Ed ora, dopo tanti anni trascorsi dalle vicende del '48, possiamo
tranquillamente ripensare all'artefice che ribadì le catene del nostro
servaggio, e dire che sulla tomba del maresciallo Radetzky non cresce
l'albero del nostro rancore.
Il maresciallo eccedette, ma servì il suo imperatore, e poichè i fati
d'Italia dovevano compiersi, egli stesso vi cooperò coi suoi rigori,
colle sue sudate vittorie. Se egli avesse perduto, il trionfo non ci
avrebbe ammaestrati come ci ammaestrò la sventura.
I tempi d'allora non eran maturi: occorreva che dai rivi di sangue
versato in comune sorgesse un comune pensiero, una idea capace di farne
tacere tante altre, cosicchè trascorso appena un decennio, dal _caos_
delle primitive illusioni, sortissero gli eventi del '59.
Non v'è pregio grande, ove non v'è grande sacrificio. Garibaldi
che abbandona le navi regie; ecco lo spirito sorvivente ancora nel
'48, Garibaldi che esclama: «Obbedisco» ecco il frutto d'una forte
esperienza, e la ragione del vincere.
Se il Veneto fosse stato riunito al nuovo Regno di Casa Savoia qualche
lustro più tardi di quando ciò avvenne, se in Roma fossimo entrati in
seguito ad una grande guerra nazionale ed in epoca più prossima alla
presente, l'Italia sarebbe in oggi più forte e più compatta di quanto
effettivamente non sia.
È questa induzione sicura: la storia dell'umanità è la storia del
dolore, ed un popolo senza vittorie, senza ideali che gli sollevino
la mente e l'anima, che lo distraggano dalla miseria cupa del vivere,
contempla inerte le sue piaghe e le inasprisce.
Questo spiega non poca parte de' nostri attuali disagi, e addita una
mèta novella alle giovani generazioni. Quale? Io l'ho nel cuore.... voi
la dovete intuire: gli eventi forse la preparano.