LA NAVIGAZIONE CISALPINA.

Cittadini!

_L'Italia che ha dato al mondo latino i superbi acquedotti, che ha

congiunto Roma al Tirreno, che ha scavato fra le pianure dell'estrema

Europa il_ Vallo di Trajano; _l'Italia che ha dato alla civiltà moderna

la diga di Malamocco, che ha prosciugati i suoi laghi, fecondate le sue

maremme; l'Italia dalle grande conquiste dell'intelligenza, del lavoro,

del raccoglimento e della pace; l'Italia nostra sta per conseguire una

nuova vittoria, per assurgere a nuove grandezze._

_A Parigi, alla Francia, giustamente orgogliose di un Ferdinando di

Lesseps, Milano, Venezia, l'Italia, contrappongono, parimenti

orgogliose, un nome, un uomo, non meno insigne e benemerito nella sua

modestia operosa:_ Il capitano Fara-Bon. _Un nome, un uomo sorto da

quel popolo che ha dato con Giuseppe Garibaldi il genio eroico

dell'azione, con Cavour e con Mazzini il genio "come la luce provvida"

del_ pensiero.

_Il secolo XIX riassumerà la sintesi della gloria di Suez e del Panama,

con una gloria italica:_

_La Navigazione Cisalpina._

_È questo il Sodalizio fecondo e ardimentoso che intende affratellare

il Genio, la Scienza, il Capitale; affratellarli in un fascio di

energie e di risorse nuove, rinnovellate._

_La Navigazione Cisalpina ha per iscopo:_

a) _Mettere in comunicazione il_ Po _col_ Lago di Garda.

b) _Unire_ Torino _a_ Pavia _rendendo navigabile l'Eridano antico, tra

le due insigni città._

c) _Imprimere nuova vita al porto di_ Venezia, _punto di fusione, fra

la navigazione interna, la Cisalpina, e quella esterna, dei mari._

Italiani!

_Al problema sociale che ogni giorno incombe più grave e più doloroso,

per il disagio economico derivante dallo scemare delle industrie, dal

languire dei commerci, alle innumeri e minacciose falangi dei

disoccupati invocanti_ lavoro e pane, _la_ Navigazione Cisalpina _offre

la soluzione pronta, efficace. Sarà la risposta illuminata, umanitaria,

delle classi dirigenti, a chi soffre non solo, ma altresì agli

agitatori, ai banditori delle teorie fallaci, delle esotiche idee,

perturbatrici di ogni ordine sociale._

Italiani!

_Ieri ancora, alla Camera, uno dei più autorevoli patriotti denunciava

le necessità urgenti della scarsa Difesa Nazionale._

La Navigazione Cisalpina, _determinando le nostre_ _linee di difesa, di

operazione, d'arroccamento, dotando le nuove vie acquee di potenti

mezzi di trasporto indispensabili ai grandi movimenti strategici, sarà

fonte di economia in tempo di pace, di augurati trionfi in tempo di

guerra. Così_

_La Navigazione Cisalpina._

_assicurerà profetica l'Augusta Parola che dai sette colli della Terza

Roma, proclamava intangibile l'Italia degli Italiani, l'Italia di Dante

e di Galileo._

La _Navigazione Cisalpina_, Società Anonima Cooperativa

a Capitale illimitato.

_Per la sottoscrizione delle azioni_ (Lire 2000 cadauna,

in una sola rata) rivolgersi tutti i giorni,

tranne i festivi, alla sede del Comitato promotore,

Via Manzoni, n. 90, piano nobile, nelle ore d'ufficio.

_Il Comitato promotore:_

_Presidente,_ il marchese FERDINANDO FRATTA,

Principe di ROCCA TOLOMEI.

_Vicepresidente,_ il conte cav. ASCANIO BOBBOLI.

_Direttore tecnico_

Il cav. uff. ing. arch.

CARLO FONTANELLA

_Direttore amministrativo_

Il cav. ENRICO BRUNETTI

_Segretario generale_

MATTEO CANTASIRENA.

_Membri del Comitato_

Dott. cav. PIO CALCA, Possidente; avv. comm. PASQUALE TODDO-BERTÙ,

Deputato; barone comm. VINCENZO LO FORTE DI SANTA TRINITA,

Deputato; PIETRO LANER, Possidente-Pubblicista; AMBROGIO VERGANI,

Industriale; CAMILLO BERETTA, Banchiere; marchese comm. GIAN

FRANCO DURANTI, Possidente; SERAFINO CARLI, Possidente; FRANCESCO

PALAZZOLI, Costruttore; NAPOLEONE SALVALAJ, Pubblicista; cav.

MARCO SALÒ, Imprenditore; GIOVANNI BIZZARELLI, Ragioniere; BLASE E

PAOLY (Losanna), Agenti di Pubblicità.

Questo grande _manifesto_, la prima emanazione del nuovo Comitato, per

poco non fu causa che mandasse a monte l'impresa.

