Quella sera, come potete figurarvelo, un'ora prima che cominciasse lo
spettacolo, il teatro era pieno stipato.
Non si trovava più nè una poltrona, nè un posto distinto, nè un palco,
nemmeno a pagarlo a peso d'oro.
Le gradinate del Circo formicolavano di bambini, di bambine e di
ragazzi di tutte le età, che avevano la febbre addosso per la smania di
veder ballare il famoso ciuchino Pinocchio.
Finita la prima parte dello spettacolo, il Direttore della compagnia,
vestito in giubba nera, calzoni bianchi a coscia e stivaloni di pelle
fin sopra ai ginocchi si presentò all'affollatissimo pubblico, e, fatto
un grande inchino, recitò con molta solennità il seguente spropositato
discorso:
«Rispettabile pubblico, cavalieri e dame!
«L'umile sottoscritto essendo di passaggio per questa illustre
metropolitana, ho voluto procrearmi l'onore nonchè il piacere di
presentare a questo intelligente e cospicuo uditorio un celebre
ciuchino, che ebbe già l'onore di ballare al cospetto di sua maestà
l'imperatore di tutte le principali corti di Europa.
«E col ringraziandoli, aiutateci della vostra animatrice presenza e
compatiteci!»
Questo discorso fu accolto da molte risate e da molti applausi: ma
gli applausi raddoppiarono e diventarono una specie di uragano alla
comparsa del ciuchino Pinocchio in mezzo al Circo. Egli era tutto
agghindato a festa. Aveva una briglia nuova di pelle lustra, con fibbie
e borchie d'ottone; due camelie bianche agli orecchi: la criniera
divisa in tanti riccioli legati con fiocchettini di seta rossa: una
gran fascia d'oro e d'argento attraverso alla vita, e la coda tutta
intrecciata con nastri di velluto paonazzo e celeste. Era, insomma, un
ciuchino da innamorare!
Il direttore, nel presentarlo al pubblico, aggiunse queste parole:
«Miei rispettabili auditori! Non starò qui a farvi menzogna delle
grandi difficoltà da me soppressate per comprendere e soggiogare questo
mammifero, mentre pascolava liberamente di montagna in montagna nelle
pianure della zona torrida. Osservate, vi prego, quanta selvaggina
trasudi da' suoi occhi, conciossiachè essendo riusciti vanitosi tutti
i mezzi per addomesticarlo al vivere dei quadrupedi civili, ho dovuto
più volte ricorrere all'affabile dialetto della frusta. Ma ogni mia
gentilezza invece di farmi da lui ben volere, me ne ha maggiormente
cattivato l'animo. Io però, seguendo il sistema di Galles, trovai nel
suo cranio una piccola cartagine ossea che la stessa Facoltà Medicea
di Parigi riconobbe esser quello il bulbo rigeneratore dei capelli e
della danza pirrica. E per questo io lo volli ammaestrare nel ballo
nonchè nei relativi salti dei cerchi e delle botti foderate di foglio.
Ammiratelo, e poi giudicatelo! Prima però di prendere cognato da voi,
permettete, o signori, che io v'inviti al diurno spettacolo di domani
sera: ma nell'apoteosi che il tempo piovoso minacciasse acqua, allora
lo spettacolo, invece di domani sera, sarà posticipato a domattina,
alle ore 11 antimeridiane del pomeriggio.»
E qui il Direttore fece un'altra profondissima riverenza: quindi
volgendosi a Pinocchio gli disse:
— Animo, Pinocchio! Avanti di dar principio ai vostri esercizi,
salutate questo rispettabile pubblico, cavalieri, dame e
ragazzi! —
Pinocchio ubbidiente piegò subito i due ginocchi davanti, e rimase
inginocchiato fino a tanto che il Direttore, schioccando la frusta, non
gli gridò:
— Al passo! —
Allora il ciuchino si rizzò sulle quattro gambe, e cominciò a girare
intorno al Circo, camminando sempre di passo.
Dopo un poco il Direttore gridò:
— Al trotto! — E Pinocchio, ubbidiente al comando, cambiò il passo in
trotto.
— Al galoppo! — e Pinocchio staccò il galoppo.
— Alla carriera! — e Pinocchio si dette a correre, di gran carriera. Ma
in quella che correva come un barbero, il Direttore, alzando il braccio
in aria, iscaricò un colpo di pistola.
