IX

Arrigo s'apparecchiava intanto a partire per Roma; nel campo imperiale

i menestrelli cantavano la morte pietosa di Corradino, e la musa

popolare dei Ghibellini continuava a salutare ed esaltare il giusto

giudice, il celeste paciaro. Poeti, letterati, giuristi, filosofi

s'ostinavano a vedere in lui un nuovo redentore, che doveva restituire

a Roma la corona imperiale, all'Italia dar pace e libertà. Cino da

Pistoia esclamava: _Nunc dimittis servum tuum, Domine, quia viderunt

oculi mei salutare tuum_.[237] Ma piú di tutti s'era esaltato Dante

Alighieri, che in questo momento fu come il rappresentante principale

del partito imperiale in Italia. Fin da quando Arrigo s'era avvicinato

alle Alpi, egli aveva scritto una lettera ai principi e governi

d'Italia, esclamando: «Osanna a te, misera Italia, che ormai sarai

da tutti invidiata, perché _Sponsus tuus et mundi solatium et gloria

plebis tuae, clementissimus Henricus, Divus et Augustus et Caesar,

ad nuptias properat_. Si rallegrino gli oppressi, che la loro salute

è vicina. Perdonino, perdonino coloro che come me hanno sofferto

ingiurie, perché ora il Pastore, mandato da Dio, ci ricondurrà tutti

all'ovile».[238] Ma piú tardi, quando Arrigo stava per andar contro

Cremona, e i Fiorentini già gli si erano dichiarati aperti nemici, la

gioia dell'Alighieri si mutò in ira, e dalle sorgenti dell'Arno, sui

monti del Casentino, scriveva il 31 marzo 1311, una nuova Epistola

indirizzata: _Scelestissimis Florentinis_. «Non sapete voi che Iddio ha

ordinato il governo del genere umano sotto un solo Imperatore, a difesa

della giustizia, della pace, della civiltà, e che l'Italia fu sempre in

preda alle guerre civili ogni volta che l'Impero mancò? E osate, voi

soli, ribellarvi al giogo della libertà, e cercare nuovi regni, come

se _alia sit florentina civitas, alia sit romana_? Voi, vanissimi ed

insensati, soccomberete all'aquila imperiale. Non sapete che la libertà

vera sta nell'obbedire volontariamente alle leggi divine ed umane? E

mentre che presumete di volere la libertà, cospirate contro tutte le

leggi!»[239] Quando poi Arrigo, invece d'andare innanzi, si fermava in

Lombardia a combattere le città sollevategli contro dai Fiorentini,

lo sdegno di Dante arrivò al colmo, ed il 16 di aprile dello stesso

anno gli scriveva nuovamente: «Si dice che tu esiti nella tua impresa,

e che, scoraggiato, vuoi tornare indietro. Ma non sei tu dunque

l'aspettato da tutti noi? Quando le mie mani toccarono i tuoi piedi, io

esultai, esclamando: _Ecce agnus Dei, ecce qui abstulit peccata mundi_.

Che indugi? Se non ti muove la tua propria gloria, ti muova quella

almeno di tuo figlio:

Ascanium surgentem, et spes haeredis Iuli

Respice, cui _regnum Italiae_, romanaque tellus

Debetur...

(_Aen_, IV, 272).

A che ti giova fermarti a sottomettere Cremona? Insorgeranno Brescia,

Bergamo, Pavia, altre città, fino a che non estirperai la radice

del male. Ignori tu forse dove riposa e cova la fetida volpe? Essa

s'abbevera nell'Arno, che avvelena con le sue labbra. Non sai che si

chiama Firenze? Questa è la vipera che s'avventa al seno della madre,

la pecora che corrompe il gregge, la Mirra incestuosa col padre.

Infatti è dessa che dilania il seno della madre Roma, che la fece a

sua similitudine, e viola gli ordini del Padre dei fedeli, che è teco

d'accordo. E mentre che dispregia il proprio sovrano, parteggia con

re non suo, diritti non suoi. Dunque non esitare, e colla frombola

della tua sapienza, colla pietra della tua fortezza abbatti il nuovo

Golia».[240]

Questo linguaggio scolastico, biblico e classico ad un tempo, spesso

anche ampolloso, dipinge mirabilmente le idee del tempo, e dimostra

quanto si fosse esaltato lo spirito di Dante. Egli è certo il primo

che chiaramente esponga il nuovo concetto dei Ghibellini, che s'era

andato svolgendo e maturando nella sua mente, quando egli si separò

sdegnosamente dai compagni d'esilio, per chiudersi nello studio. Questo

concetto che, come già dicemmo, trovasi ampiamente delineato nella

_Monarchia_, era di certo piú teorico e letterario, che pratico; ma

esso aveva profonde radici nelle idee del tempo, e nel libro che lo

espone si vede già assai chiara la tendenza del secolo a trasformarsi.