Ma come?... Era forse il manifesto che avevano tanto discusso e

finalmente approvato tutti insieme, nella sala del ristorante

Canetta?... Tutti insieme, meno il Toddo-Bertù e il Santa Trinita, ai

quali Cantasirena aveva scritto, poi telegrafato a Roma per avere

l'adesione e la firma. Ma come? Erano stati burlati, mistificati,

ingannati! E ognuno dei soscrittori si sentiva compromesso, e

minacciava, voleva dare assolutamente le proprie dimissioni.

Il marchese Tolomei protestava indignato. Aveva finito coll'accettare

la presidenza del Comitato soltanto dopo aver avuto l'assicurazione

formale che il duca di Casalbara aveva a sua volta accettato di esserne

il presidente onorario!... Quel Cantasirena era dunque un uomo di

malafede, un mistificatore!

Il conte Bobboli, il Fontanella, il Brunetti, erano non meno furibondi

per il carattere anonimo e cooperativo che il segretario generale, di

motuproprio, aveva impresso alla società. E Pio Calca?... Pio Calca

avrebbe certo avuto dispiaceri per l'ultimo inciso, per quel Roma

_intangibile_. Figurarsi i suoi parenti, e sua madre....--_soa

mader!_--Quel Cantasirena era un matto! Un imbroglione!--E Pio Calca,

piccolino, biondino, con una vocetta stridente da musico in

convulsione, gesticolava scalmanato, spiritato, gridava coll'uno,

coll'altro per giustificarsi, per difendersi.

--È un'indelicatezza! Una sconvenienza! Doveva aver riguardo per _mia

mader_, che ha già preso cinque azioni, per me.... e anche, in certo

modo, per _i mee pajsan!_ Chi ha un gran patrimonio, come il nostro,

quasi tutto in terreni, Domeneddio deve tenerlo in piedi, al suo

posto.... anche per _i pajsan!_ E poi di noi due la più ricca è sempre

_mia mader_ e sarebbe una vera pazzia il mettersi in urto per

sciocchezze inconcludenti come il credere sì o no in Domeneddio, o il

voler restare a Roma più o meno!...

E anche Pio Calca, arrabbiatissimo, avrebbe voluto dare le dimissioni

da membro del Comitato. _Avrebbe voluto,_ perchè se aveva paura per

_soa mader,_ per la parentela, per _i pajsan_.... era inquieto anche

per via di Matteo Cantasirena, il quale con Pio Calca alzava subito la

voce e minacciava di portare la quistione sul terreno personale.

--Per me, tanto, mi batterei anche dieci volte! Ma non posso farlo per

le idee di _mia mader!_ Impossibile!... Sarebbe capacissima di lasciare

tutto il suo alla chiesa o all'ospitale!

In quanto al Cantasirena, egli se ne infischiava allegramente delle

proteste e delle minacce. Ormai li aveva nelle mani, presidenza e

membri del Comitato, prefetto e governo, e anche i piccoli pesciolini,

come il Vergani, il Beretta, il Palazzoli, il Bizzarelli che si erano

lasciati indurre a metter la firma, per correr dietro ai propri denari,

e adesso per paura di perderne degli altri, gli obbedivano ciecamente e

ciecamente votavano per lui.

Matteo Cantasirena nella costituzione del Comitato promotore aveva

avuto la mano abbastanza felice. Trovato irremovibile il Casalbara, che

alle sue continue insistenze perchè accettasse la presidenza onoraria,

aveva risposto, seccato, con uno di quei--no--che non ammettono

replica, era riuscito a trappolare il Tolomei, che se non era simpatico

e popolare come il Casalbara, era altrettanto influente e risonante di

titoli. Era, nientemeno, che il capo del partito radicale a Castellanzo

e a Primarole: una reliquia autentica dell'aristocrazia in malora, che

si era buttato rabbiosamente fra le braccia dei democratici, perchè la

gente del suo mondo gli avea voltato le spalle, omai ristucca di aprir

la borsa.

--Bisogna cominciare sul momento l'azione e l'attacco,--aveva detto al

prefetto Matteo Cantasirena.--Bisogna cominciare gli studi, i lavori

per la "Cisalpina" molto prima che la lotta elettorale abbia preso il

campo, e bisogna mirare dove l'avversario è più forte. Il marchese

Tolomei è il grande elettore del Bonforti e del Ghirlanda?... Ebbene,

per disorientare, sgominare l'inimico, è alla merlata rocca tolomea,

che bisogna tirare il primo colpo!

--Sicuramente!--aveva risposto il Prefetto,--il poter conquistare il

Tolomei farebbe buona impressione al Governo.

Il viso tondo, scialbo, dalle fedine rossicce, dell'alto funzionario

rimaneva sempre impassibile, impenetrabile. Soltanto quando profferiva

quella parola--Governo,--nell'occhio cerulo, improvvisamente

immalinconito, errava, spirava l'amarezza triste dei rassegnati.

