Usa a blando governo, la Toscana sino dal 1790 scioglieva il proprio
esercito.
Parve in Firenze che il sapere, le lettere, l'opulenza, i commerci,
bastassero alla sicurezza dello Stato, e che, avuta una gendarmeria,
ogni altra forza armata fosse superflua.
Sì; fu l'Austria (oh degli eventi antiveder bugiardo!) che impose
alla Casa di Lorena di tenere 6000 ausiliari, perchè non fosse turbato
l'equilibrio italico.
L'Austria mirava con ciò a costituirsi una specie di avanguardia nella
Penisola, avanguardia che la Toscana seppe ridurre a 4000 nomini,
tratti da clementi spuri e dal discolato.
Avevansi armi a pietra focaia ed a percussione. Eppure, da così misera
matrice, il soffio d'una potente idealità trasse parte di quei soldati,
che dovevano nobilmente morire per la patria.
Ai primi sintomi della guerra, mentre il Granduca vi scorgeva una
buona occasione per arrotondare i suoi domini a spese del Parmigiano e
del Modenese, ed adunava a tale intento le sue truppe, nella gioventù
toscana facevasi manifesta la necessità di ricorrere alle armi, per uno
scopo ben più vasto e più degno.
Da ciò la costituzione di quei battaglioni volontari che immortalarono
i campi di Curtatone e Montanara, malgrado tutte le moine fatte dal
Governo per indurre i giovani a più miti consigli, e a non abbandonare
gli studi e le comodità della vita cittadina.
Il primo duce delle schiere toscane fu il generale D'Arco Ferrari,
opportunamente sostituito in seguito dal De Laugier. Sul principio
del '48 l'esercito Estense, era in ragione dei tempi e dell'ampiezza
del modenese, molto forte: componevasi di 2400 uomini, soldati di
professione, privilegiati e sostegno principale del Duca.
Cambiato governo, sciolto l'esercito, il modenese inviò un battaglione
di volontari sul Po, sotto il comando del maggior Ludovico Fontana, che
si diportò assai bene a Governolo.
Da Parma e Piacenza partì un battaglione di circa 1000 uomini,
comandato da Francesco Pettinati, che in unione all'esercito piemontese
combattè con molta lode verso Verona.