[Illustrazione: Pinocchio ubbidiente piegò subito i due
ginocchi davanti.]
A quel colpo il ciuchino, fingendosi ferito, cadde disteso nel Circo,
come se fosse moribondo davvero.
Rizzatosi da terra in mezzo a uno scoppio di applausi, d'urli e di
battimani, che andavano alle stelle, gli venne fatto naturalmente di
alzare la testa e di guardare in su.... e guardando vide in un palco
una bella signora, che aveva al collo una grossa collana d'oro, dalla
quale pendeva un medaglione. Nel medaglione c'era dipinto il ritratto
d'un burattino.
— Quel ritratto è il mio!... quella signora è la Fata! — disse dentro
di sè Pinocchio, riconoscendola subito: e lasciandosi vincere dalla
gran contentezza, si provò a gridare:
— Oh Fatina mia! oh Fatina mia! —
Ma invece di queste parole, gli uscì dalla gola un raglio così sonoro e
prolungato, che fece ridere tutti gli spettatori, e segnatamente tutti
i ragazzi che erano in teatro.
Allora il Direttore, per insegnargli e per fargli intendere che non è
buona creanza di mettersi a ragliare in faccia al pubblico, gli diè col
manico della frusta una bacchettata sul naso.
Il povero ciuchino tirato fuori un palmo di lingua, durò a leccarsi il
naso almeno cinque minuti, credendo forse così di rasciugarsi il dolore
che aveva sentito.
Ma quale fu la sua disperazione quando, voltandosi in su una seconda
volta, vide che il palco era vuoto e che la Fata era sparita!...
Si sentì come morire: gli occhi gli si empirono di lacrime e cominciò a
piangere dirottamente. Nessuno però se ne accòrse, e, meno degli altri,
il Direttore, il quale, anzi, schioccando la frusta, gridò:
— Da bravo, Pinocchio! Ora farete vedere a questi signori con quanta
grazia sapete saltare i cerchi. —
Pinocchio si provò due o tre volte: ma ogni volta che arrivava davanti
al cerchio, invece di attraversarlo, ci passava più comodamente di
sotto. Alla fine spiccò un salto e l'attraversò: ma le gambe di dietro
gli rimasero disgraziatamente impigliate nel cerchio: motivo per cui
ricadde in terra dall'altra parte tutto in un fascio.
Quando si rizzò, era azzoppito, e a mala pena potè ritornare alla
scuderia.
— Fuori Pinocchio! Vogliamo il ciuchino! Fuori il ciuchino! — gridavano
i ragazzi dalla platea, impietositi e commossi al tristissimo caso.
Ma il ciuchino per quella sera non si fece più vedere.
La mattina dopo il veterinario, ossia il medico delle bestie, quando
l'ebbe visitato, dichiarò che sarebbe rimasto zoppo per tutta la vita.
Allora il Direttore disse al suo garzone di stalla:
— Che vuoi tu che mi faccia d'un somaro zoppo? Sarebbe un mangiapane a
ufo. Portalo dunque in piazza e rivendilo. —
[Illustrazione: Il ciuchino, con quel macigno al collo, andò
subito a fondo.]
Arrivati in piazza, trovarono subito il compratore, il quale domandò al
garzone di stalla:
— Quanto vuoi di cotesto ciuchino zoppo?
— Venti lire.
— Io ti do venti soldi. Non credere che io lo compri per servirmene: lo
compro unicamente per la sua pelle. Vedo che ha la pelle molto dura, e
con la sua pelle voglio fare un tamburo per la banda musicale del mio
paese. —
Lascio pensare a voi, ragazzi, il bel piacere che fu per il povero
Pinocchio, quando sentì che era destinato a diventare un tamburo!
Fatto sta che il compratore, appena pagati i venti soldi, condusse
il ciuchino sopra uno scoglio ch'era sulla riva del mare; e messogli
un sasso al collo e legatolo per una zampa con una fune che teneva in
mano, gli diè improvvisamente uno spintone e lo gettò nell'acqua.
Pinocchio con quel macigno al collo, andò subito a fondo; e il
compratore, tenendo sempre stretta in mano la fune, si pose a sedere
sullo scoglio, aspettando che il ciuchino avesse tutto il tempo di
morire affogato, per poi scorticarlo e levargli la pelle.