--Capisce, commendatore? Sono già d'accordo col Fontanella: si compera

il palazzo Tolomei a Primarole.... una topaia, mezzo disabitata.

Pagandola bene, specialmente pagandola subito, facciamo entrare il

Tolomei nel Comitato, lo facciamo presidente, e il palazzo Tolomei,

restaurato alla bell'e meglio, diventa la sede della Direzione generale

degli studi per la _Navigazione Cisalpina_, dalla quale si stende una

gran rete d'interessi e di interessati, su tutta la zona dei due

collegi. Anche su di ciò siamo d'accordo io e il Fontanella. Gli studi

devono procedere febbrilmente, colla maggiore alacrità e senza

risparmio. Il risparmio, nel movimento delle grandi imprese, è sempre

stato la tomba del capitale! Un corpo di venti ingegneri!... Cinquanta

assistenti!... Tutta gente del luogo, il Tolomei alla presidenza.... e

abbiamo vinto!

--Sicuramente.--E il Prefetto, lì per lì, promise i fondi per un

giornaletto elettorale "_Le Risorse Italiche._"

Il Tolomei non aveva accettato che ad una condizione: che il Comitato

non avesse colore politico.... e per esser tranquillo e convinto di

ciò, bastava notare e far notare com'era composto. Il marchese Tolomei,

radicale, e Pio Calca, clerico-moderato: il Salvalaj, socialista, e

Marco Salò, protezionista; Pietro Laner, trentino, scrittore di prima

forza, poeta di prim'ordine, irredento sfegatato, e il marchese

Duranti, un ex devoto dell'Austria. E siccome appunto il Tolomei

brontolava per l'inclusione del Duranti, Matteo Cantasirena gli faceva

capire che aveva torto.

--Caro Tolomei: gli uomini sono mutati e anche il valore delle parole.

Austriacante non ha più lo stesso odioso significato. In mezzo alla

confusione dei partiti nuovi, della gente nuova, delle nuove scuole,

delle nuove teorie e delle nuove follie, austriacante, ha, direi,

alcunchè dell'austero, dell'antico, dell'aristocratico, del

finanziariamente solido....

--Ma.... il Casalbara? C'è o non c'è? Se c'è lui, ci sto anch'io, se

no, no!

--Giovanni?... Mio nipote?... Più che nipote, figlio direi quasi di

elezione e di affetto?... Eccolo qui.--E gli fece vedere la prima

minuta del manifesto, col duca di Casalbara presidente onorario.

Allora il Tolomei accettò la presidenza effettiva, e accettò anche una

forte anticipazione sul palazzo di Primarole.... e però quando il nome

del Casalbara non apparì sul manifesto, il Tolomei non potè più

ritirarsi.

Così il conte Bobboli: costui non pensava che a godersi in pace i suoi

milioni, e sopratutto a vivere all'ombra, quietamente, schivando ogni

rumore, dando sempre ragione a tutti quanti, per la tema di poter

essere tirato in ballo anche nella più piccola quistione.

Ma ecco, un bel giorno, legge sulle _Risorse Italiche_ la gran notizia

che gli elettori di Primarole, "gli elettori della libertà

nell'ordine", lo vogliono portare contro il Bonforti, "un rumoroso

atleta dello scandalo, un furibondo iconoclasta di ogni più pura

immagine del patriottismo nazionale."

Fu una mazzata sul capo. Il Bobboli traballò, gli sembrò che il terreno

gli mancasse a un tratto sotto i piedi, e scrisse subito al giornale

che non voleva saperne di deputazione, che era malandato in salute, che

partiva subito per Parigi! Ma in risposta gli capitò una lettera

misteriosa di Matteo Cantasirena colla quale lo pregava di passare in

giornata al "_Le Risorse Italiche_" per il decoro, l'interesse morale

del partito, riverberantesi sulle istituzioni.

Il conte Bobboli si precipitò all'ufficio del giornale, tutto rosso,

sconvolto, sossopra: sossopra anche il parrucchino di solito così

leccato e lucente.

Il direttore lo accolse con gran sussiego:

--Scusi, caro conte, il disturbo; ma è certo che il suo rifiuto

inaspettato, inesplicabile....

--È inesplicabile, inaspettata l'offerta!... Io non ho mai domandato

altro che di restar tranquillo.

--Tranquillo lei? L'uomo dalle grandi imprese, dai grandi affari, dalla

vita avventurosa, regale, anzi diremo, vice-regale?--E Matteo

Cantasirena sorrise, socchiuse gli occhi.--Non sarà; ma è pur certo che

il rifiuto sembrerà strano; avrà quasi l'apparenza di una ritirata,

susciterà commenti, indiscrezioni.--E Matteo Cantasirena tornò a

socchiudere gli occhi, ma soffiando e sospirando.--Io dovrò difenderla,

indirettamente, dovendo difendere l'uomo scelto dal nostro partito, il

gentiluomo beneviso in alto luogo; e, prima di impegnarmi in una lotta

fierissima, _usque ad finem_, mi necessita la piena conoscenza dei

fatti.--E qui, Cantasirena con un'aria da giudice istruttore gl'indicò

la seggiola di faccia, dall'altra parte della scrivania:

--S'accomodi.