Leggendo, noi siamo assai spesso ricondotti nel Medio Evo, ma una nuova

aurora biancheggia pure dinanzi ai nostri occhi. «L'Impero rappresenta

il diritto, che è il saldo fondamento dell'umana società; deriva perciò

da Dio, da cui l'Imperatore riceve il suo potere, non altrimenti che il

Papa». Come si vede, è già la società laica, indipendente, emancipata

dalla Chiesa, ed è la prima volta che l'idea d'uno Stato fondato sul

diritto, idea ispirata dall'antica Roma, suggerita da nuove necessità

pratiche, viene formolata in sull'uscire dal Medio Evo, che l'aveva

negata. Dante però non s'accorge che il nuovo Stato deve di sua natura

essere nazionale, e non vede che l'Impero universale, rappresentato

da Arrigo VII, che egli invoca, è quello appunto che rende impossibile

questo Stato. Cosí ciò che v'ha di nuovo, quasi di profetico, nel suo

libro, è distrutto da ciò che vi ha di teorico e di scolastico. Lo

Stato laico, indipendente, che egli già vede con la sua gran mente,

deve trionfare; ma questo trionfo farà sparire l'Impero medioevale, di

cui egli, col suo libro, voleva scrivere l'apoteosi, e scriveva invece

l'epitaffio, come fu giustamente osservato. Eppure il concetto non solo

dello Stato, ma dello Stato nazionale, sebbene in confuso e da lontano,

piú d'una volta balena nel suo libro, svolgendosi faticosamente

attraverso il classicismo che risorge. L'Impero infatti è inseparabile

dalla Città Eterna, da cui deriva, di cui è l'erede. La venuta

dell'Imperatore a Roma, sua sede naturale, permanente, dovrà ricondurla

all'antica grandezza. E Roma e l'Italia non sono una sola e medesima

cosa? Arrigo VII è il rappresentante non solamente del diritto, ma

della pace, della libertà, della civiltà, e l'Italia troverà in lui la

fine delle sue miserie, la garanzia delle sue libertà. Non è egli il

padrone del mondo? Epperò nulla può desiderare di piú, e non potrà non

essere a tutti giusto signore e padre, rispettando tutti i diritti e

le giurisdizioni legalmente acquisite. Ma era appunto questo suo voler

esser signore di tutto e di tutti, ciò che si opponeva a quello spirito

nazionale, che già si cominciava a sentire da molti, e che, quasi a sua

insaputa, veniva cosí vivamente esaltato dall'Alighieri, nel momento

stesso che lo negava col chiedere la resurrezione dell'Impero.

Una tal contraddizione rendeva tragica davvero la condizione in cui lo

spirito di Dante si trovava. Egli era profondamente sincero e convinto

della verità delle sue idee. Pieno di santo sdegno contro coloro che

aiutavano il Papa e gli Angioini, memore di ciò che aveva visto operare

da Bonifazio VIII e da Carlo di Valois in Firenze, prevedeva, quasi

vedeva le molte calamità che i suoi avversari avrebbero, colla loro

ostinazione, fatto ripiombare su tutta Italia. Ma non vedeva che il suo

concetto politico avrebbe ricondotto l'Italia al Medio Evo feudale,

resa vana l'opera dei Comuni, e le loro lotte secolari, alle quali

egli stesso non era stato estraneo. In mezzo a questo conflitto, che

era nella sua mente, nacque la Divina Commedia, nella quale due mondi

sono in presenza, spesso a contrasto, ed uno spirito nuovo, rianimando

il passato, lo trasforma e ne fa sgorgare l'avvenire, un'arte, una

letteratura, una civiltà nuova. Nel grande poema la realtà umana delle

passioni e della vita, penetrando nelle mistiche nebbie del Medio Evo,

le dissipa finalmente per sempre. Il filosofo, lo storico vi trovano

quindi tutti gli elementi che costituirono quel secolo, in cui una

società muore, ed un'altra, quasi sotto i nostri occhi, apparisce e

si forma. Ma se da tale conflitto sgorgò una poesia immortale, non ne

sgorgò, e non poteva, una politica pratica.

