La guardia civica, portato dell'epoca, rispondeva all'eco lontana della
rivoluzione francese: parea in essa rivivesse l'antico comune italiano
uso a sorgere in armi, coronando di guerrieri gli spalti cittadini, al
primo apparire dell'oste nemica.
Cosicchè gli statuti la reclamarono come il palladio delle libertà
cittadine, come un contrapposto delle truppe stanziali che, devote al
principe, poco affidavano in caso di meditati conflitti.
Ma il medio evo era passato, l'assetto abituale dei popoli non era
più la guerra, nè l'odio perenne pel vicino. Le battaglie non erano
più lotte fra città e città, ma fra nazione e nazione, ed una milizia
legata al patrio focolare, usa alle lusinghe cittadine, non poteva
essere truppa da grossa guerra.
Ne di ciò fu tardo ad avvedersi il popolo, che nelle satire lepide e
pungenti, nelle umoristiche illustrazioni dell'epoca, lasciò traccia
del suo pensiero e della sua limitata fiducia nella guardia civica: gli
stessi poeti ne trassero argomento di facezie rimate.
Vi furono episodi onorevolissimi e pugne nelle quali la Civica lasciò
bella fama, ma nel complesso mancò la proporzione tra l'enorme suo
sviluppo ed 1 risultati che se ne ottennero, e sarebbe stato ottimo
provvedimento concentrare le armi ed il denaro, per essa prodigato,
nelle schiere realmente combattenti e di prima linea.