Da rosso, il povero Bobboli era diventato pallidissimo.

--No.... no.... Non voglio lotte, non voglio polemiche! Io non accetto

la deputazione perchè la politica non è affar mio, perchè non so

nemmeno parlare....

--Il deputato che ci occorre oggi è il _rara avis_: è quello appunto

che sappia tacere.

--Ma che io.... non sia più padrone della mia libertà?

--Nessuno può vantarsi libero in un paese sinceramente libero. Guardate

l'America!

Vi fu un lungo silenzio.

--"_Calomniez_"--riprese poi Cantasirena,--"_il en restera toujours

quelque chose!_"--E avvicinando il faccione sfrontato e scrutatore alla

faccia allibita del candidato di Primarole, domandò colla voce cupa,

penetrante:--Lei conosce bene la leggenda egiziana, che corre per il

mondo?

--Chi può far ta.... tacere le canaglie?--balbettò l'altro senza fiato.

Matteo Cantasirena lo fissò, continuò a fissarlo. Con una mano si

accarezzava la barba lunga, fluente: coll'altra, tesa sulla scrivania,

suonava il tamburino colle dita, sempre più forte, con un'irritazione,

una minaccia crescente.... E intanto lo fissava, continuava a fissarlo.

Il povero Bobboli-beì in quell'occhio acuto, luccicante, in quel viso

severo, minaccioso, vide riapparire, ritornare a galla, tutto il suo

passato.... Il traffico dei neri..., il commercio delle bianche.... le

cambiali.... la rovina d'Ismail pascià. Allora, sentendosi perduto,

perdette la testa; ebbe paura dei morti, paura dei vivi, paura, più di

tutti, di Matteo Cantasirena, e per ciò gli si abbandonò nelle mani

senza nemmeno venire a patti.

Invece, per risolvere la madre di Pio Calca a permettere al figliuolo

di portarsi deputato e ad inscriversi fra i promotori della

"Cisalpina", furono messi in moto tutti i preti dei due collegi, con

monsignor Meneguzzi alla testa. L'architetto Fontanella avrebbe

comperato, per conto della Società, certi fondi della fabbriceria di

Castellanzo, che non rendevano un soldo, e provveduto al restauro,

colla fondazione di una messa, per i lavoranti e gli operai, di una

certa chiesa detta di San Vicenzino.... grave oggetto di scandalo per

tutti i devoti.

Figuriamoci! L'aveva presa in affitto un prete spretato, fattosi

pastore protestante, e vi teneva le sue adunanze, le sue conferenze per

la propaganda evangelica!

E così era cominciata la lotta elettorale e così cominciava a

diffondersi, a prender piede e a prender corpo la _Navigazione

Cisalpina_ e si raccoglieva attorno a Matteo Cantasirena tutta una

schiera, tutto un esercito, tutta una popolazione d'interessati.

Oltre al Tolomei, al Bobboli, a Pio Calca, oltre al marchese

Duranti--che dopo aver rinnegato Cantasirena quando ormai lo credeva

liquidato e morto, adesso, per riamicarselo, comperava le azioni della

"Cisalpina"--oltre al Brunetti, al Vergani, al Bizzarelli, si mettevano

in moto, si agitavano tutti i parenti e i dipendenti di costoro. E i

radicali che lavoravano per il Tolomei, e i clericali che lavoravano

per Pio Calca, e gli avversari del Bonforti, che volevano ad ogni costo

il conte Bobboli!... Poi i venti ingegneri, poi i cinquanta assistenti,

poi tutti gli altri che avevano da guadagnare, da lavorare, da sperare

nella "Cisalpina" e anch'essi, alla lor volta, colle loro famiglie, i

loro amici, le loro aderenze. E da una parte il prefetto e gli agenti

del Governo, e dall'altra i sindaci, i comitati, le associazioni....

Più aumentava la folla, più s'ingrossavano gl'interessi, le speranze

crescevano, si accendevano le passioni, gli odî, le guerre, le

cupidige. E in mezzo a quella turba, a quella folla, l'architetto

Fontanella, intrigante, strisciante, petulante; e sopra la folla, sopra

tutto, Matteo Cantasirena, sempre olimpico, maestoso, sereno, sempre

convinto nella giustizia della lotta elettorale, nella bontà

dell'impresa, nel genio di Fara-Bon, che ritornava a fare, che

continuava a fare ciò che aveva sempre fatto e disfatto: raccogliere

quattrini a palate per buttarli a cappellate!

