’esempio

di magnifiche opere di architettura che altre città andavano erigendo

allettava ad emulazione, e col secolo duodecimo l’arte si risvegliava

in Italia a nuova vita. Però un’attività siffatta in Roma fu lenta

lenta, e andò tanto alla cheta che appena la si avvertì. Laddove nella

più parte delle republiche italiane si costruivano chiese sontuose di

uno stile ch’era nuovo in parte, l’architettura romana per qualche

secolo si restrinse a rinnovare e a rendere adorne quelle che già

esistevano.

La chiesa di santa Maria in Cosmedin porge testimonianza che omai

sul principio del secolo duodecimo s’era fatto vivo un più fervido

sentimento del bello. Quel vago tesoretto dell’arte medioevale fu

restaurato sotto di Calisto II, e con pio amore Alfano camerario di

questo Papa lo rese abbellito. La chiesa conserva ancora molti ornati

di quell’età, sculture di stile semplice che egregiamente denotano

un’epoca nella quale, in mezzo a una ferrea barbarie, la musa comincia

a far capolino con leggiadro viso infantile e con timidi vezzi. Chi

visita la chiesa sente spirarsi pel volto un alito di quel secolo

allorchè vi mira il grazioso e variopinto musaico del pavimento, gli

eleganti amboni di marmo, i pilastri della porta, la cattedra vescovile

a musaico che è nell’abside, e parecchie altre opere del tempo di

Alfano[863].

Già più addietro notammo che Calisto II edificò nel san Pietro e

nel Laterano, dove fece rappresentare con povere pitture le vittorie

della Chiesa. Salvo qualche interruzione, anche i suoi succeditori

ripresero l’alacre opera di lui; segnatamente vi si illustrò Innocenzo

II. Il vero monumento del pontificato di questo Papa è la santa Maria

in Transtevere. L’antichissima basilica, che oggidì ancora è una di

quelle che destano più attrattiva in Roma, fu da lui riedificata a

nuovo dopo la morte di Anacleto. Il Papa era transteverino di nascita,

e le torri della sua famiglia si erigevano nel circondario di quella

parrocchia. Però egli non giunse a compiere la chiesa; fecelo soltanto

Innocenzo III, ma, ad onta di parecchi mutamenti introdottivi nel corso

dei tempi, essenzialmente essa è pur sempre monumento di lui. Colle

sue ventiquattro colonne di granito bruno, i cui capitelli contengono

ancora tanto classicismo pagano, coll’antica travatura che posa su di

esse, col vecchio suo pavimento, col tabernacolo sostenuto da colonne

di porfido, co’ suoi musaici, questa chiesa è tuttavia ripiena del

vetusto spirito cristiano che proprio era del medio evo di Roma[864].

Molti dei musaici dell’abside e dell’arco, quantunque restaurati,

appartengono a quel tempo. Non hanno gusto tutt’affatto barbarico, e

mentre pure s’attengono alle vecchie tradizioni palesano un fare più

sciolto. Massimamente le figure del Cristo e della Vergine, sedenti

sopra un trono dorato, sono imagini degne della maestà di un tempio, nè

hanno stile soverchiamente pesante. Gli altri quadri collocati di sotto

sono di età più moderna, ma il notevole musaico della nicchia vicino

alla fronte della basilica (rappresenta la Madonna con dieci vergini

donne) risale alla metà del secolo duodecimo, e dimostra che l’arte del

musaico tornava a fiorire. Forse, gli artisti che vi lavorarono vennero

di Monte Cassino[865].

Allorchè Desiderio edificò la bella chiesa del suo convento, ei se ne

procacciò materiali in Roma, ma non ne tolse alcun maestro, perciocchè

ivi si fosse infiacchita ogni attività di arte. La Cronica di Monte

Cassino espressamente dice, che egli andò a cercare musaicisti a

Bisanzio, e indi fondò una scuola di quell’arte nel suo monastero,

acciocchè essa non perisse in Italia, dove da cinquecent’anni non la si

coltivava più[866]. Sennonchè la durata dell’arte de’ musaici in Italia

confuta quel detto, che è un’esagerazione del Cronista; questo solo è

verosimile che la scuola di Monte Cassino esercitasse molta influenza

in Roma; e all’età nella quale si composero le strette relazioni coi

Re di Sicilia, edificatori di duomi magnifici, può darsi che venissero

artisti da Palermo e che lavorassero per conto dei Papi. Però nè la

pittura a fresco, nè il musaico cessarono mai di aver cultori a Roma.