Ed era ciò che dava il vantaggio ai Fiorentini, i quali si tenevano

invece stretti alla presente a prossima realtà. Essi contavano e

pesavano le balle della seta e della lana; calcolavano di quanto

sarebbero, col trionfo dell'Impero in Italia, diminuite la loro

importazione e la loro esportazione; e vedevano in esso la rovina

del loro commercio; il trionfo dei loro nemici, dei Grandi, di Pisa,

dei molti piccoli tiranni italiani; la rovina delle loro libertà e

del governo delle Arti. I fatti di Milano, di Cremona, di Brescia

non davano loro ragione? E perciò essi chiamavano a raccolta le città

guelfe, e nel nome d'Italia, della libertà e della comune indipendenza,

le confederavano a difesa contro lo straniero. Ma s'alleavano anche con

Roberto, e sposavano la causa della Francia e del Papa, il cui trionfo

sarebbe stato a sua volta, come fu di fatto, funesto alla libertà ed

alla indipendenza italiana. La nazione, noi lo abbiamo già detto,

poteva cominciare a formarsi solo colla distruzione, sulle rovine

dell'uno e dell'altro partito. Il lungo e faticoso processo di storica

evoluzione, che doveva apparecchiare un avvenire lontano, era allora

ignoto a tutti. I Fiorentini pensavano solo a salvare il presente, ed

in ciò ebbero ragione e furono fortunati.

X

Intanto Arrigo VII, vittima coronata del proprio fato, come dice il

Del Lungo, s'avanzava impassibile, fidente. Il dolore di avere egli,

re pacifico, insanguinate le città italiane, e seminata la discordia;

la perdita del fratello, e della moglie; la morte dei suoi migliori

soldati; l'abbandono di molti amici; il sarcasmo sprezzante dei nemici

non gli facevano perdere la sicurezza e la fede nella sua impresa. Il

6 marzo del 1312, tranquillo e sereno, entrava in Pisa, dove fu accolto

con grandissima festa, e si trattenne fino al 23 d'aprile fra un popolo

a lui veramente amico. I Pisani gli avevano già mandato 60,000 fiorini

a Losanna, ed ora gli professavano sincera sottomissione, accettando da

lui nuovi magistrati, e promettendogli altra uguale somma.[241] Né egli

si sgomentò punto, quando seppe che le forze del principe Giovanni,

fratello di Roberto, erano in Roma cresciute.