Il direttore, abbandonato l'antico quartiere, aveva preso in affitto

tutto un villino in via Ricasoli. Nel pianterreno, aveva messo gli

uffici delle _Risorse Italiche_; al piano nobile il suo appartamento,

colla Gioconda innalzata al grado di governante, e Taddeo, press'a

poco, a quello di maggiordomo. Di sopra, lo studio dell'architetto

Fontanella, la cameretta di Pietro Laner, e il quartierino di Evelina,

che viveva tutta sola, affatto ritirata, con una servetta più gialla,

più brutta, più gobba di lei.

Evelina avea voluto così, e ormai era Evelina la coccola, il cuore, il

grande amore dello zio Matteo. Eleonora, quell'egoista superbiosa, non

si poteva più nemmeno nominare, o lo zio Matteo--non più zio per

lei!--strepitava, montava in furia. La cagione di un così gran

mutamento era stata la condotta di Nora, la quale s'era rifiutata di

seguire i consigli, le esortazioni dello zio, non avea voluto prestarsi

per indurre quel vecchio testardo di Giovanni, pieno zeppo di

pregiudizi di casta, di albagia, ad accettare, nientemeno, che la

presidenza onoraria della _Navigazione Cisalpina!_ E non solo questo,

ma pareva di più, che "quella bisbetica indomabile" cercasse di scavare

l'abisso fra lo zio, non più zio, e il suo biondo senatore! Così, un

duca di Casalbara, faceva in certo qual modo il paio con un Marco Salò

di Trieste, l'unico dei firmatari del comitato promotore che dopo

ricevuto il manifesto s'era incaponito a voler dare e mantenere le

proprie dimissioni!

E anche alle nozze celebrate a Casalbara in forma privatissima, Matteo

Cantasirena aveva avuto un contegno rigido e severo. Un solo momento di

commozione alla partenza, nell'abbracciare quel povero Giovanni! Ma per

lady Macbeth, niente! Era felicissimo di non rivederla più per un bel

pezzo! Andasse pure a Nizza, a Parigi, a Londra.... e a Bergamo! Tanto

meglio! Lui aveva fatto il suo dovere di padre, l'aveva messa a

posto.... e adesso basta! Quando i suoi affari gliene avessero lasciato

il tempo si sarebbe dedicato a quell'altra, alla buona, alla cara

Evelina!--Oh, Evelina!--Era Evelina la sua figliuola vera, l'unica, la

soave Cordelia dello zio Matteo! La bontà la rendeva piacente, la

rendeva perfino bella!...--Quel Laner! Un melenso, un ignorante!

Trascurava tanto tesoro di tenerezza, di poesia, di vera poesia,--altro

che i suoi versi!--Mah! I contadini, i villani, misurano tutto a palmo!

Ciò che ad essi fa colpo non è la qualità, è la quantità! Quell'altra,

era più grande, più grossa, e gli aveva fatto più colpo!

Lo zio Matteo, in conclusione, avrebbe voluto che il Laner sposasse

Evelina, non tanto per Evelina, quanto per le ventimila lire del

libretto della Cassa di Risparmio.

Come tutti i prodighi, egli aveva l'avarizia, la smania di quei denari

che non poteva toccare e buttar via colle sue mani. La somma sborsata

dal Casalbara per pagare il Laner, la considerava sua, per la ragione

che era suo il debito; e impiegata al tre per cento, per la gretteria

sospettosa della signora duchessa, era, per lo zio Matteo, un capitale

suo, sciupato!

--Quell'irredento chitarrista, è stato lui, colla sua cocciutaggine,

colla sua classica inabilità, che ha ammazzato l'_Emporio

Letterario!_... Tocca a lui a pagar le spese!... Tocca al direttore

"responsabile" dell'_Emporio_, non a quello del _Rinnovatore!_

Soltanto la speranza di far sposare Evelina al Laner, lo aveva calmato,

rabbonito. Le ventimila lire sarebbero state la dote della sua cara

Evelina, e per quella figliuola era sempre pronto a sacrificarsi.

E di nuovo si era tirato in casa Pietro Laner, creandolo suo

"segretario di gabinetto", mandandolo di qua, di là, facendolo lavorare

per il nuovo giornale, per il comitato, per le elezioni, strapazzandolo

come un cane per vendicarsi di Nora; quell'ingrata, che non gli

scriveva, che non faceva un passo, che non gli domandava perdono....

--Dopo che mi deve la sua fortuna, la sua _posizione_, una delle

"_prime posizioni_" di Milano!

Pietro Laner, quando lesse il suo nome sul manifesto della "Cisalpina"

si sentì stringere il cuore, prevedendo nuovi guai. Era il primo giorno

che usciva di casa per rinfrancarsi un po' sulle gambe. Si sentiva

indebolito, fiacco, era malinconico e triste; e leggendo quel

manifesto, vedendo il suo nome e col fantasma di Evelina sempre fisso

in mente, tornò a pensare con un brivido di terrore superstizioso che

aveva proprio ricominciato a vivere di venerdì!

