Tornando ora a dare uno sguardo generale agli Statuti italiani,
dobbiamo osservare, che se la storia del diritto statutario presenta
molte difficoltà, pel numero infinito di disposizioni diverse che
troviamo in essi, la diversità di siffatte disposizioni deriva
principalmente da cagioni accidentali e temporanee, estranee allo
svolgimento naturale e spontaneo del diritto, il quale, esaminato
in sé stesso e nei suoi caratteri fondamentali, presenta invece una
grandissima uniformità. Si può però notare che nelle repubbliche del
nord predomina assai piú il diritto longobardo; in quelle del centro
e del sud piglia pronto e rapido ascendente il romano, che finisce
col dominare in tutto, con le alterazioni che abbiamo già notate.
Questo progresso è d'anno in anno piú visibile, e cosí noi assistiamo,
anche nell'esaminare gli Statuti, a quel medesimo contrasto di opposti
elementi, che abbiamo notato in tutta quanta la storia dei Comuni e
della cultura italiana: nelle guerre civili, nelle sanguinose lotte
fra Guelfi e Ghibellini, nell'arte, nella letteratura, in ogni cosa.
Negli Statuti si tratta, è vero, solamente d'idee e di disposizioni
giuridiche; ma queste sembrano combattersi con uguale ardore, mirare al
medesimo fine, che gli uomini governati da esse.
Verso il declinare del secolo XIV, il commercio incominciò a prendere
un grandissimo slancio in Italia, il che portò un nuovo progresso nella
legislazione. Abbiamo infatti una serie di disposizioni con le quali
si raggiunge un'assai maggiore speditezza negli affari commerciali,
si evitano i cavilli legali, si tolgono le ipoteche sui crediti del
mercante, si puniscono severissimamente la frode e i fallimenti dolosi.
In una parola, troviamo chiaramente le origini del moderno codice di
commercio, con cui tali disposizioni assai spesso consuonano.
Ma in tutte queste leggi vediamo sempre le conseguenze d'un Comune
diviso e frazionato in particolari associazioni, che hanno propri
Statuti, propri giudici, vita rigogliosa, e troviamo un potere
centrale che, sebbene veda da ogni lato minacciati, usurpati i suoi
naturali diritti, esercita la sua azione, con poco ordine e senza
uniformità, ma pure non senza forza, spesso anche con violenza. Ora
par sopraffatto, ora invece riesce a sopraffare. Tutta la storia
del Comune dimostra una tendenza continua a porre in armonia questi
elementi politici, sociali, e legislativi, diversi e spesso fra loro
cozzanti, problema che esso non riesce mai a risolvere pienamente, e
finisce quindi col cadere nel dispotismo. Mancava un vero concetto
della unità sociale, mancava nel fatto e nella mente degli uomini
ogni idea della distinzione dei poteri; laonde chiunque assumeva una
parte del potere esecutivo, assumeva ancora non solo una parte del
giudiziario, ma dell'amministrativo e del legislativo, che vi erano
necessariamente connessi. E però, a salvare la libertà pareva che unico
mezzo fosse dividere il governo fra mille mani, facendo in modo che
i partiti, le associazioni, le famiglie, i quartieri della città, le
consorterie servissero le une di freno alle altre. In questa divisione
e suddivisione tutti gli elementi che costituirono piú tardi la società
moderna, furono apparecchiati; ma lo Stato vero e proprio non fu mai
trovato. Ondeggiando in una continua tempesta, scossa da ogni lato,
la nave della repubblica sembrava non aver mai posa né direzione
determinata; non poter mai solcare le acque con fermezza, per mancanza
di zavorra. Non s'arrivò giammai ad un chiaro e sicuro concetto del
diritto, il quale, limitando e determinando la libertà garantita a
ciascuno, assicura quella di tutti.
La vita politica dei Comuni inoltre fu sempre circoscritta nella
cerchia delle città dominanti, restandone esclusi non solo il
contado, ma anche le città vinte o annesse. Ogni forma di governo
rappresentativo era allora ignota. Tutti quelli che godevano dei
diritti politici, alternandosi fra di loro, entravano direttamente
nei Consigli della repubblica, e la piú parte di essi, prima o poi,
salivano al potere. Ciò rendeva necessario avere Stati con confini
assai circoscritti, per non rendere impossibile addirittura il
governarli in un modo qualunque. Solo la Rivoluzione francese, facendo
per la nazione interna, quello che il Comune italiano aveva fatto per
le città, poté proclamare l'uguaglianza civile e politica di tutti
coloro che facevano parte della nazione, i quali finalmente furono
perciò tutti cittadini. La democrazia divenne allora il carattere
predominante delle società moderne, che col sistema rappresentativo,
poterono assicurare la libertà anche nei grandi Stati, conciliando
l'unità e la vigorosa azione del governo centrale con la indipendenza
personale, con l'attività e le libertà locali. Ma il Comune restò
sempre incerto fra gli opposti elementi di cui era composto, e che non
seppe mai comporre in un vero organismo politico.
La storia delle nostre repubbliche si potrebbe infatti ridurre tutta
al diverso predominio che ebbero in esse ora l'una, ora l'altra delle
grandi associazioni che le costituivano. A Firenze dapprima lottarono
fra loro, con varia fortuna, nobili e popolani. Quando le consorterie
dei magnati presero tale ascendente da minacciare le libertà popolari,
e distruggere ogni equilibrio sociale, allora ebbe luogo una grande
riforma degli Statuti, una vera trasformazione del Comune, e con gli
Ordinamenti di Giustizia, di cui ora dobbiamo parlare, furono abbattuti
i nobili e disfatte le loro consorterie. Ma esse erano parte integrante
dello Stato, e però quando vennero sgominate, vi fu un momento di
rapida corruzione e decadenza. Alle passioni, agl'interessi della
casta, succedettero le passioni, gli odi, le ambizioni personali,
anche piú pericolose. Le famiglie cominciarono a combattersi fra loro,
sorsero i potenti ambiziosi, e Corso Donati o qualche altro simile a
lui, sarebbe divenuto subito padrone e tiranno della Repubblica, se non
vi fosse stato un popolo potente, arricchito dai rapidi guadagni del
cresciuto commercio, amico della libertà, nemico dei Grandi. Al dominio
delle consorterie successe perciò il dominio delle Arti Maggiori,
e cominciò la loro lotta con le Minori, che finalmente arrivarono
anch'esse al potere. Piú tardi s'avanzò la gran massa dei Ciompi, i
quali minacciarono di decomporre del tutto la vecchia forma sociale
della Repubblica; e vennero sulla scena nuove ambizioni personali,
anche piú funeste alla libertà, perché piú fortunate. Lottarono fra
loro Albizzi, Pitti e Medici, i quali ultimi trionfarono con Cosimo
il Vecchio, che uccise la Repubblica. Ma tutto questo non ci deve gran
fatto maravigliare, perché una volta che si tengano presenti le origini
del Comune, e gli elementi che lo composero, si vede assai chiaro, che
in sostanza avvenne quello che doveva inevitabilmente avvenire.