Il principe aveva seco piú di 600 cavalieri catalani e pugliesi, e

già glie ne erano venuti altri 200 dei migliori cavalieri fiorentini,

comandati dal De La Rat, che aveva menato anche mille pedoni, oltre i

suoi Catalani. Da Lucca, da Siena, da altre città erano venute nuove

genti. Il Campidoglio, S. Angelo, Trastevere, tutte le fortezze furono

cosí occupate. E finalmente il re di Napoli, che aveva prima affermato

d'aver occupato Roma come amico, si dichiarava adesso aperto nemico

d'Arrigo. Questi nondimeno s'avanzava con soli 2000 cavalieri, oltre

parecchi fanti, ed il 7 di maggio 1312 entrava nella Città Eterna. Il

Campidoglio fu subito da lui assalito e preso con la forza; ma quando

si provò ad aprirsi con le armi la via a S. Pietro, per pigliarvi la

corona imperiale, vi fu allora nelle strade una vera battaglia; ed

una sortita da Castel S. Angelo respinse le sue genti, che subirono

gravi perdite. Né la coronazione avrebbe avuto mai luogo, se il popolo

romano, che gli era favorevole, non avesse minacciosamente obbligato i

prelati a compiere, contro l'usanza, in Laterano la solenne cerimonia

(29 giugno). Ma ora dovette accorgersi che nemico gli era anche il

Papa, il quale gli ordinava di non assalire Napoli, di far tregua d'un

anno col Re, di lasciar Roma il giorno stesso della incoronazione,

di rinunziare ad ogni diritto sulla Città Eterna, né piú tornarvi

senza permesso. La maschera era finalmente caduta, e i Fiorentini

erano stati i piú accorti profeti. Però in questo stesso momento,

in cui la loro politica guelfa trionfava, e la rottura tra Papa e

Imperatore era cosí manifesta, il popolo romano proclamava Roma città

imperiale, ed il Campidoglio sede perenne dell'Imperatore, il quale

solo dal popolo romano doveva riconoscere la sua autorità. «_Dum

sola tribunitia, exterminatis Patribus, potestas adolevisset illo sub

magistratu.... omnia haec paravi Caesari, ipsum evocandum in Urbem,

vehendumque triumphaliter in Capitolium, principatum ab sola plebe

recogniturum_».[242] Era l'idea stessa di Dante proclamata ora dal

popolo di Roma.

Arrigo finalmente, dopo molto esitare, si decise a seguire il

consiglio, che l'immortale poeta già da un pezzo gli aveva suggerito,

e andò ad assediar Firenze. Traversò nell'agosto la campagna romana,

che con le febbri decimò le sue genti, e dopo aver preso Montevarchi

e S. Giovanni, venne a Figline.[243] I Fiorentini accorsero in gran

fretta, senza buoni capitani, quasi tumultuariamente, con molti fanti

e 1800 cavalieri, al Castello dell'Incisa. Ma non vollero poi accettar

battaglia, e l'Imperatore per altra via continuò il suo cammino,

respingendo vigorosamente tutti coloro che dall'Incisa gli vennero

incontro per fermarlo. Il 19 di settembre cinse d'assedio Firenze,

ponendo a S. Salvi il suo quartier generale. E i cittadini, che

non sapevano ancora nulla di ciò che era seguito del loro esercito,

trovandosi come sorpresi, corsero subito alle armi, e sotto i gonfaloni

del popolo andarono alle mura, dove venne anche il vescovo, armato

coi suoi preti. Dopo due giorni, i militi che erano andati incontro

all'Imperatore, per vie traverse tornarono in Firenze, dove arrivarono

anche aiuti da Lucca, Siena, Pistoia, Bologna, dalla Romagna, da tutte

insomma le città della Lega. E cosí, secondo il Villani, si mise

insieme un esercito di 4000 cavalli, con numero infinito di fanti.

L'Imperatore, che aveva solo 800 cavalieri tedeschi, mille italiani

e buon numero di fanti non poté far altro che dare il guasto alla

campagna. Fortunatamente per lui l'annata era stata assai fertile,

e quindi non mancarono le vettovaglie ai suoi soldati. I Fiorentini,

sebbene in numero tanto superiore, non osarono neppure adesso uscire a

battaglia; ma nella città si sentivano tanto sicuri, che solo le porte

di fronte all'Imperatore erano chiuse le altre restavano aperte, e i

traffici procedevano come in tempo di pace. In tal modo si continuò

sino al novembre, quando la notte d'Ognissanti Arrigo VII, ormai

stanco ed esausto, se ne parti per Poggibonsi e Pisa. Lo seguirono i

Fiorentini, e piú volte lo assalirono per via, ora con prospera, ora

con avversa fortuna. A Poggibonsi restò fino al 6 marzo 1313, privo

di denari e di vettovaglie, con l'esercito stremato in modo che non

aveva piú di mille cavalieri. Pure continuò la sua via e, sebbene gli

assalitori fossero, secondo il Villani, quattro contro uno, poté pur

sempre resistere, arrivando a Pisa il 9 di marzo.