Ah, come avrebbe voluto ritornare a Crodarossa!... Ma non osava più

parlarne: Evelina scoppiava subito in lacrime.

--Sola?... sola?... sola?... Lasciarmi sola nel mio stato d'angoscia,

orribile, tremendo?... No, no, Pietro, non lasciarmi sola! Se in un

impeto di smarrimento, di disperazione perdo la testa, Dio, Dio, per

te.... che rimorso!

E intanto, anche a Crodarossa, cominciavano a inquietarsi, a

spaventarsi.

Evelina non mandava più lettere; e Pietro, preso dall'inerzia,

dall'abbattimento, lasciava passare i giorni ripetendo sempre a sè

stesso: Scriverò domani, scriverò domani!

La signora Angelica e la signora Rosina stavano ancora nel lungo riposo

del dopo pranzo alla finestra della loro cameretta, ma non sospiravano

più guardando l'orto, guardando il "Gigantesso" e pensando a

quell'altra, alla nuova padrona. Si guardavano mute nei poveri occhi

pieni di lacrime e sospiravano, sospiravano pensando a Pierino.

Un giorno--era tornato l'ortolano dalla posta ancora senza lettere--non

si sentirono più la forza di resistere ed ebbero invece, tutt'e due,

nello stesso tempo, lo stesso pensiero:

--_Andemo a Milan?_

--_Andemo._

Trotterellando, corsero a confidare la loro risoluzione, il loro colpo

di testa a Don Giuseppe, che rimase attonito, a bocca aperta, un po'

perplesso e impensierito per quella partenza.

--Certo, certissimo, un'inspirazione del loro buon cuore, non può

essere che un'inspirazione di Quel di lassù. Intanto, in quanto a me,

per tirare innanzi in questi giorni.... Dio vede e Dio provvede!

E Don Giuseppe,--erano in cucina,--sospirò guardando malinconico i

fornelli.

Ma la signora Angelica e la signora Rosa si affrettarono a

tranquillarlo. Per una settimana avevano date tutte le istruzioni e

anche le provviste occorrenti alla Nunziatina, la figlia dell'ortolano.

Prima di partire avrebbero preparato il _golasch_ colle patate per due

giorni; per altri due giorni, pollo e patate a lesso; per i giorni di

magro il merluzzo, le uova, e insalata di patate. Avrebbero consegnato

alla Nunziatina il quantitativo occorrente di burro, di caffè; poi

sarebbero tornate, giusto in punto, per il giorno della lavandaia, e

Don Giuseppe non si sarebbe nemmeno accorto della loro assenza.

E così, piene di borse, di fagotti, con un'oca "bella grassa" e un

sacchetto di noci, le due vecchierelle, sempre collo scialletto nero e

col fazzoletto di maglia grossa annodato sotto il mento, capitarono a

Milano, tenendosi vicine vicine, per non perdersi in quel _diavolesso_,

in tutta quella gran _confusion!_

Ma, subito, si rincorarono alla vista di Pierino che le accolse

festoso, giubilante, e che esse--Dio sia lodato!--ritrovavano, dopo

tante angosce, perfettamente rimesso in salute; soltanto con un

colorito un po' più pallido, "_più civil!_" Poi tornarono a

confondersi, a smarrirsi alla vista del "signor commendatore _direttor_

Cantasirena" e alle sue espansioni rumorose, assordanti. Ma di nuovo si

rinfrancarono, si consolarono con Evelina, così modesta, insinuante,

economa, tutta di casa, e così piena di attenzioni e di premure.

La signora Angelica e la signora Rosa, piombate da Crodarossa a Milano,

spinte dal presentimento, dal dubbio di una disgrazia, vi ritrovavano

invece il loro Pierino rimesso in gamba, colle ventimila lire ancora

intatte, e "vicinissimo a farsi uno stato magnifico, sotto la

protezione del signor commendatore _direttor_." E trovarono pure il

buon tempo, l'allegria, quegli svaghi che in tutta la loro vita non

avevano mai avuto, non avevano mai sognato.