Nella chiesa dei «Quattro Coronati», rifabbricata da Pasquale II,

trovansi mirabili affreschi che adornano le pareti della cappella di

san Silvestro _in Porticu_, che Innocenzo II fe’ erigere. Anche nella

basilica di san Clemente (può darsi che la restaurasse Pasquale II, il

quale eravi prima stato da cardinale), essendosi fatti nell’anno 1862

escavi nella chiesa sotterranea, vi si rinvennero pitture che devono

appartenere al secolo undecimo od al duodecimo[867].

Pertanto la pittura era al servizio delle chiese, e pare che omai

i suoi artisti ne traessero uno stato di agiatezza e di estimazione

dal momento che nell’anno 1148 fra i Senatori trovasi un Bentivenga

pittore. E sulla metà del secolo duodecimo si tiene nota dei Cosmati,

famiglia romana di artisti, i quali con molte opere in marmo, che

fornirono per Roma e pel suo territorio, s’ebbero acquistato grande

rinomanza. A vero dire, la scultura di quel tempo si restringeva

soltanto a comporre sepolcri, cattedre ossiano amboni, giganteschi

candelabri di marmo destinati ai cerei pasquali, e tabernacoli, dei

quali Roma può mostrarne alcuni di quel vecchio stile nel san Clemente,

nella santa Maria in Cosmedin e nel san Lorenzo fuori delle mura[868].

Già da lungo tempo sulla piazza lateranense trovavasi collocata la

statua equestre di Marco Aurelio, chè ve la vide anche Beniamino di

Tudela; innanzi ad essa Clemente III faceva costruire una fontana,

dal che ebbe origine quell’errore onde fu detto, facesse egli fondere

una statua equestre di bronzo e la collocasse nel Laterano. Come mai

l’arte a questa età avrebbe saputo produrre in Roma cotali opere in

metallo[869]?

In mezzo ai tumulti guerreschi della Città artisti sedevano dunque

nelle loro solitarie officine, proprio in quei primi albori dell’arte,

e orgogliosamente appellavansi «maestri romani» (_doctissimi magistri

Romani_), e con fervore pio prestavano la loro opera per le chiese che

ad essi allogavano commissioni. Dai padri l’arte si tramandava ai figli

e ai nepoti, e veniva così formando delle scuole. Dalla metà del secolo

duodecimo in poi quei maestri romani avevano ognor più a lavorare,

perocchè or più quasi non vi avesse un solo Papa, che non restaurasse

chiese o che non le abbellisse.

Lucio II costruì a nuovo quella della santa Croce; Eugenio III restaurò

la basilica di santa Maria Maggiore, e la provvide di portico. Papi e

Cardinali incominciarono a innalzare palazzi: uno ne erigeva Anastasio

IV vicino al Panteon, ed Eugenio III fabbricava a Segni una casa di

residenza pontificia. Ampliò egli eziandio il Vaticano, e probabilmente

rizzò un edificio nuovo, di cui Celestino III continuò la costruzione.

Infatti i detti due Pontefici sono reputati per quelli che posero le

fondamenta del palazzo vaticano[870].

Clemente III e Celestino III edificarono anche presso al palazzo

lateranense. Dal primo ha origine eziandio il chiostro del san Lorenzo,

la più antica opera di quella specie che v’abbia in Roma; ed esso ormai

accenna allo stile del secolo seguente, nel quale si seppe comporre

chiostri graziosi con piccoli portici rivestiti di mosaici[871].

Sulla fine del secolo duodecimo pertanto anche in Roma si scorge

un’alacrità operosa per l’arte, che si accorda coll’impulso universale

che ne commuove tutta Italia. Però a Roma l’arte non conseguì mai uno

splendore nazionale. Piuttosto essa andò in cerca del suolo vergine di

quelle città, nelle quali non era angustiata dalle leggi tiranniche

della tradizione: e nell’anno 1200 nasceva quel Nicola Pisano, genio

meraviglioso di una nuova epoca di coltura, che venne in fiore nel

secolo decimoterzo.

Storia della città di Roma nel medio evo, vol. 4/8 · 第 23 / 34 题