Era allora, pei travagli dell'animo e del corpo, rovinato in salute,

senza danari, senza soldati, pure senza aver perduto la sua fede e la

sua calma. Iniziò quivi molti processi contro i Fiorentini, che privò

delle loro giurisdizioni; depose i loro giudici e notai; impose grosse

taglie; condannò nell'avere e nella persona molti dei loro cittadini,

sentenze che restarono tutte prive di effetto. Ma egli continuava senza

darsene pensiero. Proibí loro di batter moneta, consentendo ad Ubizzo

Spinola di Genova, ed al marchese di Monferrato di battere nelle loro

terre fiorini falsi col conio fiorentino, cosa che fu molto biasimata,

come contraria alla pubblica fede.[244] Condannò il re Roberto come

traditore dell'Impero, e s'alleò con Federico di Sicilia, con i

Genovesi. Voleva andare contro Napoli, non ostante che il Papa avesse

minacciato la scomunica a chi assalisse quel regno, ritenuto feudo

della Chiesa. Tutto pieno d'ardore e di fede nella nuova impresa, mandò

in Lombardia ed in Germania, per avere uomini e danari. Raccolse cosí

2,500 cavalli oltramontani, 1,500 italiani, oltre le genti a piede. I

Genovesi armarono 70 galere; Federico ne armò 50; i Pisani, che già per

lui avevano fatto ogni sacrifizio, ne armarono 20; raccolse anche del

danaro, e il dí 8 agosto 1313 parti, non senza ragionevole speranza di

buona fortuna. Ma il 24, arrivato a Buonconvento, morí, e cosí tutto fu

finito.

Il 27 dello stesso mese i Fiorentini, con grandissima gioia,

annunziavano ai loro amici, che «Gesú Cristo aveva fatto morire quello

fierissimo tiranno Arrigo, che i ribelli persecutori di S. Chiesa,

cioè i Ghibellini vostri e nostri nemici, chiamavano Re dei Romani

e Imperatore».[245] Già, lui vivente, essi avevano dato per cinque

anni la signoria a Roberto; gliela rinnovarono ora per altri tre,

a condizione, ben inteso, che il governo restasse libero, guelfo e

popolare nelle loro mani. Si trattava solo d'avere da lui un capo

militare che menasse, in nome e con la bandiera del Re, alcuni buoni

uomini d'arme, e potesse comandare le forze cittadine, per difendere

la Repubblica contro i possibili assalti di Genova e di Pisa, contro

i capitani ghibellini, come Uguccione della Faggiuola ed altri. Di

quest'ultimo soprattutto si temeva e di Pisa; che già aveva preso al

suo soldo mille dei soldati d'Arrigo, i quali formarono la prima di

quelle compagnie di ventura, destinate ad essere ben presto un vero

flagello d'Italia.[246] Il Papa, schiavo ormai della Francia, si gettò

nelle braccia di Roberto, che nominò Senatore di Roma, dove tornarono

subito i vicari angioini. Egli presumeva di potere, durante la vacanza

dell'Impero, assumerne tutta l'autorità, e quindi annullò il decreto

d'Arrigo contro Roberto, che nominò vicario imperiale in Italia, sino

a due mesi dopo la prossima elezione.

Non ostante la nuova potenza di Roberto, e la signoria a lui affidata

della loro città, i Fiorentini ebbero allora un grande aumento di

forza morale e materiale, poiché avevano meglio assai degli altri

preveduto l'avvenire, erano stati gli autori principali di tutto ciò

che era seguito, si trovavano amici ed alleati di coloro che insieme

con essi avevano trionfato. Il popolo rimaneva in sostanza padrone;

i Grandi erano disfatti; il commercio, non interrotto durante la

guerra, pigliava colla pace nuovo vigore. Ma che cosa era divenuta la

confederazione guelfa, e il nome d'Italia che essi avevano invocato

nel formarla? Tutto era svanito in un attimo. Il fatto stesso che essi

si sentivano appunto ora costretti a cercare un re che li proteggesse,

dimostra chiaro che, non ostante cosí prospera fortuna, la loro

repubblica, restando sola, non sentiva la fiducia e la forza necessarie

a renderla davvero indipendente e padrona di sé. Ciò minacciava di

necessità nuove complicazioni e nuovi pericoli, i quali pur troppo

non potevano tardar molto. Il Comune italiano doveva morire; lo Stato

moderno doveva nascere; ma per arrivarvi bisognava passar sotto la

tirannide. Questo è il fato che da lontano pesa ora anche su Firenze.

Dopo la morte di Arrigo VII muta il carattere dell'Impero e delle sue

relazioni con l'Italia. Dopo l'alleanza del Papa con la Francia mutano

sostanzialmente anche le relazioni del Papato coi Comuni italiani,

alla cui indipendenza e libertà esso si dimostra sempre piú avverso. Il

Medio Evo si chiude, un'epoca affatto nuova incomincia ora nella storia

di Firenze e dell'Italia.

I primi due secoli della storia di Firenze, v. 2 · 第 47 / 54 题