Pierino sentiva ormai che della sua grande felicità d'un tempo non

aveva più altro che quelle due vecchierelle, e si mostrava assai più

affettuoso e amoroso. Matteo Cantasirena faceva loro, col vocione

rimbombante, elogi e complimenti straordinari, ch'esse, magari, non

capivano bene, ma che cercavano poi di spiegarsi l'una all'altra quando

erano sole, e le teneva allegre, le rendeva arzille, coi pranzi

squisiti e coi vini prelibati. Evelina le portava in giro per tutte le

chiese, pregava con esse, con esse faceva tutte le sue divozioni,

baciava tutte le reliquie. Poi le conduceva a passeggiare sotto la

Galleria, o lungo il Corso a vedere i negozi. La signora Angelica e la

signora Rosina erano ancora intontite, spaurite, in mezzo al trepestìo

della folla. Si tenevano per la sottana, ma abituandosi a mano a mano,

cominciavano ad ammirare, ad estasiarsi. Il Duomo esse non lo vedevano

nemmeno: era troppo grande, troppo immenso pei loro piccoli occhi

esterrefatti, ma rimanevano immobili, attonite dinanzi ai Bocconi, si

dilettavano, si godevano, si maravigliavano dinanzi alle trottole, ai

topolini, ai pulcinella dei rivenditori ambulanti. E strabiliavano,

trasecolate, per i prezzi enormi, "esageratissimi" di tutta quella

roba, e poi sospiravano, si guardavano mute, titubanti per via d'un

panettone che il loro cuore voleva portare a Don Giuseppe, ma la cui

spesa era l'unico tormento, l'unico affanno di quei giorni felici.

Pietro continuava a trovarsi colle zie, sempre insieme alle zie. Pure,

a un tratto, sebbene le due vecchiette, sballottate in quello

stordimento, non se ne fossero accorte, egli era diventato taciturno,

cupo. Fissava spesso Evelina con una domanda ansiosa negli occhi, e la

ragazza gli rispondeva con un brivido, impallidendo.

Alcuni giorni, appunto, dopo l'arrivo delle zie da Crodarossa, si erano

ripetuti più gravi i primi sintomi; e una domenica, tornati insieme

dalla messa, mentre la signora Angelica e la signora Rosa

trotterellavano innanzi, passando per le prime nel salotto, Evelina,

fermato il Laner sull'uscio, gli aveva bisbigliato in fretta, tutta

tremante:

--Ho paura.... ho paura.

--Paura di che?--aveva risposto l'altro pur con un tremito.

--Se fosse vero! Ah, se fosse vero! Un veleno, subito, fulminante! La

morte!... La morte!

Ma la signora Angelica e la signora Rosa non sapevano leggere sotto la

maschera del sorriso forzato. Esse credevano a tutti, credevano a

tutto, sempre confuse, commosse per la grande, immeritata bontà di cui

si vedevano circondate. E furono esse medesime che indussero Pierino ad

accettare "subito subitissimo" le offerte di "quel grand'uomo, del

signor commendatore _direttor_." Cioè, tornare a star in casa con lui,

e assumere "per intanto" il posto, importantissimo, di suo primo

consiglier particolare!

E le signore Laner, così festeggiate, accarezzate, naturalmente, invece

di una settimana, si fermarono a Milano più di un mese. Sempre

spaurite, stupefatte, sempre senza parole, non sapevano resistere alle

preghiere di Pietro, agli abbracci di Evelina, alle intimazioni

amabilmente imperative di Matteo Cantasirena, il quale le vedeva

soltanto a pranzo, ma le incantava, le affascinava, le istupidiva per

tutto il giorno.

--_Bisogna partir_....

--_Dovemo proprio partir_....

E intanto i giorni passavano, ed erano sempre a Milano, e appena appena

osavano guardarsi, mute, sbigottite con lunghi sospiri, all'idea della

collera "giustissima" di Don Giuseppe, rimasto solo, abbandonato a

Crodarossa, colla Nunziatina, _bona de gnente_, oppure pensando alla

lavandaia, alla biancheria, alle mele cotogne "_de cernir_" e alla

canonica, tutta quanta in _rivoluzion!_

--_Bisogna partir_....

--_Dovemo proprio partir_....

E si decisero a partire, veramente, ma quando gli altri non pensavano

più a trattenerle.

Pietro aveva promesso, subito, di accompagnarle fino a Crodarossa; poi,

dopo, per via di quell'altra che faceva il muso, che si sentiva male,

soltanto fino a Verona. Ma all'ultimo, Evelina, sempre in sospetto,

sempre col timore che egli volesse scappare, gli tolse d'un colpo ogni

lena e ogni forza di muoversi:

--Dio, Dio!... È sicuro! Il dottor Foresti se n'è accorto.... Ha capito

tutto! È sicuro!

Pietro lasciò che la zia Angelica e la zia Rosina partissero sole. E

alla stazione, salutandole, dimenticava quasi di abbracciarle. Era

troppo sconvolto, troppo spaventato....

Che viaggio lungo, uggioso per le signore Laner, e come arrivarono

tristi e malinconiche alla canonica! Osarono appena presentare a Don

Giuseppe "coi saluti particolari del signor commendatore _direttor_" il

bel panettone che Evelina aveva finito col regalar loro, per levarle

dai triboli.

Don Giuseppe le aveva ricevute senza guardarle in faccia, con un muso

"tremendo". Egli parlava soltanto colla Nunziatina; dava i suoi ordini,

faceva tutte le sue raccomandazioni soltanto alla Nunziatina.

E la loro cameretta?--Cos'era successo?--Anche la cameretta non

sembrava più quella di prima. Era diventata squallida, oscura....

Oh, quel gran silenzio che le circondava, come pareva cupo, come pareva

vuoto!

--E l'Evelina?... Che angelo!

--Un vero angelo!

Così mormoravano, tra di loro, nello svestirsi per andare a letto, col

pensiero e col cuore sempre a Milano.

--E Pierino?... Poveretto, alla _stazion_, per lo sforzo del trattener

le lacrime, era tutto pallido, smorto....

--Smorto cadaverico, poveretto.

S'inginocchiarono, bisbigliarono le preghiere, intonandole più alto la

signora Angelica, rispondendo a voce più sommessa la signora Rosa.

....Poi, dopo, a tutte due, nel coricarsi, sfuggì il medesimo sospiro.

--E il signor commendatore _direttor_?... Che belle maniere.... e che

bella testa!

--Una vera testa da san Gerolamo!

--E che mani bianche, delicate....

--E la voce?

--_El parla cussì ben_ come uno che canta!

E le vecchierelle, rannicchiate sotto le coperte, sospirarono ancora,

sospirarono più volte, prima di addormentarsi.

Ma poi, passando i giorni coi giorni, sempre uguali, la gran città fu

dimenticata a poco a poco, perdendosi, confondendosi lontano, nella

memoria. E Don Giuseppe, l'economia, l'orto, la canonica avevano già

ripreso il primo posto nella loro vita e nei loro pensieri, quando,

d'un tratto, furono nuovamente sconvolte da un altro "_rebalton_", il

più terribile di tutti!

Era capitata una lettera del Laner, scritta collo stile di Evelina, ma

questo le zie non potevano capire, nella quale Pietro confessava il suo

"ardente amore" per la giovane alla quale esse avevano dimostrata tanta

bontà e tanto affetto, "per la nipote del signor direttore", e finiva

col chiedere il loro consenso al matrimonio, e la loro benedizione.

--_Jesus Maria Joseph!_

--_Jesus Maria!_

E al solito, corsero smarrite, trafelate in cerca di Don Giuseppe.

Il buon prete, che con sua grande soddisfazione aveva visto la canonica

riprendere, finalmente, la vita placida, tranquilla d'un tempo, non

aveva adesso altro che un timore: qualche trambusto, qualche nuovo

guaio e dalla parte di Milano. Però, sentito il caso, si affrettò,

tanto per fin di bene, quanto per il quieto vivere, a calmare e a

confortare le signore Laner.

--Tutto per il meglio, signora Angelica! Ma tutto per il meglio,

signora Rosa! È sempre Quel di lassù che vede e provvede, e dobbiamo

ringraziarlo come di un nuovo, segnalato favore. Pierino non è più solo

a Milano, esposto a tutti i pericoli dell'anima, e diremo anche del

corpo. Mi hanno ripetuto, tante volte, non è vero? che la ragazza, la

sposa prescelta, è savia, modestissima, di ottimi principî?

--Oh, per questo, una vera _perfezion!_ E anche economa.

--Economicissima.... Tutta di casa.

--E allora dunque?... Ma si potrebbe desiderare di più e di meglio, dal

momento che è l'ispirazione, è la volontà diretta e medesima di nostro

Signore? _Mundus est et mundus esse debet!_

--Ma.... Pierino, non ha ancora uno stato sicuro.

--Un _impianto_ stabile....

--Quel signor commendatore, così potente, padrone dispotico di tutta

Milano, penserà certo alla sua fortuna, al suo avvenire. Diamine!...

Sposa una sua nipote!

--Ma.... la salute.... È malatina, esilina....

--Bruttina, anche, per dir la verità.

--E questo forma il più grande elogio del loro nipote, che non si è

innamorato della bellezza del corpo, che è la dote del diavolo, ma

della bellezza dell'anima, che è il dono più prezioso di Quel di lassù,

essendo come una parte della sua stessa essenza divina! Da brave,

coraggio, e ringraziamo tutti insieme con umiltà, con gratitudine il

nostro Signore, l'Altissimo onnipotente, che tutto vede e provvede. Ed

io, che per l'appunto, come servo, e indegnissimo s'intende, lo

rappresento ai suoi fedeli, mando in questo momento al nostro Pierino,

a Milano, la sua santa e paterna benedizione.

Il prete, diritto in piedi, si levò la berretta, e dopo aver fatto

l'atto della benedizione, congiungendo le palme devotamente, intonò

compunto, a bassa voce, le litanie:

--_Kyrie eleison.... Christe eleison_....

E le due vecchiette, inginocchiate a' suoi piedi, vicine vicine, come

per dar più forza alla loro preghiera, come per unire in uno solo il

loro fervore e il grande affetto per il loro Pierino, balbettavano

colla voce fioca, tremante, rotta dalle lacrime:

--_Ora pro nobis_....

--_Ora pro nobis_....

La baraonda · 第 26 / 44 题